2010-02-06 12:00:35

Il prof. Gotti Tedeschi, presidente dello Ior, commenta la "Caritas in veritate"


A poco più di sei mesi dalla pubblicazione della "Caritas in veritate" di Benedetto XVI, il prof. Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello Ior, traccia un bilancio dell'Enciclica per il settimanale "Octava Dies" del Centro Televisivo Vaticano. Nell'intervista di Alessandro Di Bussolo, l'economista spiega come è stato accolta l'Enciclica negli ambienti della finanza, dell'impresa, della politica e della ricerca economica: RealAudioMP3
 
R. – E’ stata accolta bene, in un coro di compiacimento. Merita, però, una considerazione: tutte le volte che nel nostro mondo ci sono dei problemi gravi – in questo caso una grande crisi economica che stanno subendo tutti, la stanno subendo gli Stati, la stanno subendo le istituzioni politiche, le istituzioni finanziarie e industriali, la stanno subendo le famiglie e i cittadini – tutti invocano l’esigenza di etica. All’unisono l’etica diventa l’elemento scarso in natura, quando ci sono dei problemi, per cui tutti si sono molto complimentati con questa Enciclica, tutti hanno esaltato l’importanza e il richiamo di questa Enciclica ad un bisogno di etica, interpretandolo poi in vari modi. Come lei sa, l’’Enciclica richiama l’etica in momenti ben precisi e con considerazioni estremamente precise. Alla fine, però, tutti coloro che naturalmente non hanno letto l’Enciclica sono d’accordo nel dire che l’Enciclica richiama ad un bisogno di etica. In realtà, vedrà che finita la crisi – se è vero che sta finendo, cosa di qualche dubbio – si parlerà sempre meno sia di etica che di Enciclica. In realtà, chissà perché la mancanza di etica noi la vediamo sempre nel nostro vicino, ne parliamo, facciamo corsi di etica, facciamo definizioni di etica, di strumenti di etica (la Banca Etica, il Fondo Etico), dimenticandoci che l’etica si deve prima di tutto vivere, piuttosto che insegnare. Bisogna dimostrarla, bisogna dimostrare cosa vuol dire comportamento etico.

 
D. - Gli ultimi interventi del presidente statunitense Obama contro il gigantismo delle banche, il ritorno dei superbonus ai manager. Lei crede che le opportunità di cambiamento legate alla crisi non sono state colte o c’è ancora tempo per recuperare i principi dell’etica sociale nell’economia?

 
R. – Anzitutto ritengo che si sia esagerato nell’incolpare i banchieri e i finanzieri dell’origine della crisi. L’origine della crisi non è nelle banche e nella finanza. Le banche e la finanza hanno concorso ad aggravare la crisi nelle sue origini, cercando di compensare dei problemi che erano stati generati precedentemente e cioè il crollo dello sviluppo economico, che si è cercato di camuffare attraverso l’uso di strumenti finanziari. Se posso addirittura, quindi, essere molto polemico, dirò che più che i banchieri hanno avuto responsabilità alcuni governanti, che hanno stimolato, supportato e giustificato quell’espansione creditizia che venne utilizzata per sostenere un tasso di crescita che è stato riconosciuto essere fittizio. Adesso ci troviamo, però, di fronte ad un maggior problema, del quale sentiremo parlare per molto tempo. In termini tecnici viene chiamato dell’“averaging”, che tradotto in italiano significa “sgonfiamento del debito”. Negli ultimi dieci anni, anche in Italia e negli Stati Uniti e in media in tutto il mondo occidentale, l’impatto percentuale del debito totale sui prodotti interni lordi - sul Pil - è passato da circa un 200 per cento ad un 300 per cento: è aumentato, quindi, di circa un 30 per cento. Questo gonfiamento artificiale di debito – con debito intendo, debito dei governi – è differente tra Paese e Paese; in Italia è più alto il debito del governo e addirittura quasi pochissimo il debito da parte delle famiglie; negli Stati Uniti è altissimo l’indebitamento delle famiglie, basso il debito del governo – e quindi il debito totale dei governi, delle famiglie, delle istituzioni finanziarie e delle istituzioni non finanziarie e di quelle industriali, oggi deve essere sgonfiato. Sgonfiamento vuol dire che prenderà fra i 5 e i 7 anni, in Paesi maturi come l’Europa e gli Stati Uniti, per potersi ridimensionare, per poter ritornare a dei criteri accettabili. Questo significa che per 5-7 anni abbiamo di fronte a noi delle scelte di strategia economico-finanziaria che non sono molto eccitanti. Nel senso che se non vogliamo dichiarare alcune bancarotte - e qualche piccolo Stato può poterla dichiarare - non dimentichiamo l’Argentina; se non vogliamo inflazionare questo debito e, quindi, ridurlo attraverso una accelerazione dell’inflazione, che penalizzerebbe tutti; se non abbiamo grandi opportunità di shock, come qualche economista o banchiere ogni tanto richiama -non vedo quali shock potremmo avere, forse le biotecnologie o una nuova Silicon Valley – c’è soltanto un modo per ricostituire un equilibrio economico-finanziario, che si chiama austerità.

 
D. – Quindi ha fatto riferimento a questo problema della crescita stimolata eccessivamente ed anche artificialmente. Il Papa, nell’Enciclica, dice che non c’è vera crescita se crolla la natalità e manca il rispetto per la vita, ricordando che non si può considerare “l’aumento della popolazione come causa prima del sottosviluppo”. Si può dire allora che la crisi sia frutto di una crescita drogata e non più sostenibile con questi bassi livelli di natalità?

 
R. – L’origine vera della crisi - io personalmente su questo non ho dubbi – è il crollo della natalità nei Paesi occidentali. Negli anni ’75 le teorie cosiddette dei neo-malthusiani predissero che se il tasso di popolazione fosse continuano a crescere come era cresciuto negli ultimi anni – intorno cioè al 4-4.5 per cento - prima del Duemila, milioni di persone sarebbero morte di fame, soprattutto in Asia e in India. Questo già la dice lunga sulle capacità previsionali che riguardano l’uomo fatte da sedicenti sociologi-economisti. Ben ha fatto il Papa, qualche domenica fa, quando ha richiamato gli economisti e quelli che hanno tendenza ed attitudine a fare previsioni a lungo termine, che provocano poi decisioni che probabilmente fanno peggio delle supposte previsioni. Meglio hanno previsto negli ultimi cinquant’anni, anzi cent’anni – se vuole – i grandi romanzieri come Giulio Verne o Herbert G. Wells, piuttosto che non tanti economisti. Che cosa è successo allora quando nel mondo occidentale c’è stato il crollo della natalità mentre nel mondo cosiddetto emergente o Terzo, Quarto mondo, siccome non sapevano leggere i libri sulla bomba demografica, hanno continuato tranquillamente a far figli, hanno anzi migliorato le loro condizioni di vita grazie alla sanità, alla migliore alimentazione e così via? Nel mondo occidentale, invece, il tasso di sviluppo della popolazione crolla, da un 4-4.5 per cento degli anni ’75, ad uno zero per cento. Lo zero per cento di tasso di crescita della popolazione non vuol dire che non si fanno figli, ma vuol dire che si fanno 2 figli a coppia. Allora cosa succede se la popolazione non cresce? Teoricamente la popolazione deve accettare una austerità, che è legata al fatto che non nascendo le persone - non è che restando uguale il numero della popolazione, resta inalterata anche la sua struttura - la sua struttura cambia. E questo perché crollando le nascite, ci sono meno persone giovani che entrano nel mondo del lavoro produttivamente e ci sono molte più persone anziane che escono dal sistema produttivo e diventano un costo per la collettività. In pratica: se la popolazione non cresce, i costi fissi di questa struttura economica e sociale aumentano, quanto drammaticamente dipende da quanto è evidentemente squilibrata la struttura della popolazione e quant’è la sua ricchezza. I costi fissi però aumentano: aumentano i costi della sanità e aumentano i costi sociali. Non solo: non si possono più diminuire le tasse. Da sempre, dagli ultimi trent’anni, noi sentiamo dire dai nuovi governi che diminuiranno le tasse e mai sono state diminuite. Perché? Perché non si può; perché la struttura di una crescita zero impedisce di poter diminuire le tasse, senza far aumentare esponenzialmente i costi. C’è poi un altro fenomeno che impatta grazie al non tasso di crescita delle popolazione nell’economia, ed è il crollo del risparmio. I giovani che non hanno lavoro spostano il ciclo di accumulazione del risparmio di anni; le famiglie non si formano; molto spesso non si formano famiglie con un certo numero di impegni nei confronti dei figli, cosicché il risparmio si estingue. Ci sono meno attività finanziarie sul mercato, che vengono intermediate dal sistema bancario. Il denaro, quindi, costa di più e ce ne è meno. Si devono così inventare i prodotti derivati. A questo punto quando il crollo dello sviluppo del mondo occidentale è dovuto alla non natalità diventa un fatto preoccupante. Ci si inventa il tentativo di compensare questo crollo dello sviluppo attraverso attività finanziarie e quindi anzitutto con la delocalizzazione – si cerca di trasferire tutte quelle produzioni in Asia, per riportarle al nostro interno a costi minori; e con una maggior produttività, ma la maggior produttività ha dei limiti. E’ come se per lei la maggior produttività personale della sua famiglia consistesse nel fare lo straordinario: lei può fare un 10 per cento in più del suo lavoro normale e delle sue attività, può fare un 20 per cento in più, ma più di quello non può andare perché ha una soglia minima fisica e vitale oltre alla quale lei non può andare. Conseguentemente come può aumentare il suo prodotto interno lordo o tenerlo sufficientemente in piedi per una economia che invece sta crollando? Può fare gli straordinari – come dicevamo prima – o può mandare sua moglie a comprare i prodotti della vostra famiglia al supermercato-discount per cercare di spendere meno, ma poi ha un solo mezzo, quello di indebitarsi. Il sistema incomincia a crescere grazie all’indebitamento delle famiglie. Chiunque può aumentare il suo prodotto interno lordo. Se io ho un prodotto interno lordo di 100 e voglio andare a 120-130, questo è facilissimo se una banca mi finanzia per 20 o per 30. Ma quello è un prodotto interno lordo non sostenibile sul lungo termine, perché io devo garantire di poterlo pagare. Le faccio un esempio: negli ultimi 10 anni, il tasso di indebitamento delle famiglie americane, già abbastanza alto (che era il 68 per cento del prodotto interno lordo nel 1998 circa) dal 68 per cento passa nel 2008 al 96 per cento del prodotto interno lordo, aumenta cioè di 28 punti. Se lei prende 28 punti percentuali di crescita su 10 anni e lo divide per 10 anni, ha una media del tasso di crescita del 2.8 per cento all’anno dovuto esclusivamente al consumismo a debito delle famiglie americane. In pratica, questa è stata l’origine della crisi, fino poi ad arrivare agli eccessi dei cosiddetti subprime. L’origine per cui lo strumento finanziario, la leva a debito, l’espansione del credito è stata fatta è per compensare il tasso di crescita dello sviluppo dell’economia legato al fatto che non nascevano figli.

 
D. – Nella sua enciclica, Benedetto XVI insiste sulla necessità di guidare la globalizzazione, con un “orientamento culturale personalista e comunitario”, chiedendo di istituire “un grado superiore di ordinamento internazionale”. Sono obiettivi che possono entrare presto nell’agenda politica mondiale?

 
 R. – La risposta è sì. Per il Santo Padre il futuro è sempre legato ad un addendo in più che a noi scappa, che è la grazia, che fa sì che l’uomo faccia miracoli, se così posso dire. Però vediamo qual è il problema. Noi non dobbiamo considerare la globalizzazione un fine, la globalizzazione è un mezzo ed un mezzo molto opportuno per globalizzare il bene, per globalizzare i valori che si hanno, che permettono all’uomo di avere uno sviluppo integrale. Quindi, anzitutto, la globalizzazione è un mezzo. La globalizzazione per essere effettiva deve avere un fine, come qualsiasi mezzo. Non esiste un mezzo che di per sé sia buono. Neanche un ospedale, neanche una clinica di per sé è buona: è funzione di chi la gestisce decidere cosa farle fare. Quindi, un mezzo non è mai buono o cattivo, un mezzo è neutrale per definizione. Ma per dare un senso all’uso di un mezzo, l’uomo deve avere idee forti, deve avere un pensiero forte. Altrimenti, se l’uomo non ha un pensiero forte che lo aiuti a capire cosa vuol dire dare un senso ad uno strumento delle dimensioni e dell’importanza della globalizzazione, finirà che la globalizzazione si impossesserà dello stesso pensiero. Se non è il pensiero a determinare il comportamento, sarà il comportamento ad influenzare il pensiero. Perché non è facile? Perché noi stiamo globalizzando varie culture, molto diverse. Prendiamo le tre grandi aree, prescindo poi da quelle minori. La grande area nord americana, da un punto di vista della cultura è protestante americana, molto liberal, molto aperta, molto liberista, molto determinata, però con una capacità di comportamento che ogni tanto può sorprendere noi europei, che siamo sempre abituati a domandarci se quello che facciamo è bene o è male, magari perdendo anche un po’ tempo. Loro magari esagerano un poco nell’attivismo, nel decisionismo, per poi pentirsi successivamente. Quindi, già il modello americano ha una visione culturale di come si fanno le cose che non è quello europeo. Quello europeo, in linea di massima, è poco sostenuto da noi stessi europei, che addirittura ci sviliamo, da un certo punto di vista sviliamo le nostre radici, quello in cui crediamo. L’Europa in questo momento è in una situazione completamente diversa, anche nei confronti di una crisi economica. Prima di tutto è divisa e ha visioni completamente diverse di come si fanno le cose. Leggevo sul giornale di Sarkozy, che dice “Sull’immigrazione non faremo gli errori che ha fatto l’Italia”. Già questo ce la dice lunga su come l’Europa potrà stabilire insieme una politica di immigrazione. Andiamo all’Asia: pensiamo soltanto che in Asia abbiamo già una Cina e un’India, che sono dominanti. Che cultura religiosa ha la Cina? Io ho un figlio che da tre anni è in Cina, fa l’economista, e che ogni tanto mi permette di capire qualcosa di più. Lei sa certamente, avrà riflettuto sul fatto che il comportamento economico di un soggetto che sia banchiere, industriale, uomo politico, economista, non è soltanto legato agli studi che ha fatto, asettici, neutrali, ma è funzione anche dell’educazione che ha avuto. Qual è l’educazione cinese? C’è un po’ di confucianesimo, un po’ di buddismo e un po’ di maoismo, mixato tutto insieme. Allora, cos’è per loro dire la verità, mantenere la parola, il senso del dovere, il senso dell’obbedienza? E’ il nostro? Non lo so. E poi ci sono due Paesi emergenti - l’America Latina la lascerei da parte – ma ce n’è uno che preoccupa di più, in questo scenario internazionale, che è l’Africa. L’Africa che noi ex colonialisti europei abbiamo sempre disdegnato, l’abbiamo sempre considerata un qualcosa da utilizzare secondo l’occorrenza, per poi aiutarla anche a crescere, perché gran parte della crescita intellettuale dell’Africa è dovuta al fatto che il buon colonialismo europeo ha dato anche tanti valori: i Paesi che sono stati colonizzati sono quelli che si sono evoluti prima, senza nessun dubbio. Però oggi l’Africa sta per essere conquistata dai cinesi, da due punti di vista: come risorse e materie prime e come manodopera. L’africano sta diventando la manodopera a basso costo del cinese. Ma il cinese ha la stessa visione dell’uomo che abbiamo noi? Queste sono le grandi domande, che secondo me il Pontefice si sta ponendo. Ecco perché è preoccupato, in un processo di globalizzazione, di quali siano i valori dell’uomo. Oggi c’è una sola grande ed unica autorità morale, che continua a richiamare, per tutti e in tutte le condizioni, il valore dell’uomo: il Papa della Santa Chiesa cattolica apostolica romana. Io non ne conosco nessun altro.

 
D. – Per sostenere lo sviluppo dell’intera famiglia umana, Benedetto XVI fa riferimento al principio di sussidiarietà, e all’”autonomia dei corpi intermedi”, bocciando invece le forme di “assistenzialismo paternalista”. E’ un modello che si sta affermando o c’è ancora molto da fare nella gestione degli aiuti internazionali?

 
R. – Senta, il modello assistenzialistico, paternalistico come lo chiama lei, non aiuta l’uomo a crescere, non gli dà le motivazioni per svilupparsi, per rafforzarsi, per rendersi indipendente. E’ come la cultura del “know why” e del “know how”. Il “know why” è il sapere perché: se l’uomo capisce il perché e impara a gestire la sua vita, fa le cose. Se uno impara soltanto il come, al massimo può fare quello che ha imparato a fare il come. La cultura classica europea è sempre stata quella del “know how why”: sapere perché, prima di sapere come. Questo è un punto essenziale in questo ragionamento. Il secondo punto è la sussidiarietà. Ci sono due tipi di sussidiarietà, che secondo me il Pontefice delinea nella stessa enciclica. Il primo è la sussidiarietà dell’individuo verso lo Stato. Un caso tipico è la situazione americana. Gli americani sono stati utilizzati per 15 anni per sostenere a debito la crescita del prodotto interno lordo americano che vacillava. E gli Stati Uniti, come sappiamo, hanno avuto anche dei periodi complessi - pensiamo all’11 settembre del 2001 - dovendo ricostruire un atteggiamento nei confronti del terrorismo, come grandi guardiani dell’umanità, probabilmente aumentando notevolmente le loro spese anche di difesa, e le spese si pagano. Ecco l’esigenza di una crescita del pil. Una spesa forte nella difesa, per gli armamenti, dopo l’11 settembre, che è aumentata negli anni successivi con tassi del 14, 15 per cento all’anno, deve essere sostenuta dalla crescita di un prodotto interno lordo. Da qui l’esigenza di far crescere il prodotto interno lordo. E come si fa a farlo crescere? Ecco l’abitudine americana: si lascia la libertà nell’individuo di farlo; lo si mette in condizione di farlo: tassi bassi e attrattiva per una forma di consumismo. Dopo 10 anni le famiglie americane sono diventate povere, hanno perso una grande parte dei loro investimenti liquidi, hanno perso una gran parte del valore della loro casa, che non hanno ancora pagato, hanno perso una parte del fondo pensione, che è privato notoriamente, si sono indebitate per due o tre anni e rischiano di perdere il posto di lavoro. In pratica, le famiglie sono entrate sussidiarie all’esigenza di crescita dello Stato. Ecco la sussidiarietà negativa, la sussidiarietà contraria a quello che dovrebbe essere, realizzando il sogno di John Fitzgerald Kennedy, cattolico, che diceva: “Cittadino americano, non stare a pensare a quello che lo Stato può fare per te, ma a quello che tu puoi fare per lo Stato”. Qualche decennio dopo lo abbiamo visto che cosa ha fatto il cittadino per fare qualcosa per lo Stato: si è indebitato, diventando più vulnerabile e più debole. Poi c’è una seconda sussidiarietà pericolosa, quella dei Paesi del terzo mondo, che sono utilizzati, ogni tanto anche gestiti, in modo tale da poter avere dei vantaggi nei loro confronti – le materie prime, il problema della manodopera – dimenticandosi completamente di loro, quando questi vantaggi non sono più gestibili, utilizzabili. Ecco, queste sono le due sussidiarietà che in questo mondo, in questo momento, stiamo affrontando e vedendo. Non dimentichiamocelo, in gioco non c’è soltanto un equilibrio economico, di ripresa economica, che sarà lunga e difficile, ma in gioco c’è “che cosa farà il cittadino per questo?”. Vi faccio un esempio. L’Italia è un Paese che ha alcune grandi risorse per fronteggiare una strategia nei confronti della crisi: per esempio, le sue piccole e medie imprese, il risparmio degli italiani. Io temo che questo risparmio possa essere portato a tradursi in consumi, quando il risparmio sappiamo che invece è la protezione di un individuo, della sua famiglia, delle sue scelte. Invece di stimolare le famiglie e la società a ricominciare a credere nel futuro e a fare figli - perché noi non facciamo figli, noi facciamo meno figli del tasso di sostituzione, infastidendoci poi dei progetti di immigrazione che ci danno fastidio - abbiamo smesso di far figli e abbiamo creato una situazione, un contesto economico negativo di decrescita, e decrescita vuol dire maggior austerità. Ma noi non vogliamo essere più austeri nel nostro stile di vita, noi non vogliamo la sobrietà. La sobrietà non la cerchiamo e se per caso si avvicina la fuggiamo.

 
D. – Sussidiarietà, però, il Papa la usa anche in termine positivo…

 
La sussidiarietà dello Stato verso il cittadino: è il cittadino, la famiglia, a cui il resto deve essere sussidiario, non viceversa. Invece la mia impressione, dappertutto, in molte nazioni, e sono poche le nazioni in cui non l’ho visto - anche nella grande nazione americana, che è stata sempre il grande simbolo della libertà, del liberismo – abbiamo visto che la famiglia e l’individuo sono stati sussidiari alla crescita, al bisogno di crescita dello Stato, per compensare un’esigenza di maggior crescita del proprio prodotto interno lordo. Guardi 20 anni fa l’America e guardi l’Asia, già nel processo di globalizzazione: l’America cresce del tasso del 3 per cento, l’Asia dell’8, del 9, del 10, 14, 15 per cento. Cosa dice l’economista della geopolitica? Dice che fra dieci anni l’America è cresciuta dell’80 per cento e l’Asia del 300 per cento. Chi gestirà il potere fra dieci anni? Il problema si pone ed è anche un problema di carattere geopolitico, non soltanto economico. La competizione fra gli Stati è anche questa: la popolazione è ricchezza. I neo-malthusiani dicevano che in Cina e in India sarebbero morte di fame milioni di persone. La Cina e l’India sono entrate nel ciclo economico dello sviluppo, sono diventate players, attori importantissimi nella produzione, nei consumi e nella generazione di ricchezze finanziarie, tanto che oggi soltanto la Cina ha quasi tra il 35 e il 40 per cento del debito pubblico americano. Quindi, non soltanto si sono sviluppate e hanno creato benessere, che si sta diffondendo piano, piano, ma sostengono persino le nostre economie mature che stavano crollando. Fra dieci anni la Cina dominerà il mondo. E’ bene o è male? L’unico problema è che quando si domina il mondo economicamente si esportano e si divulgano anche le proprie culture, il proprio pensiero. La mia domanda aperta è: qual è la cultura cinese che noi importeremo nei prossimi dieci anni? Qual è il pensiero? Quali sono i valori che verranno esportati? Queste sono le domande che ci si pone.







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