2009-11-01 10:42:04

Colloqui all'Onu sul commercio delle armi: i profitti nei Paesi ricchi, i morti nei Paesi poveri


Le Nazioni Unite si apprestano a discutere nuovamente, in questi giorni, il progetto per un Trattato sul commercio delle armi. Questo Trattato è stato ricordato anche nell’elenco finale delle Proposizioni del recente Sinodo per l’Africa del Sinodo dei Vescovi consegnate al Papa. I negoziati per l’adozione di questo accordo si sono arenati tre anni fa sulla discussione relativa al traffico illecito di armi di piccolo calibro. Secondo i dati delle Nazioni Unite nel mondo ci sono 875 milioni di piccole armi in circolazione. Sull’attuale regolamentazione delle armi a livello internazionale Stefano Leszczynski ha intervistato Francesco Vignarca, coordinatore della rete italiana per il disarmo:RealAudioMP3

R. – Il problema vero è che non esiste una regolamentazione a livello internazionale. La regolamentazione è data dalle singole legislazioni nazionali, per cui possono esserci leggi buone, leggi meno buone ma senza un’armonia. E quindi, se io voglio poi esportare in Paesi che hanno problematiche, posso girare tranquillamente gli ostacoli con la cosiddetta “triangolazione”, cioè esporto da un Paese che ha leggi rigide in uno che non le ha e da quello poi vado a finire nelle zone di conflitto. In Africa, molti studi delle maggiori organizzazioni mondiali fanno capire come oltre il 95 per cento delle armi nei conflitti locali provenga da fuori Africa, quindi fondamentalmente loro si ammazzano, ma chi riesce a guadagnarci denaro sono le aziende anche e soprattutto occidentali.
 
D. – Quali sono stati, fino ad oggi, gli ostacoli che hanno impedito di arrivare ad un accordo di questo tipo?
 
R. – Il problema veramente grosso sono stati sempre gli Stati Uniti, che si sono opposti a qualsiasi tipo di regolamentazione. Dovete pensare che gli Stati Uniti, oltre ad essere il Paese con oltre il 50 per cento delle spese militari mondiali, è anche quello che esporta maggiormente. Adesso pare che, grazie allo sforzo della società civile di molti Stati che si sono spesi per questo Trattato, si stia arrivando ad una buona situazione. Un Trattato che sia debole e non sia anche fortemente strutturato per capire chi viola questo Trattato è inutile, non è quello che le organizzazioni della società civile vogliono.
 
D. – Da più parti si fa riferimento al Trattato per la messa al bando delle mine antipersona …
 
R. – Effettivamente, è stata una bellissima stagione, quella del Trattato contro le mine anti-persona, perché per la prima volta un movimento, partito dalla società civile e poi preso per mano dagli Stati, ha portato un risultato concreto, forte e anche definitivo, in un certo senso. Attualmente, ci sono i programmi degli Stati e delle Nazioni Unite per la distruzione delle mine anti-persona. Il Trattato internazionale sul commercio delle armi si applicherebbe a tutti i tipi di armi, dalla pistola all’elicottero alla portaerei; per cui, capite bene che diventa più complesso accettarlo per tutto il comparto militare industriale che su queste cose ci vive, ci fa i profitti.
 
D. – Insomma, le piccole armi sono quelle che vanno per la maggiore, sembra di capire...
 
R. – ...tant’è vero che l’ex segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, ha dichiarato qualche anno fa che le armi cosiddette “piccole”, “leggere” sono le vere armi di distruzione di massa: fanno circa 500 mila morti all’anno. Vuol dire una persona al minuto. Tenete presente che ogni anno nel mondo vengono prodotti 13 miliardi di munizioni, per cui sono due pallottole in giro per il mondo per ciascuna persona che abita su questa terra. Ecco: effettivamente, qui si tratta di un problema grave, di una piaga grossa, perché sono le armi piccole, leggere che alimentano i conflitti, soprattutto quelli più dimenticati, soprattutto quelli più violenti, soprattutto quelli nei Paesi più poveri, come quelli africani.







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