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Sommario del 17/02/2017

Il Papa e la Santa Sede

Oggi in Primo Piano

Il Papa e la Santa Sede



Papa a Roma Tre: università è dialogo nelle differenze

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Le migrazioni “non sono un pericolo”, ma “una sfida per crescere”: la via è quella dell’integrazione, di cui discutere anche nelle università, luogo di “dialogo nelle differenze”. Così Papa Francesco, in visita stamani all’Università degli Studi Roma Tre. Incontrando studenti, professori e tutto il personale dell’ateneo, il Pontefice, parlando a braccio, ha invitato alla “concretezza”, di fronte alla “liquidità” di società ed economia. Il servizio di Giada Aquilino

Per la prima volta Papa Francesco entra in un ateneo pubblico romano e subito chiarisce la sua idea di università: un luogo di “dialogo nelle differenze”. L’Università degli Studi Roma Tre, la più giovane della capitale italiana, con i suoi 25 anni d’età, lo accoglie con i propri giovani, una folta rappresentanza dei 40 mila iscritti, che lo attende nel piazzale antistante la sede di Via Ostiense: in lontananza si intravedono quelli che una volta erano gli edifici industriali della zona, nell’area proprio dove nel 1992 venne fondato l’ateneo. Appena arrivato, i saluti del rettore Mario Panizza e delle istituzioni universitarie, quindi Francesco ascolta le domande rivoltegli da quattro studenti. Consegnando il discorso ufficiale, risponde a braccio, su temi che gli sono cari. È affiancato da una traduttrice nel linguaggio dei segni, per i non udenti. Su invito di Giulia, riflette sulla violenza, che nasce dal poco, per strada, in famiglia, nel nostro linguaggio: oggi – nota – c’è “violenza nell’esprimersi, nel parlare”, ci si dimentica perfino di “dare il buongiorno”:

“La violenza è un processo che ci fa ogni volta più anonimi: ti toglie il nome. Anonimi gli uni verso gli altri. Ti toglie il nome e i nostri rapporti sono un po’ senza nome: sì, è una persona quella che ho davanti, con un nome, ma io ti saluto come se tu fossi una cosa. Ma questo che noi vediamo qui, cresce, cresce, cresce e diviene la violenza mondiale. Nessuno, oggi, può negare che stiamo in guerra, e questa è una terza guerra mondiale a pezzetti, ma c’è. Bisogna abbassare un po’ il tono e bisogna parlare meno e ascoltare di più”.

In un mondo in cui, nota Francesco, anche “la politica si è abbassata tanto”, perdendo il “senso della costruzione sociale, della convivenza sociale”, la prima medicina contro ogni violenza diventa quella del cuore “che sa ricevere”, in un dialogo che “avvicina”, nell’ascolto dell’altro:

“La pazienza del dialogo. E dove non c’è dialogo, c’è violenza. Ho parlato di guerra: è vero, stiamo in guerra. E’ vero. Ma le guerre non incominciano là: incominciano nel tuo cuore, nel nostro cuore. Quando io non sono capace di aprirmi agli altri, di rispettare gli altri, di parlare con gli altri, di dialogare con gli altri: lì incomincia la guerra”.

L’università, sottolinea, è invece il luogo "dove si può dialogare, dove c’è posto per tutti”, ognuno con il proprio modo di pensare. Altri luoghi, osserva, dove ciò non avviene non possono essere considerati alla stessa stregua:

“Le università di élite, che sono generalmente cosiddette università ideologiche, dove tu vai, ti insegnano questa linea, soltanto, di pensiero, questa linea ideologica e ti preparano a essere un agente di questa ideologia. Quella non è università: quella non è università. Dove non c’è dialogo, dove non c’è confronto, dove non c’è ascolto, dove non c’è rispetto per come la pensa l’altro, dove non c’è amicizia, dove non c’è la gioia del gioco, lo sport, tutto quello, non c’è università. Tutto insieme”.

L’invito, rispondendo a Riccardo e a Niccolò, è dunque a “cercare sempre l’unità”, concetto “totalmente” diverso dall’uniformità. Per essere tale, afferma, “si fa con la diversità”, perché il pericolo di oggi - a livello mondiale - è concepire “una globalizzazione nella uniformità”. La via è quella di un modello - già citato dal Papa - preso a prestito dalla geometria, il poliedro:

“C’è una globalizzazione poliedrica, c’è un’unità, ma ogni persona, ogni razza, ogni Paese, ogni cultura sempre conserva la sua identità propria. E questa è l’unità nella diversità che la globalizzazione deve cercare”.

Anche nella comunicazione, rileva il Pontefice, c’è al momento una certa “celerità”; Francesco evoca la “rapidazione”, termine coniato dagli olandesi – spiega, riallacciandosi ad un recente dialogo avuto coi gesuiti - per indicare la progressione geometrica in termini di velocità e che oggi può applicarsi al mondo della comunicazione:

“Tante volte una comunicazione così rapida, così leggera, può diventare liquida, senza consistenza e questo è uno dei pericoli di questa società - questa non è una parola mia, la ‘società liquida’, l’ha detta Bauman da tempo - , la liquidità senza consistenza. E noi dobbiamo prendere la sfida di trasformare questa liquidità in concretezza”.

Un “dramma”, quello della “liquidità”, che caratterizza pure l’economia, che non produce più “lavoro concreto” per i nostri giovani. Succede in Europa, evidenzia il Papa, dove aumenta la percentuale di disoccupazione per i ragazzi “dai 25 anni in giù”:

“Questa liquidità dell’economia toglie la concretezza del lavoro e toglie la cultura del lavoro perché non si può lavorare, i giovani non sanno cosa fare”.

Vengono sfruttati, cadono nelle dipendenze, vengono portati al suicidio o – osserva ancora Francesco – ad arruolarsi “in un esercito terrorista”. Serve, ripete, concretezza anche nell’economia, nel mondo come in Europa. Quel continente, spiega, che è stato caratterizzato nella sua storia “da invasioni, migrazioni”: è stato fatto “artigianalmente”. Ed oggi invece teme di perdere la propria “identità” se - aggiunge - “viene gente di altra cultura”. Le migrazioni, ribadisce Francesco, “non sono un pericolo”, ma “una sfida per crescere”. Parla del viaggio a Lesbo – “ho sofferto tanto”, ricorda – e racconta di come Nour, la ragazza siriana che gli ha rivolto una delle domande, sia arrivata in Italia con la sua famiglia ed un altro piccolo gruppo di rifugiati a bordo del volo papale di rientro dall’isola greca. Quindi il Pontefice rivolge il proprio sguardo a chi fugge dall’Africa e dal Medio Oriente:

“Perché c’è la guerra e fuggono dalla guerra, o c’è la fame e fuggono dalla fame. Ma quale sarebbe la soluzione ideale? Che non ci sia la guerra e che non ci sia la fame, cioè fare la pace o fare investimenti in quei posti perché abbiano risorse per lavorare e guadagnarsi la vita”.

È un invito dunque, quello del Papa, a “non sfruttare”: lo rivolge ai “potenti” della Terra, come ai criminali che gestiscono i traffici dei “barconi” carichi di migranti, che fanno sì che il Mediterraneo si sia trasformato in un “cimitero”:

“Non dimentichiamo questo: il nostro mare, il ‘mare nostrum’, oggi è un cimitero. Pensiamolo quando stiamo da soli, come se fosse una preghiera”.

Il pensiero va quindi al viaggio a Lampedusa – “ho sentito che dovevo andare”, spiega – quando il fenomeno migratorio stava cominciando: oggi, constata, “è di tutti i giorni”. Quindi, come accogliere chi arriva?

“Prima, come fratelli e sorelle umani: sono uomini e donne come noi. Secondo, ogni Paese deve vedere quale numero è capace di accogliere. E’ vero: non si può accogliere se non c’è possibilità. Ma tutti possono fare. Poi, non solo accogliere: integrare. Integrare, cioè ricevere questa gente e cercare di integrarli. Che imparino la lingua, cercare un lavoro, un’abitazione: integrare. Che ci siano organizzazioni per integrare”.

È questo il significato di “porte aperte”, prosegue Francesco:

“Loro portano una cultura, una cultura che è ricchezza, per noi. Ma anche loro devono ricevere la nostra cultura e fare uno scambio di culture. Rispetto. E questo toglie la paura. Ma, c’è la paura, sì; ma la paura non è soltanto dai migranti: i delinquenti che vediamo sui giornali, le notizie, sono nativi di qui, o immigrati, di tutto: c’è di tutto! Ma integrare è importante”.

Il rischio è che succeda come in Belgio, dove - ricorda - gli autori della strage a Zaventem erano belgi, “figli di migranti, ma ghettizzati, non integrati”. Cita quindi l’esempio di accoglienza della Svezia nei confronti dei connazionali argentini. E conclude, prima dello scambio dei doni, riassumendo la propria “risposta alla paura”:

“Quando c’è questo: accoglienza, accompagnare e integrare, non c’è pericolo con le migrazioni. Si riceve una cultura e si offre un’altra cultura”.

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Accoglienza calorosa per Francesco a Roma Tre

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Più di 2.500 persone, tra studenti, professori e personale dell’Università, si sono radunate nello spazio di fronte il rettorato per ascoltare le parole del Papa. Per tanti un incontro emozionante. Alessandro Guarasci

Tanti ragazzi, ma anche professori, sono arrivati alle 6 di mattina per vedere il Papa da vicino. Questo è il più giovane ateneo romano e cerca di fare dello scambio tra culture un suo punto di forza. L’invito al dialogo, ad aprirsi, hanno stimolato tanti studenti:

R. - Mi ha impressionato come abbia compreso le difficoltà dei giovani neolaureati, disoccupati, e quindi cercare di mettersi nei loro panni per dare una mano anche con qualche parola.

R. - Sicuramente ci ha dato un messaggio di speranza e una visione ottimistica del mondo. Siamo stati più attenti ai giovani, all’università, a quello che sarà il mondo domani.

R. - Il vigore con cui ha rimarcato il ruolo dell’università e la distinzione tra università ideologiche e università che seguono la terza missione con un altro approccio.

R. - Parole semplici ma di grande classe allo stesso tempo. Ci fa capire che sta tutto nelle cose semplici… Con il dialogo si sconfigge la violenza.

R. - Avere anche una pace interiore all’interno della famiglia porta anche la pace fuori. Proveremo a seguire direttamente l’insegnamento di oggi.

Il rettore di Roma Tre Mario Panizza parla di un ateneo "senza recinti" che vuole dare la parola a tutte le culture, aperto a tutta la città:

R. - Non avere paura perché solo conoscendo si scongiura la paura.

D. - Vi ha dato una spinta ad aprirvi ancora di più all’esterno, questa visita?

R. - Ci apriamo abbastanza, sicuramente lo faremo sempre di più. Se uno non ascolta non riesce neanche a parlare. Questo mi sembra che sia proprio il segnale più importante, la traccia sia per i ragazzi che per noi educatori.

Insomma, Roma Tre riparte anche da questo incontro per rilanciare il ruolo dell’università nella società italiana.

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Papa ai movimenti popolari: ignorare i poveri è truffa morale

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La ferite sociali causate da un sistema economico disumano e diffuso possono essere curate e guarite con l’atteggiamento del buon samaritano, facendosi “prossimi di chi ha bisogno”. Lo ha affermato Papa Francesco nel Messaggio inviato ai partecipanti all’incontro dei Movimenti popolari in corso da ieri e fino a domani nella città di Modesto, in California. Il servizio di Alessandro De Carolis:

I buoni samaritani salveranno il mondo, cioè coloro che hanno l’autentica capacità di farsi prossimi dei bisogni di chi soffre. Non l’ipocrisia di chi si riempie le tasche ignorando con stile le piaghe sociali per poi manipolare le coscienze quando le ferite sono così evidenti che non si può più fingere di non vederle. Come spesso gli accade quando i suoi interlocutori sono le “elite” delle periferie – i questo caso i movimenti sociali – Papa Francesco trova espressioni graffianti per smascherare i guasti di quello che chiama “paradigma imperante”, un “sistema economico” che causa “enormi sofferenze alla famiglia umana” perché basato sulla ricerca di profitto e non sulla solidarietà.

Sempre il buon samaritano
Ai partecipanti all’incontro di Modesto, in California, Francesco racconta ancora una volta la parabola del buon samaritano. Del contrasto stridente fra lo “straniero, pagano e impuro” che si china sul moribondo aggredito dai ladri e si prende cura di lui e la fretta indifferente del sacerdote e del levita, esponenti legati al Tempio che voltano le spalle all'uomo ferito e alla legge di Dio che chiedeva di prestare soccorso in casi simili.

L’ipocrisia dell’indifferenza
“Le ferite causate dal sistema economico che ha al centro il dio denaro e che a volte agisce con la brutalità dei ladri della parabola sono state colpevolmente trascurate”, afferma il Papa, che denuncia lo “stile elegante” usato “per distogliere lo sguardo” in “modo ricorrente: sotto l'apparenza della correttezza politica o delle mode ideologiche – scrive – si guarda a chi soffre senza toccarlo, lo si guarda in diretta tv, e si adotta un discorso all’apparenza tollerante e pieno di eufemismi, ma nulla viene fatto di sistematico per guarire le ferite sociali né per affrontare le strutture che lasciano tanti fratelli lungo strada”. Si “tratta – prosegue Francesco – di una truffa morale che, prima o poi, viene fuori e si dissipa come un miraggio. I feriti ci sono, sono una realtà”, la “disoccupazione è reale” come lo sono, insiste, la violenza, la corruzione, la crisi di identità, “lo svuotamento delle democrazie”, la "crisi ecologica", di fronte alla quale il Papa esorta popoli indigeni, pastori e ai governanti a “difendere la creazione”, confidando nella scienza ma senza credere all’esistenza di una “scienza neutrale”.

La cancrena prima o poi si vede
In ogni caso, obietta il Papa, “la cancrena di un sistema non si può camuffare eternamente perché prima o poi la puzza si sente e quando non può più essere negata – è la sua critica – dallo stesso potere che ha generato questo stato di cose nasce la manipolazione della paura, l'insicurezza, la rabbia, inclusa la giusta indignazione della gente, e si trasferisce la responsabilità di tutti i mali a un ‘non prossimo’". E questa, sottolinea, è la tentazione più grande che alimenta questo “processo sociale” in atto “in molte parti del mondo” e che per Francesco “costituisce una seria minaccia per l'umanità”: la tentazione cioè di “classificare le persone in ‘prossimo’ e ‘non prossimo’”, in “quelli che possono diventare vicini di casa e quelli che non possono”.

La scelta della compassione
Al contrario Gesù, ricorda il Papa, “insegna un altro modo”. Insegna a “diventare prossimo di qualcuno che ha bisogno”, attitudine possibile se nel proprio cuore si ha la “compassione”, la “capacità di soffrire con l'altro”. E la Chiesa, soggiunge, deve essere “come l’albergatore al quale il samaritano affida, al termine della parabola, la persona che soffre”. “Ai cristiani e a tutti gli uomini di buona volontà – sprona Francesco – spetta vivere e agire adesso”, perché già troppo “tempo prezioso” è stato perso “senza risolvere queste realtà distruttive”. È “dalla partecipazione attiva delle persone”, “in gran parte” attuata dai “movimenti popolari”, che dipende il modo in cui si potrà risolvere “questa crisi profonda”. Il Papa ripete poi quanto detto nell’ultimo incontro con i movimenti popolari, che “nessun popolo è criminale e nessuna religione è terrorista". Che "non esiste il terrorismo cristiano” né quello “ebraico” o “islamico”. “Affrontando il terrore con l’amore – dice – lavoriamo per la pace” e in ciò, conclude, “sta la vera umanità che resiste alla disumanizzazione manifestata in forma di indifferenza, ipocrisia e intolleranza”.

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Presentato al Papa il Congresso delle grandi città a Rio de Janeiro

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Rio di Janeiro sarà la grande metropoli brasiliana che dal 13 al 15 luglio prossimi accoglierà il secondo Congresso internazionale delle grandi città dedicato all’Enciclica: “Laudato si’ sulla cura della casa comune". Il programma dell’evento è stato presentato al Papa, ieri, in udienza privata dal card. Lluís Martínez Sistach, arcivescovo emerito di Barcellona, organizzatore del primo incontro svoltosi a maggio e a novembre del 2014 nella città catalana.

L’attenzione del Papa per la pastorale urbana
Il card. Sistach ha affermato che il Santo Padre è interessato al tema della pastorale nelle città fin da quando era arcivescovo di Buenos Aires. “Già d’allora - si legge nel comunicato dell’arcidiocesi di Barcellona – il card. Bergoglio aveva manifestato la preoccupazione della Chiesa per i grandi concentramenti urbani”. Nel suo discorso ai partecipanti al primo Congresso, infatti, il Papa aveva accennato alle difficoltà che, in quanto arcivescovo di una megalopoli come Buenos Aires, aveva dovuto affrontare e aveva invitato i vescovi ad approfondire “sfide e possibili orizzonti di una pastorale urbana”. Tra queste: una “pastorale evangelizzatrice audace e senza timori”, il “dialogo con la multiculturalità”, la forza della “religiosità popolare” e l’attenzione “ai poveri, agli esclusi, agli scartati”. 

Acqua, inquinamento e rifiuti a confronto
Il prossimo Congresso, che sarà “strettamente dedicato al mondo latinoamericano”, incentrerà i suoi lavori sugli insegnamenti di Papa Francesco sull’ecologia, alla luce dell’enciclica "Laudato si’". Gli interventi di esperti di tutto il mondo in ecologia, leader religiosi, rettori di prestigiose università e sindaci delle grandi città saranno alla base dei dibattiti che si svolgeranno in tavole rotonde e simposi. Tre saranno gli argomenti ecologici dai quali si prenderanno spunti per le riflessioni: il problema dell’acqua, le questioni relative all’inquinamento dei grandi agglomerati urbani e la gestione dei rifiuti. Il Congresso è promosso dalla Fondazione “Antoni Gaudí per le Grandi Città”, presieduta dallo stesso card. Sistach, con la collaborazione del card. Orani João Tempesta, arcivescovo di Rio di Janeiro. (A.T.)

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Oggi in Primo Piano



Francia: varata "legge bavaglio" contro siti in difesa della vita

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In Francia, il parlamento ha approvato ieri in via definitiva la legge che estende il reato “di ostacolo all’interruzione volontaria di gravidanza” ai siti web, molti dei quali cattolici, che vogliono offrire alle donne alternative all’aborto. In molti, sia credenti che non credenti, attaccano la norma come un attentato alla libertà di espressione. Il servizio di Sergio Centofanti

200 mila aborti all’anno in Francia
In Francia i siti statali propongono solo l’aborto alle donne che vogliono informarsi sull’argomento. Non nominano mai il bambino, non parlano di embrione o feto, ma solo e genericamente di “contenuto” della gravidanza. Ogni anno nel Paese si registrano 200mila aborti. I siti internet a difesa della vita sono nati come luogo d’ascolto di quelle donne che si trovano nell’angoscia di una decisione drammatica e vorrebbero saperne di più.

Legge liberticida: si rischiano due anni di carcere
Ora, secondo la nuova legge, chi scrive sul web rischia una pena fino a 2 anni di carcere e 30 mila euro di multa. Le Associazioni familiari cattoliche francesi parlano di “un giorno buio per il diritto alla vita” e di “un giorno nero per la libertà di espressione”. I fautori della legge minimizzano: dicono che non saranno perseguiti i siti chiaramente in difesa dei nascituri, ma solo quelli che si presentano come neutri dando false informazioni. Ma la legge nella sua formulazione è vaga ed estensibile. Persino testate laiche come "Le Monde" parlano di legge liberticida e misura bavaglio.

I vescovi francesi scrivono a Hollande
Il presidente della Conferenza episcopale francese, mons. Georges Pontier, ha inviato una lettera al presidente Hollande. “L’interruzione volontaria di gravidanza – scrive – che lo si voglia o no, rimane un atto pesante e grave che interroga profondamente la coscienza. In situazioni difficili, sono numerose le donne che non sanno se portare a termine o meno la gravidanza e avvertono il bisogno di parlarne con qualcuno, cercare un consiglio”. I siti Internet – ora incriminati – “compensano l’assenza di luoghi di ascolto” e “il loro successo prova che essi rispondono ad un’attesa”. Sono luoghi che accolgono tutti: “Donne che dopo un aborto hanno bisogno di parlare; altre che poi decidono di perseverare nel loro progetto di abortire, altre ancora che scelgono di tenersi il bambino. “Questa diversità di situazioni e comportamenti è resa possibile – afferma – perché questi siti garantiscono sempre spazi di libertà”.

Papa Francesco: difendere la vita senza compromessi
Nel gennaio scorso Papa Francesco ha fatto pervenire un messaggio di sostegno a quanti hanno partecipato alla Marcia per la vita in Francia: la Chiesa – aveva detto – non deve mai “rinunciare a proclamare che la vita umana deve essere protetta senza condizioni dal momento del concepimento fino alla morte naturale”. “Qui - aveva detto il Papa ai vescovi francesi nella loro visita ad Limina - non possiamo mai fare compromessi, senza diventare anche noi stessi colpevoli della cultura dello scarto, purtroppo largamente diffusa” e che colpisce sempre i “più deboli e indifesi”: i bambini ancora non nati, gli anziani e i malati: “Tutti noi alla fine ne porteremo le conseguenze dolorose”.

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Sud Sudan: nessuna via d'uscita per 1,5 milioni di rifugiati

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Profonda preoccupazione è stata espressa dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Acnur, per la drammatica situazione in cui versa il Sud Sudan, arrivato al quarto anno di conflitto, con oltre un milione e mezzo di rifugiati e nessuna soluzione in vista. Francesca Sabatinelli

E’ la terza crisi su scala mondiale per numero di rifugiati, dopo quelle di Siria e Afghanistan, eppure non suscita attenzione e, soprattutto, non raccoglie i finanziamenti necessari. La drammatica situazione del Sud Sudan rimane nel silenzio, così come nel silenzio si muove il milione e mezzo di rifugiati stimato dall’Onu che, per sfuggire alle violenze di matrice tribale, si è riversato nei Paesi limitrofi, come Uganda ed Etiopia, le cui situazioni interne presentano dinamiche molto simili a quelle del Sud Sudan. Ai rifugiati si aggiungono gli oltre due milioni di sfollati all’interno del Paese e su tutti, oltre alla violenza, gravano malnutrizione e fame. Valerio Granello è rappresentante del Cuamm-Medici con l’Africa in Sud Sudan e da qualche anno vive nella capitale, Juba:

“Praticamente, arriviamo a un terzo della popolazione tra rifugiati e sfollati interni, ma poi altre cifre delle Nazioni Unite parlano di oltre metà della popolazione residente in Sud Sudan, che ha problemi di malnutrizione, per cui è una situazione molto, molto drammatica. Si tratta di persone che fuggono da una zona rurale dove già vivevano con poco e lasciano quel poco per scappare, praticamente dipendono quasi totalmente dagli aiuti delle organizzazioni internazionali per qualsiasi cosa. Ovviamente, la salute è la nutrizione sono tra le principali necessità che devono essere attese. Teniamo conto che c’è anche, purtroppo, una componente molto importante a livello di trauma, che viene data dal conflitto in sé, ma che viene data anche da situazioni di stupri di massa, bambini soldato e tanti altri elementi che stanno portando il Paese a vivere una situazione estremamente delicata per quanto riguarda il conflitto e le conseguenze che questo potrà poi avere nel futuro sulle prossime generazioni, soprattutto per la matrice etnica che il conflitto sta assumendo”.

E’ dal 2013 che il Paese vive le violenze legate allo scontro tra le fazioni del presidente Salva Kiir e del suo ex-vice Riek Machar, il primo di etnia dinka, il secondo nuer. Dopo un periodo di tregua, il fallimento degli accordi di pace ha segnato il riaccendersi dei combattimenti e la fuga in massa dei civili:

“La questione principale, dall’indipendenza in poi (9 luglio 2011 ndr), è il deterioramento della situazione di violenza dovuto alla matrice etnica, e questo è un dato importante. Se consideriamo la difficoltà, notoriamente, di un Paese africano di portare avanti riforme strutturali, in un Paese appena nato e fragile come il Sud Sudan, dove ci sono di queste divisioni interne, è ancora più difficile. Ed è per questo che il governo sta lanciando, supportato dalla comunità internazionale, un processo chiamato di ‘dialogo nazionale’ , volto a cercare di limitare queste differenze a livello tribale, a livello etnico per cercare una via alternativa alla violenza e quindi possibilmente dare un futuro a questo Paese”.

Gli appelli delle organizzazioni umanitarie, così come delle agenzie dell’Onu coinvolte nel Paese africano, sono rivolti alle parti, affinché individuino al più presto una strada che conduca ad una pacificazione, e agli Stati sostenitori perché contribuiscano rapidamente al finanziamento delle operazioni umanitarie in Sud Sudan.

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Iraq: villaggi cristiani devastati da forze anti-jihadiste

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Milizie armate “spontanee” e gruppi paramilitari impegnati nella lotta contro i jihadisti dell'auto-proclamato Stato islamico (Daesh) sono responsabili di saccheggi, devastazioni e roghi di interi quartieri in almeno quattro villaggi nelle aree adiacenti a Mosul, azioni perpetrate dopo che le cittadine erano state ormai abbandonate dalle milizie del Califfato. E' questo lo scenario che emerge da un dettagliato report raccolto da Human Rights Watch (HRW).

Gruppi armati e milizie anti-jihadiste responsabili di saccheggi
Incrociando i racconti di molti testimoni oculari, e servendosi anche del riscontro di foto satellitari delle aree interessate, l'organizzazione internazionale – riferisce l’agenzia Fides - ha potuto verificare che a saccheggiare e devastare interi quartieri delle città da poco sottratte al controllo delle milizie del cosiddetto Stato islamico sono stati proprio gruppi armati e milizie di “auto-protezione popolare”. I saccheggi sarebbero avvenuti tra novembre 2016 e febbraio 2017. Tra i gruppi indicati come responsabili di violenze e distruzioni, secondo Human Rights Watch, ci sarebbero anche le forze di mobilitazione popolare conosciute come Hashd al-Sha'abi.

Devastati i villaggi di Qaraqosh e  al-Khidir
Tra le città saccheggiate e messe a ferro e fuoco, dopo la ritirata delle milizie jihadiste, c'è anche il villaggio di Qaraqosh, che era abitato interamente da cristiani e quello misto cristiano-sunnita di al-Khidir. Testimoni hanno confermato di aver ritrovato a febbraio le loro case saccheggiate o distrutte. Da Qaraqosh e da altri villaggi della Piana di Ninive, circa 60mila cristiani locali erano fuggiti precipitosamente nella notte tra il 6 ed il 7 agosto 2014. Ore drammatiche in cui l’esercito curdo si era improvvisamente ritirato davanti all'avanzare delle milizie dell'autoproclamato Stato Islamico. (A.L.)

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Siria: diplomazia al lavoro sul vertice di Ginevra

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Continua la lotta al sedicente Stato islamico nel nord della Siria con almeno 9 vittime civili nella zona di al-Bab e scontri intorno a Palmira. Intanto la diplomazia lavora per la ripresa dei negoziati tra governo e opposizioni in programma a Ginevra il 23 febbraio. L’Europa al G20 di oggi a Bonn ha sottolineato la necessità di un progetto politico per la stabilizzazione dopo che Iran, Turchia e Russia, nei giorni scorsi in Kazakistan, si sono trovati concordi nella tutela comune del cessate il fuoco. Sulle caratteristiche del prossimo summit e sul ruolo delle opposizioni per il futuro della Siria, Gabriella Ceraso ha intervistato Massimiliano Trentin esperto di Medio Oriente dell’Università di Bologna: 

R. – L’idea era che ad Astana bisognava coinvolgere le fazioni militari; a Ginevra, invece, prevale la dimensione politico-civile. Probabilmente ci sarà una maggiore connessione tra esponenti dei gruppi armati ed esponenti delle opposizioni civili in esilio, perché di fronte alle sconfitte militari o al passaggio fondamentale ad Aleppo c’è stato un riposizionamento tra opposizioni civili in esilio e opposizioni militari.

D. – I ribelli arrivano in posizione di sudditanza ancor di più rispetto a Damasco a questi colloqui, visto quanto è accaduto ad Aleppo?

R. – La sconfitta militare di Aleppo li pone in una posizione di estrema debolezza. Hanno comunque ancora margini di manovra per cui siamo in una situazione che è cambiata, rispetto al passato, rispetto all’ultimo “Ginevra”, a favore del regime dei suoi alleati, ma non ancora in maniera definitiva o da permettere loro una vittoria militare sul campo.

D. – Ma il fatto che Iran, Russia e Turchia abbiano trovato un accordo almeno sul controllo del cessate-il-fuoco, significa che questo sta a cuore a tutti e che quindi può essere la base per uno sviluppo politico a Ginevra o è solo apparenza?

R. – No: io penso che ci sia anche sostanza. Sono tre soggetti importanti e grossi, che hanno trovato il minimo comune denominatore: questo è un fattore nuovo che porta, piano piano, probabilmente, verso una risoluzione anche politica, almeno un convincimento nei confronti anche delle forze siriane, di dover negoziare una qualche sorta di compromesso. Del resto, la proposta russa per una nuova Costituzione della Siria va anche in questo senso.

D. – Non si parla troppo di presenza americana, anche a Ginevra: conta così poco l’amministrazione Trump, anche per Ginevra? Si sta tenendo ai margini?

R. – Al momento, non c’è ancora una chiara direzione se non che il conflitto in Siria per l’amministrazione statunitense non è una priorità, per cui probabilmente delegheranno lo sciogliere i nodi di questo ginepraio ai propri alleati sul campo, cercando poi di avere qualche punto fisso ma senza particolare interesse ad investire ancora di più.

D. – Si andrà verso una parcellizzazione, una divisione tra Turchia, Iran e Russia, della Siria?

R. – No. Io sono convinto ancora che no, l’integrità territoriale del Paese formalmente, costituzionalmente rimarrà tale; vi saranno – e questa è una cosa anche buona – delle autonomie locali più o meno avanzate; all’interno di queste autonomie, di questi territori ci saranno diversi Stati che avranno più o meno influenza, ma ritengo che non si vada sulla disintegrazione della Siria perché questo non è al momento nell’interesse di nessuno, oltre al fatto che porterebbe ad altri 30 anni di guerra.

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Kosovo: a nove anni dall'indipendenza si lavora per la pace

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Il 17 febbraio 2008, con dichiarazione unilaterale, la Repubblica del Kosovo proclamava la sua indipendenza dalla Serbia. La decisione del Parlamento di Pristina giunse alla fine di un sanguinoso conflitto con Belgrado, che non riconosceva e non riconosce il diritto di autodeterminazione della maggioranza albanese in Kosovo, non condiviso neanche dalla minoranza serba della regione. Attualmente è riconosciuto da oltre 110 Stati della comunità internazionale. Sulla odierna situazione del Kosovo, Giancarlo La Vella ha intervistato Mauro Ungaro, direttore della “Voce Isontina”, settimanale della diocesi di Gorizia: 

R. – Il Kosovo ormai viene accettato, se non proprio ufficialmente riconosciuto, anche all’interno dell’Unione Europea da 23 Paesi su 28. Con la Serbia i rapporti, al di là di quelle che sono le inevitabili tensioni locali, stanno andando verso una normalizzazione. Ci sono dei momenti di tensione; abbiamo visto nei primi giorni di gennaio la questione del treno diretto che doveva collegare per la prima volta Belgrado a Mitrovica, che è stato fermato alla frontiera. Ma i segnali positivi sono di più e sono notevoli. Nei giorni scorsi è entrato in funzione il nuovo prefisso internazionale del Kosovo grazie a un accordo tra Belgrado e Pristina. La competenza sul funzionamento del sistema giudiziario, nei comuni del Nord a maggioranza serba, prima faceva capo a Belgrado adesso è passata sotto il controllo delle autorità kosovare; è iniziata la costruzione di strutture di confine al valico di Merdare, uno dei tre passaggi transfrontalieri tra Serbia e Kosovo, che sono stati previsti grazie ad un accordo che Bruxelles ha finanziato con dieci milioni di euro. Belgrado parla di linea di demarcazione amministrativa, ma al di là delle parole, anche questo è un fatto storico. Quindi sono tanti i segnali che fanno sperare in un intervento della diplomazia per evitare le tensioni che hanno connotato, di fatto, molti di questi nove anni del Kosovo.

D. - In Kosovo esiste una questione serba? C’è una minoranza serba che secondo alcuni osservatori subisce delle discriminazioni?

R. - Certamente. Le tensioni tra Belgrado e Pristina - ricordiamo che Belgrado ancora continua a considerare il Kosovo come una propria entità amministrativa - in questi anni molto spesso sono nate proprio in seguito alla realtà della minoranza serba del Nord. Diciamo, però, che, anche in questo contesto, il percorso che Belgrado e Pristina stanno svolgendo va oltre il contingente: entrambi hanno tutto l’interesse, affinché si arrivi a una stabilizzazione dell’area, mandando segnali precisi tanto a Washington quanto a Bruxelles, favorendo da parte serba un avvicinamento sempre maggiore all’Unione Europea e, da parte anche del Kosovo, un’attenzione agli Stati Uniti e all’Unione, che sono tra le principali occasioni di finanziamento per l’economia kosovara, che - ricordiamo - esporta per oltre il 40 percento nell’Unione Europea e che dipende largamente degli aiuti della comunità internazionale.

D. - Il conflitto del Kosovo possiamo dire che sia stato la drammatica coda di quelli dell’ex Jugoslavia negli anni '90. Se non ci fosse stata questa situazione bellica nella Penisola Balanica, forse la situazione avrebbe potuto risolversi per via diplomatica?

R. - Assolutamente. Probabilmente in questo momento staremmo parlando di intere regioni facenti già parte dell’Unione Europea, quindi di una stabilizzazione necessaria proprio a tutto il continente europeo. Però da quelle zone arrivano dei messaggi di speranza e di riconciliazione molto forti. Il presidente kosovaro Thaci, proprio nei giorni scorsi, ha parlato per la prima volta di creare una commissione per la riconciliazione e superare la diffidenza ancora esistente tra albanesi e serbi in Kosovo a oltre venti anni dalla guerra. Ricordiamo che si tratta dell’ultimo grande conflitto europeo tra il ’96 e il ’99 e che venne combattuto proprio in questa regione. Poi vorrei richiamare quello che Papa Francesco ha detto nei giorni scorsi, incontrando i vescovi della Conferenza Episcopale dei Santi Cirillo e Metodio, quindi di Serbia, Montenegro, Macedonia e Kosovo. L’arcivescovo di Belgrado, Hońćevar, ricordava come il Santo Padre li avesse sollecitati a un impegno per la riconciliazione e la pace. Chiese che sono minoranza, come quelle cattoliche in quelle regioni, possono avere un ruolo fondamentale per definire un futuro veramente diverso per Kosovo, Serbia e per tutta l’Europa.

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Nicaragua, canale transoceanico: i vescovi chiedono trasparenza

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Riflettere sugli ultimi eventi che in Nicaragua continuano a scuotere l'opinione nazionale, tra cui le continue manifestazioni dei contadini per difendere la loro terra dai progetti legati alla costruzione del canale transoceanico. E’ l’obiettivo dell’Assemblea della Conferenza episcopale del Paese, in programma lunedì prossimo.

Per il governo il canale è una svolta
La costruzione del canale, il cui scopo è collegare Atlantico e Pacifico, è stata autorizzata il 7 giugno del 2013 dall’Assemblea nazionale dello Stato latinoamericano. I costi sono stimati in oltre 50 miliardi di dollari. Lo scopo è quello di dare un’alternativa al canale di Panama. Il presidente nicaraguense, Daniel Ortega, è il principale sostenitore del progetto. Il canale è infatti considerato dal governo una svolta per il Nicaragua, uno dei Paesi più poveri dell’America Latina.

I contadini temono espropri e danni per flora e fauna
Ma nel Paese si susseguono, ormai da diversi mesi, manifestazioni contro il progetto. Decine di migliaia di nicaraguensi, soprattutto contadini, sono scesi in piazza più volte per protestare contro l'opera. Si teme, in particolare, che il progetto provocherà numerosi espropri di terre ed avrà effetti deleteri sulla flora e sulla fauna del Paese. La Chiesa ha sempre chiesto trasparenza nei lavori e che venga ascoltata la voce del popolo nicaraguense. (A.L.)

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Don Buonaiuto: vincere disagio giovanile ridando senso alle relazioni

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In questi giorni, diversi drammatici fatti di cronaca, hanno riportato in primo piano il disagio giovanile. Ha scosso in particolare l’opinione pubblica il suicidio di un ragazzo trovato in possesso di hashish, durante una perquisizione antidroga della Guardia di Finanza, su richiesta della madre del giovane. Sulle radici di questo disagio, Alessandro Gisotti ha intervistato don Aldo Buonaiuto che, per la Comunità Giovanni XXIII, si occupa da anni di giovani in situazioni di difficoltà: 

R. – Noi abbiamo tantissimi giovani che hanno scelto di fare un percorso. Don Benzi, il nostro fondatore, iniziò negli anni ’80 proprio per dare speranza e dignità a questi giovani, giovanissimi, che avevano accettato più il percorso della morte che quello della vita. Questi ragazzi che non hanno riferimenti interiori, molto spesso non riescono più neanche a distinguere il bene dal male, non hanno un’identità precisa, si sentono in balia di un ambiente sociale che offre più il piacere che la felicità, che il senso della vita.

D. - Su questo disagio giovanile c’è poi l’impatto della diffusione delle droghe, definite a volte “leggere”, ma le cui conseguenze non sono mai leggere, vero?

R. - Non esistono le droghe leggere o le droghe pesanti. Sono tutte pesanti perché producono dipendenza, perdita del senso della realtà, annullamento della coscienza morale. Per non parlare delle droghe chiamate “sintetiche”, che prese per un periodo, possono arrivare addirittura a distruggere il cervello. Quindi noi abbiamo tanti ragazzi; li vediamo davanti ai nostri occhi e immaginiamo le famiglie quanto possano soffrire nel vedere questi ragazzi distrutti a causa di queste sostanze. Davanti ai nostri giovani che cercano le sostanze, c’è tutto un mondo criminale che le fabbrica, che le produce proprio per offrire questa morte, questa distruzione ai nostri ragazzi.

D. - Una cosa che colpisce, e che davvero è agghiacciante, è come alcuni giovani arrivano anche a compiere il suicidio e i genitori, o comunque gli educatori, non si erano accorti del loro disagio. Sembrava che tutto fosse normale …

R. - I gesti estremi, certo, che rivelano sempre uno stato interiore di grande disperazione; una disperazione che però a volte proprio le persone più care, sono le ultime a comprendere o magari i figli fanno del tutto per non far percepire loro lo stato di grande disagio, di grande frustrazione o di grande vuoto che stanno vivendo. Quindi molto spesso le persone che i giovani amano di più sono quelle a cui nascondono meglio il proprio stato emotivo, di solitudine e di isolamento. In una società super-tecnologizzata, dove chiamiamo tutti “amici” anche persone perfettamente sconosciute, vediamo i ragazzi sempre più soli, più isolati. Nessuno li aiuta più a riflettere a pensare; manca il dialogo che è sempre più carente - diciamolo - anche nelle famiglie; prevale la fretta nel fare, nel correre, nel realizzare, ma manca il midollo del senso della vita che è la relazione. Qui c’è una crisi spaventosa di relazione nelle famiglie, nella società, dove le persone non si parlano più. Non basta mandare delle faccine via sms per comunicare qualcosa e non guardarsi più negli occhi, non abbracciarsi, non rivelarsi, non confidarsi e non parlarsi più.

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Pastorale giovanile: convegno a Bologna sul "buon educatore"

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Come deve essere un “buon educatore”? Su questa domanda, dal 20 al 23 febbraio, si confronteranno a Bologna 700 incaricati di pastorale giovanile, rappresentanti di movimenti, associazioni e congregazioni religiose provenienti da oltre 150 diocesi italiane. L’occasione è il convegno intitolato “La cura e l’attesa”, organizzato dal Servizio per la pastorale giovanile della Conferenza episcopale italiana.

Il buon educatore
Obiettivo della tre giorni di lavori – si legge in una nota ripresa dall’agenzia Sir – è costruire il profilo e le competenze dei buoni educatori, affinché i temi legati alla pastorale giovanile non rimangano in una sorta di ‘limbo’ che si limita a definire un orizzonte senza tracciare una strada capace di raggiungerlo. E allora come deve essere un ‘buon’ educatore? “Un adulto in grado di stare accanto ai ragazzi con la consapevolezza e la preparazione del caso, perché è attorno alla sua preparazione che si gioca l’emergenza educativa”.

In cammino verso il Sinodo sui giovani
“Il buon educatore – si legge inoltre sul sito del Servizio nazionale per la pastorale giovanile - non è un solitario che va per la sua strada: ha ricevuto un mandato educativo dalla comunità cristiana che a sua volta lo sostiene e lo forma; con la comunità, con il territorio, con gli altri educatori ha bisogno di intrecciare sogni e progetti”. Il convegno si pone nel cammino che la Chiesa sta aprendo con il Sinodo dei Vescovi che nel 2018 affronterà il tema: “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.

Il programma del Convegno
Il 20 febbraio parteciperà al convegno, tra gli altri, lo psichiatra Vittorino Andreoli. Concluderà la prima giornata di lavori il segretario generale della Cei, mons. Nunzio Galantino, che presiederà la celebrazione eucaristica. La riflessione proseguirà martedì 21 febbraio con la relazione pastorale affidata a mons. Erio Castellucci, vescovo di Modena, sul ruolo della comunità cristiana nell’azione educativa. La pedagogista Chiara Scardicchio si soffermerà sulla figura dell’educatore. Il giorno successivo, mercoledì 22, verrà presentata la ricerca sugli oratori italiani. A chiusura, don Michele Falabretti, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile, presenterà una proposta di cammino in vista del prossimo Sinodo sui Giovani, in programma nel 2018. Giovedì 23 febbraio, infine, è in programma il pellegrinaggio alla Madonna di san Luca. La messa conclusiva sarà presieduta da mons. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna. Sarà possibile seguire il convegno anche in diretta streaming su www.chiesacattolica.it/giovani. (A.L.)

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Sito Radio Vaticana

Bollettino del Radiogiornale della Radio Vaticana Anno LXI no. 48

E' possibile ricevere gratuitamente, via posta elettronica, l'edizione quotidiana del Bollettino del Radiogiornale. La richiesta può essere effettuata sul sito http://it.radiovaticana.va

Segreteria di redazione: Gloria Fontana, Mara Gentili e Beatrice Filibeck, con la collaborazione di Barbara Innocenti e Serena Marini.