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Sommario del 01/02/2017

Il Papa e la Santa Sede

Oggi in Primo Piano

Il Papa e la Santa Sede



Papa: sperare è attendere la risurrezione come realtà certa

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Vivere nell’attesa che “per sempre saremo con il Signore”: questa è la speranza cristiana, non il desiderio di qualcosa di bello che potrebbe anche non realizzarsi. Lo sottolinea il Papa nella catechesi all’udienza generale, tenuta stamani in Aula Paolo VI. Tutti temiamo la morte, spiega Francesco, ma la risurrezione è una realtà certa, in quanto radicata in quella di Gesù. Il Pontefice prosegue dunque il ciclo di catechesi sulla speranza cristiana, alla luce del Nuovo Testamento. Il servizio di Debora Donnini

La speranza cristiana non è come sperare che domani faccia bel tempo, cioè secondo l’accezione comune desiderare qualcosa che può realizzarsi oppure no. La speranza cristiana nella risurrezione è invece l’attesa di qualcosa che “è stato già compiuto”, in quanto radicata nella risurrezione di Cristo. E’ come camminare verso una porta: la porta c’è e sono sicuro che vi arriverò:

“La speranza cristiana è l’attesa di una cosa che è già stata compiuta e che certamente si realizzerà per ciascuno di noi. Anche la nostra risurrezione e quella dei cari defunti, quindi, non è una cosa che potrà avvenire oppure no, ma è una realtà certa, in quanto radicata nell’evento della risurrezione di Cristo. Sperare quindi significa imparare a vivere nell’attesa”.

Dopo aver letto, nelle scorse catechesi, la speranza cristiana alla luce del Vecchio Testamento, Papa Francesco si sofferma sulla portata straordinaria che questa virtù assume nel Nuovo, quando incontra “la novità rappresentata da Gesù Cristo e dall’evento pasquale”. Centrale in questo senso la Lettura proclamata, tratta dalla Lettera di San Paolo ai Tessalonicesi.

Davanti alla morte emergono dubbi e fragilità
L’Apostolo cerca di far comprendere tutti gli effetti che la risurrezione del Signore, comporta per la vita di ciascuno. Tessalonica è infatti una comunità fondata da poco. Solo pochi anni la separavano dalla Pasqua di Cristo e, dunque, tutti credevano nella risurrezione di Gesù ma avevano un po’ di difficoltà a credere nella risurrezione dei morti. “In tal senso - rileva Francesco - questa lettera si rivela quanto mai attuale” perché “tutti abbiamo un po’ di paura”:

“Ogni volta che ci troviamo di fronte alla nostra morte o a quella di una persona cara sentiamo che la nostra fede viene messa alla prova. Emergono tutti i nostri dubbi, tutta la nostra fragilità, e ci chiediamo: ‘Ma  davvero ci sarà la vita dopo la morte…? Potrò ancora vedere e riabbracciare le persone che ho amato…?’. Questa domanda me l’ha fatta una signora pochi giorni fa in un’udienza, manifestando un dubbio: ‘Incontrerò i miei?’”.

Quindi, prosegue il Papa, “anche noi, nel contesto attuale, abbiamo bisogno di ritornare alla radice e alle fondamenta della nostra fede, così da prendere coscienza di quanto Dio ha operato per noi in Cristo Gesù e cosa significa la nostra morte”. Di fronte ai timori della comunità, San Paolo invita infatti a tenere salda sul capo “come un elmo”, la speranza della salvezza.

Vivere con cuore povero nell’attesa che per sempre saremo con il Signore
Si tratta di imparare a vivere nell’attesa, come una donna incinta che vive nell’attesa di vedere lo sguardo del suo bimbo, ma per vivere così è necessario “un cuore povero”, spiega il Papa:

“Così anche noi dobbiamo vivere e imparare da queste attese umane e vivere nell’attesa di guardare il Signore, di incontrare il Signore. Questo non è facile, ma si impara: vivere nell’attesa. Sperare significa e implica un cuore umile, un cuore povero. Solo un povero sa attendere. Chi è già pieno di sé e dei suoi averi, non sa riporre la propria fiducia in nessun altro se non in sé stesso”.

Tutto passa ma, dopo la morte, “per sempre saremo con il Signore”, prosegue il Papa che, come spesso fa, chiede ai presenti di ripetere una frase che desidera rimanga incisa nel cuore:

“E così per sempre saremo con il Signore. Voi credete questo? Vi domando: credete questo? Per avere un po’ di forza vi invito a dirlo tre volte con me: 'E così per sempre saremo con il Signore'. E là, con il Signore, ci incontreremo”.

I cristiani, infatti, sono “donne e uomini di speranza”.

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Papa: pregate per i religiosi, portino nel mondo l'amore di Gesù

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All’udienza generale, il Papa ha ricordato che domani, nella festa della Presentazione del Signore, la Chiesa celebra la Giornata Mondiale della Vita Consacrata. Francesco presiederà nel pomeriggio alle 17.30 nella Basilica Vaticana la Messa con i religiosi e le religiose. Il servizio di Sergio Centofanti

Quest'anno la Giornata Mondiale della Vita Consacrata acquista un particolare significato nella prospettiva del prossimo Sinodo del Vescovi dedicato al tema dei giovani e del discernimento vocazionale. Ascoltiamo le parole del Papa:

”Affido alle vostre preghiere quanti sono stati chiamati a professare i consigli evangelici affinché con la loro testimonianza di vita possano irradiare nel mondo l’amore di Cristo e la grazia del Vangelo”.

Ricevendo nei giorni scorsi quanti hanno partecipato alla recente plenaria della Congregazione per la Vita Consacrata, il Papa aveva parlato di una vera e propria ”emorragia” in atto tra i religiosi. Negli ultimi due anni sono stati circa 4.600 i frati e le suore che hanno abbandonato. E oggi invita i fedeli a pregare per i sacerdoti, le suore e i fratelli degli Istituti Religiosi apostolici e contemplativi perché “la loro vita dedicata al Signore e il loro servizio carismatico portino frutti abbondanti per il bene dei fedeli e per la missione evangelizzatrice della Chiesa”. 

Francesco, durante l’udienza, ha salutato i membri del Centro di spiritualità della misericordia di Gela, con il vescovo di Piazza Armerina, mons. Rosario Gisana, giunti dalla Sicilia con l’icona della Madre di Misericordia, che domani pomeriggio durante la Messa verrà esposta nella Basilica di San Pietro.

L’icona, voluta dai poveri del Centro - che ha aperto per loro una mensa e un dormitorio - rappresenta la Vergine Maria che mostra Gesù, misericordia del Padre, e il grembiule, segno identificativo del servizio verso il prossimo. L’icona è venerata sull’altare principale della Chiesa di Sant’Agostino a Gela, che sorge accanto al Centro.

“Ancora una volta – ha affermato don Pasqualino di Dio, direttore del Centro di Spiritualità – Maria diventa per la nostra città fonte di consolazione e di sicura speranza. Anche se tanti sono i motivi per scoraggiarci, non vogliamo perdere la fiducia e la speranza che la nostra amata città risorgerà. Tante volte abbiamo sperimentato, presso la Piccola Casa, che vive solo di Provvidenza, come i gelesi sanno essere generosi e sanno stringersi uno con l’altro per aiutare i più deboli”. 

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Il saluto del Papa al Movimento Cattolico Mondiale per il clima

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Al termine dell’udienza generale, il Papa ha salutato la delegazione del Movimento Cattolico Mondiale per il clima. Queste le sue parole: 

“Do un cordiale benvenuto alla delegazione del Movimento Cattolico Mondiale per il clima e li ringrazio per l’impegno a curare la nostra casa comune in questi tempi di grave crisi socio-ambientale. Incoraggio a continuare a tessere le reti affinché le chiese locali rispondano con determinazione al grido della terra e al grido dei poveri”.

Il Movimento è una nuova rete internazionale di istituzioni Cattoliche e individui uniti dal richiamo del Papa a interessarsi della creazione. Sul sito ufficiale dell’organismo si legge: “Siamo uniti dalla comune fede Cattolica e dall’imperativo morale di rispondere a e di far crescere la consapevolezza sui cambiamenti climatici. Attivamente incoraggiamo il rinnovamento del nostro rapporto con la creazione di Dio per le generazioni presenti e future”.

Questi gli obiettivi del Movimento: far crescere la consapevolezza all’interno della Chiesa sull'azione per il clima alla luce dell'insegnamento sociale e ambientale della Chiesa. Sostenere la solidarietà globale sulla crisi ecologica. Sostenere i poveri che pagano gli effetti dei cambiamenti climatici. Promuovere la conversione ecologica tramite un mutamento personale e organizzativo per ridurre le emissioni e il passaggio ad un mondo con meno carbonio. Sollecitare la politica e i leader sociali a impegnarsi in una ambiziosa azione per il clima e a mantenere la crescita della temperatura globale sotto 1,5 gradi centigradi rispetto ai livelli della era preindustriale.

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Tweet: Dio desidera che tutti gli uomini si riconoscano fratelli

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Nuovo tweet del Papa oggi sull’account @Pontifex in nove lingue: “Dio desidera che tutti gli uomini si riconoscano fratelli e vivano come tali – scrive Francesco - formando la grande famiglia umana nell’armonia delle diversità”.

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Nomine in Italia e Brasile, rinuncia nella Repubblica Ceca

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Per le nomine odierne del Papa in Italia e Brasile e una rinuncia nella Repubblica Ceca, consultare il Bollettino della Sala Stampa vaticana.

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Mons. Becciu: preoccupazione per le politiche Usa sugli immigrati

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“C'è preoccupazione perché noi siamo messaggeri di un'altra cultura, quella dell'apertura”. Lo ha detto il Sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato vaticana, mons. Angelo Becciu, parlando delle politiche migratorie di Trump. Mons. Becciu è intervenuto, assieme al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, all’inaugurazione dell'anno accademico dell’Università Cattolica a Roma. Alessandro Guarasci: 

“L’Università cattolica è un luogo privilegiato per il dialogo tra vangelo e cultura e tra vangelo e scienza, luogo di grande umanità”. Mons. Angelo Becciu nella sua omelia per l’inaugurazione dell’anno accademico della Cattolica parla dei valori che sono alla base di questo ateneo. E a margine interviene sulla politica migratoria del Presidente Usa Trump:

“Certamente la preoccupazione c’è! Noi siamo i messaggeri di un’altra cultura, quella dell’apertura. Seppur il Papa insiste anche sulla capacità di integrare chi arriva, chi viene nella nostra società e nella nostra cultura. Siamo costruttori di ponti, non tanto di muri! Tutti i cristiani dovrebbero essere forti nel riaffermare questo messaggio”.

Parole importanti anche perché dette in un ateneo come la Cattolica  che da sempre ha favorito l’incontro tra culture. Qui, dice il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, le istituzioni cercano di mettere al loro centro la persona umana:

“Tutto ruota intorno all’importanza della persona, in due campi: la persona del paziente e la persona dello studente. Anche lì vi è una centralità della persona nell’attività di insegnamento”.

Un principio che è alla base della natura umana. Il rettore Franco Anelli ribadisce due concetti: cure per tutti e dignità per i malati. Poi Anelli ricorda come le calamità del Centro Italia abbiano colpito pure la Cattolica:

“La dott.ssa in scienze infermieristiche e strumentista di sala operatoria, Valentina Ciccioni è tra le vittime della slavina che ha travolto l’Hotel  Rigopiano. La ricordiamo commossi…. E in sua memoria sarà istituita una Borsa di studio triennale per uno studente iscritto al Corso di Laurea in Infermieristica”.

E ora questo ateneo guarda al futuro: più corsi per gli studenti e più cure per i malati.

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Oggi in Primo Piano



Riprende il conflitto in Ucraina. Vittime tra i civili

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Preoccupa la comunità internazionale la ripresa del conflitto in Ucraina orientale, tra esercito di Kiev e separatisti filorussi. Gli scontri più violenti si registrano già da un paio di giorni nella zona di Avdiivka, una cittadina controllata dalle truppe di Kiev e non lontana da Donetsk, roccaforte invece dei filorussi. La diplomazia è ferma agli inattuati accordi di Minsk del settembre 2014. Oltre alla vittime tra i civili, pesanti le ricadute umanitarie di questa nuova fase del conflitto. Giancarlo La Vella ne ha parlato con Nona Mikhelidze, esperta di Europa Orientale dell’Istituto Affari Internazionali (IAI): 

R. – Il conflitto in realtà non è stato mai risolto, è rimasto sempre a bassa intensità. In realtà quello che sta succedendo era abbastanza prevedibile per tutti quelli che conoscono la situazione politica in Russia. Era prevedibile che Putin in qualche modo andasse a testare il presidente eletto negli Stati Uniti, Trump. Un’altra lettura sarebbe la situazione interna in Ucraina e la situazione interna in Russia. Nel 2016 l’Ucraina è riuscita a condurre serie riforme nell’economia che hanno permesso di raggiungere una certa stabilità. Al contrario in Russia l’economia continua a soffrire. Quindi la mossa di Putin rappresenta sicuramente anche il tentativo di distrarre la popolazione locale dai problemi economici che vive il Paese.

D. – A proposito dei rapporti tra la Russia e la nuova America di Trump, secondo alcuni osservatori, invece, la ripresa della crisi ucraina sarebbe stata innescata da Kiev per bloccare il tentativo del presidente Trump di revocare le sanzioni a Mosca. Può essere questo anche un altro motivo?

R. – Le sanzioni sono state riconfermate a dicembre fino a fine giugno. Quindi dubito che Trump si precipiti a togliere le sanzioni prima di quella data. Si parlava solo della possibilità di non rinnovare, casomai, le sanzioni. La stessa cosa è per Putin, che non solleva mai la questione delle sanzioni, perché non vuole mettersi nella posizione di essere lui a chiedere all'occidente di togliere le sanzioni.

D. – Ancora una volta l’allarme più grave riguarda la situazione umanitaria dei civili…

R. – Sì, la situazione è grave, anche perché fa estremamente freddo. Ci sono meno 20 gradi, migliaia di persone sono senza gas, luce, elettricità, riscaldamento: 2500 bambini sono rimasti al freddo. E’ stato dichiarato lo stato d’emergenza in quella parte del conflitto. Si cerca di evacuare le persone e alcuni volontariamente stanno cercando di lasciare la zona. Per gli attori internazionali il modo di intervenire è con le missioni umanitarie, ma bisogna garantire la sicurezza. Quindi questa sarà sicuramente una sfida per quelli che cercheranno di entrare nella zona in modo tale da assistere la gente in una situazione così grave.

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Canada: Messa per la strage in moschea. Presente la comunità islamica

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Lacrime per il dolore che ha colpito la comunità del Québec ma anche la decisione di non soccombere al male e all’odio. Si è svolta in un clima di profonda commozione la Messa celebrata ieri sera in comunione con le vittime dell’attentato alla Grande moschea nella chiesa di Notre-Dame-de-Foy, che si trova a poca distanza dal Centro culturale islamico. A presiedere la Messa - riferisce l'agenzia Sir - è stato il card. Gérald Cyprien Lacroix, arcivescovo della città. Erano presenti alla celebrazione le autorità politiche del Paese con a capo il primo ministro del Quebéc, i rappresentanti delle Chiese cristiane e i membri della comunità musulmana. 

La preghiera al padre comune, creatore e padre di ogni Misericordia
“Grazie a voi, fratelli e sorelle, per la vostra testimonianza di solidarietà in questo momento così doloroso”, ha detto il card. Lacroix, prendendo la parola all’inizio della celebrazione. “Questa sera, su invito della Chiesa cattolica del Québec, pregheremo per i nostri fratelli e sorelle della comunità musulmana e per tutte le persone che sono state colpite da questo dramma. Ci rivolgiamo insieme a Dio, perché ci aiuti a rialzare la testa e ritrovare la forza che serve per andare avanti con quell’amore necessario per vivere su questa terra in pace e in armonia”. “La nostra speranza è messa alla prova. E’ per questo che ci rivolgiamo al nostro padre in comune, nostro creatore e padre di ogni Misericordia”.

Il toccante intervento del co-fondatore del Centro culturale islamico
Prima della Messa ha preso la parola Boufeldja Benabdallah, co-fondatore del Centro culturale islamico, che tra le lacrime ha nominato ad uno ad uno i nomi delle 6 vittime ricordando chi erano e cosa facevano. “Grazie di avermi invitato. Siete tutti amici”, ha detto: “Nella nostra religione si dice che quando si vuole bene a qualcuno, bisogna dirglielo. Allora io vi dico, vi amo”. E a queste parole, tutte le persone presenti nella Chiesa si sono alzate in piedi e lo hanno applaudito.

In questa terra abbiamo imparato dai cristiani il perdono e il rispetto dell'altro
“Sono arrivato in Québec circa 48 anni fa. Sono 48 anni che il Québec mi ha teso la mano come ha teso la mano a coloro che sono morti. Siamo arrivati qui, in questa bella città, in questo meraviglioso e immenso Paese del Canada dove abbiamo scelto di vivere e di far crescere i nostri bambini. Voi siete un popolo buono. Abbiamo imparato da voi molte cose, la resilienza di fronte alle avversità, il perdono, il rispetto dell’altro. E siamo riconoscenti per tutto questo”. 

"Non permetteremo che il rancore e l’odio possano entrare nel cuore dei nostri bambini"
Il pensiero di Boufeldja Benabdallah si rivolge poi ai bambini che nel tragico attentato hanno perso il loro papà: “Diremo loro che non è stato il Québec a uccidere i loro padri. E’ stato un essere umano che si è sbagliato, che non doveva fare quello che ha fatto. Posso assicurarvi che conosciamo la bontà del cuore umano. Non permetteremo che il rancore e l’odio possano entrare nel cuore dei nostri bambini”. (R.P.)

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Filippine. Chiesa e Amnesty contro guerra della polizia ai poveri

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Lo ha denunciato la Chiesa locale, lo denuncia anche Amnesty International: nelle Filippine è in atto una guerra della polizia ai poveri. A sette mesi dall’elezione del Presidente Duterte, che aveva promesso di combattere narcotraffico e delinquenza, sono almeno 7mila gli omicidi extragiudiziali, di cui 2500 legati alla repressione delle forze dell’ordine. Amnesty sottolinea in un rapporto che si tratta di una guerra dello Stato ai poveri e non alla droga. Ascoltiamo in proposito Fabio Affatato, esperto di Sud est asiatico, al microfono di Giulia Angelucci

R. – Il rapporto di Amnesty International fotografa un fenomeno che già da alcuni mesi ha allarmato la società civile nelle Filippine, ma anche molte organizzazioni  e istituzioni internazionali, le Nazioni Unite e la comunità internazionale. Si tratta di questa lunga scia di esecuzioni extra giudiziali che si registrano nel Paese a ritmo di mille ogni mese; siamo a circa settemila vittime di omicidi per presunti motivi di droga. Questa campagna è stata lanciata dal Presidente Rodrigo Duterte per una lotta senza quartiere al fenomeno dello spaccio, del traffico della droga. Il problema riguarda le modalità con le quali la polizia - in questo caso la maggiore imputata - sta conducendo questa campagna. Si tratta infatti di violazioni belle e buone del diritto costituzionalmente sancito di avere un giusto processo; si tratta di flagranti violazioni dello Stato di diritto che vengono compiute o dagli stessi agenti di polizia o da sicari, da bande di cosiddetti “vigilantes”, che vengono assoldati dalla stessa polizia. Quindi è una crisi veramente profonda, di fronte alla quale molte voci si sono alzate.

D. - Un crimine contro l’umanità a tutti gli effetti. Come è possibile fermare tutto ciò?

R. - Queste vittime sono soprattutto persone meno abbienti, persone povere, che non appartengono a famiglie o a clan che possono permettersi una difesa o persone provenienti da Paesi esteri. L’azione non può essere che politica per fermare questo fenomeno che coinvolge profondamente le istituzioni dello Stato. La polizia continua a perpetrare uccisioni, a neutralizzare questi presunti criminali anche per motivi economici. Si parla di una sorta di “racket delle uccisioni”, ovvero ogni agente viene retribuito di una data somma a seconda del numero di persone che uccide. Si chiede al Presidente Duterte di cambiare questo approccio, di rivedere questa politica o quanto meno di condurre qualsiasi lotta contro la criminalità con modalità che rispettino la dignità di ogni uomo e naturalmente i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione. È un fenomeno che sta sconvolgendo il Paese a livello capillare, politico, sociale e religioso, perché anche la Chiesa cattolica già da alcuni mesi attraverso i suoi  rappresentanti, i vescovi, i sacerdoti, ha denunciato questa ondata di esecuzioni che davvero vanno a configurare dei crimini contro l’umanità. Si tratta di veri e propri omicidi di Stato; alcuni vescovi hanno parlato di una pena di morte di fatto. Qui è molto più grave, perché queste uccisioni, queste soppressioni di presunti criminali, anche solo di sospetti criminali, vengono compiute nella più totale impunità e nella più totale illegalità.

D. - Il ruolo della chiesa  missionaria nelle Filippine?

R. – Oggi, naturalmente, il ruolo della chiesa è prima di tutto quello di formare le coscienze, di denunciare un fenomeno preoccupante non solo per l’opinione pubblica, ma anche per la comunità internazionale e poi. dare delle proposte alternative. Per questo anche l’arcidiocesi di Manila ha da poco potenziato il suo impegno proprio per il recupero dei tossicodipendenti.

D. - Cosa si trovano a vivere gli abitanti delle Filippine?

R. - Le Filippine sono un Paese con un’economia in forte crescita; c’è ancora un forte gap tra un élite, una parte ristretta della società, e una parte sensibile della popolazione che magari si trova sotto la soglia di povertà. Manca ogni servizio sociale, mancano i servizi elementari, manca un’adeguata scolarizzazione per i bambini, … In tutto questo poi ci sono anche dei motivi di conflittualità nella società; ricordiamo che il governo ha aperto dei tavoli di trattativa sia con la ribellione di carattere comunista sia per quella concentrata nel Sud del Paese con una caratterizzazione religiosa, cioè islamica. 

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Iraq: a Ninive torna la prima famiglia caldea

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Rispondendo all’appello lanciato a più riprese nel recente passato dal patriarca caldeo, mar Louis Raphael Sako, ieri 30 gennaio la comunità cristiana irakena ha celebrato il primo ritorno di una famiglia cristiana a Teleskuf (Pian di Ninive). Un evento storico - riferisce l'agenzia AsiaNews - perché segna il ritorno dei cristiani in una delle tante cittadine della piana di Ninive, nel nord del Paese, cadute nelle mani dello Stato islamico (Is) nell’estate del 2014. Un periodo buio caratterizzato da morte, distruzione di chiese e di case, centinaia di migliaia di fedeli in fuga che, solo negli ultimi mesi, ha registrato una inversione di tendenza con l’inizio dell’offensiva dell’esercito irakeno e delle milizie curde. 

Gioia e soddisfazione del Patriarca Sako
Interpellato da AsiaNews il primate caldeo ha manifestato “gioia” e “soddisfazione” per questo evento; mar Sako auspica che sia solo la prima di molte famiglie che possono infine abbandonare i campi profughi di Erbil e del Kurdistan irakeno, per fare rientro nelle loro terre, nelle loro case.  Il patriarca spiega che la prima famiglia a essere rientrata a Teleskuf - nel maggio scorso teatro di un attacco jihadista avvenuto dopo la liberazione dell’area - è formata da sei persone. Il capofamiglia,  Naòiq Quliaqus Atto, la moglie e tre figli. A questi si aggiunge anche il fratello dell’uomo. “Sono tornati nella loro casa - conclude mar Sako - dopo aver trascorso due anni e mezzo come sfollati in un Centro a Dohuk. A accogliere la famiglia vi era il sacerdote locale, padre Salar Bodagh, responsabile del comitato di ricostruzione. Questo è davvero un segno di speranza per molti altri”.

Mettere in sicurezza i terreni disseminati di mine dai jihadisti prima della fuga
Dopo le gravi e sistematiche violenze compiute dai jihadisti dell'Is, nelle ultime settimane (l’area orientale liberata di) Mosul e i villaggi della piana di Ninive hanno avviato un lento processo di ritorno alla normalità. Per consentire il pieno rientro degli sfollati bisogna ricostruire le case e mettere in sicurezza i terreni, disseminati di mine dai jihadisti prima della fuga. Da qui i ripetuti appelli del patriarca alle autorità e ai leader internazionali perché si proceda davvero a un’opera di ricostruzione in una prospettiva di unità e pluralismo fra le diverse anime che popolano la regione, sia a livello di fede che di etnia. E ancora, l’auspicio che Mosul e Ninive possano essere, nel futuro, un vero modello di vivere comune e di libertà religiosa. 

In 30 anni i cristiani sono passati da 1 milione 264mila, a 500mila
‚ÄčNei giorni scorsi il patriarcato caldeo ha elaborato un elenco delle cittadine della piana di Ninive liberate dall’esercito irakeno (Qaraqosh, Karamleis, Bartella e Tilkeif) e quelle liberate dai Peshmerga curdi (Teleskuf, Batnaya, Baqofa). Secondo un censimento del 1987, in Iraq vi erano 1 milione e 264mila cristiani, oggi ridotti a poco meno di 500mila. In particolare, a Mosul e nella Piana prima dell’ascesa dell'Is vi erano circa 130mila fedeli; oggi meno di 90mila, di cui 40mila hanno lasciato l’area in seguito a persecuzioni e dislocamento. (J.M.)

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Stati Uniti. Un sacerdote perdona "in anticipo" il suo assassino

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“Non condannate a morte il colpevole del mio omicidio”. Lo ha scritto nel 1995, padre René Wayne Robert, ucciso nell'aprile scorso, in Georgia, negli Stati Uniti, da uno dei tanti ragazzi con problemi psichici che aiutava e che ora è condannato a morte. Tre vescovi e oltre 7.400 persone della diocesi di S. Augustine hanno firmato una petizione chiedendo che non venga inflitta la pena capitale. E il dibattito sulla cultura della vita torna in primo piano negli Usa. Massimiliano Menichetti:  

“Chiedo che la persona trovata colpevole del mio omicidio non sia condannata a morte, non importa quanto sia stato efferato il crimine e quanto io possa aver sofferto”. Padre Robert ha cinquant’anni quando scrive queste parole in quella che chiama “Declaration for life”, una Dichiarazione per la vita fatta autenticare da un notaio.

Nato a New York, Robert è prima frate francescano, poi prete diocesano, senza mai rinunciare al voto di povertà. Dedica la sua vita all’assistenza di detenuti e persone con disabilità anche psichica. E’ un faro nella diocesi di S. Augustine in Florida, ma conosce i rischi che corre, proprio per quelle debolezze con cui lui lotta e per cui prega ogni giorno.

Nell'aprile dello scorso anno, Steve Murray, un ventottenne che lui aiutava, dopo avergli chiesto un passaggio lo uccide a colpi di pistola. “Avevo problemi mentali e ho perso il controllo” dirà ai giudici dopo l’arresto. Il procuratore di Augusta ha definito l’omicidio di padre Robert “orribile e inumano. Ora Murray è condannato a morte.  Ma la luce del sacerdote degli ultimi non si spegne. Ieri tre vescovi, diversi sacerdoti e attivisti, hanno chiesto al procuratore distrettuale che sia sospesa la pena capitale in rispetto al lascito, al perdono di padre Robert. Con loro anche una petizione di 7.400 firme della sola diocesi di S. Augustine. Un incontro definito “cordiale” anche se il magistrato non si è però sbilanciato sule future decisioni del tribunale. 

Uno dei vescovi ha detto che Murray merita di essere punito, tuttavia "imporre una sentenza di morte come conseguenza di un omicidio perpetua il ciclo di violenza nella nostra comunità". Negli ultimi dieci anni la Georgia ha eseguito 33 condanne a morte.

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Unione Africana: il rientro del Marocco dopo 33 anni

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Una data storica per il continente africano e per il Marocco riammesso ieri dopo 33 anni nell’Unione Africana, cui aderiscono tutti gli Stati dell’Africa e che nel 2002 ha sostituito l’Organizzazione dell’Unità Africana (Oua), nata nel 1963. Il rientro era stato richiesto dal governo di Rabat, che nel 1984 aveva abbandonato l’Organizzazione, dopo il riconoscimento da parte del'Oua della Repubblica democratica araba del Sahrawi, nella regione del Sahara occidentale, ritenuta dal Marocco parte del suo territorio. Roberta Gisotti ha intervistato Luciano Ardesi, esperto del Nord Africa: 

D. – Com’è maturato questo rientro, che è stato salutato dal re del Marocco come “un giorno meraviglioso”?

R. – Diciamo che questa è stata un’iniziativa soprattutto di quest’ultimo re, Mohammed VI, il quale si è reso conto che il fatto che il Marocco fosse fuori dall’Unione Africana aveva in qualche modo emarginato il Paese sulla scena politica; mentre il re, da quando è salito al trono, ha sviluppato un’intensa politica africana, dapprima con accordi commerciali e poi con scambi bilaterali di tipo diplomatico e politico. Quindi l’ingresso nell’Unione Africana ha l’obiettivo – secondo Rabat – di contrastare l’appoggio politico e istituzionale che l’Africa sta dando alla Repubblica del Sahara Occidentale.

D . – Quindi il Marocco non rinuncia a rivendicare questa regione?

R. – Assolutamente no! L’intenzione della monarchia è quella di far sì che del problema del Sahara Occidentale se ne occupi esclusivamente l’Onu, che in questo momento sta gestendo una missione di Caschi Blu e che dovrebbero organizzare un referendum di autodeterminazione, che però il Marocco si rifiuta di far celebrare. In seno all’Onu, la maggioranza degli Stati non sono favorevoli al Sahara Occidentale e nel Consiglio di Sicurezza la monarchia ha da sempre l’assicurazione da parte della Francia che userà il diritto del veto nel caso in cui ci fossero provvedimenti che il Marocco stesso e la Francia non approvassero: come quello, per esempio, richiesto da molti anni e non solo dai Sahrawi, ma anche da tanti altri Paesi, che i Caschi Blu presenti sul territorio del Sahara Occidentale difendano anche la popolazione e proteggano i diritti fondamentali. Attualmente nel Sahara Occidentale esiste l’unica missione di pace delle Nazioni Unite provvista di questo mandato: quello cioè della protezione della popolazione civile.

D. – Il rientro del Marocco è stato votato dai capi di Stato e di governo dell’Unione Africana riuniti nel 28.mo Summit, nella sede di Addis Abeba, in Etiopia: 39 sono stati i sì e 15 i no. Quali obiezioni dai Paesi contrari?

R. – In realtà non c’è stata una votazione, ma c’è stata una riunione che è terminata per consenso. La cifra dei 39 Stati rappresenterebbe la contabilità degli Stati che sarebbero stati favorevoli alla missione del Marocco; mentre un altro gruppo di Paesi, guidati dall’Algeria e dal Sudafrica, erano sì favorevoli all’ingresso del Marocco, ma a condizione che – ad esempio – il Marocco potesse dichiarare esplicitamente di rinunciare alle rivendicazioni sul Sahara Occidentale.

D. – Come viene visto dagli osservatori questo rientro? Porterà, poi, una pacificazione o acuirà le tensioni?

R. – C’è una certa preoccupazione all’interno dell’Unità Africana, perché è prevedibile che nei prossimi mesi inizierà una sorta di guerriglia diplomatica e politica. E sicuramente il governo del Marocco cercherà di dissuadere qualsiasi presa di posizione da parte dell’Unione Africana a favore del Sahara Occidentale o impedire che il Marocco venga condannato per le violazioni dei diritti umani nei territori occupati del Sahara Occidentale, come già accaduto numerose volte in questi ultimi anni. D’altro canto i Sahrawi ritengono che l’ingresso del Marocco nell’Unione Africana sia positivo perché implicitamente, aderendo alla Carta dell’Unione Africana, il Marocco riconosce le frontiere che gli Stati hanno al momento dell’indipendenza. E siccome i Sahrawi ritengono di aver già proclamato l’indipendenza del Sahara Occidentale, dicono: “Entrando nell’Unione Africana, il Marocco ha riconosciuto la nostra esistenza e i nostri diritti”. Credo che siamo solo all’inizio di una lunga battaglia politica e diplomatica. 

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Dedicata ai bambini la terza Giornata di preghiera contro la tratta

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Si terrà il prossimo 8 febbraio e sarà dedicata al tema: “Sono bambini! Non schiavi”. È la 3.a Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone, iniziativa fortemente voluta da Papa Francesco. Stamani la presentazione a Roma. L’ha seguita Giada Aquilino

Ogni due minuti, una bambina o un bambino è vittima di sfruttamento sessuale. È una delle cifre di un fenomeno, quello della tratta di esseri umani, che negli ultimi trent’anni ha coinvolto circa 30 milioni di piccoli. Ma i numeri sono in crescita, con un giro d’affari illecito che movimenta 150 miliardi di dollari l’anno. Ecco perché Francesco ha definito la tratta “la schiavitù più estesa” del ventunesimo secolo. Proprio per volere del Papa, a partire dal 2015 si svolge ogni anno la Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone, nella memoria Liturgica di Santa Bakhita, che conobbe le sofferenze della schiavitù. Ad organizzarla la Rete Internazionale della Vita Consacrata contro la tratta di persone, denominata Talitha Kum, in coordinamento con diverse realtà del mondo della Chiesa e della società civile. Suor Gabriella Bottani, coordinatrice del comitato per la Giornata:

“Per il fenomeno tratta, si parla dai 21 milioni di persone nei documenti ufficiali delle Nazioni Unite, fino ad altre organizzazioni non governative che parlano di 45 milioni. Quello che sappiamo è che la maggioranza sono donne e che c’è un preoccupante aumento di bambini ed adolescenti. È per questo che quest’anno vogliamo mettere l’accento su questo gruppo di persone. Sono circa un terzo delle vittime; il numero è crescente e sono sempre più piccoli e più giovani. Raccontano il dolore, la sofferenza, ma anche le loro speranze e i loro sogni. Quest’anno abbiamo raccolto storie come quella di tre cugine delle Filippine di sei, otto e nove anni. Sono state coinvolte nel cosiddetto ‘cyber sex’: i bambini, in un piccolo spazio, davanti ad una telecamera collegata via internet a clienti in tutto il mondo, principalmente europei, fanno quello che queste persone chiedono di fare; si tratta appunto di atti sessuali o pornografici. Momentaneamente le tre bambine si trovano in un Centro di accoglienza protetto e per loro c’è bisogno di tutto un processo educativo, di cura, di integrazione, che può aiutarle a ricostruire la loro vita, il loro presente e il loro futuro”.

Tanti gli eventi che culmineranno con l’iniziativa dell’8 febbraio, preceduta – com’è possibile verificare sul sito www.preghieracontrotratta.org - dalla veglia di preghiera contro la tratta, sabato prossimo a Roma, da giornate di studio e manifestazioni nelle Filippine, in Nigeria, in Australia. E tante le storie di giovani vittime. Al loro fianco, a Catania, opera suor Rosalia Caserta, responsabile della Casa Famiglia “San Giuseppe”, che ospita ragazze minorenni, perlopiù nigeriane, sfuggite al controllo e allo sfruttamento di gruppi criminali, spesso identificati in donne che loro chiamano “madame”:

“Loro arrivano sulle coste siciliane comprate, vendute, con un debito alle spalle. Per cui già al porto ci sono persone che le aspettano. A volte hanno solo un semplice numero di telefono, nascosto nelle treccine dei loro capelli, perché è quello il numero che ‘devono’ chiamare quando arrivano in un Centro di accoglienza, dove magari non sempre – visto l’affollamento – si può tutelare la minore, il minore. Quindi tramite questo numero possono raggiungere la ‘madame’ che subito viene a prenderle. Quando vengono portate via, c’è la strada; non c’è altro: la strada più cruda e più buia che ci possa essere. Quindi a questo gruppo di ragazzine che noi accogliamo – sono tutte minorenni – non facciamo altro che offrire loro un ambiente alternativo, cercando di tutelarle da quelli che sono i rischi della tratta: il dormire, il vivere sotto un tetto pulito, ordinato, accogliente, pieno di calore umano, non di cose superflue, fa tanto”!

Iana Matei, presidente della ong Reaching Out Romania, racconta di una piaga che ancora non viene sconfitta anche a causa della mancanza di educazione: parla di madri e padri “irresponsabili”, perché a volte un figlio viene considerato una “forma di profitto” in contesti di povertà estrema. Ma tratta delle persone non vuol dire soltanto sfruttamento sessuale: indica diritti negati, lavoro minorile, traffici di organi, matrimoni forzati. Lo racconta Gianpaolo Trevisi, direttore della scuola di Polizia di Peschiera del Garda, che in un piccolo libro è riuscito a trasformare storie di drammi in racconti di speranza:

“Anni fa scrissi ‘Fogli di vita’, un piccolo libro che parla di immigrazione. In qualche modo sono racconti che partono dalla realtà per poi regalare nel finale una cosa un po’ diversa, surreale, che sa di sogno. Questo rende le storie più leggibili. Con lo stesso criterio ho raccolto varie storie, tra cui quella di una bambina che si trova in Australia. I suoi genitori sono del Pakistan e le dicono che vogliono portarla nel loro Paese d’origine per le vacanze estive. In realtà, quando arriva, si ritrova un matrimonio già organizzato con una persona molto più anziana. Quindi ho trasformato il racconto, come se quello fosse solo un brutto incubo per la giovane: lei invece si sveglia la mattina e va a sposare un ragazzo australiano di cui si era innamorata, perché ora il suo Paese è l’Australia”.

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Colombia: Plenaria dei vescovi su abusi e formazione seminaristi

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Tre giorni di riflessione su come gestire i casi di abusi sui minori: sono quelli che vivranno i vescovi della Colombia dal 3 al 5 febbraio prossimo, presso la sede della Conferenza episcopale a Bogotà. A guidare il corso sarà padre Jordi Bertomeu, ufficiale della Congregazione per la Dottrina della Fede, che condividerà con i presuli colombiani la missione della Chiesa di tutelare i minori.

I tre principi della Chiesa colombiana per contrastare gli abusi
“La Chiesa colombiana – spiega in una nota padre Juan Alvaro Torres Zapata, vice-segretario della Conferenza episcopale locale (Cec) – è tra le più avanzate, in America Latina, nella promozione dei diritti dei bambini e nella prevenzione degli abusi perpetrati su di loro”. Tre, in particolare, i principi-cardine portati avanti dalla Cec: “In primo luogo, il diritto del bambino è un privilegio e tutelarlo è uno dei compiti prioritari della Chiesa – spiega il sacerdote - In secondo luogo, nell’ambito della formazione sacerdotale, bisogna lavorare molto per la maturità umana ed emotiva di coloro che praticheranno il ministero sacerdotale”. Infine, conclude padre Torrese Zapata, “è necessario dare risposte tempestive ai casi isolati di abusi commessi da alcuni membri del clero”.

La Chiesa non è mai consenziente, né silente di fronte agli abusi
“La Chiesa – ribadisce il vice-segretario della Cec – non è mai consenziente, né silente nei confronti di questo tipo di comportamento che lede la dignità dei minori”. Da sottolineare che i tre giorni di corso precederanno i lavori della 102.a Assemblea Plenaria della Cec che si svolgerà, sempre a Bogotà, dal 6 al 10 febbraio.

Evangelizzazione e missionarietà, le nuove sfide della Chiesa colombiana
‚ÄčIl tema della riunione sarà “La formazione iniziale nei seminari” ed avrà l’obiettivo di determinare e approfondire le linee-guida contenute nella “Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis”, il documento della Congregazione per l’Educazione cattolica promulgato nel 1970 ed aggiornato nel 1985. Il tutto allo scopo di “rispondere con rinnovata evangelizzazione e missionarietà alle sfide poste dai processi di accompagnamento dei futuri pastori della Chiesa colombiana”. Ad illustrare il progetto sarà mons. Jorge Carlos Patron Wong, segretario per i Seminari della Congregazione per il Clero. All’Assemblea prenderanno parte circa 90 vescovi provenienti da tutto il Paese. (I.P.)

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La Domus Aurea in 3D per poterla ammirare come ai tempi di Nerone

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Una Domus Aurea come non è stata mai vista, attraverso un video 3D che porterà i visitatori direttamente negli ambienti originari della sontuosa residenza realizzata dopo l'incendio di Roma  del 64 d.C. E’ questo l’obiettivo del nuovo percorso di visite nella reggia di Nerone, presentato ieri nella capitale. La Domus, secondo i racconti degli scrittori dell'epoca, copriva un'area così vasta da essere identificata con gran parte della Roma antica. Ascoltiamo il servizio di Marina Tomarro: 

Fare un salto indietro nel tempo e poter visitare la Domus Aurea costruita dall’imperatore Nerone, ammirandone le sale e gli affreschi, fino a quei dettagli che decoravano la volta della Sala dorata a 12 metri di altezza, le ninfe e le divinità dell'Olimpo come nemmeno l'imperatore potette mai vederli. E’ questa la sensazione che la nuova applicazione in 3D allestita nella sala della volta dorata della Domus Aurea, regala ai visitatori, permettendo di vedere la reggia come era prima che venisse sepolta dalle terme di Traiano pochi decenni dopo essere stata edificata. Una ricostruzione fatta attraverso fonti storiche, come  ci spiega l’archeologo Alessandro D'Alessio, direttore scientifico della Domus Aurea:

R - Noi abbiamo fatto una serie di ricostruzioni altamente filologiche, cioè sulla base delle evidenze archeologiche, architettoniche conservate, che ci consentono di poter restituire le strutture murarie stesse, riapplicare le decorazioni e quindi far sì che il visitatore si trovi immerso nell’ambiente così com’era in origine, al tempo dell’imperatore. La finalità è quella di comunicare l’antico, il patrimonio culturale con modalità aggiornate alle tecnologie moderne.

E in questo viaggio indietro nel tempo, viene rivelata tutta la bellezza di questo luogo edificato sul colle Oppio, come il portico marmoreo inondato di luce che dava sul grande giardino, e il  lago artificiale costruito li dove oggi sorge il Colosseo, come ha ricordato il soprintendente speciale per l’area archeologica di Roma Francesco Prosperetti nella conferenza stampa:

R -  Questo luogo viveva di una luce straordinaria che veniva riflessa probabilmente dal grande bacino lacustre artificiale che si trovava dove oggi sorge il Colosseo. Era una specie di grande specchio riflettente che faceva entrare “dal basso” la luce del sole negli ambienti della domus. Questa connessione di illuminazione non è più riproducibile al giorno d’oggi perché l’umidità degli ambienti farebbe ripartire la vegetazione, i muschi, … Questi ambienti vanno goduti nella penombra in una dimensione che non gli è propria. Quindi l’unico modo per restituire al visitatore di oggi questa condizione originaria degli ambienti della Domus Aurea è proprio quello di ricostruire virtualmente questa illuminazione attraverso questi meccanismi di realtà virtuale, di realtà aumentata, che oggi permettono di vedere come era la Domus Aurea, forse ancora meglio di come era ai tempi della sua costruzione.

Ma per salvare la Domus dall’umidità delle infiltrazioni d’acqua  è necessario anche un intervento anche sul parco che la sovrasta. A questo scopo è stato studiato anche un giardino sostenibile che nei prossimi anni andrà ad assorbire queste infiltrazioni salvando così un monumento unico al mondo, come ci racconta ancora Francesco Prosperetti:   

R -  Naturalmente la vicenda della Domus Aurea è estremamente breve. È stata costruita in un numero di anni ridottissimo ed è stata usata per un periodo ancora più breve, poi è stata consegnata all’oblio. Però, dal 1400 la Domus Aurea  è diventata un mito; è diventato un luogo tutto da riscoprire e crediamo di aver garantito oggi, con questa realizzazione, il modo più efficace per comprender l’essenza di questo monumento.

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Da oggi a Venezia le foto di Hubble in: "Our Place in Space"

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Da oggi a Venezia, al Palazzo Franchetti sul Canal Grande, una mostra unica nel suo genere: “Our Place in Space”, il nostro posto nello spazio. L’iniziativa è della Nasa e di Esa, l'Agenzia Spaziale Europea, che per realizzarla utilizzano una ventina di foto e 4 video con le immagini dell’universo inviate negli anni dal telescopio Hubble, accompagnate da opere create “ad hoc” da dieci dei migliori artisti italiani contemporanei. L’esposizione rimarrà aperta fino al 17 aprile per poi spostarsi in altre località in Europa, tra cui Monaco di Baviera, negli Usa e in Australia. A fine marzo, Venezia ospiterà inoltre il 4/o Congresso Mondiale di Astrofisica con la partecipazione di astronauti, premi Nobel e astrofisici da tutto il mondo. Il servizio di Adriana Masotti

Arte e Scienza, su piani diversi, tentano di dare risposta alle domande più profonde dell’uomo: da dove veniamo? Qual è il nostro posto nell'universo? Siamo soli o esistono altre forme di vita?  Le foto inviate da Hubble nei suoi 26 anni di attività, allargano il nostro orizzonte all’infinito svelando la bellezza e la maestosità del cosmo, a partire dai nostri vicini: le facce di Marte, la grande macchia rossa di Giove, le aurore di Saturno, fino alle Nebulose dove si può osservare l’evoluzione delle stelle e alle vastissime Galassie ai margini dell’universo. Ascoltiamo Antonella Nota, project scientist di Esa per la missione spaziale Hubble, una delle due curatrici della mostra:  

“Le immagini che abbiamo scelto per la mostra sono state scelte in base alla loro bellezza, perché uno degli obiettivi della mostra è ispirare il pubblico a sognare, a pensare alla vastità dell’Universo, alla sua complessità. Hubble è il telescopio della gente: è riuscito a portare l’Universo nelle nostre case; ha prodotto immagini che sono diventate icone, che sono state usare in modi incredibili ed inaspettati nella pubblicità, nei cinema… Quindi hanno reso la scienza accessibile a tutti. E per me, come scienziata, questo  è sempre stato uno obiettivo personale.”

L'Arte incontra quelle immagini e le interpreta: così le opere proposte sono un ulteriore contributo alla ricerca e alla comprensione. Ancora Antonella Nota:

“Questa mostra riesce a comunicare con il pubblico a tanti livelli diversi. Abbiamo, per esempio, posto la domanda: “Siamo soli nell’Universo? Esistono pianeti al di fuori del nostro Sistema Solare, che possano ospitare la vita?”. Noi adesso sappiamo, grazie proprio al telescopio spaziale Hubble che tali pianeti esistono. Allora abbiamo chiesto all’artista: “Come se lo immagina un pianeta?”. E gli abbiamo dato un obiettivo ben preciso: descrivere un pianeta che - secondo lui - possa ospitare la vita e un pianeta, invece, inospitale. E le due immagini che sono venute fuori sono fenomenali!”

Dieci gli artisti italiani che si sono lasciati ispirare dalle straordinarie immagini del telescopio spaziale: ne sono usciti dipinti, sculture, installazioni  con intuizioni personali lontane dalla scienza, ma che assecondano l’umano desiderio di conoscere e di esplorare. Anna Caterina Bellati, fondatrice della Bellati editore, specializzata nella divulgazione artistica e letteraria, che insieme all’Esa ha curato la mostra:

“Abbiamo scelto gli artisti, perché sono coloro che in modo chiaro – benché inconsapevole – riescono a frugare nel profondo della nostra conoscenza, delle nostre paure, delle nostre speranze. Il senso della mostra, forse, è quello di dare di nuovo collocazione, meno mastodontica, all’essere umano che pensa di potere tutto e di poter distruggere tutto. In qualche modo siamo tutti figli delle stelle, però per essere stelle bisogna anche un poco re-imparare ad alzare lo sguardo verso il cielo, dal punto di vista non soltanto fisico, ma teoretico, morale ecc...”.

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Regno Unito: appello dei vescovi per la riforma carceraria

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Il governo del Regno Unito deve raddoppiare gli sforzi per avviare una riforma carceraria: è quanto chiedono i vescovi di Inghilterra e Galles in una nota diffusa dopo che il Ministero della Giustizia britannico ha diffuso un rapporto sui casi di suicidio dietro le sbarre. E i numeri, purtroppo, parlano chiaro: nel Paese, i detenuti che pongono volontariamente fine alla propria vita sono in drammatico aumento.

Episodi scioccanti ed inaccettabili
Secondo il rapporto, infatti, nel 2016 si sono contati 119 morti autoinflitte; 34.784 incidenti provocati da autolesionismo e 25.049 episodi di assalti e violenza. Si tratta di dati “scioccanti ed inaccettabili”, ha detto mons. Richard Moth, vescovo di Arundel e Brighton e coordinatore dei cappellani carcerari, indicando nella carenza di personale e nel sovraffollamento di detenuti i principali fattori scatenanti simili episodi. Lo scorso anno, infatti, si sono verificate proteste degli addetti carcerari che hanno lanciato l’allarme sulla salute e la sicurezza sul lavoro, mentre numerosi detenuti hanno manifestato seri disturbi.

Carenza di personale e sovraffollamento di detenuti tra le cause dei suicidi
“Le statistiche attuali sui suicidi e gli atti di autolesionismo in prigione– afferma mons. Moth – sono scioccanti. Ogni morte rappresenta una tragedia per la persona stessa, per i suoi familiari e per il personale carcerario che ha cercato di evitarla”. “Consentire che nelle nostre carceri si arrivi a questo livello è inaccettabile – ha aggiunto il presule – Bisogna affrontare urgentemente le questioni riguardanti la carenza di personale ed il sovraffollamento di detenuti, anche per assicurare le giuste e necessarie cure ai prigionieri affetti da malattie mentali”.

L’impegno della Chiesa nella Pastorale carceraria
“Lo scrittore Dostoevsky – ha ricordato il vescovo di Arundel and Brighton – ha scritto che il grado di civiltà di una società può essere giudicato entrando in una delle sue prigioni”. Per questo, “è responsabilità di tutti affrontare questa situazione”. Di qui, l’appello del vescovo al governo affinché “proceda il più presto possibile alla riforma carceraria” Dal suo canto, la Chiesa di Inghilterra e Galles si impegna, “insieme ai cappellani ed ai volontari, a proseguire nell’impegno di supportare i detenuti più vulnerabili, lavorando al fianco delle istituzioni e dei responsabili degli istituti di detenzione”. (A cura di Isabella Piro)

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Svizzera: Messaggio dei vescovi per la Domenica del malato

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La dignità della vita umana non dipende dall’autosufficienza di una persona e non viene meno con la debolezza portata dall’età o dalla malattia,  perché tutta la nostra esistenza  fa parte del grande disegno che Dio ha scritto per noi. Questo il cuore del messaggio dei vescovi elvetici preparato da mons. Marian Eleganti, vescovo ausiliare di Coira, per la Domenica del malato celebrata dalla Chiesa locale il 5 febbraio.

L’aumento dei suicidi tra gli anziani, risultato delle pressioni della società
Un invito a riflettere su un tema, quello del fine vita, in una prospettiva cristiana contro l’idea oggi sempre più in voga che induce le perone che vivono in una situazione di debolezza a considerarsi come un peso “intollerabile per la società, un costo e un carico emotivo e fisico eccessivo per i familiari”. L’aumento del suicidi tra le persone anziane – evidenzia il messaggio - si deve anche al fatto che “una parte della società sta stabilendo nuovi parametri legali, giustificando e legittimando il suicidio come un tentativo di conservare fino alla fine la propria autonomia e quindi la dignità”.

La vita e la morte secondo la visione cristiana
In realtà, è  l’obiezione dei vescovi elvetici, “ogni essere umano ha una dignità, soprattutto quando è debole. Siamo noi, semmai, che gli neghiamo questa dignità e che lo trattiamo di conseguenza”.  A questa visione i vescovi contrappongono  quella della fede cristiana che considera la morte sempre “come un passaggio e un ritorno alla casa del Padre e  vede la vita “come un importante tempo di prova e preparazione al suo compimento in Dio”.  Questa visione - conclude il messaggio - consente ai cristiani di avere uno “sguardo fiducioso verso la propria morte”. (A cura di Lisa Zengarini)

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Sito Radio Vaticana

Bollettino del Radiogiornale della Radio Vaticana Anno LXI no. 32

E' possibile ricevere gratuitamente, via posta elettronica, l'edizione quotidiana del Bollettino del Radiogiornale. La richiesta può essere effettuata sul sito http://it.radiovaticana.va

Segreteria di redazione: Gloria Fontana, Mara Gentili e Beatrice Filibeck, con la collaborazione di Barbara Innocenti e Serena Marini.