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Sommario del 03/01/2008

Il Papa e la Santa Sede

  • Nel segno di Madre Teresa, la prima visita di Benedetto XVI del 2008: domani il Papa si recherà nella Casa “Dono di Maria” in Vaticano, fondata 20 anni fa dalla Beata di Calcutta
  • Nomine
  • Cresce il successo internazionale del libro di Benedetto XVI "Gesù di Nazaret"
  • Oggi su "L'Osservatore Romano"
  • Oggi in Primo Piano

  • Kenya: l’opposizione rinvia la manifestazione di protesta
  • Il prezzo del petrolio torna a sfiorare il record dei 100 dollari al barile
  • Dibattito vivace in Italia sulla proposta di una moratoria per l'aborto
  • Emergenza rifiuti in Campania: il cardinale Sepe auspica una soluzione con la collaborazione di tutti
  • Chiesa e SocietÓ

  • Riaperta a Betlemme la Tv cristiana “al Mahed” dopo l’appello lanciato dai microfoni della Radio Vaticana per superare le difficoltà economiche
  • Prosegue il pellegrinaggio in Terra Santa dei giovani dell’Azione Cattolica
  • “Dialogo interreligioso” e “sforzo per la pace” le intenzioni invocate nella Messa per il nuovo anno a Kirkuk
  • E' morto in Cina il vescovo emerito di Xianxian mons. Giovanni Liu Dinghan
  • A Mosca la riunione del Gruppo di lavoro ortodosso-cattolico
  • Precisazione della diocesi della Madre di Dio a Mosca sulla vicenda del giornale cattolico diocesano "Svet Evangelija"
  • Liberate le due operatrici di Medici senza Frontiere sequestrate in Puntland
  • Messaggio dell’arcivescovo di Abidjan durante la Messa per la pace
  • Appello della Chiesa boliviana a preservare la democrazia e il dialogo
  • L'impegno della Chiesa ungherese in difesa della famiglia
  • “Chi è Dio?” : è stata questa la domanda più diffusa nel 2007 su Google
  • Prosegue in Australia “il 'Tour spirituale' per le Giornate Mondiali della Gioventù
  • Da oggi al 5 gennaio Convegno del Centro nazionale vocazioni, presso la Domus Mariae a Roma
  • 24 Ore nel Mondo

  • Continuano le violenze nella Striscia di Gaza
  • Il Papa e la Santa Sede



    Nel segno di Madre Teresa, la prima visita di Benedetto XVI del 2008: domani il Papa si recherà nella Casa “Dono di Maria” in Vaticano, fondata 20 anni fa dalla Beata di Calcutta

    ◊   Un inizio d’anno dedicato ai più bisognosi e a chi li assiste con generosità ed amore: Benedetto XVI si recherà, domani alle ore 11, alla Casa “Dono di Maria” in Vaticano, affidata alle Missionarie della Carità. La visita del Papa assume un significato speciale: quest’anno, infatti, la struttura fortemente voluta da Madre Teresa e Giovanni Paolo II compie il suo ventesimo anniversario. Ecco come la superiora della comunità della Casa “Dono di Maria”, suor Mark Poustani, racconta, al microfono di Alessandro Gisotti, i sentimenti con i quali si appresta ad accogliere il Santo Padre:


    R. – Con la gioia e con la gratitudine di avere qui il Santo Padre, nella nostra casa. E’ un privilegio per noi averlo qui.

     
    D. – Quali sono le attività che svolgete presso la Casa “Dono di Maria”? Come si svolge una giornata tipo in questa struttura all’interno del Vaticano?

     
    R. – Noi siamo una comunità di suore e la prima attività è la preghiera. Al momento siamo otto suore. Cominciamo con la preghiera e alle 8.00 raccogliamo il frutto di questa preghiera, ossia il lavoro con i poveri. Abbiamo, infatti, una casa di accoglienza per donne senza fissa dimora. Possiamo accogliere circa 74 donne e al momento ne abbiamo circa 50. Abbiamo anche una mensa per gli uomini, che vengono la sera per mangiare. Cerchiamo non solo di dare il cibo, ma anche di dare la Parola agli ospiti, condividendo con loro la Parola del Signore ogni giorno. La sera c’è il lavoro più grande alla mensa, perché le donne vengono quasi tutte per mangiare. Non stiamo solo a casa, ma andiamo anche fuori dal Vaticano verso i poveri, cercando per strada e negli ospedali le persone sole. A tutti cerchiamo di dare non solo il mangiare, ma anche la Parola del Signore.

     
    D. – La Casa “Dono di Maria” è nata per volontà di Madre Teresa di Calcutta e di Giovanni Paolo II e compie, in questo 2008, 20 anni...

     
    R. – La nostra madre, già nel 1970, aveva questo desiderio di avere un giorno i poveri nel cuore della Chiesa. Era un desiderio grande. E il Santo Padre, quando ha visitato le nostre case a Calcutta, nell’86, ha raccolto questo desiderio. Il “Dono di Maria” è il frutto dell’incontro di questi due desideri, della nostra madre e del Santo Padre.

    Alla Casa “Dono di Maria”, oltre che dalle Missionarie della Carità, i poveri sono assistiti da un gruppo di volontari. Ecco l’esperienza di uno di loro, Angelo Vignola, dell’Associazione “Santi Pietro e Paolo”, da dieci anni al servizio dei più bisognosi presso la Casa “Dono di Maria”. L’intervista è della nostra collega del programma francese, Laure Stephan:

     
    R. - Principalmente io sono alla porta, all’accoglienza dei poveri, ma facciamo un po’ di tutto, distribuiamo anche vestiti, panini…

     
    D. - Chi sono questi poveri che vengono accolti alla Casa “Dono di Maria”?

     
    R. - A dormire da noi vengono le donne che sono disagiate, vengono da tutti i Paesi, soprattutto dalla Romania, l’Albania. Vengono qui a Roma per trovare un posto di lavoro e si appoggiano alla Casa “Dono di Maria”, restano 15, 20 giorni, nel frattempo cercano di trovare un posto e poi vanno via.

     
    D. - Accanto alla vostra attività di accoglienza ci sono anche momenti di preghiera?

     
    R.- Sì. Ogni sera, prima di mangiare, si legge il Vangelo del giorno e viene spiegato; viene letto da un volontario o da un sacerdote che in quel momento è presente al “Dono di Maria”.

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    Nomine

    ◊   Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale della diocesi di Amarillo (USA), presentata da mons. John Walter Yanta, per raggiunti limiti di età. Il Papa ha nominato nuovo vescovo di Amarillo mons. Patrick James Zurek, finora vescovo titolare di Tamugadi ed ausiliare di San Antonio. Mons. Patrick James Zurek è nato il 17 agosto 1948 a Wallis nel territorio dell’attuale arcidiocesi di Galveston-Houston. Terminati gli studi liceali, ha ottenuto il Bacellierato in Matematica e Chimica presso l’Università di Houston. Ha frequentato il Saint Mary Seminary di Houston per i corsi filosofici. Ha completato gli studi ecclesiastici a Roma presso il Pontificio Collegio Americano del Nord e la Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino, dove ha conseguito il Bacellierato in Teologia (1971-1975). Ha ottenuto anche la Licenza in Teologia Morale presso l’Accademia Alfonsiana. Il 29 giugno 1975 è stato ordinato sacerdote a Roma da Papa Paolo VI per la diocesi di Austin (Texas). Rientrato in diocesi, ha ricoperto diversi incarichi. Nominato vescovo titolare di Tamugadi e vescovo ausiliare di San Antonio il 5 gennaio 1998, è stato consacrato il 16 febbraio successivo.

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    Cresce il successo internazionale del libro di Benedetto XVI "Gesù di Nazaret"

    ◊   Il libro del Papa “Gesù di Nazaret” ha superato 2 milioni di copie a otto mesi dalla sua pubblicazione e nel corso di quest’anno saliranno a 50 i Paesi in cui è diffuso il volume: dall’Albania al Brasile, dal Giappone alla Nuova Zelanda, dall'Egitto all'Indonesia. Ascoltiamo in proposito il servizio di Sergio Centofanti.


    Cresce la sete di conoscere Gesù. Il Gesù dei Vangeli come lo presenta il Papa nel suo libro coincide con il Gesù reale, il Gesù storico in senso vero e proprio. In tanti hanno studiato la figura del Cristo crocifisso e a tutti Gesù continua a porre la domanda: “Chi dite che io sia? E tante sono state le risposte:

     
    “Anche oggi è così: molti accostano Gesù, per così dire, dall’esterno. Grandi studiosi ne riconoscono la statura spirituale e morale e l’influsso sulla storia dell’umanità, paragonandolo a Buddha, Confucio, Socrate e ad altri sapienti e grandi personaggi della storia. Non giungono però a riconoscerlo nella sua unicità. .. Come allora, dunque, anche oggi la ‘gente’ ha opinioni diverse su Gesù. E come allora, anche a noi, discepoli di oggi, Gesù ripete la sua domanda: ‘E voi, chi dite che io sia?’. Vogliamo fare nostra la risposta di Pietro: ‘Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente’”. (Omelia del 29\6\2007)

     
    Il Papa nel suo libro afferma che Gesù ha fatto saltare tutte le categorie di interpretazione e solo partendo dal mistero del Cristo vero Dio e vero uomo si può capire veramente la figura di Gesù. Ma conoscere Gesù – ribadisce – non è una semplice teoria: è incontrare concretamente una Persona viva. E’ un’esperienza che dà la vera gioia della vita come ha detto ai giovani di Pavia lo scorso 22 aprile:

     
    “Cari ragazzi e ragazze, vi auguro di scoprire sempre più la gioia di seguire Gesù e di diventare suoi amici. È la gioia di Pietro e degli altri Apostoli, dei Santi e delle Sante di tutti i tempi. Questa gioia è anche quella che mi ha spinto a scrivere il libro Gesù di Nazaret ... (applausi) ... Per i più giovani è un po' impegnativo, ma idealmente lo consegno a voi, perché accompagni il cammino di fede delle nuove generazioni”.

     
    Il Papa ricorda tuttavia che non basta dichiararsi amici di Cristo:

     
    “La vera amicizia con Gesù si esprime nel modo di vivere: si esprime con la bontà del cuore, con l’umiltà, la mitezza e la misericordia, l’amore per la giustizia e la verità, l’impegno sincero ed onesto per la pace e la riconciliazione. Questa, potremmo dire, è la ‘carta d’identità’ che ci qualifica come suoi autentici ‘amici’; questo è il ‘passaporto’ che ci permetterà di entrare nella vita eterna”. (Angelus del 26\8\2007)

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    Oggi su "L'Osservatore Romano"

    ◊   A colloquio, nell’informazione religiosa, con il cardinale Martino e con il vescovo Crepaldi. Un bilancio dell’attività nel 2007 del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace. Particolare attenzione nell’intervista all'attuale situazione in Pakistan dopo l’assassinio di Benazir Bhutto. 

    Intervista al cardinale Comastri sulla Basilica di San Pietro, parrocchia universale.

    Intervista al cardinale Husar sul tema delle vocazioni.

    Un articolo sull’inchiesta federale sollecitata dai vescovi indiani dopo gli attacchi subiti da cristiani da parte di fondamentalisti.

    In evidenza, nell’informazione internazionale, sempre il Kenya, dove gli appelli al dialogo non fermano le violenze.

    Un articolo di Giuseppe M. Petrone sulle elezioni presidenziali anticipate in Georgia.

    In cultura, i diari spirituali del cardinale Giovanni Colombo (scritti in seminario e negli anni del ministero pastorale a Milano) e i testi di spiritualità sacerdotale. I contributi del cardinale Giacomo Biffi e di mons. Inos Biffi.

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    Oggi in Primo Piano



    Kenya: l’opposizione rinvia la manifestazione di protesta

    ◊   In Kenya, è stata rinviata al prossimo 8 gennaio la manifestazione indetta dal leader dell’opposizione, Raila Odinga, e non autorizzata dal governo contro la rielezione di Mwai Kibaki alla presidenza. Sembra imminente, poi, una verifica dell’esito delle elezioni. Nonostante questi spiragli, si sono comunque registrati scontri anche oggi tra polizia e sostenitori dell’opposizione. Sono morte almeno 4 persone ed è così salito ad almeno 340 il bilancio delle vittime. In questo difficile scenario proseguono, inoltre, gli sforzi della diplomazia internazionale e dei leader religiosi: tra questi, il premio Nobel per la Pace, l’arcivescovo anglicano Desmond Tutu, ha avuto una serie di incontri per promuovere la riconciliazione tra opposte fazioni. Il servizio di Amedeo Lomonaco:


    La parola d’ordine è fermare le violenze prima che in Kenya possa materializzarsi lo spettro del genocidio in Rwanda o possano ripetersi gli orrori che hanno sconvolto Somalia e Sierra Leone. E’ sempre più precario, infatti, l’equilibrio della convivenza delle varie etnie che, dall’indipendenza del 1963, ha permesso al Kenya di superare risentimenti e rivalità antiche diventando uno dei Paesi più stabili d’Africa. La speranza è risposta nel dialogo e per questo i vescovi del Kenya lanciano un appello alla riconciliazione chiedendo anche l’invio di cibo, acqua e medicine per gli sfollati, più di centomila per la Croce Rossa. Sono poi decine di migliaia le persone senza cibo e senza medicine che sopravvivono barricate nelle chiese. Negli occhi di molti ci sono ferite laceranti, come quelle provocate dalle immagini strazianti della chiesa pentecostale di Eldoret, dove sono morte tra le fiamme cinquanta persone.

     
    I mezzi di informazione parlano di “collasso politico” e dello scontro tra due etnie: i Kikuyo, che da sempre hanno avuto un proprio rappresentante come presidente e i Luo, quasi sempre esclusi dal potere ed appartenenti, in prevalenza, alle classi medie e povere del Paese. Sul piano politico, poi, la riconferma come capo di Stato di Mwai Kibaki, di etnia Kikuyo, è stata aspramente contestata dall’opposizione guidata da Raila Odinga, di etnia Luo. Il margine tra i due candidati, che si scambiano reciproche accuse di genocidio, è di appena 230.000 voti. Il procuratore generale ha chiesto un’indagine indipendente sugli scrutini che hanno portato alla proclamazione di Kibaki come presidente. L’opposizione ha denunciato brogli e irregolarità. Ma a divampare, secondo molti analisti, non è l’odio tribale.

     
    Per il missionario comboniano, padre Alex Zanotelli, quello che viene definito scontro etnico è in realtà il riflesso di una iniqua distribuzione delle risorse: l’altra grande violenza – sostiene il missionario – è quella “di un sistema politico-economico che costringe una larga fetta di popolazione a vivere al di sotto della soglia di povertà”. Il dieci per cento dei più ricchi può disporre invece di oltre il 40 per cento delle risorse. I missionari comboniani, che ben conoscono la realtà del Kenya, sottolineano che non sono più sostenibili queste contraddizioni emerse in seguito ad una crescita della divaricazione economica fra zone, ormai assuefatte ai benefici consolidati dai flussi turistici, ed altre sempre al limite della sussistenza. Diventa quindi prioritario evitare che l’appartenenza etnica sia usata come pretesto e copertura per interessi politici: quello che occorre – avvertono gli analisti - è una politica capace di contrastare il flagello della povertà che affligge metà della popolazione.

    Sulla situazione in Kenya, Giancarlo La Vella ha raccolto telefonicamente a Nairobi la testimonianza del missionario comboniano, padre Luigi Coppi, della rivista New People:

    R. - C’è meno violenza, però nessuno dei due vuole cedere. E’ arrivato l’arcivescovo Tutu dal Sudafrica, ha avuto una serie di incontri, ma non sembra abbia ottenuto risultati incoraggianti. Il leader dell'opposizione ha detto: ‘se mi chiedete di cedere, la risposta è no’.

     
    D. - Chi potrebbe fare da mediatore?

     
    R. - Alcuni, che sono dalla parte dell’opposizione, chiedono l’aiuto internazionale. Il governo dice che non ne ha bisogno.

    D. - Lei pensa sia una situazione che potrebbe risolversi in qualche modo in tempi più o meno brevi?

     
    R. - Brevi non saprei, comunque si deve risolvere. Però è difficile vedere il finale di questa storia perché il presidente non si è più visto, né lui, né i suoi portavoce. Hanno fatto silenzio per tutto il giorno, per cui non si sa che reazione ci sarà.

     
    D. - La popolazione come sta vivendo questo stato di tensione?

     
    R. - La popolazione è un po’ stanca perché da una settimana sono chiusi i negozi, mancano i viveri, la benzina, i telefoni non funzionano. La gente vorrebbe vedere la fine di questa confusione; sembra che la maggioranza sia in favore dell’opposizione.

    La preoccupazione della Chiesa per la drammatica situazione viene confermata anche dal nunzio apostolico in Kenya, l’arcivescovo Alain Paul Lebeaupin, raggiunto telefonicamente a Nairobi da Laure Stephan della nostra redazione francese.


    R. – La preoccupazione è di andare per questo cammino e ristabilire una convivenza tra le comunità etniche che vivono in Kenya e trovare le condizioni di una riconciliazione futura. Ovviamente, però, la Chiesa è molto preoccupata per le condizioni delle persone, in particolare per quelle che si trovano nell'ovest del Paese. In alcune diocesi sono 2 o 3 mila le persone che arrivano nelle missioni. I vescovi, dunque, hanno deciso di lanciare un appello alla solidarietà. Gli sfollati non solo hanno abbandonato le loro case, ma hanno perso tutto.

     
    D. – Che cosa si sa mons. Lebeaupin dell’identità delle persone che hanno commesso le violenze?

     
    R. – La cosa preoccupante, e che preoccupa anche la Chiesa, è che spesso tutto questo è compiuto dai giovani. Nairobi, dove abbiamo le più grandi baraccopoli di tutta l’Africa, è pieno di giovani. Sono giovani disoccupati e molti di essi non hanno un’educazione. C’è un problema a lunga scadenza con cui la società del Kenya dovrà confrontarsi. Questi giovani sono spesso persone che sentono di non avere un futuro nella loro vita. E’ un problema, dunque, anche sociale, che credo stia dietro alle violenze di questi giorni.

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    Il prezzo del petrolio torna a sfiorare il record dei 100 dollari al barile

    ◊   Il prezzo del petrolio torna a salire verso la soglia dei 100 dollari. Le quotazioni sulla qualità Brent stamani hanno superato quota 98 dollari, e c’è attesa per i dati sulle scorte settimanali degli Stati Uniti. Per il presidente dei petrolieri italiani, Pasquale De Vita, l’aumento del prezzo del greggio è legato a fattori geopolitici e non ci sono in questo momento problemi particolari di approvvigionamento. Alessandro Guarasci ha sentito il parere dell’economista dell’Università Cattolica Luigi Campiglio:



    R. – Il prezzo del petrolio ha una componente fondamentale che è la crescita molto forte e tumultuosa della Cina, dell’India, dei Paesi emergenti. A questo si aggiunge una situazione delicata di rapporti tra domanda e offerta di energia a livello mondiale, che rende questa materia prima particolarmente sensibile all’instabilità politica.

     
    D. – Professore, c’è il rischio di una ripercussione non solo sulla benzina e sui carburanti, ma anche sui beni di prima necessità?

     
    R. – Questa pressione della domanda coinvolge non solo il petrolio, ma un po’ tutte le materie prime e abbiamo visto che a partire dall’estate, tutto il comparto dei cereali, tutte le spese ricorrenti, quasi quotidiane delle famiglie, sono stati soggette a pressioni molto forti sui prezzi. Quindi, è il quadro generale che preoccupa, così come il fatto che da un anno ormai, l’aumento del prezzo del petrolio si accompagna all’indebolimento della valuta americana nei confronti dell’euro; questo rende un po’ più difficile la posizione competitiva delle imprese europee e di quelle italiane in particolare, che quest’anno hanno fatto anche bene sui mercati mondiali.

     
    D. – Però, a livello mondiale, pressioni sull’OPEC sono auspicabili, sono possibili, secondo lei?

     
    R. – Un accordo con i Paesi dell’OPEC significa, in buona sostanza, aumentare l’offerta. Questo, nel breve periodo, può dare qualche risultato ma è un sollievo temporaneo. Paradossalmente, ci dobbiamo augurare che tutta questa grande area asiatica continui a crescere, ma a ritmi meno convulsi. Questa seconda ipotesi è meno peregrina di quanto si immagini, perché le stesse autorità cinesi cominciano ad essere preoccupate. Già da parte loro ci sono, poi, conseguenze negative sui prezzi e sui salari e tutto quanto ne segue.

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    Dibattito vivace in Italia sulla proposta di una moratoria per l'aborto

    ◊   In Italia è bagarre politica dopo la proposta, lanciata di più parti, di una moratoria sull’aborto e le parole del cardinale Ruini in direzione di un’applicazione integrale, a favore della vita, della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. La Comunità Papa Giovanni XXIII,“pur considerando la legge 194 profondamente ingiusta nel legittimare la soppressione di esseri umani, chiede di applicarne gli articoli a difesa della vita e della maternità ad oggi quasi totalmente disattesi”. Trasversale il dibattito politico sulla necessità di riformare la normativa, favorevole al confronto il ministro della Salute Livia Turco, che ribadisce però: “la legge non va cambiata”. Massimiliano Menichetti ha raccolto il commento di Gianni Mussini vice presidente del Movimento per la Vita:


    R. - Mi pare che la situazione sia matura per una riconsiderazione generale del problema e mi sembra di vedere che anche nel fronte dei sostenitori della legge 194 sull’aborto cominci ad esserci una qualche consapevolezza nuova.

     
    D. - L’Italia ha promosso la moratoria della pena capitale, secondo lei potrà arrivare a promuovere la moratoria dell’aborto?

     
    R. - Nessuno pensa che si possa arrivare presto a una eliminazione della legge sull’aborto in Italia e in Europa, ma certo l’obiettivo deve essere quello di far avanzare la cultura della vita in modo che ogni giorno si faccia un passo in avanti.

     
    D. - La legge 194, ovvero la legge sull’aborto, risale al 1978, si invoca da tempo una sua revisione…

     
    R. - Appena si parla di revisione della legge 194 insorge il fronte abortista. Io credo che sia possibile qualche intervento nel senso auspicato dal cardinal Ruini su due ambiti della legge: quello che impone di aiutare le donne in difficoltà a continuare la loro gravidanza e non ad abortire; la legge prevede chiaramente questa cosa ma è spesso inattuata, occorre renderla più precisa. Inoltre, il cardinale Ruini faceva anche riferimento agli aborti tardivi; 30 anni fa un feto non riusciva a sopravvivere oltre la 26.ma settimana, oggi ci sono casi di bambini nati qualche settimana prima di quel limite e quindi occorrerà che la legge prenda atto di questo avanzamento della medicina, con la premessa che comunque qualsiasi aborto è inaccettabile.

     
    D. - Il ministro della Salute, Turco, ribadisce ‘nessuna modifica alla 194, una legge applicata nella sua interezza’…

     
    R. - E’ sotto gli occhi di tutti che la legge non sia applicata. Il più delle volte se una donna si presenta in un consultorio o un ospedale per abortire, nessuno le propone un’alternativa. A meno che nell’ambito dell’ospedale non ci siano volontari del Centro di aiuto alla vita che si mettano a disposizione della donna, e in questo caso il più delle volte le donne rinunciano ad abortire e tengono il bambino. Se i consultori facessero lo stesso, il numero degli aborti in Italia sarebbe enormemente inferiore.

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    Emergenza rifiuti in Campania: il cardinale Sepe auspica una soluzione con la collaborazione di tutti

    ◊   "La spazzatura, sfacelo che mortifica la dignità della nostra gente, influisce negativamente sulla vita, fisica e morale, della popolazione; spero che dopo tanto tempo si possa trovare una soluzione con la collaborazione di tutti, anche con la Chiesa". Così l'arcivescovo di Napoli, cardinale Crescenzio Sepe sull’emergenza rifiuti in Campania. Il porporato ha anche ribadito che è necessario superare gli egoismi quando presenti. Intanto, la Commissione Europea sta valutando se avviare una nuova procedura d’infrazione contro l’Italia per non aver seguito le indicazioni comunitarie in materia di smaltimento dei rifiuti. Si stima che siano oltre 100 mila le tonnellate di spazzatura accumulata in Campania. Federico Piana ha raccolto il commento di don Vincenzo Doriano, vice direttore del settimanale della diocesi di Napoli Nuova Stagione.


    R. – La situazione è piuttosto grave, in modo particolare nella provincia di Napoli. I cittadini si ritrovano ad avere cumuli di immondizia fin sotto ai balconi delle case. Capita che al primo piano ci si affacci e si vedano cumuli di spazzatura. Questo poi determina il noto grave problema, cioè quello di incendiare i cumuli di spazzatura, sprigionando poi la diossina, che non fa altro che aumentare i problemi poi legati alla spazzatura. Credo che per risolvere questa questione sia necessaria una sola cosa in questo momento: mettere da parte i localismi. C’è un problema molto grosso in Campania, ma nessun comune, nessuna comunità locale desidera avere uno stoccaggio per la spazzatura. Credo, però, che così facendo sia impossibile risolvere la questione.

     
    D. – Questo localismo, don Vincenzo, è possibile che venga superato anche grazie ai parroci?

     
    R. – Il tentativo che deve fare la Chiesa è quello di far comprendere ai cittadini il senso del bene comune e il bisogno di mettersi insieme per risolvere appunto questo problema. Non ci si può chiudere a riccio, cercando di proteggere la propria comunità locale senza tener conto che invece c’è una situazione generale che va risolta nel suo insieme. E dall’altra parte, credo, sia necessario anche - mi si passi questo termine- “un’azione di forza” delle istituzioni, perché impongano in qualche modo, in questa situazione di emergenza, determinate soluzioni; soluzioni per poi avviare un progetto, più a lungo termine, che preveda anche dei termovalorizzatori, per avviare poi tutto il processo della raccolta dei rifiuti differenziata.

     
    D. – Secondo lei, don Vincenzo, quanto questa voglia di localismo è sobillata dalla camorra, che ha interessi a non far nulla e a far rimanere tutto così e gestire anche l’affare molto lucroso delle discariche abusive?

     
    R. – Personalmente credo tantissimo, come personalmente credo che la camorra sfrutti anche la protesta locale. Per questo è necessario, anche da questo punto di vista, un’azione di forza da parte delle istituzioni.

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    Chiesa e SocietÓ



    Riaperta a Betlemme la Tv cristiana “al Mahed” dopo l’appello lanciato dai microfoni della Radio Vaticana per superare le difficoltà economiche

    ◊   Ridotta al silenzio per i debiti accumulati, ha ripreso le trasmissioni - dopo poche settimane di sospensione - l’emittente “al Mahed”, (“La Natività”), l’unica Televisione cristiana in Terra Santa. La stazione televisiva privata che sorge a pochi chilometri dalla Basilica della Natività a Betlemme è nata nel 1996 per iniziativa di un imprenditore greco-ortodosso Samir Qumsieh, fondatore e direttore da 11 anni di al Mahed. La Tv offre una programmazione variegata rivolta in particolare ai cristiani, non mancano però programmi mirati per i musulmani, oltre a trasmissioni di servizio per tutti i telespettatori, che sono circa un milione. Nonostante l’ottimo seguito e gli attestati di stima meritati da istituzioni religiose, l’emittente è arrivata nei mesi scorsi a indebitarsi fino a 63 mila dollari. Da qui l’appello del suo direttore Qumsieh, lanciato dai nostri microfoni il primo novembre scorso, per scongiurare la chiusura definitiva, “un disastro” - aveva lamentato - per la sopravvivenza dei cristiani in Terra Santa, dove nella sola Betlemme sono scesi dall’85 a meno del 20% della popolazione. Dopo l’appello è arrivata la pronta risposta di un associazione italiana di San Donato milanese “Concittadini di Terra Santa operatori di pace”, che ha aperto una raccolta per sostenere la Tv “al Mahed”, cui si è aggiunto un contributo di 15 mila euro da parte della presidenza della CEI, attinto dai fondi dell’8 per mille. Questi interventi hanno permesso di riprendere le trasmissioni, oltre che attirare l’attenzione su una realtà di grande rilievo mediatico per i cristiani di Terra Santa. (A cura di Roberta Gisotti)

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    Prosegue il pellegrinaggio in Terra Santa dei giovani dell’Azione Cattolica

    ◊   Prosegue in Galilea il pellegrinaggio del Forum Internazionale dell’Azione Cattolica, che ha raccolto in Terra Santa circa 150 giovani, da 27 Nazioni. Un pellegrinaggio volto a costruire ponti di pace e fraternità, che ha avuto il suo culmine nella Giornata della pace, celebrata a Gerusalemme. Qui i pellegrini hanno ricevuto dal Patriarca Latino mons. Sabbah la lampada della pace, come segno dell'impegno che porteranno avanti, ciascuno nel proprio Paese. Molti di loro vengono da lontano, - diversi da Stati lacerati da divisioni e da guerre - e sono qui per la prima volta. Burundi, Mali, Nicaragua, Birmania, Bosnia, Filippine sono solo alcuni dei Paesi di provenienza dei partecipanti, che sono accompagnati nel loro pellegrinaggio anche da alcuni giovani arabi cristiani. Le prime quattro giornate, che si sono svolte tra Betlemme e Gerusalemme, sono state scandite dagli incontri volti ad illustrare la realtà di vita in Palestina, incontri avuti anche con il Patriarca Latino di Gerusalemme, col Nunzio Apostolico, e con il Custode di Terrasanta, padre Pierbattista Pizzaballa. Oggi, nella basilica dell'Annunciazione a Nazareth, si svolgerà la Messa celebrata da mons. Marcuzzo, Vicario Patriarcale per Israele, dopo la quale i giovani, provenienti da realtà di vita totalmente differenti, potranno raccontare e scambiarsi le proprie esperienze. Oltre alle visite previste per i prossimi giorni, nei santuari di Cafarnao, Tabgha, al monte delle Beatitudini, al Tabor e al Carmelo, assai importanti, infatti, sono i momenti di condivisione. Più di una metà del gruppo di pellegrini, che nei giorni scorsi erano stati alloggiati presso il Centro dell'AC di Betlemme, è accolto ora dalle famiglie cristiane di Nazareth e dei villaggi vicini. I giovani pellegrini - incontratisi a Roma e partiti di là una settimana fa - dopo la Messa prefestiva dell'Epifania che celebreranno nella parrocchia latina di Haifa, ripartiranno alla volta di Roma, per partecipare, in S. Pietro, alla Solenne Messa del 6 gennaio presieduta da Benedetto XVI. (Da Gerusalemme, per la Radio Vaticana, Sara Fornari)

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    “Dialogo interreligioso” e “sforzo per la pace” le intenzioni invocate nella Messa per il nuovo anno a Kirkuk

    ◊   Si è aperto all’insegna del dialogo interreligioso e di una concreta volontà di riconciliazione il nuovo anno a Kirkuk, la città irachena simbolo della convivenza fra diverse fedi religiose. In questo spirito è stata celebrata la Messa del 1° gennaio con la lettura del Vangelo nelle 4 lingue della città (arabo, caldeo, curdo e turkmeno), segno di una volontà condivisa di pace. L’arcivescovo Louis Sako, che ha pronunciato l’omelia, ha sottolineato che “la pace è un progetto collettivo, ma anche personale e per raggiungerla dobbiamo impegnarci ad accettare e rispettare gli altri. La speranza – ha aggiunto – non esiste senza l’altro”. Lo stesso presule ha raccontato ad AsiaNews che, fra i 1500 presenti alla Messa vi erano anche rappresentanti politici musulmani. Mons. Sako, da sempre impegnato nel dialogo, durante tutto il periodo natalizio ha ricevuto le visite augurali di rappresentanti musulmani. Il 24 dicembre ha accolto nell’episcopato una delegazione sciita, guidata dal rappresentante dell’ayatollah Ali al Sistani, presenti il rappresentante della Lega degli imam sunniti, l’imam dell’Ufficio per il dialogo e una ventina di capi tribù. Da entrambe le parti sono stati scambiati reciproci apprezzamenti per gli sforzi intrapresi verso “un dialogo sincero e coraggioso” ed è stato deciso di formare una Lega dei leader religiosi musulmani e cristiani per promuovere la convivenza. Al termine dell’incontro, come simbolo di pace, il rappresentante di al Sistani ha donato a mons. Sako una copia in oro del Corano. (C.C.)

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    E' morto in Cina il vescovo emerito di Xianxian mons. Giovanni Liu Dinghan

    ◊   Il 20 dicembre scorso si è spento in Cina all’età di 90 anni Mons. Giovanni Liu Dinghan, vescovo emerito della diocesi di Xianxian, 200 km circa a sud di Pechino, nella provincia dell’Hebei. Ne dà notizia l’Osservatore Romano. Il presule, nato nel 1917 da una famiglia non cattolica, nel ’39 era entrato nella Compagnia di Gesù e nel 1950 ordinato sacerdote. Dopo quattro anni la nomina a Superiore Provinciale dei Gesuiti per la Cina del Nord. Dal 1955 al 1979 era stato imprigionato tre volte a causa della fede, passando venti anni nei campi di rieducazione. Un cattolico, che lo conobbe in quel periodo, ricorda di essere stato colpito dalla capacità del Religioso di sopportare le difficoltà e dalla sua forte fede in Dio. Col nuovo clima politico, nel 1980 padre Liu fu liberato e nominato amministratore della Diocesi di Xianxian della quale divenne vescovo due anni dopo. Sotto la sua guida, la diocesi ha conosciuto un grande sviluppo a livello pastorale e vocazionale. Mons. Liu Dinghan infatti, ha dedicato particolare attenzione alla preparazione dei nuovi sacerdoti e delle religiose, ponendo grande cura nella scelta dei formatori. Oltre che l’apertura del seminario minore nella sua diocesi, nel 1984 ha avviato il Seminario Regionale Filosofico-Teologico dello Hebei a Shijianzhuang, di cui fu rettore dal 1986 al 2003. Un seminario che ha dato centinaia di sacerdoti. La diocesi di Xianxian conta più di 60 mila cattolici, 104 sacerdoti, quasi tutti giovani e 200 luoghi di culto, di cui 30 parrocchie. A causa delle festività natalizie, la salma di Mons. Liu Dinghan è rimasta esposta presso la Cattedrale, dove ininterrottamente sono state celebrate Santa Messe e recitati rosari. I funerali solenni – presieduti da Mons. Giuseppe Li Langui - si sono svolti giovedì scorso alla presenza di sei vescovi, 150 sacerdoti, 200 religiose e più di 10 mila fedeli. (R.P.)


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    A Mosca la riunione del Gruppo di lavoro ortodosso-cattolico

    ◊   Il 28 dicembre scorso si è riunito a Mosca, presso il dipartimento delle relazioni esterne del Patriarcato, il gruppo di lavoro ortodosso-cattolico di Russia. Istituito nel 2004 in seguito ad un incontro in Russia tra il card. Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani e il Patriarca Alessio II, il gruppo di lavoro ha il compito di risolvere i problemi concreti che sopravvengono nelle relazioni tra ortodossi e cattolici sul territorio russo. Durante i colloqui, è stato deciso che nel 2008 il gruppo si riunirà ogni tre mesi. Si è parlato inoltre di una maggiore collaborazione delle Chiese in campo mediatico e della costruzione di nuove chiese cattoliche e della restituzione di quelle che non sono utilizzate per il culto. I membri cattolici del gruppo hanno dato la loro disponibilità a sostenere la Chiesa ortodossa russa nella sua battaglia per introdurre nelle scuole russe come materia facoltativa l’insegnamento della cultura religiosa ortodossa. (R.P.)

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    Precisazione della diocesi della Madre di Dio a Mosca sulla vicenda del giornale cattolico diocesano "Svet Evangelija"

    ◊   Nei giorni scorsi sono uscite agenzie di stampa e notizie relative alla chiusura del settimanale cattolico diocesano “Svet Evangelija” (“La luce del Vangelo”), dell’arcidiocesi della Madre di Dio a Mosca. Tali notizie fanno riferimento ad una serie di articoli apparsi sul numero di Natale del giornale e ad alcune dichiarazioni del capo redattore. Secondo quanto riferito da p. Igor’ Kovalevskij, segretario della Conferenza episcopale dei vescovi cattolici russi e responsabile dell’ufficio stampa della diocesi della Madre di Dio a Mosca, nelle scorse settimane è stata avviata una costruttiva discussione sull’uso dei mass media a livello diocesano. Tale discussione, precisa p. Kovalevskij, non ha portato alla decisione di chiudere il giornale della diocesi, ma ha preso in considerazione diverse ipotesi, tra cui anche quella di una chiusura e trasformazione del giornale, e del suo affiancamento ad altri strumenti di informazione più efficaci e adeguati alle condizioni attuali dei mass media. Le interpretazioni riduttive relative alla chiusura del giornale sono state smentite dalla Conferenza episcopale dei vescovi cattolici russi. Lo stesso p. Igor’ Kovalevskij ribadisce che “Svet Evangelija” non è un organo della Conferenza episcopale e perciò ogni sua possibile trasformazione, compresa anche la chiusura, dovrà essere deliberata a livello diocesano. Il settimanale “Svet Evangelija” è stato iniziato dal missionario italiano padre Bernardo Antonini (morto nel 2002) e fondato dall’arcivescovo di Mosca mons. Thaddeus Kondrusiewicz nel 1994. Il primo numero è stato stampato il 2 ottobre 1994 e per 14 anni è stato il solo settimanale pubblicato dalla Chiesa cattolica in Russia. (A cura di Davide Dionisi)

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    Liberate le due operatrici di Medici senza Frontiere sequestrate in Puntland

    ◊   La dottoressa spagnola Mercedes García e l’infermiera argentina Pilar Bouza sequestrate mercoledì scorso a Bosaso, nella regione autonoma del Puntland, sono sane e salve, secondo quanto confermato dall’organizzazione Medici senza Frontiere (MSF). Non sono ancora noti i particolari del rilascio, ma ieri si è tenuta una riunione tra funzionari del governo e alcuni uomini collegati al gruppo dei rapitori. Nei giorni scorsi era stato chiesto il riscatto di 250 mila dollari, ma MSF ha dichiarato all’agenzia MISNA che non è stato pagato alcun riscatto. Il presidente di MSF, Paula Farias, nella sua dichiarazione ha reso inoltre note le condizioni di violenza e abbandono che caratterizzano la Somalia ormai da anni: “E’ la popolazione civile che paga le conseguenze del conflitto e la sopravvivenza di gran parte dei somali dipende dall’aiuto di poche organizzazioni umanitarie internazionali; è un paese dimenticato da tutti e proprio per questo motivo i somali vedono crescere sempre più le loro sofferenze”. MSF, dopo aver sospeso la sua attività a Bosaso, ha anche evacuato sette membri del suo personale attivi nella provincia del Middle Shabelle per raggiungere la capitale del Kenia, Nairobi. (C.C.)

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    Messaggio dell’arcivescovo di Abidjan durante la Messa per la pace

    ◊   “La pace totale in Costa d’Avorio è possibile”, ha affermato monsignor Jean-Pierre Kutwa, arcivescovo di Abidjan, durante la Messa celebrata nella cattedrale San Paolo nel quartiere del ‘Plateau’. Secondo il presule, grazie agli accordi di Ouagadougou firmati il 4 marzo scorso tra il presidente Laurent Ggbagbo e l’ex capo ribelle Guillaume Soro, si è lasciato alle spalle uno stato di belligeranza che aveva diviso il paese per cinque anni. “Il cammino per la pace passa attraverso il disarmo e l’organizzazione di elezioni libere e trasparenti", riferisce l'Agenzia Misna riportando le parole del presule. "Le oscure prospettive del passato sembrano dissiparsi per far posto a un nuovo orizzonte di promesse”. Ufficialmente, il processo di disarmo degli ex-combattenti è iniziato il 22 dicembre scorso, mentre le elezioni dovrebbero tenersi entro giugno del 2008. L’arcivescovo si è rivolto quindi ai rappresentanti delle forze armate nazionali invitandoli a collaborare per la realizzazione della pace totale. Durante la messa, monsignor Kutwa ha sottolineato inoltre che nel paese il peggio è stato evitato anche grazie al dialogo interreligioso, sempre rivolto alla ricerca della pace; fra i partecipanti, tra gli altri, il capo islamico Idriss Koudous, presidente del Consiglio nazionale degli imam. (C.C.)

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    Appello della Chiesa boliviana a preservare la democrazia e il dialogo

    ◊   "Lo scontro non offre mai nessun sbocco a nulla. Se vogliamo progredire occorre cercare sempre le vie dell'intesa, del rispetto della democrazia, dei suoi valori e dei suoi principi anche se a volte ci sono delle difficoltà. La cosa più importante è la preservazione della democrazia, della sua legalità e della sua legittimità". Così, il segretario della Conferenza episcopale della Bolivia, vescovo de El Alto, mons. Jesús Juárez, all'inizio del nuovo anno, che per il Paese si presenta particolarmente rilevante nella prospettiva dell'eventuale promulgazione della nuova Costituzione, che sarà sottoposta a referendum popolare entro il 14 marzo. Le parole del presule sono arrivate poco prima del cambio ai massimi vertici militari voluto dal presidente boliviano Evo Morales, che ha raccomandato alle nuove autorità militari di preservare l'unità e la democrazia, a fronte delle richieste di autonomia da parte di quattro delle nove regioni del Paese. Tra l'altro, Morales, il prossimo 7 gennaio dovrebbe incontrare i Governatori di queste regioni, che rifiutano il nuovo testo costituzionale. Quest’incontro, dopo un anno di gravi tensioni, con violenze che hanno causato la morte di alcune persone, potrebbe rappresentare l’apertura di un dialogo sincero “che la Chiesa cattolica, precisa mons. Jesús Juárez, ha sempre promosso e incoraggiato come il mezzo migliore per il progresso della nazione”. Il segretario dell’Episcopato ricorda inoltre che la Chiesa continuerà a facilitare ogni tipo d’incontro e d’intesa anche se non è chiamata a prendere parte in queste conversazioni. “La Chiesa, spiega, si affida alla responsabilità degli uomini politici e chiede loro di non abbandonare questo metodo, poiché è l’unico per garantire il bene di tutti”. Rammentando “le condizioni minime per un vero dialogo”, il presule ha ribadito che occorre “un cuore umile e una disponibilità al servizio” e, soprattutto, “il desiderio di andare incontro all’altro”; dunque bisogna, per il bene di tutti, “abbandonare ogni intransigenza”. Mons. Jesús Juárez, ribadisce infine che oggi più che mai tutti i leader politici e sociali “devono lasciare da parte tutto ciò che ostacola l’incontro e il dialogo” per operare “con la pace nel cuore, e della quale abbiamo bisogno tutti, sapendo che essa è il frutto della giustizia e dell’amore tra fratelli”. “La Chiesa non desidera né cerca nessun protagonismo. La Chiesa vuole solo servire ogni via che garantisca pace e dialogo per il bene della nostra nazione”, conclude il segretario generale dell’Episcopato. (A cura di Luis Badilla)

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    L'impegno della Chiesa ungherese in difesa della famiglia

    ◊   Continua in Ungheria l’impegno della Chiesa in difesa della famiglia e contro il riconoscimento legale delle unioni di fatto. Una legge in tal senso è stata approvata qualche giorno prima di Natale dal Parlamento ed entrerà in vigore nel gennaio del 2009. Il provvedimento, in sostanza, prevede un registro delle unioni civili che permetterà ai conviventi etero e omosessuali di accedere al diritto di successione in caso di morte e dichiarazioni congiunte dei redditi. È esclusa invece dalla legge l’adozione. In una dichiarazione i vescovi ungheresi hanno espresso particolare sconcerto per il riconoscimento delle coppie omosessuali: “Equiparare simili unioni al matrimonio mina una società sana”, ha dichiarato il portavoce della Conferenza episcopale, Csongor Szerdahelyi. “Non discriminiamo gli omosessuali nella Chiesa - ha puntualizzato -, ma non siamo d’accordo con quei politici che sostengono che queste aperture siano inevitabili e che cercano di condizionare le opinioni facendo passare come una cosa normale questo modo di vivere in Occidente”. Per i vescovi la nuova legge è anti-costituzionale e contraria alla legge naturale. “Anche quando entrerà in vigore – ha ribadito il portavoce - la Chiesa resterà fedele ai dettami del catechismo secondo cui il matrimonio è l’unione tra un uomo e una donna aperta alla vita”. (L.Z.)

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    “Chi è Dio?” : è stata questa la domanda più diffusa nel 2007 su Google

    ◊   Internet aiuta a soddisfare la domanda religiosa. Secondo il rapporto annuale della “Google Zeitgeist”, nel 2007 la domanda più diffusa sul motore di ricerca mondiale è stata “Chi è Dio?”. Il quesito religioso è stato infatti il primo nella serie di questioni riguardanti il “Chi è…?”. Per quanto riguarda invece il quesito sul “Che cosa…?”, il primo in ordine assoluto è stato “Che cosa è l’amore?”. Tutto questo conferma – annota l’agenzia “AsiaNews”, riportando la notizia - come le domande profonde ed esistenziali siano presenti in modo massiccio anche nel web. La “Google Zeitgeist” ha compiuto lo studio in base a tutte le domande inserite dagli internauti durante l’anno passato nel motore di ricerca. Va detto che in maggioranza i quesiti sono arrivati dagli Stati Uniti, essendo questo il Paese dove Internet è più sviluppato. Una ricerca del “Pew Internet Project” rivela che il 64 per cento degli americani si connette alla Rete con uno scopo religioso o spirituale. Anche “AsiaNews” documenta la preferenza dei lettori all’informazione religiosa: fra i primi 10 articoli più letti nello scorso anno vi sono quelli dedicati ai monaci birmani, alla situazione dei cristiani in Indonesia, Pakistan ed Iraq ed ai rapporti fra Cina e Vaticano. Solo al 7mo posto vi è un articolo di economia, dedicato alla crisi finanziaria generata dai mutui “subprime”, che hanno generato una grave crisi negli Stati Uniti. (R.G.)

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    Prosegue in Australia “il 'Tour spirituale' per le Giornate Mondiali della Gioventù

    ◊   E’ iniziata la seconda fase del pellegrinaggio della Croce nei luoghi della GMG 2008, che si terrà a Sydney, in Australia dal 15 al 20 luglio 2008. Un tour “spirituale”, attraverso 31 mila chilometri in 5 Stati, visitando molti luoghi tra cui la Barriera corallina, la Bayron Bay e anche alcune moschee nella città di Sydney. Secondo l’itinerario previsto, la Croce assieme all’Icona di Maria ha attraversato più di 200 comunità, dove si sono svolti oltre 500 eventi di carattere spirituale e culturale. Sono state più di 250 mila le persone che hanno partecipato a questi eventi per vedere la Croce del Cristo. Durante le feste natalizie la Croce e l’Icona sono state ospitate a Sydney; nella notte e nel giorno di Natale sono state poste nella Cattedrale di St. Mary, mentre per l’Epifania faranno tappa nella Chiesa della comunità ucraina di Geelong. Prossimi appuntamenti previsti sono la diocesi di Armidale dal 26 gennaio al 6 febbraio; la diocesi di Bathurst la settimana seguente e nella capitale Canberra dal 16 al 26 febbraio. I due simboli della GMG 2008 faranno ritorno a Sydney il 30 giugno per il pellegrinaggio nella zona della Grande Sydney. (C.C.)

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    Da oggi al 5 gennaio Convegno del Centro nazionale vocazioni, presso la Domus Mariae a Roma

    ◊   “L’annuncio e la proposta vocazionale nella Chiesa missione. Come?”. Questo il tema il Convegno promosso dal Centro nazionale vocazioni (CNV) della CEI, che si aprirà oggi pomeriggio a Roma presso la Domus Mariae. Tre gli spunti di riflessione per il dibattito: la “missionarietà”, come elemento essenziale di una comunità cristiana, che si fa annuncio e proposta vocazionale; vivere ogni “cammino vocazionale” come segno di una Chiesa capace di sentirsi costantemente in missione; creare un clima fecondo e significativo di “comunicazione e ascolto” sui grandi temi della pastorale vocazionale, per viverla con rinnovata fiducia, senza inutili nostalgie e rimpianti. L’incontro si aprirà alle 16 con gli interventi di mons. Italo Castellani, arcivescovo di Lucca e presidente del CNV e della Commissione episcopale clero e vita consacrata e di don Nico Dal Molin, direttore del CNV. Seguiranno seminari ed una tavola rotonda prevista per la giornata di domani presieduta da padre Giulio Albanese, responsabile del Settore riviste delle Pontificie opere missionarie. Sabato mattina il Convegno si concluderà con la Messa presieduta da mons. Giuseppe Betori, segretario generale della CEI, cui seguirà la relazione di padre Amedeo Cencini, docente presso la Pontificia Università Salesiana. (C.C.)

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    24 Ore nel Mondo



    Continuano le violenze nella Striscia di Gaza

    ◊   Ancora violenze nella Striscia di Gaza. In mattinata una forte esplosione anche nel centro di Gaza. Epicentro degli scontri armati è Khan Yunes, nel sud di Gaza, dove da alcune ore unità israeliane di fanteria stanno facendo un’incursione per distruggere “infrastrutture terroristiche”. Nella notte, ucciso un miliziano di Hamas e, in mattinata, uccise due donne. Nel frattempo un razzo katiuscia sparato da Gaza ha colpito un rione settentrionale della città di Tel Aviv senza causare vittime, ma scatenando reazioni in seno ai vertici politici. Il ministro Yitzhak Cohen ha infatti invitato Israele a cessare le forniture di corrente elettrica e di combustibile ai palestinesi che vivono a Gaza. Intanto, il presidente statunitense, George Bush, che fra una settimana visiterà Gerusalemme e Ramallah, ha dichiarato che entro la fine del 2008 andranno in porto i negoziati israelo-palestinesi.

    Afghanistan
    Oltre 200 insorti talebani sono stati uccisi in combattimenti con l'esercito afghano a Musa Qala, nel sud dell'Afghanistan, ripresa dai talebani alla metà dello scorso dicembre. Lo ha annunciato il Ministero dell'interno afghano. Finora nessun bilancio preciso era stato reso noto. L'esercito afghano con l'aiuto delle truppe britanniche dell'ISAF e quelle della coalizione a guida USA ha riconquistato il 10 dicembre Musa Qala, nella provincia di Helmand, occupata dai talebani da dieci mesi. Le operazioni militari proseguono in quest'area del sud dell'Afghanistan per cacciare i talebani da tre altri distretti che sono sotto il loro controllo.

    Iraq
    Un ordigno e un razzo katiuscia sono esplosi in due zone diverse di Baghdad, nella parte sud e nella parte ovest, provocando la morte di almeno tre civili e il ferimento di altri sette. L’ordigno è esploso nei pressi dell'abitazione di un membro del partito Dawa (del premier Nuri al Maliki) nel quartiere meridionale di Zafaraniya, provocando la morte di due persone e il ferimento di altre cinque. Nel quartiere occidentale di Washash, la caduta di un razzo katiuscia su alcune abitazioni ha provocato la morte di un civile e il ferimento di altri due.

    Pakistan
    Si abbassa la tensione in Pakistan, precipitato subito dopo Natale nel caos politico e sociale per l'assassinio di Benazir Bhutto, dopo l'annuncio di una nuova data per le elezioni, il 18 febbraio, e il discorso del presidente Pervez Musharraf alla nazione. L'annuncio del rinvio del voto di quaranta giorni - le elezioni erano previste per l'8 gennaio - non ha suscitato violenze né manifestazioni di piazza. Ieri, dopo la decisione della Commissione elettorale di posporre le elezioni, lo stesso Asif Ali Zardari, vedovo di Benazir e ora alla testa del PPP assieme al figlio Bilawal, ha invitato i suoi sostenitori a rimanere calmi e a concentrare le forze in questa nuova fase di campagna elettorale. Anche l'arrivo a giorni di una squadra di Scotland Yard, su richiesta di Musharraf, per dare man forte all'intelligence pachistana nelle indagini sugli assassini di Bhutto ha contribuito a stabilizzare una crisi che fino a due giorni fa sembrava ingovernabile. Sul futuro politico e sociale, Francesca Sabatinelli ha intervistato Ejaz Ahmad, giornalista pachistano, membro della consulta islamica del Ministero dell’interno.


    R. - Penso che dopo l’assassinio di Benazir Bhutto, il suo partito abbia acquistato molto nell’opinione pubblica, anche se era stato coinvolto in diversi scandali nel passato. Anche la Lega musulmana che appoggia Musharraf ha chiesto tempo perché non riusciva a fare la campagna elettorale. Penso che dopo le elezioni la situazione in Pakistan si calmerà. Non so quale sarà il futuro di Pervez Musharraf. C’è la paura di brogli elettorali da parte del governo in carica.

    D. - Prevede che ci possa essere una fine del regime militare?

     
    R. - I militari in Pakistan hanno radici molto forti. L’Islam non è riuscito ad essere il collante del Paese e in questo momento il collante del Paese sono i militari, quindi l’esercito ha un ruolo molto importante. Per il processo democratico vediamo cosa succederà nel prossimo futuro; non ci sono neanche partiti democratici solidi con statuti forti, mentre il nostro vicino, l’India, è cresciuto democraticamente. Abbiamo bisogno di tempo ma anche dell’aiuto dei Paesi occidentali che devono cambiare le tattiche dell’aiuto. Non abbiamo bisogno di aiuti militari ma di aiuti sul piano sociale, perché il popolo pakistano sta passando dalla crisi a una povertà inaudita.

    Libano
    Il movimento sciita libanese Hezbollah, sostenuto da Siria e Iran, ha oggi minacciato una “mobilitazione pacifica”, se entro dieci giorni non sarà trovato un accordo con la maggioranza di governo antisiriana. In un'intervista con un'emittente Tv locale, trasmessa ieri in tarda serata, il leader del movimento, Sayyed Hassan Nasrallah, ha affermato che la mediazione della Francia con la Siria sullo stallo delle elezioni presidenziali in Libano continuerà nonostante i due Paesi abbiano interrotto i loro contatti incentrati sulla crisi libanese. “Se questa mediazione fallisce, non ce ne saranno altre, e l'opposizione si mobiliterà nei prossimi sette o dieci giorni usando tutti i possibili mezzi pacifici”, ha detto Nasrallah, senza aggiungere dettagli. Il leader di Hezbollah ha sottolineato che l'opposizione, guidata dal suo movimento, vuole un potere di veto in un “governo di unità nazionale” prima di accettare di eleggere come presidente il comandante dell'esercito, il generale Michel Suleiman. In una contemporanea intervista Tv, il leader druso Walid Jumblat ha dal canto suo affermato che accettare le richieste dell'opposizione “vuol dire portare l'influenza di Siria e Iran in Libano”.

    Questione libanese: polemica tra Siria e Francia
    A meno di 24 ore dall'annuncio del ministro degli Esteri siriano Walid al Muallim della decisione di interrompere i contatti con la Francia per trovare uno sbocco alla crisi politica libanese, la Siria accusa oggi Parigi di “non assumersi le proprie responsabilita”'. “La Francia sa bene quali sforzi la Siria abbia impegnato per risolvere la crisi”, afferma stamani il quotidiano siriano Al Baath, organo dell'omonimo partito al potere dal 1963, che aggiunge: “Ora tentano di addossarci la colpa come se fossimo gli unici ad avere amicizie e influenze tra le forze libanesi”. La decisione siriana di sospendere i contatti con Parigi per metter fine al vuoto istituzionale creatosi in Libano dalla fine di novembre con la mancata elezione del nuovo presidente della Repubblica, é seguita alle dichiarazioni di domenica scorsa del presidente francese Nicolas Sarkozy, secondo cui la Siria, che sostiene l'opposizione libanese, non farebbe abbastanza per favorire l'elezione del nuovo capo dello Stato. Il giornale ha dal canto suo affermato che "tutti sanno che la responsabilità del fallimento di ogni iniziativa di mediazione ricadono sulla maggioranza parlamentare libanese", appoggiata dalla Francia.

    Al via in Iowa le primarie per la Casa Bianca
    Primo appuntamento negli Stati Uniti delle primarie per la corsa alla Casa Bianca. Si parte con l’Iowa. Un lungo cammino che porterà alla scelta del nuovo presidente degli Stati Uniti in novembre. Gli ultimi sondaggi sottolineano un testa a testa tra Barack Obama e Hillary Clinton in campo democratico; per i repubblicani, invece, il conservatore Mike Huckabee è leggermente avanti rispetto a Mitt Romney. Ma qual è il valore di questa prima tornata elettorale: più simbolica o reale? Salvatore Sabatino lo ha chiesto a Paolo Mastrolilli, responsabile della redazione esteri del TG1 RAI:


    R. – In termini numerici è piccolo il significato, perchè si tratta di circa 250 mila abitanti. Ci sono degli editorialisti che, scherzando, hanno detto che in Iowa ci sono più maiali che esseri umani, perchè ci sono molti allevamenti. Dal punto di vista politico, però, ha molto significato, perché è il primo voto, il primo risultato. E’ molto importante avere quello che gli americani chiamano “il momentum”, cioè per un candidato dimostrare che è un candidato vincente, per poi proseguire con il piede giusto nel resto del cammino elettorale.

    D. – Le primarie in Iowa sono costate ai candidati una cifra record, circa 50 milioni di dollari, più o meno 200 dollari a voto. La vittoria alla Casa Bianca è ancora legata agli investimenti dei candidati o possiamo aspettarci sul breve e lungo termine qualche colpo di scena?

    R. – I colpi di scena sono sempre possibili, anzi già ci sono, perchè in questo voto risultano favoriti dei personaggi che all’inizio erano nettamente indietro, come per esempio l’ex governatore dell’Arkansas, Huckabee, tra i repubblicani. Naturalmente, però, i soldi sono molto importanti, perché per raggiungere gli elettori bisogna fare la pubblicità, soprattutto la pubblicità televisiva e quindi è fondamentale avere i fondi per fare queste campagne che sono molto dispendiose, perchè gli Stati Uniti sono grandi come un continente. Hanno cercato di riformare queste leggi per il finanziamento delle elezioni, ma molti sostengono che la capacità in un candidato di ottenere finanziamenti dimostra anche il suo apprezzamento fra gli elettori e quindi ha anche una forma di misurazione del consenso democratico nei suoi confronti.

    D. – Tra i democratici a contendersi la scena sono due candidati che porterebbero a Washington comunque una ventata di novità. Hilary Clinton sarebbe il primo presidente donna e Barak Obama, il primo presidente di colore. Ma gli statunitensi sono pronti a questi cambiamenti?

    R. – Questo lo vedremo durante le elezioni. Già il fatto che queste due persone possano essersi candidate, diventando i front runners del partito democratico indica che c’è chiaramente un’evoluzione nella società americana. Che poi riescano ad arrivare fino alla Casa Bianca è un altro discorso e lo vedremo a partire da oggi.

     
    D. – La campagna elettorale si giocherà su alcuni punti chiave, tra cui ovviamente la guerra in Iraq che continua ad essere una spina nel fianco dell’amministrazione Bush. Ci sarà un cambio di rotta?

     
    R. – In realtà, gli ultimi sondaggi indicano che la questione Iraq è scesa nell’attenzione degli elettori. Ora si parla molto dell’economia, della paura di una recessione negli Stati Uniti, del problema dei mutui. Tale questione sta un po’ equilibrando quella dell’Iraq.

    Sri Lanka e la mediazione norvegese
    La Norvegia ha riferito che molto probabilmente ritirerà la propria missione di monitoraggio dallo Sri Lanka dopo che oggi il governo di Colombo ha annunciato il suo ritiro formale dal cessate-il-fuoco con i ribelli separatisti Tamil concluso nel 2002 con il patrocinio di Oslo. Il ministro norvegese per l'Aiuto allo Sviluppo, Solheim, ha osservato che la presenza della missione Nordic è legata all'accordo di tregua del febbraio 2002, ma ha sottolineato che il suo Paese continuerà comunque a proporsi come mediatore di pace finché riscuoterà la fiducia delle parti in conflitto. Ieri, un attacco ad opera dei ribelli Tamil ha provocato la morte di almeno quattro persone (cinque secondo altre fonti) e il ferimento di 24. Il cessate-il-fuoco era di fatto finito con l'entrata in carica a Colombo, alla fine del 2005, del presidente Rajapakse, un nazionalista sostenitore del metodo forte contro i guerriglieri delle Tigri di liberazione dell'Eelam Tamil (LTTE), che definisce “terroristi”.

    Braccio di ferro tra Russia e Regno Unito sul British Council
    Il ministero degli Esteri russo ha invitato Londra a sospendere l'attività del British Council in Russia evitando di politicizzare il problema e di inasprire le relazioni bilaterali. La stesura di un accordo bilaterale sui centri culturali é stata congelata – è stato spiegato - a causa dei “passi distruttivi di Londra nelle relazioni russo-britanniche”, le misure diplomatiche prese dal Regno Unito contro la mancata estradizione di Andrei Lugovoi, ritenuto da Londra il principale sospettato dell'avvelenamento dell'ex spia del KGB Aleksander Litvinenko. Il mese scorso il Ministero degli esteri russo aveva disposto la chiusura dei centri regionali del British Council a partire dal primo gennaio 2008, per mancanza di adeguato stato legale.

    Caso Gazprom
    L’azienda russa Gazprom non ha al momento alcun progetto "concreto" di acquisizione in Europa ma “non esclude” questa possibilità a patto che siano rispettati una serie di criteri come quello di “un prezzo ragionevole”. Lo ha dichiarato il suo vice presidente Alexandre Medvedev sottolineando anche come “il terzo pacchetto di misure proposte dall'UE pone molti interrogativi per i quali al momento non vi sono risposte”. In un'intervista al quotidiano "La Tribune", Medvedev critica le proposte della Commissione UE che vuole separare la produzione e vendita di gas dal suo trasporto, sottolineando che “non vi é bisogno di troppe direttive per assicurare la liberalizzazione del gas”. A suo avviso “la clausola di reciprocità prende di mira direttamente Gazprom “sia in quanto compagnia esportatrice che come operatore”. La Commissione UE vuole la separazione tra produzione e vendita di gas dal suo trasporto per assicurare libera concorrenza e sicurezza di approvvigionamenti.

    Bolivia
    Il presidente boliviano Evo Morales ha imposto un cambio ai massimi vertici militari del Paese, raccomandando loro di preservare l'unità e la democrazia, a fronte delle richieste di autonomia da parte di quattro delle nove regioni del Paese. Morales ha chiesto anche ai nuovi vertici che, oltre a compiere la loro missione istituzionale, le unità militari si costituiscano in una sorta di “università per i poveri”, per soddisfare la domanda di tecnici minerari e per gli idrocarburi. Il nuovo comandante in capo delle forze armate è il generale dell'aeronautica Luis Trigo. I vertici uscenti erano stati nominati nel febbraio del 2006, un mese dopo l'elezione alla presidenza di Evo Morales.

    Cina
    Tre vigili del fuoco cinesi sono morti nel tentativo di spegnere un incendio in corso da quasi 24 ore ad Urumqi, nel nordovest della Cina. Al momento non è possibile, affermano le autorità locali, avere un bilancio delle vittime dell' incendio, che è scoppiato ieri per cause imprecisate nel Dehui International Plaza nel centro di Urumqi, la capitale della Regione Autonoma Uighura del Xinjiang. Nell'edificio di 12 piani c'erano circa duemila negozi che vendevano vestiti, cosmetici, giocattoli ed altri prodotti. Due piani erano occupati da uffici. Il Dehui Plaza apparteneva ad un imprenditore della provincia del Zhejiang che, secondo l'agenzia Nuova Cina, aveva investito nell'operazione circa 38 milioni di euro. Lo Zhejiang, sulla costa orientale del Paese, é una delle province più industrializzate e più ricche della Cina.

    India
    Sette persone sono morte, tra cui due bambini, a causa della calca per la troppa folla nel Tempio di Kanakdurga di Vijaywada nello Stato centrale indiano dell'Andra Pradesh. Oltre 20 i feriti. Più di 100.000 persone erano presenti stamattina nel sacro tempio, uno dei più venerati del Paese, per una preghiera rituale. La strada stretta che scende dall'edificio a valle non era sufficientemente capiente ad accogliere tutti i devoti, e così la calca ha schiacciato alcune persone. Il governo locale ha autorizzato una inchiesta anche perchè ci sono state critiche per la mancanza di controlli da parte delle forze dell'ordine che si sarebbero presentate troppo tardi per fermare la folla. Lo stesso governo dell'Andra Pradesh ha deciso di dare un indennizzo di circa 2000 euro alle famiglie delle vittime e 200 euro a quelle dei feriti. Il tempio é stato chiuso ai devoti subito l'incidente. (Panoramica internazionale a cura di Fausta Speranza)

     Bollettino del Radiogiornale della Radio Vaticana Anno LII no. 3

     
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