RADIOVATICANA
RADIOGIORNALE
Anno XLIX n.
168 - Testo della trasmissione di venerdì 17 giugno 2005
IL PAPA E LA SANTA SEDE:
Il Papa riceve il
presidente della Repubblica slovacca Gasparovic
IN PRIMO PIANO:
Nel vertice di Bruxelles
l’Unione Europea cerca la sua identità: intervista con Piervirgilio Dastoli
L’Iran al voto per eleggere il nuovo presidente: il
commento di Alberto Negri
Conclusa a Ginevra la Conferenza internazionale del lavoro:
intervista con mons. Silvano Tomasi
Oggi la
Giornata mondiale contro la desertificazione: ce ne parla il dott.
Massimo Candelori
Stasera la
presentazione del volume sul Concilio di mons. Agostino Marchetto: con
noi il presule
Domani la conclusione del Taormina film festival: intervista
con Ettore Scola
CHIESA E SOCIETA’:
Sono migliaia i dissidenti detenuti nel Myanmar senza processo
Da domani a Bari il terzo Meeting internazionale tra cattolici ed
ebrei messianici
Autobomba nei pressi di una Moschea sciita a Baghdad
Cresce nuovamente la
tensione in Kirghizstan
Audizione ieri al TPI dell’Aja per l’ex Jugoslavia, dell’ex
capo dei Caschi blu dell’ONU Karremans
17 giugno 2005
IN UDIENZA DA BENEDETTO
XVI IL PRESIDENTE SLOVACCO, IVAN GASPAROVIC
- A cura di Alessandro De Carolis -
Benedetto XVI ha ricevuto questa
mattina in udienza il presidente della Repubblica Slovacca, Ivan Gasparovic,
ricevuto in Vaticano con la consorte e il seguito. Quella di Gasparovic è stata
la prima visita al nuovo Pontefice, ma non la prima in Vaticano: il 64.enne
capo di Stato slovacco era a Roma l’8 aprile scorso, giorno dei funerali di
Giovanni Paolo II, che proprio in Slovacchia aveva compiuto, nel settembre
2003, il suo 102.mo viaggio apostolico, il terz’ultimo internazionale.
Gasparovic - che in questa sua visita in Italia parteciperà, tra l’altro, ad
una Messa alla tomba romana di San Cirillo, oltre ad incontrare anche il Gran
Maestro dell'Ordine sovrano dei Cavalieri di Malta, Bertie – è a capo del suo
Paese dall’aprile del 2004, quando è succeduto a Rudolph Schuster. La sua
vittoria alle presidenziali è maturata a sorpresa sul favorito Meciar e lo ha
portato a presiedere, pochi giorni dopo, all’ingresso del suo Paese nell’Unione
Europea. L’11 maggio scorso, il Parlamento di Bratislava ha ratificato la
Costituzione comunitaria con 116 sì, 27 no e 4 astenuti.
Con oltre cinque milioni di abitanti, il 70% dei quali cattolici, la Slovacchia ha conquistato il diritto a far parte dei 25 Stati dell’Unione in appena 11 anni di indipendenza, maturata nel ’93 con la scissione dalla Repubblica ceca. La principale lotta che ha impegnato le varie amministrazioni, oltre al rilancio dell’economia, è stata quella della disoccupazione, attestata tuttora attorno al 16%. Una caratteristica del tessuto sociale slovacco è costituita da una grande varietà etnica, che comprende anche le minoranze di magiari, ruteni e zingari. Con una decisione all’avanguardia, e uno stanziamento di 2 milioni di euro, lo scorso marzo il ministro dell'Educazione di Bratislava, Martin Fronc, ha nominato per la prima volta nella storia del Paese 25 insegnanti di lingua e letteratura rom, che entro il 2005 cominceranno ad insegnare nelle scuole elementari e medie del Paese. La decisione è stata dettata dalla necessità di risolvere i problemi di apprendimento dei figli dei circa 400 mila rom slovacchi, costretti finora a frequentare scuole “speciali”.
ALTRE UDIENZE
Sempre stamane il Papa ha
ricevuto in successive udienze il cardinale Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga,
arcivescovo di Tegucigalpa, in Honduras, alcuni presuli della Conferenza Episcopale del Madagascar, in visita "ad
Limina”, e l’arcivescovo Angelo Amato, segretario della Congregazione
per la Dottrina della Fede.
Ieri il Santo Padre ha ricevuto in udienza mons. Renato
Boccardo, segretario generale del Governatorato dello Stato della Città del
Vaticano.
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OGGI SU
“L’OSSERVATORE ROMANO”
Apre la prima il discorso di Benedetto XVI al reverendo dottor Samuel
Kobia, Segretario Generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese di Ginevra.
Nell'occasione il Papa ha sottolineato che l'impegno della Chiesa cattolica
nella ricerca dell'unità cristiana è irreversibile.
Nelle vaticane, nel discorso generale ai nuovi Ambasciatori di Nuova
Zelanda, Azerbaigian, Guinea, Zimbabwe, Svizzera, Malta, Rwanda, il Santo Padre
ha affermato che il nostro cuore non può essere in pace finché vediamo i
fratelli soffrire per mancanza di cibo, di lavoro, di un tetto.
Nelle estere, Iraq: sanguinose violenze a Mossul e a Ramadi.
Nella pagina culturale, un articolo di Ferdinando
Montuschi dal titolo "Trionfa l'inganno nei 'reality show'": in
questo genere di trasmissioni televisive la realtà non è realtà e lo spettacolo
non è spettacolo.
Un articolo di Marcello Filotei in ricordo del
grande direttore d'orchestra Carlo Maria Giulini.
Nelle
pagine italiane, in primo piano l'Irap: approvato il decreto sulle entrate
2004-2005.
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17
giugno 2005
LA
SPAGNA CHE DIFENDE LA FAMIGLIA SCENDE DOMANI IN PIAZZA A MADRID
PER PROTESTARE CONTRO LA LEGGE VOLUTA DAL
PREMIER ZAPATERO CHE PARIFICA
LE
UNIONI OMOSESSUALI AL MATRIMONIO. ALL’EVENTO PROMOSSO DAL FORUM
DELLE FAMIGLIE PRENDONO PARTE ANCHE ALCUNI
VESCOVI IBERICI
GUIDATI
DALL’ARCIVESCOVO DI MADRID, IL CARDINALE ROUCO VARELA
-
Con noi, Antonio Pelayo e Luisa Santolini -
“Sì, la famiglia è importante”: è lo slogan della
manifestazione, che avrà luogo domani a Madrid, in difesa del matrimonio e
dell’infanzia. L’evento è promosso dal Forum spagnolo della famiglia.
L’iniziativa intende esprimere l'opposizione di migliaia di famiglie spagnole
al disegno di legge promosso dal governo Zapatero, che equipara le unioni omosessuali
al matrimonio. La manifestazione, appoggiata dal Partito Popolare, inizierà
alle 18 nella Plaza de Cibeles e si snoderà attraverso le strade del centro
cittadino fino a raggiungere la Plaza de Colón. Alcuni vescovi iberici, tra i
quali il cardinale Antonio Maria Rouco Varela, arcivescovo di Madrid, hanno
annunciato la propria partecipazione alla marcia. L’episcopato spagnolo ha
emesso il 9 giugno scorso una Nota in cui fa riferimento all’iniziativa di domani.
“Ci troviamo dinanzi a una questione della massima rilevanza morale e sociale –
scrivono i presuli – che esige dai cittadini, in particolare dai cattolici, una
risposta chiara e incisiva con ogni mezzo legittimo”. Sul clima che si respira
in Spagna alla vigilia di questa manifestazione, Alessandro Gisotti ha
intervistato Antonio Pelayo, corrispondente
della Televisione spagnola Antena Tres:
**********
R. –
C’è grande attesa per vedere effettivamente quante saranno le persone che verranno
a Madrid. Si è parlato di mezzo milione, altri sono più ottimisti, altri sono
più cauti. Certamente ci saranno centinaia di migliaia di persone da tutta la
Spagna e questo è un fatto molto importante perché esprime un’opinione pubblica
completamente contraria a questi disegni di legge del governo Zapatero. Non è
stata una iniziativa dei vescovi, ma di un forum della famiglia, presieduto da
persone laiche, che hanno convocato questa manifestazione. Poi i vescovi prima
hanno approvato, poi alcuni hanno deciso di scendere in piazza anche loro.
D. –
Come viene valutata la partecipazione di questi vescovi alla manifestazione?
R.-
Quelli che sono a favore della legge sono anche contrari a questa manifestazione
e dunque alla presenza dei vescovi. Quelli che sono favorevoli ad una manifestazione
dei cattolici, perché sono cittadini come tutti gli altri ed hanno lo stesso
diritto a manifestare, non possono escludere che anche i vescovi sono cittadini
e possono quindi adottare questa forma estrema, certamente, e non sicuramente
abituale, ma che in casi così eccezionali come questo forse è giustificabile.
D. –
Quanto consenso raccoglie il premier socialista Zapatero attorno alla sua politica
pro gay?
R. –
Se è vero che la società spagnola può essere favorevole a dare a queste coppie
di fatto, siano persone dello stesso sesso o di altro genere, una certa
copertura giuridica nel campo dei diritti, non è meno certo che l’opinione
pubblica spagnola - nella sua grande maggioranza - non approva che sia data a
questa unione il titolo di matrimonio, che sia dunque omologabile ad un
matrimonio civile o religioso tra un uomo e una donna. Non accetta, anche in un modo ancora più
maggioritario, che a queste coppie tra persone dello stesso sesso sia
riconosciuto anche il diritto di adottare bambini. Su questo credo ci sia una
grandissima maggioranza di cittadini spagnoli assolutamente contraria.
D. –
Nell’immaginario collettivo alla Spagna era associato l’aggettivo “cattolicissima”. Qual è la situazione oggi?
R. –
Forse quando si applicava questo aggettivo si stava esagerando come forse si
sta esagerando oggi nel dire che la Spagna è diventata un Paese all’avanguardia
della laicità in Europa. La Spagna è un Paese di grandissime radici cristiane e
soffre come tanti altri Paesi dell’Occidente questa degradazione imposta dal
materialismo, dalla sfrenata corsa verso i piaceri. Chiaramente i valori
religiosi soffrono un’offensiva che dura, ma che trova una forte resistenza in
moltissimi settori della società spagnola.
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La Spagna
non è l’unico Paese europeo in cui si dibatte animatamente sulla famiglia e i
suoi diritti. Domenica 5 giugno, i cittadini svizzeri hanno votato a favore di una legge che parifica l’unione omosessuale al
matrimonio in campo fiscale, sociale e previdenziale. Anche in Italia, il tema
della famiglia ha caratterizzato il dibattito che ha preceduto il referendum
sull’embrione. Per una riflessione su questi ultimi sviluppi, Alessandro
Gisotti ha raccolto la riflessione di Luisa Santolini, presidente del Forum
italiano delle Associazioni familiari:
**********
R. –
Il clima è preoccupante perché la famiglia in Europa sta diventando un fatto
esclusivamente privato, quindi non ha nessuna valenza pubblica, nessun valore sociale.
Quindi si vuole decidere individualmente, personalmente che cosa si intende per
famiglia e che cosa si vuole fare.
D. –
Cosa risponde a chi aleggia il pericolo, lo spettro di una discriminazione nei
confronti degli omosessuali in Spagna come in Italia?
R. –
Non c’è nessuna discriminazione nel senso che loro non possono chiedere di
essere assimilati al concetto e all’idea di famiglia, che è un progetto di vita
duraturo e fecondo ed è un soggetto sociale, come dice la nostra Costituzione.
Alcuni riconoscimenti dal punto di vista dei diritti, in quanto cittadini nello
Stato italiano nessuno glieli nega, ma non in quanto coppia gay, cioè facendo
assurgere a valore e a paradigma di valore una coppia omosessuale.
D. –
Parlando all’ambasciatore svizzero, Benedetto XVI ha detto che sui temi della
vita e della famiglia, la Chiesa farà sempre sentire la sua voce attraverso i
suoi pastori. Qualcuno, anche, guardando al referendum italiano sull’embrione
parla di interferenze...
R. –
Veramente sono strumentalizzazioni fuori luogo. Io mi aspetto davvero che i
vescovi e la Chiesa facciano sentire la loro voce su temi cruciali per il bene
dell’umanità. Insisto, questo non è un problema cattolico, è un problema
“laico” che è un bene per l’uomo pensare alla famiglia, al ruolo pubblico della
famiglia e al significato della vita e alla sua sacralità. Quindi che i vescovi
facciano sentire la loro voce mi sembra assolutamente doveroso. Non capisco
come si fa in uno Stato laico a dire che ci sono dei cittadini che non possono
avere voce semplicemente perché sono sacerdoti o perché sono vescovi. Questa è
intolleranza.
**********
I MEDIA PARLANO DI CRISI
CONGELATA, MENTRE I LEADER EUROPEI
ANNUNCIANO UNA PAUSA DI
RIFLESSIONE PRIMA DEI PROSSIMI REFERENDUM
SULLA COSTITUZIONE. IL
CONSIGLIO EUROPEO PROSEGUE CON
UN DIFFICILE BRACCIO DI FERRO SULLE
PROSPETTIVE FINANZIARIE
- Intervista con Piervirgilio Dastoli –
Avanti
più lentamente: sembra questa la parola d’ordine sulla quale i 25 leader
europei hanno trovato una sorta di accordo in tema di Trattato costituzionale.
Alle opinioni pubbliche annunciano una pausa di riflessione doverosa dopo i due
‘no’, francese e olandese. Nella seconda giornata del Consiglio europeo, a
Bruxelles, oggi i capi di Stato e di governo affrontano l’altro intricato nodo
del bilancio da destinare all’Unione per le politiche 2007- 2013. Il servizio
di Fausta Speranza:
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Esclusa
una rinegoziazione del Trattato: lo sottolinea il premier lussemburghese
Juncker, affermando che il processo di ratifica da parte di ogni Stato membro
va avanti, ma con un periodo di ''riflessione, discussione e spiegazione'' in
tutti i Paesi dell'Unione Europea.
Juncker, il presidente della Commissione UE, Barroso, e quello
dell'Europarlamento, Borrell, non danno indicazioni precise sulla durata di
questo tempo. Solo il premier lussemburghese lascia intendere che i 25
potrebbero riprendere in mano la situazione durante la presidenza austriaca dopo
quella imminente britannica. Le decisioni concrete arrivano subito: il primo
ministro danese, Rasmussen, annuncia un rinvio del referendum nel suo Paese
previsto per il 27 settembre, mentre il
premier ceco, Paroubek, ipotizza
un rinvio del voto a fine
2006-inizio 2007.
Quella
che i media raccontano come una crisi congelata, secondo i vertici di Commissione
e Parlamento è una costruttiva pausa di riflessione. Ma perché davvero possa
portare l’Europa fuori da questa grave impasse, quali sfide vanno affrontate e
come? Lo chiediamo al rappresentante della Commissione europea in Italia,
Piervirgilio Dastoli:
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R. –
La prima sfida è quella di ascoltare i cittadini e quindi riprendere un’ipotesi
che era stata avanzata prima al Consiglio di Nizza e poi a quello di Laeken e,
cioè, quella di aprire un grande dibattito sull’avvenire dell’Europa. L’impegno
che fu preso dai governi non è stato mai realizzato a livello nazionale, da
parte dei governi. Dopo il referendum francese ed olandese è venuto il momento
di aprire questo grande dibattito, dando la possibilità non soltanto alle
istituzioni, come qualcuno ha detto, ma anche ai cittadini di intervenire per
discutere dell’avvenire dell’Europa. Questa è la prima cosa.
D. –
Questa pausa di riflessione può essere la pausa che in fondo chiedevano tanti
‘no’ alla Costituzione?
R. –
Non è proprio una pausa nelle procedure, perché a Bruxelles è stato detto da
molti, anche dal nostro ministro degli esteri Fini, che la Costituzione non è
morta, che le procedure di ratifica devono andare avanti. Però, tutti si
rendono conto, perché bisogna essere realistici, che la scadenza cui noi dobbiamo pensare è quella delle
elezioni presidenziali francesi della primavera del 2007. Non è immaginabile
che il popolo francese possa essere chiamato ad esprimersi nuovamente su questa
Costituzione o su una Costituzione in parte modificata dallo stesso presidente
della Repubblica. Deve essere un presidente che si impegna nella campagna
elettorale ad ascoltare i cittadini francesi e a chiedere ai cittadini francesi
di esprimersi un’altra volta sulla Costituzione dell’Europa. E’ per questa ragione
che si è parlato di un rinvio di sei mesi nelle procedure di ratifica perché
questi sei mesi coincidono con le presidenziali francesi della primavera del
2007.
D. –
Coincidono anche con la presidenza dell’euroscettica Gran Bretagna?
R. –
Coincidono in questo semestre con la presidenza dell’euroscettica Gran Bretagna,
la quale avrà altre cose da gestire. Dopo di che avremo gli austriaci, che non
sono euroscettici, avremo i finlandesi e quindi avremo un periodo di tempo che
consentirà di andare avanti con le procedure di ratifica. Io spero che tutti
quanti i Paesi, per rispetto dei principi democratici, consentano ai loro
cittadini di esprimersi sulla Costituzione europea come hanno fatto i francesi
e gli olandesi.
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L’IRAN AL VOTO PER
ELEGGERE IL NUOVO PRESIDENTE.
IL RISCHIO
ASTENSIONISMO. FAVORITO RAFSANJANI
In Iran quasi 47 milioni gli elettori su una
popolazione di circa 70 milioni di persone si stanno recando alle urne per
eleggere il nuovo presidente. I candidati, tra cui uscirà il successore di
Khatami, sono sette, scelti dal Consiglio dei Guardiani. Secondo i primi dati
forniti dal governo iraniano l’affluenza ai seggi è buona ma è sempre più
probabile che si debba ricorre al secondo turno. Ma come si sta vivendo in Iran questa consultazione per la scelta
del capo dello Stato? Roberto Piermarini ha raggiunto telefonicamente a Teheran
l’inviato del “Sole 24 ore”, Alberto Negri:
**********
R. –
Ci sono due temi dominanti: quello dell’astensionismo, cioè della possibilità
che gran parte degli iraniani non vadano a votare dopo la delusione di otto
anni di presidenza Khatami, delusione determinata dal fatto che non si sono
concretizzate le riforme che tutti desideravano; e l’altro leitmotiv è
l’incertezza di questa campagna elettorale. I candidati erano otto, ora sono
ridotti a sette: quattro sono conservatori, uno, Rafsanjani, è il favorito di
questa corsa elettorale, gli altri due, probabili concorrenti, sono il
conservatore Qalibaf e il riformista Moin. L’incertezza è determinata dal fatto
che un basso afflusso elettorale possa causare per la prima volta un
ballottaggio, cioè si vada al secondo turno delle elezioni.
D. –
Perché è favorito Rafsanjani?
R. –
Rafsanjani è favorito perché i riformisti che appunto presentano un candidato,
Mustafà Moin, non si sono organizzati in tempo. E Rafsanjani, probabilmente, è
anche il candidato che raccoglie, non soltanto i conservatori, ma soprattutto
quell’ala più modernista che pensa che l’ex presidente Rafsanjani, che è stato
il capo di Stato di questo Paese per due volte, negli anni ’80 e ’90, sia in
grado di attuare le riforme che Khatami non è stato in grado di attuare e di
riallacciare rapporti internazionali con gli Stati Uniti e di far uscire l’Iran
dall’isolamento. Questi sono i motivi principali per cui Rafsanjani è votato.
Tra l’altro ha fatto una campagna elettorale usando gli slogan dei riformisti e
molto indirizzata alle giovani generazioni.
D. –
Com’è cambiata in questi anni la società iraniana?
R. –
Direi che la società iraniana è cambiata parecchio. Perché se è vero che la cornice
è rimasta quella della repubblica islamica, dove i conservatori tradizionalisti
mantengono stretti in pugno tutti i gangli del potere, è anche vero che gli
otto anni riformisti, di presidenza di Khatami, in qualche modo hanno aperto
spazi di democrazia e libertà individuale e sociale nella società iraniana. Le
donne sicuramente hanno acquisito spazi, se non nuovi diritti. I giovani
guardano le tv satellitari, internet… Insomma, tante cose che prima erano
proibite, non si potevano fare, oggi concretamente sono consentite. Questo, in
qualche modo, ha dato spazio e respiro ad una società che ha un grande
desiderio di libertà e di trasformazione.
D. –
Nel Paese si avverte questa diatriba tra l’Iran e l’AIEA sul problema del nucleare?
R. –
Direi proprio di no. Questa è una tematica che rientra nei rapporti più ampi,
nei rapporti con gli Stati Uniti, con l’uscita dall’isolamento del Paese. Per
quanto riguarda il nucleare, non è certamente un tema trattato a livello popolare
e se qualche iraniano fa cenno a questo problema si riferisce al nucleare in
chiave nazionalistica, dice infatti: “tutti qui intorno hanno una forza
nucleare, ce l’ha il Pakistan, ce l’ha la Russia, quando eravamo confinanti,
Israele ha la bomba atomica. Non si vede perché l’Iran non possa avere una
forza nucleare”. Poi, naturalmente, dal punto di vista ufficiale si dice che in
realtà questo apparato nucleare serve a scopi pacifici ed energetici del Paese.
Ma a livello popolare è un tema che non viene assolutamente dibattuto.
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CONCLUSA A GINEVRA LA CONFERENZA INTERNAZIONALE DEL LAVORO
- Intervista con mons.
Silvano Tomasi -
Si è conclusa
ieri a Ginevra la 93.ma sessione della Conferenza Internazionale del Lavoro a
cui ha partecipato mons. Silvano Tomasi, Osservatore permanente della Santa
Sede presso l’Ufficio ONU della città elvetica. Tra i temi in discussione in
particolare l’accesso al lavoro dei giovani. Il rappresentante vaticano ha
parlato della crisi dell’occupazione nel mondo e ha sottolineato che “le comunità
in cui i giovani non hanno un impiego perdono speranza”. Ma ascoltiamo mons.
Tomasi al microfono di Fausta Speranza:
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R. –
L’accento che è stato messo sui giovani fa capire che per molti Stati, anzi per
la maggioranza, sia per i datori di lavoro che per i governi, l’impiego dei
giovani è diventata una priorità. Si sentono responsabilizzati a cercare nuove
strade per creare posti di lavoro per i giovani. La metà dei giovani, infatti,
dei Paesi in via di sviluppo sono disoccupati. Parliamo di decine di milioni di
persone. Anche nei Paesi ricchi come l’Europa o gli Stati Uniti, ma
specialmente l’Europa, le persone laureate con una formazione completa ormai
fanno fatica ad inserirsi nel mercato del lavoro. Per portare i giovani sempre
più dentro il mondo della produttività e della creatività ed usare i loro
talenti, la loro energia giovanile, bisogna che gli Stati facciano uno sforzo,
non solo a qualificarli tecnicamente e formarli, ma anche ad aprire delle
strade in cui questi talenti, questa nuova capacità di produzione, possa essere
utilizzata in maniera concreta. Perché se facciamo grandi discorsi di principi
e poi non riusciamo a tradurli in strategie pratiche di lavoro, questi bei
discorsi rimangono molto per aria.
D. –
Mons. Tomasi, lavoro e Paesi poveri, quali le sfide da non mancare?
R. –
Il processo di globalizzazione in atto porta ad un legame pratico e quotidiano
dei Paesi ricchi con i Paesi poveri: l’economia globale è sempre più interdipendente,
sia perché gli strumenti di comunicazione sono raddoppiati e creano questo
mercato globale, sia perché gli investimenti finanziari sono fatti, con una
telefonata o con un tasto del computer, da un continente all’altro. Quindi,
bisogna che le conseguenze di questo grande processo in atto siano giuste per
tutti e che ne possano trarre dei benefici i Paesi ricchi e i Paesi poveri.
Questo occhio critico che dobbiamo avere su questo enorme fenomeno della
globalizzazione è quello che ci porterà ad avere un senso di equilibrio e di
giustizia nel trovare anche per i Paesi in via di sviluppo, i Paesi meno
sviluppati, una strada nuova per il loro progresso.
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“DONNE E DESERTIFICAZIONE”: È IL TEMA SCELTO DALLE NAZIONI UNITE PER
L’ODIERNA GIORNATA MONDIALE PER COMBATTERE LA DESERTIFICAZIONE E LA SICCITA’
- Intervista con il
dott. Massimo Candelori -
“La
desertificazione rappresenta uno dei processi più allarmanti di degrado ambientale,
che minaccia la salute e le condizioni di vita di oltre un miliardo di
persone”: così, il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, nel messaggio
per l’odierna Giornata mondiale per combattere la desertificazione e la
siccità, quest’anno sul tema “Donne e Desertificazione”. Scopo dell’iniziativa,
giunta alla sua 11.ma edizione, sottolineare il ruolo decisivo delle donne nei
processi produttivi, in particolare in aree agricole caratterizzate da carenza
d’acqua. Il servizio di Roberta Moretti:
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Perdita
della produttività agricola dei suoli, crisi alimentari, processi migratori: è
la tragica catena di conseguenze innescata dalla desertificazione. Un fenomeno
che colpisce il 25-30 per cento delle terre emerse, condizionando l’economia di
oltre 100 Paesi per lo più africani, ma anche del Sudamerica, dell’Asia e
dell’Europa. E la carenza d’acqua influisce, in particolare, sul lavoro delle
donne, che nei Paesi in via di sviluppo rappresentano quasi il 70 per cento
della manodopera agricola, producendo tra il 60 e l’80 per cento degli
alimenti. Sulle cause della degradazione dei suoli, ascoltiamo Massimo
Candelori, coordinatore di Unità del Segretariato della Convenzione delle
Nazioni Unite per combattere la desertificazione e la siccità:
“La desertificazione è causata da due fattori: i fattori climatici (ad
esempio la siccità e quindi un succedersi di anni in cui le precipitazioni sono
inferiori alle medie), e, soprattutto, fattori umani (le pratiche di raccolta
delle produzioni agricole, di coltivazione, di allevamento e di gestione delle
foreste e quindi anche di deforestazione). Questa classe di cause è molto
importante, perché è l’unica su cui si può veramente agire”.
Ed è
forte, in questo senso, l’impegno della comunità internazionale e delle Nazioni
Unite. Ancora Candelori:
“La Convenzione delle Nazioni Unite per combattere la desertificazione e
la siccità è un Trattato internazionale, firmato 11 anni fa, appunto il 17
giugno, a Parigi, nella quale ormai 191 Paesi hanno dichiarato il loro obbligo
di combattere questo fenomeno. Quali sono i risultati? Difficile dirlo, perché
non abbiamo ancora un sistema a livello internazionale che ci permetta di
comprendere qual è la perdita di terreni che abbiamo annualmente e quali sono
le perdite di derrate alimentari”.
Un
progetto a lungo termine, quello dell’ONU che, per sensibilizzare l’opinione
pubblica, ha decretato il 2006 “Anno internazionale dei deserti e della
desertificazione”.
**********
OGGI LA PRESENTAZIONE
DEL VOLUME SUL CONCILIO
DI MONS. AGOSTINO MARCHETTO
- Intervista col presule
-
Questa sera alle ore 18.00, sarà
presentato a Roma, in Campidoglio, nella Sala Pietro da Cortona del Palazzo dei
Conservatori, il volume dell’arcivescovo Agostino Marchetto, dal titolo “Il
Concilio Ecumenico Vaticano II. Contrappunto per la sua storia”, della Libreria
Editrice Vaticana. Il libro, di oltre 400 pagine, esce in occasione del 40°
anniversario della conclusione del Concilio. Ma qual è l’intento del volume?
Giovanni Peduto lo ha chiesto allo stesso mons. Marchetto:
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R. –
L’intento del volume è quello di giungere finalmente ad una storia del Concilio
Vaticano II che vinca i gravi condizionamenti – e si capisce quindi il termine
“contrappunto” del titolo – posti finora, a tale riguardo, da una visione
ideologica che si è imposta monopolisticamente. Varrà in questo contesto citare
un passo dell’omelia di Sua Santità Benedetto XVI nella Cappella Sistina del 20
aprile 2005, vale a dire: “Col grande Giubileo la Chiesa si è introdotta nel
nuovo millennio recando nelle mani il Vangelo, applicato al mondo attuale
attraverso l’autorevole rilettura del Concilio Vaticano II. Giustamente il Papa
Giovanni Paolo II ha indicato il Concilio quale bussola con cui orientarsi nel
vasto oceano del terzo millennio …, pertanto, nell’accingermi al servizio che è
proprio del successore di Pietro, voglio affermare con forza la decisa volontà
di proseguire nell’impegno di attuazione del Concilio Vaticano II, sulla scia
dei miei predecessori e in fedele continuità con la millenaria tradizione della
Chiesa”. Tale grande Sinodo non è dunque una stella filante, ma parte di una
costellazione, quella di tutti i concili ecumenici, e non segna la nascita,
quasi, di una nuova Chiesa, ma indica la via per il rinnovamento nella fedeltà,
per l’aggiornamento di quella stessa Chiesa fondata da Gesù Cristo 20 secoli
fa.
D. –
Oltre alla ricerca, nella storia, di una corretta interpretazione di quel magno
Concilio, v’è qualche altro aspetto del volume che desidera qui ricordare?
R. –
Volentieri. In effetti, l’attento lettore vi troverà validi spunti per meglio
conoscere “in verità” i due Papi conciliari, intendo Giovanni XXIII e Paolo VI,
e alcuni padri conciliari (i cardinali Bea e Siri, e l’allora cardinale
Ratzinger, oggi Benedetto XVI), ed altresì qualche vescovo (Edelby e Charue,
per es., nonché i teologi Philips e Congar, Chenu, Betti e Prignon), nel
contesto della presentazione di fonti ufficiali e private del Concilio. Vi si
affrontano anche temi e questioni particolari, come la Lumen Gentium, la
Nota Esplicativa Previa (circa il primato e la collegialità), il
ministero episcopale nel postconcilio, la verità che salva, i movimenti
ecclesiali, in visione comunionale e poi carismatica e il tradizionalismo
cattolico in Italia. L’ultimo e importante filone è quello del ministero del
Papa in prospettiva ecumenica, alla luce dei due Concilii Vaticani e
dell’enciclica Ut Unum Sint.
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DOMANI LA CONCLUSIONE DEL FILMFEST DI TAORMINA
- Intervista con Ettore
Scola -
Cultura e spettacolo sono gli ingredienti del
Filmfest di Taormina, che si conclude domani: Ecuba si confronta con Batman,
mentre Ettore Scola rende un doveroso omaggio ad uno dei protagonisti del
cinema italiano, lo sceneggiatore Sergio Amidei. Il servizio di Luca Pellegrini:
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Una
voce autorevole, come quella dell’attrice greca settantanovenne Irene Papas,
voce antica del teatro classico, ha lanciato da Taormina un appello in favore
della cultura, oggi bistrattata dai media. “Per questo faccio anche la regista”,
ha affermato, spiegando così i motivi che l’hanno convinta a dirigere, insieme
a Giuliana Berlinguer, una riduzione cinematografica dell’Ecuba di
Euripide, messa in scena nel settembre del 2003 al Campus dell’Università di
Tor Vergata. Esperimento di buon livello e magnifica interpretazione
dell’attrice, capace di far esplodere con veemenza tutti i dolori e la furia di
una madre colpita dal fato. Altri dolori e furie sono quelli che invece seguiamo
nell’appassionante e cupo Batman begins, presentato in anteprima
mondiale. Christopher Nolan, regista introspettivo, riesce a coniugare grande
spettacolo e inquietudini moderne attraverso l’infanzia e l’apprendistato del
famoso uomo-pipistrello, alla cui origine stanno traumi insanabili. La
trasformazione in eroe nasce da una scelta di fondo estremamente positiva, che
è anche il messaggio più nobile della godibilissima pellicola: l’uomo offeso
non troverà mai pace nella vendetta, ma soltanto nella giustizia. Infine, una
porzione interessante e poco conosciuta del cinema italiano è stata rivissuta
grazie al documentario di Ettore e Silvia Scola dedicato a Sergio Amidei,
“scrittore di cinema” scomparso nel 1981. Allo stesso Ettore Scola, abbiamo
chiesto di evidenziare l’importanza della figura di questo sceneggiatore nella
storia del cinema italiano:
R. – Il mestiere di sceneggiatore è sicuramente uno dei meno conosciuti
nel cinema. Un film prima di essere visto dal pubblico, prima di essere girato,
deve essere scritto. Ci sono appunto gli scrittori di cinema. E’ un oblio ormai
accettato. Tutto il merito va ai registi. Però in alcuni casi, come quello di Amidei,
l’oblio è ancora più grave perché Amidei non è stato soltanto uno
sceneggiatore, ma è stato veramente un creatore, un innovatore. E’ lui che –
certo con altri – ha creato il neorealismo, quella scuola di cinema italiano
che è stata vista e amata in tutto il mondo. Amidei poi, qualche anno dopo, ha
anche voluto raccontare, a parte le tragedie e i drammi dell’Italia che usciva
dalla guerra, anche la vita quotidiana della piccola gente che tornava a
vivere, che tornava a trovare la pace, quindi i suoi affetti, i suoi
divertimenti e la sua voglia di vivere. Fece un gran bel film che fu “Domenica
d’agosto” e dette il via al cinema italiano più riconosciuto all’estero, che è
quello della commedia italiana.
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17
giugno 2005
DOMANI, IN SPAGNA, CERIMONIA
DI CONSEGNA, NELLA DIOCESI BASCA
DI SAN SEBASTIAN, DELLE ONORIFICENZE PONTIFICIE
DELL’ORDINE DI SAN SILVESTRO PAPA, RICONOSCIUTE AI QUATTRO FONDATORI
DEL MOVIMENTO COOPERATIVO DI MONDRAGON, PER
L’IMPEGNO PROFUSO
NELLA DIFFUSIONE DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA
CHIESA,
IN CAMPO IMPRENDITORIALE
SAN SEBASTIAN. = L’Ordine di San
Silvestro Papa si arricchisce di quattro nuovi membri, che saranno insigniti
domani nella loro veste di fondatori del Movimento cooperativo di Mondragon,
nei Paesi Baschi, in Spagna, che ha grandemente favorito la promozione e il
bene della Chiesa e dell’opera cattolica. Per volontà del compianto Papa
Giovanni Paolo II, saranno decorati del titolo di cavalieri e dame commendatori:
Alfonso Gorronogoitia, José Maria Ormaetxea, Pureza Aranzabal e Carmen Galdos,
meritevoli per l’ideazione, la messa in moto e lo sviluppo del Movimento
cooperativo di Mondragon, distintosi in particolare per la diffusione e
l’applicazione della Dottrina sociale della Chiesa, nel mondo dell’economia e
dell’impresa. La cerimonia dell’investitura, che si svolgerà domani 18 giugno,
nel Santuario di Arantzazu, sarà preceduta da una Messa nella Basilica, cui
seguirà l’imposizione delle Medaglie d’argento e degli Accrediti pontifici nel
nuovo Centro “Gandiaga Topagunea”. A presiedere la celebrazione, sarà il vescovo
di San Sebastian, Juan Maria Uriarte, accompagnato dal vescovo emerito, José
Maria Setién. Il Movimento di Mondragon prende il nome dalla città omonima,
dove nel 1941 su ispirazione dal sacerdote Josè Maria Arizmendiarrieta, nacque
la prima cellula di giovani fondatori, con l’intento di promuovere i valori
dell’umanesimo cristiano nel mondo imprenditoriale, e allo scopo creando le
prime imprese cooperative nelle quali i soci proprietari sono gli stessi
lavoratori. Oggi la Corporazione Cooperativa di Mondragon è la più importante
dei Paesi Baschi e raggruppa 155 imprese con più di 70 mila lavoratori. (R.G.)
DAL 30.MO CONVEGNO DELLE CARITAS DIOCESANE, CHIUSO
IERI A FIUGGI,
L’IMPEGNO
DI UNA RISPOSTA PIU’ ATTENTA NON SOLO ALLE POVERTA’ MATERIALI
MA ANCHE SPIRITUALI E ALLE TANTE NUOVE FORME DI
DISAGIO SOCIALE.
RACCOMANDATO IL DOVERE DELLA DENUNCIA E DELLA
DIFESA DEI DIRITTI
- A cura di Roberta Gisotti -
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FIUGGI. = Farsi carico dei
bisogni degli altri con "uno sguardo dal basso": l’appello lanciato
da mons. Vittorio Nozza, direttore della Caritas italiana, dopo quattro
giornate di studio e di intenso dibattito, sulle variegate esperienze delle
chiese locali italiane. “Non fermiamoci sotto il campanile ma suoniamo ai
campanelli delle povertà nascoste”, ha detto mons. Nozza, nel suo intervento
riassuntivo dei lavori dedicati al rapporto tra Caritas, parrocchia e
territorio. Da qui la sollecitazione a porsi davanti ai problemi con la
prospettiva dei sofferenti e degli esclusi, per andare incontro al "triplice
volto della povertà" fatto di "non risposta" non solo ai bisogni
primari ma anche a quelli di relazione e di "non senso, non significato e
non valore". La società italiana, e la Caritas in particolare attraverso i
suoi vari servizi sul territorio, si trova oggi a confrontarsi con povertà, non
solo materiali, come mancanza di cibo, vestiti, salute, casa, lavoro studio –
ha fatto notare mons. Nozza – ma anche con povertà spirituali generate da
solitudine, abbandono, trascuratezza di cui patiscono spesso anziani, malati
mentali, carcerati, disabili, immigrati, persone che vivono sole; e poi anche
con povertà autodistruttive, generate da droga, alcol, bulimia, anoressia,
comportamenti estremi e spericolatezze, ma anche “shopping compulsivo”, eccesso
di esercizio fisico, superlavoro, cyberdipendenza. Mons. Nozza ha infine
raccomandato un lavoro pastorale “in grado di coinvolgere l'intera comunità",
evitando il rischio "che le risposte ai bisogni e la gestione dei servizi
penalizzino il dovere della denuncia e della difesa dei diritti.
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SONO MIGLIAIA I DISSIDENTI DETENUTI NEL MYANMAR
SENZA PROCESSO.
LO DENUNCIA AMNESTY INTERNATIONAL CHE RACCONTA
TORTURE E SOPRUSI
E PROMUOVE
UNA CAMPAGNA PER IL RILASCIO DEI PRIGIONIERI DI COSCIENZA
YANGOON. = Sono almeno 1350 i
così definiti “detenuti di coscienza” che da anni la Giunta militare del
Myanmar tiene in carcere. Oppositori politici o semplici civili arrestati per
l’esercizio dei loro diritti fondamentali, costretti a dure condizioni di vita
e sottoposti a violenze fisiche e psicologiche inumane. La notizia è stata data
da Amnesty International, che in un rapporto ha raccolto i nomi di tutti i
detenuti e diverse testimonianze. Secondo quanto riportato nel documento, dal
1989 le condizioni detentive nel Myanmar sono molto peggiorate ed il ricorso a
torture, quali percosse e privazione del sonno, è aumentato notevolmente. Dal
gennaio 2005 - riferisce Amnesty - almeno 3 persone sono morte in carcere in
circostanze “sospette”. Nella lista dei detenuti, compaiono i nomi di molte
persone comuni, studenti e anziani, arrestati senza accuse precise ed in attesa
di un rilascio, che il governo militare del Paese non ha ancora ritenuto opportuno.
(D.L.)
IN INDIA, LA COMUNITÁ CATTOLICA DI JABALPURI PREGA
E DIGIUNA
PER I
VANDALI CHE QUATTRO GIORNI FA HANNO
DISSACRATO IL SANTUARIO
DEL BAMBINO GESÚ. I PARROCHIANI RISPONDONO COSÍ,
IN MODO PACIFICO,
ALLE PROVOCAZIONI DEGLI ASSALTATORI
INDIA.
= “Preghiera, digiuno e adorazione per cambiare i cuori di questi dissacratori”.
Così i fedeli della diocesi Jabalpur, nella regione di Madya Pradesh,
nell’India Centrale, hanno deciso di rispondere agli atti di vandalismo
commessi contro il Santuario del Bambino Gesù. Il luogo sacro, caro ai
cattolici ma venerato anche dagli indù, era stato dissacrato lo scorso 12
giugno da un gruppo di giovani non identificato, che avrebbe gettato uova marce
e acqua colorata contro le sue mura. Padre Joseph Periyapuram, parroco della
Santissima Trinità, parrocchia di appartenenza del Santuario del Bambino Gesù,
spiega come ripetuti attacchi abbiano spinto i parrocchiani ad organizzare
preghiere speciali, Messe e momenti di adorazione a sostegno di “coloro che li
ostacolano”. La linea della non violenza è stata subito sostenuta dal vescovo
di Jabalpur, mons. Gerald Almeida che ha comunque deciso di denunciare
l’accaduto per mettere a conoscenza le autorità della situazione e sottolineare
la necessità di fornire maggiore protezione ai cristiani. (D.L.)
È BARI LA CITTÁ PRESCELTA DALLA “COMUNITÁ DI GESÚ”
PER IL TERZO MEETING INTERNAZIONALE TRA CATTOLICI
ED EBREI MESSIANICI.
DOMANI, SABATO 18 GIUGNO, E DOMENICA 19 GIUGNO
INSIEME PER PROMUOVERE
IL DIALOGO E LA CONOSCENZA RECIPROCA
BARI. = “Gli ebrei messianici, coloro che riconoscono Gesù Cristo
come Messia e Salvatore, possono svolgere un ruolo determinante nel dialogo tra
Chiesa cattolica e mondo ebraico”. Con questo obiettivo, si apre domani a Bari,
il terzo meeting internazionale organizzato dalla Comunità di Gesù. Il
movimento giudaico messianico si è sviluppato nel mondo ebraico negli anni ’50
e solo in Israele conta già oltre cento comunità. Pur rispettando la Legge e
tutte le prescrizioni rituali della religione ebraica, i messianici accettano
il Nuovo Testamento e riconoscono la figura di Gesù quale Salvatore. I
promotori dell’iniziativa sottolineano l’importanza dell’incontro di Bari che,
alla presenza di diverse personalità, alternerà presentazioni, momenti di
preghiera, e momenti di scambio culturale e musicale. Un modo, secondo la
Comunità di Gesù, per introdurre i credenti al mistero della Sposa di Cristo,
la Chiesa, e per ritrovarsi in una comune fede in Gesù il Messia di Israele. (D.L.)
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- A cura di Fausta Speranza Donika Lafratta -
Ancora episodi di violenza in Iraq dove un’autobomba è scoppiata
questa mattina nei pressi di una Moschea sciita a Baghdad causando diversi
danni materiali. Ed è lunga la lista delle vittime cadute ieri in Iraq. Si
parla di almeno 40 morti tra marines, poliziotti e civili. Nel mirino delle
violenze, anche il contingente italiano: un ordigno è esploso al passaggio di
un convoglio a Nassiriya, fortunamente senza provocare feriti.
Ha lasciato l’Iraq per Dubai, negli Emirati Arabi, l’ostaggio
australiano liberato mercoledì dopo 47 giorni di sequestro da parte di
militanti islamici. Intanto cresce l’opposizione interna agli Stati Uniti alla
presenza americana in Iraq. Al Congresso di Washington infatti si fa più forte
la richiesta d'avvio del ritiro delle truppe dall'Iraq entro l'ottobre 2006.
Due deputati repubblicani e due democratici hanno infatti depositato una
risoluzione, con la richiesta per il presidente Bush di presentare nei prossimi
mesi un piano di disimpegno.
Sono stati resi noti in Libano i primi risultati dell’inchiesta
dell’Onu sull’assassinio dell’ex premier Hariri, ucciso a Beirut il 14 febbraio
scorso. Secondo l’indagine, a provocare la deflagrazione che causò la morte di
Hariri fu una camionetta imbottita di esplosivo.
Audizione ieri davanti ai giudici del Tribunale Penale
internazionale dell’Aja per l’ex Jugoslavia, dell’ex comandante dei Caschi bu
dell’ONU Thom Karremans, che dieci anni fa a Srebrenica, non impedì il massacro
di circa 8 mila musulmani da parte delle milizie serbo-bosniache. Il servizio
di Emiliano Bos:
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L’ex ufficiale si è
giustificato, affermando di aver capito solo 3-4 giorni più tardi ciò che stava
accadendo e cioè che dopo la conquista di Srebrenica i miliziani di Ratko
Mladic stavano giustiziando migliaia di musulmani dai 16 ai 70 anni: l’eccidio
più grave in Europa, dopo la seconda guerra mondiale. I soldati dell’ONU
avrebbero dovuto proteggere la città, caduta sotto i serbo-bosniaci l’11 luglio
1995. Gli ordini erano di proteggere i rifugiati, ha spiegato Karremans ai
giudici, ma i caschi blu non poterono far altro che assistere alla pagina più
orrenda del conflitto bosniaco. Circa 25 mila donne e bambini vennero deportati
verso Tuzla e migliaia di uomini, invece, massacrati e poi gettati in almeno 43
fosse comuni, che dopo due lustri, dalla fine del conflitto non hanno ancora
restituito tutti i corpi. Da anni i parenti delle vittime chiedono giustizia,
oltre alla condanna degli aguzzini serbi, e puntano il dito contro l’Olanda per
l’inettitudine dimostrata dal suo contingente nell’enclave della Bosnia. Ad
onor del vero, Karremans chiese alla NATO di bombardare le posizioni dei
serbo-bosniaci, ma i superiori non accolsero la sua richiesta. Nel 2002 la
pubblicazione di un dossier su Srebrenica provocò la caduta del governo
olandese ed altri ora potrebbero essere chiamati a rispondere per non aver
impedito la morte di 8 mila musulmani.
Per la Radio Vaticana, Emiliano
Bos.
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In Turchia un
ordigno è esploso ieri, davanti alla sede del partito di governo, AKP nel
quartiere di Altindag di Ankara. Lo riferisce l’agenzia turca Anadolu precisando
che l’esplosione della bomba, contenuta in una busta di plastica nera, non ha
provocato nessun ferito. Si tratta del primo caso di attentato contro una sede
dell'Akp, il Partito islamico moderato presieduto dall'attuale premier Tayyip
Erdogan.
Cresce nuovamente la tensione in
Kirghizstan dove questa mattina centinaia di sostenitori dell’impresario Urmat
Bariktabásov hanno preso d’assalto a Bishkek, la sede della Commissione
elettorale, per protestare contro la decisione di rifiutare la candidatura di
Bariktabásov alle elezioni presidenziali del prossimo dieci luglio. Immediato
l’intervento delle forze dell’ordine che dopo qualche ora sono riuscite a
disperdere i manifestanti. Intanto una sessione straordinaria del Parlamento è
stata convocata proprio per fare il punto della situazione. In Kirghizstan gli
incidenti di questo tipo si sono moltiplicati da quando la rivolta popolare del
marzo scorso aveva abbattuto il regime del presidente Askar Akaïev.
I Paesi
del G8 fanno fronte comune contro la pedofilia e il traffico di esseri umani. I
ministri degli Interni e della Giustizia delle nazioni industrializzate,
riuniti a Sheffield, in Gran Bretagna, hanno deciso di mettere in comune
informazioni e inchieste su queste due emergenze criminali che colpiscono gli
esseri più indifesi, i bambini, e che negli ultimi anni hanno fatto registrare
un aumento di casi con risvolti spesso drammatici.
Nuovi momenti di tensione in
Burundi dove otto persone sono state uccise ed altre sette sono rimaste ferite
durante un’attacco perpetrato dai ribelli hutu. Secondo un portavoce
dell’esercito l’aggressione è da attribuire alle Forze Nazionali per la
Liberazione (FNL), l’unico gruppo di ribelli ancora in netta contrapposizione
con le forze governative.
Stallo nei
colloqui di pace per il Darfur, in corso da una settimana ad Abuja, in Nigeria.
I ribelli del Darfur hanno rifiutato la mediazione dei rappresentanti del Ciad,
incaricati dall’Unione africana di negoziare con le autorità sudanesi.
Storico
incontro oggi a Pyongyang tra i rappresentanti di Nord e Sud Corea. Il leader
nordcoreano Kim Jong Il ha infatti incontrato il ministro dell'unificazione
nazionale sudcoreano Chung Dong Young. Al centro dei colloqui, la crisi
nucleare innescata dai piani atomici del regime di Pyongyang.
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