Dopo il colloquio con Abu Mazen, Kerry incontrerà i vertici di Israele
Prosegue la missione in Medio Oriente del segretario di Stato americano Kerry. Dopo
la visita in Turchia, ieri sera l’incontro in Cisgiordania con il presidente palestinese
Abu Mazen, che ha chiesto la liberazione dei detenuti palestinesi e il congelamento
degli insediamenti israeliani come priorità per la ripresa dei negoziati di pace con
Israele. Kerry avrà presto anche colloqui con i vertici dello Stato ebraico nel tentativo
di riavviare il confronto tra le parti. Il servizio di Fausta Speranza:
E' la terza
volta in tre settimane che Kerry torna nella regione. Prima tappa questa volta è stata
in Turchia: Washington conta su un ''ruolo chiave'' di Ankara per una svolta nel conflitto
israelo-palestinese. Difficile pensare a una mediazione. Dopo i tre anni di gelo che
hanno fatto seguito all'assalto israeliano nel 2010 alla Mavi Marmara, la nave che
voleva rompere il blocco di Gaza, e la morte di 9 attivisti turchi, è iniziata la
distensione nei rapporti tra Israele e Turchia ma restano ancora passi da fare: ritorno
degli ambasciatori e indennizzi. In ogni caso la Turchia, per i suoi ottimi rapporti
con la parte palestinese di Hamas, dovrebbe giocare un ruolo di accompagnamento e
di 'garante' per i palestinesi, che affianchi quello del Quartetto Usa-Ue-Russia-Onu.
Ma non c’è solo il conflitto israelo-palestinese: la regione è scossa dalla tragedia
che si sta consumando in Siria. E Kerry con l’alleato turco ha concordato di chiedere
una riunione a breve del gruppo degli 'Amici della Siria', di cui fanno parte i Paesi
occidentali e arabi che appoggiano i ribelli sunniti anti-Assad.
Del margine
di manovra di Washington e Ankara, Fausta Speranza ha parlato con Fabrizio
Dal Passo, docente di Storia contemporanea all'Università La Sapienza, che si
occupa in particolare di aree di crisi:00:03:21:12
R. – La presenza
di Washington in Siria, nel conflitto siriano, è abbastanza netta. La presa di posizione
a favore degli insorti da parte degli americani, seppur frenata da posizioni diplomatiche
avverse degli altri grandi potenti in Sede Onu, è comunque fortemente sostenuta da
Washington. Per cui, la presenza di Kerry nell’area significa un appoggio diretto
abbastanza sostenuto.
D. – Quale novità ci può essere rispetto al coinvolgimento
di Washington nella crisi siriana?
R. – La presa di posizione che potrebbero
assumere gli Stati Uniti, sia nei riguardi del conflitto siriano che nei riguardi
anche di altri conflitti, è quella di una presenza militare forte e massiccia in quelle
aree: metterebbero sul piatto della bilancia una prevalenza militare, e inevitabilmente
anche economica, in grado di modificare l’assetto politico del Paese.
D.
– Tutto lo scenario del Medio Oriente è mutato: quale può essere il ruolo nuovo della
Turchia?
R. – Un ruolo fondamentale. Da un lato per la vicinanza geografica,
perché la Siria rappresenta il vicino diretto: è evidente che i profughi si rifugiano
per la maggior parte in Turchia, che comunque è un Paese Nato, non lo dimentichiamo.
E poi perché, a livello diplomatico – per un discorso di vicinanza dei vari imam alla
cultura religiosa della Siria e la presenza di una comunanza religiosa – è comunque
un fattore determinante per coinvolgere le masse popolari, anche se non è l’unico.
Dall’altro lato, perché è inevitabile che anche la Turchia tema un coinvolgimento
di altre forze al proprio interno, che potrebbero sostenere o prendere una posizione
diversa rispetto al conflitto siriano.
D. – La crisi siriana adesso viene segnata
dal sequestro dei quattro giornalisti italiani. L’area in cui sono spariti è controllata
dai ribelli, quindi è presumibile il loro coinvolgimento ma si può pensare anche a
un fatto di malavita per un riscatto per esempio di soldi… Che cosa immaginare?
R.
– Direi che il controllo del territorio anche da parte dei ribelli non è sempre facile.
Non dobbiamo pensare che vi sia un esercito di militari ufficiale e un esercito alternativo
compatto e organizzato, che è efficace. Sono realtà completamente disgiunte l’una
dall’altra, con capi clan o capi tribù, con capi militari improvvisati o, in altri
casi, con imam improvvisati che riescono a fomentare le masse o le popolazioni anche
di villaggi e a contrapporsi al potere dell’esercito ufficiale.
D. – Diciamo
che la crisi in Siria è più acuta che mai in questo momento…
R. – La crisi
in Siria è più acuta che mai in questo momento per un doppio ordine di motivi: non
soltanto per il fatto che è una guerra civile fortissima e violentissima ma, secondo
me, la gravità in questo caso è soprattutto nella presa di posizione di alcune potenze
del Consiglio di sicurezza Onu. Alla presa di posizione molto decisa degli Stati Uniti
o anche dell’Europa Unita, dell’Occidente, per un abbattimento del regime di Assad
si contrappone la difesa a oltranza della Russia e in altri casi della Cina. Questo
ha portato a uno stallo diplomatico. Ciò chiaramente non fa che peggiorare perché
allunga i tempi, rende più difficile la ricerca di una soluzione politica e diplomatica
accettabile sia per Assad – che poteva aspirare quantomeno a un esilio dorato, possiamo
dire così – sia per i ribelli che non riescono a controbilanciare e a controllare
le città chiave del potere politico e diplomatico di Assad.