2013-04-08 07:55:44

Dopo il colloquio con Abu Mazen, Kerry incontrerà i vertici di Israele


Prosegue la missione in Medio Oriente del segretario di Stato americano Kerry. Dopo la visita in Turchia, ieri sera l’incontro in Cisgiordania con il presidente palestinese Abu Mazen, che ha chiesto la liberazione dei detenuti palestinesi e il congelamento degli insediamenti israeliani come priorità per la ripresa dei negoziati di pace con Israele. Kerry avrà presto anche colloqui con i vertici dello Stato ebraico nel tentativo di riavviare il confronto tra le parti. Il servizio di Fausta Speranza:RealAudioMP3

E' la terza volta in tre settimane che Kerry torna nella regione. Prima tappa questa volta è stata in Turchia: Washington conta su un ''ruolo chiave'' di Ankara per una svolta nel conflitto israelo-palestinese. Difficile pensare a una mediazione. Dopo i tre anni di gelo che hanno fatto seguito all'assalto israeliano nel 2010 alla Mavi Marmara, la nave che voleva rompere il blocco di Gaza, e la morte di 9 attivisti turchi, è iniziata la distensione nei rapporti tra Israele e Turchia ma restano ancora passi da fare: ritorno degli ambasciatori e indennizzi. In ogni caso la Turchia, per i suoi ottimi rapporti con la parte palestinese di Hamas, dovrebbe giocare un ruolo di accompagnamento e di 'garante' per i palestinesi, che affianchi quello del Quartetto Usa-Ue-Russia-Onu.
Ma non c’è solo il conflitto israelo-palestinese: la regione è scossa dalla tragedia che si sta consumando in Siria. E Kerry con l’alleato turco ha concordato di chiedere una riunione a breve del gruppo degli 'Amici della Siria', di cui fanno parte i Paesi occidentali e arabi che appoggiano i ribelli sunniti anti-Assad.

Del margine di manovra di Washington e Ankara, Fausta Speranza ha parlato con Fabrizio Dal Passo, docente di Storia contemporanea all'Università La Sapienza, che si occupa in particolare di aree di crisi:00:03:21:12

R. – La presenza di Washington in Siria, nel conflitto siriano, è abbastanza netta. La presa di posizione a favore degli insorti da parte degli americani, seppur frenata da posizioni diplomatiche avverse degli altri grandi potenti in Sede Onu, è comunque fortemente sostenuta da Washington. Per cui, la presenza di Kerry nell’area significa un appoggio diretto abbastanza sostenuto.

D. – Quale novità ci può essere rispetto al coinvolgimento di Washington nella crisi siriana?

R. – La presa di posizione che potrebbero assumere gli Stati Uniti, sia nei riguardi del conflitto siriano che nei riguardi anche di altri conflitti, è quella di una presenza militare forte e massiccia in quelle aree: metterebbero sul piatto della bilancia una prevalenza militare, e inevitabilmente anche economica, in grado di modificare l’assetto politico del Paese.

D. – Tutto lo scenario del Medio Oriente è mutato: quale può essere il ruolo nuovo della Turchia?

R. – Un ruolo fondamentale. Da un lato per la vicinanza geografica, perché la Siria rappresenta il vicino diretto: è evidente che i profughi si rifugiano per la maggior parte in Turchia, che comunque è un Paese Nato, non lo dimentichiamo. E poi perché, a livello diplomatico – per un discorso di vicinanza dei vari imam alla cultura religiosa della Siria e la presenza di una comunanza religiosa – è comunque un fattore determinante per coinvolgere le masse popolari, anche se non è l’unico. Dall’altro lato, perché è inevitabile che anche la Turchia tema un coinvolgimento di altre forze al proprio interno, che potrebbero sostenere o prendere una posizione diversa rispetto al conflitto siriano.

D. – La crisi siriana adesso viene segnata dal sequestro dei quattro giornalisti italiani. L’area in cui sono spariti è controllata dai ribelli, quindi è presumibile il loro coinvolgimento ma si può pensare anche a un fatto di malavita per un riscatto per esempio di soldi… Che cosa immaginare?

R. – Direi che il controllo del territorio anche da parte dei ribelli non è sempre facile. Non dobbiamo pensare che vi sia un esercito di militari ufficiale e un esercito alternativo compatto e organizzato, che è efficace. Sono realtà completamente disgiunte l’una dall’altra, con capi clan o capi tribù, con capi militari improvvisati o, in altri casi, con imam improvvisati che riescono a fomentare le masse o le popolazioni anche di villaggi e a contrapporsi al potere dell’esercito ufficiale.

D. – Diciamo che la crisi in Siria è più acuta che mai in questo momento…

R. – La crisi in Siria è più acuta che mai in questo momento per un doppio ordine di motivi: non soltanto per il fatto che è una guerra civile fortissima e violentissima ma, secondo me, la gravità in questo caso è soprattutto nella presa di posizione di alcune potenze del Consiglio di sicurezza Onu. Alla presa di posizione molto decisa degli Stati Uniti o anche dell’Europa Unita, dell’Occidente, per un abbattimento del regime di Assad si contrappone la difesa a oltranza della Russia e in altri casi della Cina. Questo ha portato a uno stallo diplomatico. Ciò chiaramente non fa che peggiorare perché allunga i tempi, rende più difficile la ricerca di una soluzione politica e diplomatica accettabile sia per Assad – che poteva aspirare quantomeno a un esilio dorato, possiamo dire così – sia per i ribelli che non riescono a controbilanciare e a controllare le città chiave del potere politico e diplomatico di Assad.







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