2011-03-02 16:16:50

La protesta nel mondo arabo. Fouad Allam: l'Europa non lasci soli questi Paesi


In Tunisia, non sembra placarsi l’ondata di proteste, anche dopo l’uscita di scena del presidente Ben Ali. Sono saliti a cinque i ministri dimessisi dal governo transitorio, ma i manifestanti chiedono un rinnovamento reale e profondo alla guida del Paese. Intanto, sulla scena politica assume un ruolo sempre più importante il movimento islamico Ennahda, che afferma di attrezzarsi per poter operare "alla luce del sole", dopo vent'anni di repressione.

Situazione politica incandescente anche in Yemen, dove ieri decine di migliaia di manifestanti antigovernativi si sono riversati in modo pacifico nelle strade di Sanaa per chiedere la caduta del presidente, Ali Abdallah Saleh, il quale, sempre ieri, ha rimosso rimuovere i governatori di cinque province chiave del Paese, tutte situate nella regione meridionale che da anni è il "cuore" dei secessionisti del sud. Si registra inoltre l’intervento del portavoce della Casa Bianca, che ha chiesto alla leadership yemenita di concentrarsi sulle riforme. Le parole dell'esponente di Washington arrivano dopo le accuse mosse dal presidente Ali Abdullah Saleh, per il quale "ciò che sta accadendo nel mondo arabo è diretto da Usa e Israele”.

Ma quale ruolo sta giocando la componente della religione islamica nelle rivolte che stanno infiammando il mondo arabo e gli Stati musulmani? Fabio Colagrande lo ha chiesto a Fouad Allam, docente di Sociologia del mondo musulmano ed editorialista del Sole 24 ore:RealAudioMP3

R. – E’ cambiato qualcosa in relazione alle fasce di età nelle popolazioni giovanili: le fasce di età che vanno da 18 a 28 anni hanno oggi una religiosità molto diversa rispetto a quella dei loro fratelli maggiori o dei loro genitori. Sono credenti, tuttavia non credono all’islam come slogan politico e questo spiega il fatto che nelle manifestazioni non si sono quasi mai visti cartelli che scandivano la rivoluzione islamica o l’islam. Invece, i loro fratelli maggiori o i loro genitori sono quelli che appartengono a una generazione che ha creduto che l’islam politico fosse la soluzione di tutti i loro problemi. Dunque, qualcosa è cambiato. Non mi sento però di parlare di un "post-islamismo", perché non è detto che queste rivolte e rivoluzioni riescano, in un certo senso, a essere completamente democratiche: possono essere “sciupate” da movimenti fondamentalisti, che sono comunque presenti sul territorio. L’Egitto ne è il caso più eclatante, ad esempio.

D. - A questo proposito, quanti rischi intravede in questa situazione? Molti temono che di questi momentanei vuoti di potere possano approfittare i movimenti islamici più radicali. E’ una minaccia seria questa?

R. – Bisogna contemplare questo rischio, sarebbe un errore fondamentale non considerarlo. Ecco perché è necessaria la presenza dell’Europa come aiuto alla costruzione di transizioni democratiche. Lasciare soli questi Paesi significa aumentare il rischio di una manipolazione di ciò che sta succedendo adesso.

D. – Eppure, questa "primavera" del mondo arabo sembra aver colto in contropiede gli Stati Uniti, l’Europa: perché secondo lei?

R. – Gli Stati Uniti fino a un certo punto. In realtà, loro hanno fatto anni fa delle “analisi” sui blogger egiziani e sapevano benissimo che qualcosa stava per succedere. L’Europa, invece, non ha capito e non capisce ancora veramente cosa sta succedendo.

D. - Come vede in particolare la situazione libica, ancora è in evoluzione?

R. – Pericolosa, perché se c’è un vuoto c’è il rischio che avvenga tutto e il contrario di tutto.

D. – La situazione del suo Paese di origine, l’Algeria: c’è chi dice che potrebbe essere presto contagiata più seriamente da questa "primavera" araba...

R. – Sì, con delle differenze, nel senso che l’Algeria è un Paese ricco, però la situazione è molto pesante. Comunque, la situazione è più o meno è uguale per tutta l'area. Mi sembra evidente che per il mondo arabo e islamico la questione democratica sia la questione del 21.mo secolo, perché tocca tante altre questioni non soltanto l’aspetto economico ma anche quello della libertà, e della libertà religiosa.







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