La protesta infiamma la Libia. Il vicario di Tripoli: giovani in attesa di risposte,
serve il dialogo
Sempre più drammatica la situazione in Libia, dove non si placa l’ondata di proteste
che ha portato, nelle ultime ore, agli attacchi contro la sede del Parlamento, il
Palazzo del Governo e diversi edifici pubblici. Alle migliaia di manifestanti che
sono scesi in piazza si sono aggiunti anche soldati. Fonti libiche parlano anche di
un possibile golpe militare. Secondo gli ultimi bilanci, ancora provvisori, sono inoltre
più di 300 le persone morte dall’inizio delle manifestazioni antigovernative. Il servizio
di Amedeo Lomonaco:
La protesta,
dopo Bengasi, raggiunge Tripoli. Dalla capitale libica giungono notizie di edifici
pubblici devastati, banche e negozi e saccheggiati. Secondo fonti locali, sono stati
incendiati il Palazzo del Parlamento e quello del Governo. Anche le sedi della Radio
nazionale e della Televisione pubblica sono state date alle fiamme e diversi soldati
si sarebbero uniti ai manifestanti. Ed il bilancio delle vittime, in tutto il Paese,
è sempre più pesante. Gli ospedali di Bengasi, in particolare, hanno lanciato un accorato
appello spiegando che non sono più in grado di soccorrere i feriti. Le testimonianze
che arrivano da questa città parlano di “spaventosa carneficina”. A questo dramma
si aggiungono poi altri preoccupanti segnali: Internet e le comunicazioni telefoniche
sono interrotte in diverse aree del Paese e ad essere paralizzata è anche parte della
produzione di greggio. In Libia, membro del’Organizzazione dei Paesi esportatori di
petrolio (Opec) e quarto produttore di petrolio in Africa, altri fattori di destabilizzazione
sono inoltre innescati da possibili spaccature tra i clan. Il Paese, composto essenzialmente
da clan tribali riuniti fra loro, vive infatti momenti di grande divisione
anche sotto questo profilo. Contro il colonnello Muammar Gheddafi si sono già schierate
le tribù del sud. Sulla sorte del leader libico, intanto, si susseguono diverse voci.
Secondo alcune fonti sarebbe rimasto a Tripoli, secondo altre, invece, sarebbe fuggito
in Venezuela. Per tentare di fermare la rivolta Saif al Islam, figlio di Muammar
Gheddafi, è intervenuto ieri alla tv pubblica. Ha promesso riforme, una nuova
Costituzione e affermato di comprendere le ragioni dei manifestanti. Ma ha anche parlato
di un complotto ordito dall’estero e avvertito che, se la protesta non rientrerà,
la guerra civile sarà inevitabile e i morti saranno migliaia. Le dichiarazioni del
figlio di Gheddafi sono analizzate in queste ore con particolare attenzione dall’intelligence
degli Stati Uniti per cercare di capire se ci sono prospettive reali per una significativa
riforma. A Bruxelles, infine, sono riuniti i ministri degli Esteri dell’Unione Europea,
che sta elaborando un piano di evacuazione dei cittadini europei dal Paese. Germania
e Gran Bretagna condannano la repressione, la Finlandia sollecita sanzioni e l’Italia
chiede che sia mantenuta e difesa l’integrità territoriale del Paese. Si temono anche
nuove ondate migratorie dalle coste del Nord Africa verso quelle dei Paesi della sponda
opposta del Mediterraneo.
Dalla Libia, oltre a notizie incomplete e frammentarie,
arrivano anche testimonianze telefoniche di giovani che chiedono cambiamenti tangibili.
Ma quali sono le richieste che accompagnano questa dura protesta alla quale aderiscono
soprattutto le nuove generazioni? Amedeo Lomonaco lo ha chiesto vicario apostolico
di Tripoli, mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, raggiunto telefonicamente
nella capitale libica:
R. - La Libia
non è un Paese povero come l’Egitto, come la Tunisia. Ci sono delle richieste giuste
per cui il popolo reclama. E le richieste sono le richieste fondamentali dei giovani:
poter avere una casa, poter avere uno stipendio migliore, poter avere un posto di
lavoro. Sono tutte richieste giuste, però la Libia - forse a differenza di altri Paesi
- ha la possibilità di soddisfare queste richieste, perché è un Paese che sta bene.
E’ qui forse che nasce un po’ la crisi nei giovani che vedono un Paese che potrebbe
fare, ma che secondo loro purtroppo non li aiuta.
D. - Come vive la
Chiesa in Libia questi momenti di grande tensione?
R. - Per quanto riguarda
la Chiesa, in generale, non ci sono problemi particolari. Qualche difficoltà, invece,
l’abbiamo a Bengasi, dove si trovano le suore in diverse località. Le comunità religiose
e le suore lavorano negli ospedali, lo fanno anche con dedizione e vogliono anche
restare. Lavorano tutte quante con generosità, in situazioni difficili, soprattutto
negli ospedali. Le autorità sanitarie e il popolo sono vicini a queste religiose,
che donano se stesse in questo servizio. Anche i sacerdoti sono rimasti in loco, dove
ci sono cristiani, soprattutto filippini. Tutti sono rimasti e tutti vogliono continuare
a rimanere, finché sarà possibile, proprio anche per essere a servizio del popolo
libico.
D. - Qual è a questo punto il cammino auspicabile per la Libia?
R.
- E’ difficile poter discernere un cammino. Noi desideriamo - e lo vogliamo proprio
con tutto il cuore - una forma di riconciliazione, affinché il popolo libico abbia
veramente quello che è giusto. Questa crisi, io la chiamo una crisi generazionale:
ci sono tanti giovani che hanno bisogno della casa, del lavoro, etc… Ma è importante
ritrovare una fase di dialogo tra le parti.
D. - Motore della protesta
in vari Paesi arabi è stata la rete di Internet, che nelle situazioni di crisi, però,
non sempre è attiva. E’ così anche in Libia?
R. - Internet non mi sembra
che funzioni in questo momento ed io mi rendo conto che è importante per comunicare.
Purtroppo c’è la zona di Beida, a 200 chilometri da Bengasi, dove da due giorni non
riesco a comunicare con le suore. Ci sono due comunità religiose e non riusciamo a
comunicare sia telefonicamente sia attraverso Internet.
D. - Abbiamo
parlato dell’impegno in Libia dei religiosi. A questo si deve aggiungere anche quello
di tanti laici…
R. - Sì. Ci sono le suore che fanno tanto, ma ci sono
anche tanti laici. Ci sono tante donne filippine che lavorano negli ospedali e nelle
diverse zone, anche le più isolate nel deserto, e lo fanno con tanta passione, in
nome della fede e in nome della fraternità. (mg)