2010-02-21 14:35:26

Anno sacerdotale: la testimonianza di don Giorgio Bosini, impegnato nella lotta contro la tossicodipendenza


Imparare ad ascoltare ed insegnare che Dio ci ama davvero: sono le sfide che ogni giorno affronta don Giorgio Bosini, sacerdote della diocesi di Piacenza-Bobbio. Il religioso, soprannominato “il prete anti-droga”, è infatti presidente dell’Associazione “La Ricerca – Ceis” che da quasi trent’anni si occupa di recupero ed assistenza ai giovani tossicodipendenti. Ma come è nata l’idea di aiutare i ragazzi drogati? Ascoltiamo lo stesso don Giorgio Bosini al microfono di Isabella Piro:RealAudioMP3

R. – Negli anni ’77–’78 si stava rientrando dalla grande azione di volontariato svolta in occasione del terremoto del Friuli. Nella Caritas c’era un gruppo di giovani che aveva deciso di impegnarsi a fare qualcosa. Il vescovo aveva detto loro: “Per non essere dei reduci che si ritrovano ogni tanto, cercate quali sono i problemi sul territorio”. Incominciava a sorgere a Piacenza questo problema di giovani vittime della droga e mi sono incontrato con questa realtà. Poi, quello che mi ha fatto decidere in particolare, è stata la richiesta di una ragazza che io avevo seguito nel percorso dell’Azione Cattolica Ragazzi che, ad un certo punto, è venuta a cerarmi e mi ha detto: “Aiutami, perché io mi drogo”. Allora lì mi è crollato il sistema. Pensavo che la dipendenza riguardasse famiglie disperate, giovani asociali, tutti quei pregiudizi che potevano esserci. Questa cosa mi ha aperto gli occhi e ho detto: “Beh, allora mi devo occupare di questo”.

 
D. – Cosa si impara stando accanto a persone che soffrono per la dipendenza dalla droga?

 
R. – Si impara prima di tutto ad ascoltare, a guardare le persone non per come appaiono, ma per quello che sono dentro. Ho imparato l’onestà con me stesso, riconoscendo che il Signore, quando ti fa incontrare i poveri, ti dà un beneficio. Non è un problema in più. A me ha fatto crescere molto sul piano umano e nel rispondere al vero bisogno di ogni persona.

 
D. – Siamo nell’Anno Sacerdotale. Lei perché ha scelto di diventare sacerdote?

 
R. – Sicuramente la vocazione è un dono. Io credo di essere stato aiutato dalla mia famiglia: sono cresciuto in campagna, in un clima molto sereno e quindi anche il pregare, il partecipare a momenti della comunità per me era una cosa bella. Ho trovato un sacerdote che mi ha anche stimolato in tante cose. Fondamentalmente, è stato un dire “sì” alle varie porte che si aprivano. Mi sono ritrovato prete, contento di esserlo.

 
D. – Quindi, se tornasse indietro sceglierebbe nuovamente questa strada?

 
R. – Sicuramente sì. Per me è stato un grande dono. Mi sono sentito realizzato in tante cose.

 
D. – Cosa rappresenta per lei San Giovanni Maria Vianney, al quale è dedicato l’Anno Sacerdotale?

 
R. – Mi ha sempre un po’ accompagnato la figura di questo prete, la sua austerità … È stato un uomo di grande preghiera, soprattutto legato all’Eucaristia. E poi questo amore che lui riusciva a trasmettere alle persone: non rimproverava, non condannava! Aiutava la persona a farsi sentire amata da Dio e quindi quello che trasmetteva era questa gioia, questa voglia di sentirsi amati da Dio, di credere che Dio ci ama veramente.

 
D. – Quale consiglio si sente di dare ad un giovane che volesse intraprendere la vita sacerdotale?

 
R. – La vocazione è una chiamata. Non è che uno può costruirsela da solo. Il consiglio che darei è di non aver paura: non è un giogo. E' un “sì” che si dice ad una scelta di vita molto bella e se uno si fida della bontà di Dio, quando uno è aperto a questo “sì”, si possono dire anche i “no” a tante cose che magari costano …







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