2009-11-14 14:52:18

Congresso Mondiale della Pastorale per i migranti e i rifugiati: il bilancio di mons. Marchetto


Si è concluso giovedì scorso in Vaticano il VI Congresso Mondiale della Pastorale per i migranti e i rifugiati che ha voluto riflettere intorno ad “Una risposta pastorale al fenomeno migratorio nell’era della globalizzazione, a cinque anni dall’Istruzione Erga migrantes caritas Christi” (EMCC). Ma qual è lo stato di ricezione di questa Istruzione nelle comunità ecclesiali così come è emerso dal Congresso? Fabio Colagrande lo ha chiesto all'arcivescovo Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti:



R. - Proprio l’altro ieri ho ricevuto una copia dell'Istruzione EMCC nella traduzione in ucraino: è l'ultima arrivata di una quindicina di lingue che hanno "ricevuto" il testo italiano originale. Ed è chiaro che per avere una ricezione di un documento, bisogna anzitutto comprenderlo in una lingua conosciuta. Ma non basta comprendere il testo. Occorre "riceverlo" e parlo teologicamente e concretamente. Se mi riferisco all'elemento teologico, vi è stata una grande soddisfazione in seno al Congresso per la ricezione (penso al N. 62) nell'Enciclica sociale Caritas in veritate di Papa Benedetto. In effetti la nostra Istruzione è una delle pochissime fonti della citata enciclica diverse dal Magistero pontificio. Certamente il dicastero ha compiuto con grande impegno il suo dovere di far conoscere e aiutare nell'applicazione del nostro documento. Ora, per venire al documento finale del Congresso, che riassume il pensiero e il lavoro dei gruppi di studio di tale nostra recentissima riunione, costatiamo che vi si riconosce una buona ricezione della EMCC ma, al tempo stesso, si auspica una maggior accettazione concreta del documento, che porti specialmente a un maggior dialogo tra Chiese di partenza e di arrivo dei migranti, a una accoglienza più profonda del fatto che per essi vi è una pastorale specifica, e la creazione in tutti i Paesi di una Commissione per la pastorale della mobilità umana, o almeno, di un Promotore Episcopale a tale riguardo. Certo ci sono segni confortanti relativi a questi tre punti che considero fondamentali, non ultimo la numerosa presenza al nostro Congresso, specialmente di Cardinali e Vescovi (circa cento) legati alla pastorale dei migranti e dei rifugiati nelle loro funzioni di Pastori.

 

D. - Quali le prospettive più interessanti emerse dal Congresso per futuri piani d’azione pastorali?

 

R. - I piani d'azione devono certamente essere formulati da ogni Chiesa locale, tenendo in considerazione la Sitz im Leben, cioè la situazione di vita di ciascuna. Ciò non toglie che la scelta dei temi di questo Congresso indica chiaramente alcune priorità pastorali che ci sembra dover suggerire per i piani delle Chiese locali. Mi riferisco anzitutto alle migrazioni interne, alla necessità di una risposta pastorale specifica al fenomeno dell'urbanizzazione. Ricordo, per esempio, che il Cardinale Scherer, Arcivescovo di San Paolo, ha affermato che l'80% della popolazione brasiliana vive nelle città. E il fenomeno si accentuerà. In ogni caso si pensa che i migranti interni nel mondo siano 740 milioni, che sommati ai 214 milioni di migranti internazionali, porta al miliardo il loro numero, oggi. In futuro, poi, dovrà crescere il dialogo fra Chiese di arrivo e di partenza, e i piani pastorali devono essere quindi coordinati a tali livelli. Del resto gli esempi presentati ai congressisti (dal Messico e dagli Stati Uniti, dalla Tanzania, e dal Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee) ispireranno le Chiese locali. A loro riguardo, il Congresso suggerisce due priorità, e cioè l'attenzione ai giovani, speranza della Chiesa e dell'umanità, e ai migranti in prigione e in campi di detenzione. I cappellani e gli operatori pastorali assumeranno la responsabilità pastorale anche di questi fratelli e sorelle così bisognosi. Questo dico perché in vari Paesi ci sono difficoltà per visitare i carcerati e i detenuti. Abbiamo anche indicato la necessità di considerare e riconsiderare, nei piani pastorali, l'elemento del dialogo e delle cooperazioni ecumenica e interreligiosa, specialmente nel contesto dei movimenti e delle associazioni ecclesiali. Ricordo, di fatto, che l'EMCC è il primo documento, diciamo del Magistero, ad affrontare in profondità questi argomenti. E poi bisogna che i Movimenti e le associazioni ecclesiali entrino nel circolo di attenzione della pastorale della mobilità umana, non possono cioè non fare attenzione a questo segno dei tempi. Per ultimo, è chiaro, sia per la presenza all'inizio del Congresso di nostri distinti ospiti, rappresentanti dello Stato e degli Organismi Internazionali, sia per una conferenza specifica al riguardo, che i piani pastorali dovranno tener conto della necessità anche per noi di una urgente collaborazione internazionale e civile a favore dei migranti e dei rifugiati. Il fenomeno è globale e la risposta anche lo deve essere, con il contributo di tutti, in comunione d'impegno e coordinamento di forze generose.

 
D. - Quali elementi sono emersi sul fronte della cura dei migranti e dei rifugiati in carcere e nei campi di detenzione?
 R. - È emerso certo un impegno della Chiesa (nelle sue varie componenti) verso il “popolo delle carceri e dei campi di detenzione”, e ancor più il desiderio di adempiere tale ministero, per realizzare la parola del Signore "ero carcerato e siete venuti a trovarmi" (Mt 25,36). Sull’attenzione specifica relativa ai migranti e ai rifugiati detenuti sono emerse situazioni diverse: in alcuni Paesi non c’è un’attenzione pastorale specifica (ma migranti e rifugiati sono incontrati possibilmente dai cappellani delle carceri). In altri Paesi esiste una continuità pastorale nell’attenzione ai migranti e ai rifugiati che sono seguiti nei periodi di detenzione dagli operatori pastorali dei migranti che parlano la loro stessa lingua e ne conoscono tradizioni e idiosincrasie. La Chiesa continua a chiedere alle differenti istituzioni civili, con legame al sistema di detenzione, di rispettare i diritti umani in carcere dei migranti e dei rifugiati, come anche degli altri detenuti. Essa, con la sua presenza di madre, umanizza luoghi che spesso hanno poco di umano e assiste con la medicina della riconciliazione. C’è poi da ricordare il particolare dramma, dai colori violenti, di certi luoghi di detenzione dei migranti nel mondo.








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