2008-05-14 15:24:32

All'udienza generale la vicinanza del Papa alle popolazioni colpite dal terremoto in Cina. La catechesi dedicata allo Pseudo-Dionigi l'Areopagita, modello di dialogo con le religioni dell'Asia


Prego per “tutti coloro che hanno perso la vita” e sono vicino “alle persone provate da così devastante calamità”. Con questo appello rivolto alle vittime del terremoto che il 12 maggio scorso ha raso al suolo molte città della Cina, specie nella provincia del Sichuan, causando la morte di migliaia di persone - circa 15 mila secondo un ultimo bilancio, purtoppo molto provvisorio - Benedetto XVI si è congedato dalla folla di Piazza San Pietro, che questa mattina ha assistito all’udienza generale. Il Papa ha dedicato la catechesi allo Pseudo-Dionigi Areopagita, un teologo del VI secolo dopo Cristo, la cui mistica - ha affermato - può costituire oggi un modello per il dialogo con le religioni asiatiche. Il servizio di Alessandro De Carolis:RealAudioMP3


Le ultime parole del Papa vogliono arrivare lontano. Vogliono arrivare al cuore di una tragedia che ha bisogno di rapidi soccorsi quanto di sostegno morale per gli sventurati abitanti di quella parte della Cina, che 48 ore fa hanno visto annientati in pochi istanti affetti, beni, progetti. L’appello di Benedetto XVI vuole raggiungere, dice al termine dell’udienza generale, le “popolazioni del Sichuan e delle Province limitrofe in Cina”:

 
“Duramente colpite dal terremoto, che ha causato gravi perdite in vite umane, numerosissimi dispersi e danni incalcolabili. Vi invito ad unirvi a me nella fervida preghiera per tutti coloro che hanno perso la vita. Sono spiritualmente vicino alle persone provate da così devastante calamità: per esse imploriamo da Dio sollievo nella sofferenza. Voglia il Signore concedere sostegno a tutti coloro che sono impegnati nel far fronte alle esigenze immediate del soccorso”.
 
E sempre l’Asia, in particolare il tema del confronto e del dialogo con le antiche religioni di quel continente, aveva ispirato la catechesi precedente, innescata dagli scritti e dalla sconosciuta identità di un teologo del sesto secolo, passato alla storia con l’appellativo di Pseudo-Dionigi l’Areopagita. Questi, ha affermato il Papa, partendo dalla “teologia negativa” che sa dire di Dio ciò che egli anzitutto “non è”, si pose come mediatore tra il pensiero greco dell’epoca e la nascente mistica cristiana. Mentre i sostenitori del primo, con le loro fini argomentazioni, puntavano - ha affermato Benedetto XVI - ad adattare i misteri di Dio alla logica umana, lo Pseudo-Dionigi, rifiutando tale impostazione, arriva ad affermare che dalla teologia negativa il credente arriva meglio a conoscere Dio nella forma della teologia simbolica, dove la speculazione cede il passo alla contemplazione e la conoscenza all’esperienza. L’esperienza di una creatura che comprende col cuore il suo Creatore:

 
"Essendo la creatura una lode di Dio, la teologia dello Pseudo-Dionigi diventa una teologia liturgica: Dio si trova soprattutto lodandolo, non solo riflettendo; e la liturgia, non è qualcosa di costruito da noi, qualcosa di inventato per fare un'esperienza religiosa durante un certo periodo di tempo; essa è il cantare con il coro delle creature e l'entrare nella realtà cosmica stessa. E proprio così la liturgia, apparentemente solo ecclesiastica, diventa larga e grande, diventa unione di noi con il linguaggio di tutte le creature. Egli dice: non si può parlare di Dio in modo astratto; parlare di Dio è sempre – egli dice con parola greca – un «hymnein», un cantare per Dio con il grande canto delle creature, che si riflette e concretizza nella lode liturgica".

 
E’ quanto propone la mistica, appunto, che dallo Pseudo-Dionigi ricevette un autorevole impulso. Così autorevole che, ad esempio, San Bonaventura, il celebre biografo di San Francesco, trasse da quella impostazione lo schema per meglio comprendere la mistica del Poverello:

 
"Che cosa sia questa esperienza Bonaventura lo vide in San Francesco: è l’esperienza di un cammino molto umile, molto realistico, giorno per giorno, è questo andare con Cristo, accettando la sua croce. In questa povertà e in questa umiltà, nell’umiltà che si vive anche nella ecclesialità, c'è un’esperienza di Dio che è più alta di quella che si raggiunge mediante la riflessione: in essa, tocchiamo realmente il cuore di Dio".

 
Dunque, ha osservato il Papa, in questo modo di procedere sta anche la “nuova attualità” dello Pseudo-Dionigi:

 
"Oggi esiste una nuova attualità di Dionigi Areopagita: egli appare come un grande mediatore nel dialogo moderno tra il cristianesimo e le teologie mistiche dell'Asia, la cui nota caratteristica sta nella convinzione che non si può dire chi sia Dio; di Lui si può parlare solo in forme negative; di Dio si può parlare solo col "non", e solo entrando in questa esperienza del "non" Lo si raggiunge. E qui si vede una vicinanza tra il pensiero dell'Areopagita e quello delle religioni asiatiche: egli può essere oggi un mediatore come lo fu tra lo spirito greco e il Vangelo. Si vede così che il dialogo non accetta la superficialità. Proprio quando uno entra nella profondità dell'incontro con Cristo si apre anche lo spazio vasto per il dialogo. Quando uno incontra la luce della verità, si accorge che è una luce per tutti; scompaiono le polemiche e diventa possibile capirsi l'un l'altro o almeno parlare l'uno con l'altro, avvicinarsi".
 
Ai saluti, dopo le catechesi nelle varie lingue, Benedetto XVI ha indirizzato, tra gli altri, un pensiero alle Suore Cappuccine di Madre Rubatto, impegnate nel Capitolo generale, e ai sacerdoti provenienti da Trento e da Torino, assicurando loro preghiere “affinchè - ha concluso - il loro ministero, sostenuto dalla grazia di Dio, sia sempre più fecondo”.







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