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Sommario del 26/10/2016

Il Papa e la Santa Sede

Oggi in Primo Piano

Il Papa e la Santa Sede



Papa: no alle barriere, accogliere i migranti profuma l'anima

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La solidarietà verso i migranti “ci profuma l’anima e ci fa cambiare”. Così il Papa all’udienza generale tenuta stamani in Piazza San Pietro. Francesco ha proseguito la catechesi sulle opere di misericordia chiedendo a tutti i cristiani di accogliere i migranti che fuggono da condizioni di vita disumane. Quello delle migrazioni - ha detto - è un fenomeno che fa parte della storia dell’umanità fin da Abramo. E il Papa fa un esempio, commovente e concreto, di come accogliere lo straniero cambi il cuore. Numerosi i fedeli presenti, nonostante la giornata piovosa. Il servizio di Debora Donnini

E’ mancanza di memoria storica pensare che le migrazioni siano solo dei nostri anni: esse appartengono alla storia dell’umanità. E’ il Papa stesso a sottolineare l’attualità del fenomeno: complici la crisi economica, i cambiamenti climatici e i conflitti armati. Una catechesi che parte dalle parole di Gesù: “ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito”. La Bibbia stessa ci offre molti esempi: da Abramo allo stesso popolo di Israele che lascia l’Egitto fino alla Santa Famiglia che fugge da Erode:

“La storia dell’umanità è storia di migrazioni: ad ogni latitudine, non c’è popolo che non abbia conosciuto il fenomeno migratorio”.

La risposta è la solidarietà. La chiusura favorisce traffici criminali
Nel corso dei secoli ci sono state espressioni di solidarietà anche se “non sono mancate tensioni sociali”. E oggi la crisi economica favorisce l’emergere di “atteggiamenti di chiusura”, ma l’unica risposta vera è la solidarietà:

“In alcune parti del mondo sorgono muri e barriere. Sembra a volte che l’opera silenziosa di molti uomini e donne che, in diversi modi, si prodigano per aiutare e assistere i profughi e i migranti sia oscurata dal rumore di altri che danno voce a un istintivo egoismo. Ma la chiusura non è una soluzione, anzi, finisce per favorire i traffici criminali. L’unica via di soluzione è quella della solidarietà”.

I Papa chiede a tutti i cristiani di accogliere
“L’impegno dei cristiani in questo campo è urgente oggi come in passato”, sottolinea Francesco. Un esempio è stata la figura di Santa Francesca Cabrini che dedicò la sua vita ai migranti negli Stati Uniti, a cavallo fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. E il Papa chiede dunque a tutti i cristiani di accogliere chi fugge da condizioni di vita disumane come guerre, fame e violenza: “diocesi, parrocchie, istituti di vita consacrata, associazioni e movimenti, come i singoli cristiani, tutti siamo chiamati ad accogliere”, afferma. 

Il rifugiato scalzo che cambia il cuore del tassista
Quindi, come spesso fa, il Papa entra nella concretezza. Racconta la storia di un migrante incontrato per strada da una signora. Era senza scarpe e voleva arrivare alla Porta Santa, a San Pietro. Hanno preso il taxi insieme:

“Quest’uomo raccontò la sua storia di dolore, di guerra, di fame e perché era fuggito dalla sua patria per migrare qui. Quando sono arrivati, la signora apre la borsa per pagare il tassista e il tassista, l’uomo, l’autista che all’inizio non voleva che questo migrante salisse perché puzzava, ha detto alla signora: 'No, signora, sono io che devo pagare lei perché lei mi ha fatto sentire una storia che mi ha cambiato il cuore'. Questa signora sapeva cosa era il dolore di un migrante, perché aveva il sangue armeno e sapeva pure la sofferenza del suo popolo. Quando noi facciamo una cosa del genere, all’inizio ci rifiutiamo perché ci dà un po’ di scomodità, 'ma, eh … puzza …'. Ma alla fine, la storia ci profuma l’anima e ci fa cambiare. Pensate a questa storia e pensiamo che cosa possiamo fare per i rifugiati”.

Con l'apertura agli altri le società riacquistano pace
Vestire chi è nudo significa infatti “restituire dignità a chi l’ha perduta: certamente dare dei vestiti a chi ne è privo, ma anche pensare alle donne vittime della tratta, gettate per le strade e agli “altri, troppi modi di usare il corpo umano come merce, persino dei minori”, dice Francesco. Le forme di nudità sono molte: “non avere una casa, un lavoro, un salario giusto” o essere discriminati per razza e religione. Il cristiano deve agire, senza essere preoccupato solo dei suoi interessi:

“È proprio nella misura in cui ci apriamo agli altri che la vita diventa feconda, le società riacquistano la pace e le persone recuperano la loro piena dignità. E non dimenticatevi di quella signora, non dimenticate quel migrante che puzzava e non dimenticate l’autista al quale il migrante aveva cambiato l’anima. Grazie".

 

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Papa: amate il Rosario, preghiera semplice che consola mente e cuore

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All’udienza generale il Papa, ricordando che ottobre è un mese dedicato al Rosario, ha nuovamente raccomandato ai fedeli questa preghiera. Ce ne parla Sergio Centofanti

In un tweet di qualche giorno fa, Francesco aveva confessato: "Il Rosario è la preghiera che accompagna sempre la mia vita; è anche la preghiera dei semplici e dei santi … è la preghiera del mio cuore". Oggi ha spiegato che il Rosario “è una sintesi della Divina misericordia”:

“Nei misteri del Rosario, con Maria, contempliamo la vita di Gesù che irradia la misericordia del Padre stesso. Rallegriamoci del Suo amore e del perdono, accogliamolo negli stranieri e nei bisognosi, viviamo ogni giorno del Suo Vangelo”.

Quindi, salutando i giovani, i malati e gli sposi novelli, ha affermato:

“Questa semplice preghiera mariana indichi a voi, cari giovani, la strada per interpretare la volontà di Dio nella vostra vita; amate questa preghiera, cari ammalati, perché essa porta con sé la consolazione per la mente ed il cuore. Diventi per voi, cari sposi novelli, un momento privilegiato di intimità spirituale nella vostra nuova famiglia”.

Papa Francesco regala a tutte le persone che incontra una corona del Rosario. La Madonna – ha detto una volta – è sempre vicina ai suoi figli, “subito è pronta a venirci in aiuto quando la preghiamo, quando noi chiediamo … la sua protezione … ricordiamo che Lei non si fa aspettare: è la Madonna della prontezza, va subito a servire”.

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Papa in Svezia. Koch: riscoprire ciò che unisce cattolici e luterani

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C'è grande attesa per il viaggio del Papa in Svezia, il 31 ottobre e il primo novembre, in occasione della storica Commemorazione comune luterano-cattolica per i 500 anni della Riforma. Ad illustrare ai giornalisti i dettagli del 17.mo viaggio apostolico di Francesco è stato, stamane, il direttore della Sala stampa vaticana, Greg Burke. Il servizio di Roberta Gisotti: 

Un evento inedito nella storia cristiana: per la prima volta la Federazione Luterana mondiale e la Chiesa cattolica commemorano insieme, il 31 ottobre a Malmö e Lund, in Svezia, il cinquecentesimo anniversario della Riforma, che cadrà nel 2017. L’obiettivo è di esprimere i doni della Riforma e chiedere perdono per la divisione perpetuata dai cristiani delle due tradizioni, evidenziando il cammino percorso negli ultimi 50 anni di continuo dialogo ecumenico tra cattolici e luterani e i doni che sono arrivati, come bene esprime il motto di questo viaggio, ha sottolineato Greg Burke:

R. - 'From Conflict to Communion: Together in Hope', 'Dal conflitto alla comunione: insieme nella speranza', che vuol dire che il Papa in questo caso ha ricevuto inviti sia della Chiesa cattolica sia del governo svedese sia della Federazione luterana mondiale”.

Due giorni carichi di eventi: l’arrivo del Papa alle 11 del 31, all’aeroporto di Malmö, ad accoglierlo il primo ministro svedese, poi la visita alla famiglia reale nel palazzo di Lund, quindi nel primo pomeriggio la preghiera ecumenica comune nella vicina Cattedrale luterana ed ancora il trasferimento in pulmino nell’arena di Malmö, dove vi sarà l’incontro pubblico con 30 delegazioni luterane. Qui il Papa, segno di un viaggiare ecumenico - ha commentato Burke - andrà in pulmino insieme al cardinale Kurt Kock, presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei cristiani, e al presidente della Federazione mondiale luterana, il vescovo  Munib A. Younan, e al segretario generale, il rev. Martin Junge, presente al briefing. Queste le sue parole:

R. – We understand, because of our dialogues, because the trust that has grown among us…
Noi siamo dell’avviso, grazie al nostro dialogo, grazie alla fiducia che è cresciuta tra di noi, grazie anche al fatto che siamo stati capaci di rimuovere alcuni degli ostacoli di differenze dottrinali tra di noi, che il tempo sia maturo per provare a passare dal conflitto alla comunione.

Il primo novembre nella festa di Tutti i Santi, Francesco celebrerà la Messa, sempre a Malmö, con la piccola comunità cattolica svedese, prima di rientrare a Roma dove è atteso alle 15.30. Grandi sono le attese per i frutti di questo evento, ha detto il card. Kurt Kock ai giornalisti:

R. - In passato abbiamo avuto centenari confessionali, con un tono un po’ trionfalistico e polemico dalle due parti. Oggi vogliamo fare questo insieme e non facciamo soltanto la commemorazione dei 500 anni della Riforma, ma anche dei 50 anni del dialogo tra luterani e cattolici. Questo è stato il primo dialogo bilaterale che la Chiesa cattolica ha cominciato subito dopo il Concilio, nel 1967, e questo è anche un segno di gratitudine. Abbiamo potuto riscoprire tutto ciò che è comune tra luterani e cattolici.

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Santa Sede-Vietnam: libertà religiosa al centro dell'incontro in Vaticano

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Attuando gli accordi raggiunti nel quinto Incontro del Gruppo di lavoro congiunto tra il Vietnam e la Santa Sede ad Hanoi (settembre 2014), il sesto Incontro del Gruppo di lavoro congiunto tra il Vietnam e la Santa Sede ha avuto luogo in Vaticano dal 24 al 26 ottobre. L’Incontro è stato presieduto congiuntamente da S.E. il Sig. Bui Thanh Son, Vice-Ministro Permanente degli Affari Esteri, Capo della Delegazione vietnamita, e da S.E. Monsignor Antoine Camilleri, Sotto-Segretario per i Rapporti con gli Stati, Capo della Delegazione della Santa Sede.

Le due Parti hanno avuto un ampio e profondo scambio di vedute sui rapporti Vietnam–Santa Sede, includendo le questioni riguardanti la Chiesa cattolica in Vietnam.

La Parte vietnamita ha ribadito sia il costante e concreto miglioramento sul piano legislativo e politico per quanto riguarda la promozione e la protezione della libertà di credo e di religione dei cittadini, sia l’incoraggiamento e la continua agevolazione dell’attivo impegno della Chiesa cattolica nella causa nazionale dello sviluppo socio-economico.

La Santa Sede nel riaffermare la libertà della Chiesa di portare avanti la sua missione per il bene dell’intera società, ha espresso apprezzamento al Governo vietnamita per l’attenzione prestata alle necessità della Chiesa cattolica, come recentemente testimoniato dall’inaugurazione dell’Istituto Cattolico del Vietnam, e per l’assistenza nell’organizzazione di cerimonie ed eventi ecclesiali importanti.

Le due Parti hanno concordato che la Chiesa cattolica in Vietnam continuerà ad essere ispirata dal magistero della Chiesa riguardante la pratica del “vivere il Vangelo all’interno della Nazione” e di essere, nello stesso tempo, buoni cattolici e buoni cittadini. Riaffermando che Papa Francesco si interessa vivamente allo sviluppo dei rapporti Vietnam-Santa Sede, la Santa Sede auspica che la Comunità cattolica possa continuare ad offrire il suo prezioso contributo collaborando con gli altri attori nella società vietnamita, e in accordo con le leggi pertinenti, per lo sviluppo nazionale e la promozione del bene comune.

Le due Parti hanno riconosciuto il progresso delle relazioni Vietnam–Santa Sede, inclusi contatti e consultazioni regolari, lo scambio di delegazioni ad alto livello, e le frequenti visite pastorali in Vietnam del Rappresentante Pontificio e Inviato Speciale non residente, l’Arcivescovo Leopoldo Girelli. L’incontro ha avuto luogo in un clima di cordialità, di franchezza e di mutuo rispetto.

Le due Parti hanno concordato di mantenere un dialogo costruttivo, in uno spirito di buona volontà allo scopo di far crescere la mutua comprensione e di promuovere ulteriormente i rapporti tra le due Parti. Hanno concordato anche di convocare il settimo Incontro del Gruppo di lavoro congiunto tra il Vietnam e la Santa Sede ad Hanoi. La data dell’incontro verrà concordata attraverso i canali diplomatici.

Prima di ripartire dal Vaticano, la Delegazione vietnamita ha reso visite di cortesia al Segretario di Stato di Sua Santità, il Cardinale Pietro Parolin, e al Segretario per i Rapporti con gli Stati, l’Arcivescovo Paul Gallagher. La Delegazione ha visitato anche alcune Istituzioni religiose della Santa Sede.

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Al via in Vaticano la Conferenza del Gruppo Santa Marta contro la tratta

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Si svolge oggi e domani in Vaticano la Conferenza del cosiddetto “Gruppo Santa Marta” contro il traffico di esseri umani. Guidato dal cardinale Vincent Nichols, arcivescovo di Westminster  e presidente della Conferenza episcopale d’Inghilterra e Galles, e da Bernard Hogan-Howe, capo della Polizia metropolitana di Londra, il gruppo è un’alleanza di responsabili di polizia e di vescovi di tutto il mondo che operano insieme con la società civile per sradicare il traffico di esseri umani e garantire cure pastorali alle vittime. Cerca di sviluppare inoltre strategie di prevenzione e di reintegrazione. I delegati incontreranno domani Papa Francesco e lo aggiorneranno sui progressi compiuti nella lotta alla tratta nei due anni di fondazione di questo organismo. Il Gruppo Santa Marta deve il proprio nome alla residenza di Papa Francesco, dove si sono riuniti per la prima volta nell’aprile 2014. Sulla questione della tratta Christopher Wells ha intervistato uno del membri del Gruppo, l’arcivescovo sudafricano di Città del Capo, Stephen Brisilin

R. – It is certainly an enormous problem throughout the world, but it is also a very hidden problem …
Sicuramente è un problema enorme che riguarda tutto il mondo, ma è altrettanto vero che è un problema nascosto, perché ovviamente i trafficanti lavorano e riescono nel loro intento grazie alla segretezza che copre il loro agire. Per questo a volte è veramente difficile stabilire l’estensione di questo problema. Ma io credo che tutte le agenzie del mondo, tutti i centri di polizia sono d’accordo nell’affermare che il problema è grande e riguarda tutto il mondo. Poi ci sono i diversi “modi” di condurre il traffico di persone: Città del Capo, ad esempio, è un punto di partenza, nel senso che spesso i giovani vengono allettati ad accettare cosiddette occasioni di lavoro meravigliose in altri luoghi. Ma è anche luogo di destinazione, un luogo nel quale arrivano persone oggetto di questo traffico, a volte per lavorare in situazioni di vero degrado, ma più spesso – ovviamente – per finire nella prostituzione. In terzo luogo, è un punto di transito: le persone passano per Città del Capo per raggiungere altri luoghi. Così accade anche in molti altri luoghi del mondo. Molto di questo traffico di persone ruota, ovviamente, attorno al mercato del sesso: credo che sia l’impiego maggiore e ovviamente le donne sono le persone maggiormente oggetto di traffico. Altri subiscono questi spostamenti per ragioni di lavoro: giovani abbindolati da una chimera e ai quali spesso si toglie il passaporto per poi comunicare loro che sono in debito con i trafficanti per il trasporto per arrivare nel luogo di destinazione, per il vitto e l’alloggio. Diventano così estremamente vulnerabili e dipendenti dai trafficanti e difficilmente riescono a scappare. Ecco, questa è una nuova forma di lavoro-schiavo.

D. – Il Gruppo Santa Marta si sta impegnando per contrastare il traffico delle persone. Ci può spiegare cosa state cercando di fare?

R. – Yes: I think that a very good example would be what has happened in the United Kingdom ..
Certo. Credo che un esempio interessante possa essere quello che recentemente è accaduto nel Regno Unito, dove la collaborazione tra la Chiesa e la Polizia è molto stretta ed efficiente. Ci sono stati casi in cui, ad esempio, la Polizia sapeva che c’erano movimenti di traffico di persone e aveva organizzato un’incursione e siccome erano coinvolte donne, si è fatta affiancare da un gruppo di religiose. Dopo aver compiuto l’incursione e arrestato i trafficanti, sono intervenute le suore per confortare e consolare le donne vittime del traffico, per stare con loro e sostenerle. Questo è solo uno degli esempi di come la collaborazione tra la Chiesa e la Polizia possa funzionare.

D. – Le Chiesa ha un ruolo anche nell’aiutare le persone vittime di traffico dopo essere scampate alle grinfie di questi trafficanti, dopo essere finite in un Paese straniero e magari non essere riuscite più ad avere contatti con le famiglie d’origine …

R. – Exactly. And I think that is something the religious women particularly have a concern for. …
Esattamente. E penso che questo sia uno degli aspetti per il quale le religiose hanno un’attenzione particolare. Anche in Sud Africa, per esempio, il nostro centro per il traffico delle persone è gestito dalle suore: è un impegno congiunto tra persone consacrate e la Conferenza episcopale. Questo credo che attualmente sia un ruolo che le religiose considerano veramente appropriato al loro stato: dare sostegno alle persone liberate dalla condizione di persone vittime di traffico: rimangono comunque molto vulnerabili perché anche dalla polizia non sempre ricevono un buon trattamento. Hanno veramente bisogno di aiuto e di accompagnamento. Però c’è un altro ruolo importante della Chiesa, ed è quello di dare consapevolezza, perché tutta la questione del traffico delle persone ruota intorno all’inganno, all’imbroglio volto a convincere le persone che in altri Paesi possano esserci opportunità di lavoro “meravigliose”: questo è quello che seduce i giovani e li induce ad andarsene, a fuggire dalla loro condizione che spesso è una condizione di povertà, per seguire questa occasione “meravigliosa” di lavoro! Per questo, uno dei nostri compiti è dare consapevolezza ai giovani del pericolo che corrono e che se esistesse veramente una buona occasione di lavoro, troppo bella per essere vera, in realtà è proprio così: troppo bella per essere vera …

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Papa Francesco il 2 novembre celebra la Messa per i defunti a Prima Porta

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Il 2 novembre, alle ore 16, il Papa celebrerà la Messa la commemorazione di tutti i defunti presso il cimitero romano di Prima Porta. Lo ha annunciato ai giornalisti il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Greg Burke. Inoltre, il 4 novembre, alle 11.30 presso l’altare della cattedra, Francesco celebrerà la Messa in suffragio dei cardinali e vescovi defunti nel corso dell’anno.

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Mons. Auza: ruolo delle donne essenziale per costruire la pace

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Una donna ha capacità uniche e insostituibili nel placare i venti di una guerra, disinnescare un potenziale scontro violento cogliendo le “soluzioni più efficaci” che aprono al dialogo. E' quanto ha detto l’osservatore permanente della Santa Sede all’Onu di New York, mons. Bernardito Auza, durante un intervento su “donne, pace e sicurezza” tenuto ieri al Palazzo di Vetro. Una madre di famiglia - ha affermato - può risultare “essenziale” non solo per la tranquillità della sua casa, ma anche “per una società pacifica, inclusiva e sicura”.

Dono speciale
Il ruolo della figura femminile nelle crisi e nella loro soluzione è un aspetto sul quale da tempo si discute all’Onu. Mons. Auza è tornato a offrire il punto di vista della Santa Sede al cospetto dei delegati dell’Onu sull’onda di quanto già affermato da Papa Francesco l’anno scorso dalla tribuna dell’Assemblea generale. Per il rappresentante vaticano bisogna lavorare per radicare a livello internazionale la consapevolezza di quanto sia “fondamentale” l’azione delle donne tanto “nella prevenzione dello scoppio della guerra attraverso la mediazione e diplomazia preventiva”, quanto nel “conciliare, riabilitare e ricostruire le società in situazioni post-belliche, evitando ricadute nei conflitti armati”. “Le loro peculiari capacità di portare ordine nel caos, nelle comunità divise, e la pace nei conflitti”, come pure “il loro dono speciale nell’educare le persone a essere più ricettive e sensibili alle necessità degli altri”, sono “essenziali – ha affermato mons. Auza – per risparmiare al nostro mondo ulteriori flagelli della guerra e aiutare a guarire le ferite dei violenti conflitti passati e attuali”.

Istruzione contro emarginazione
Al valore del ruolo delle donne per società più sicure è legato quello della loro istruzione. Per l’osservatore della Santa Sede sarà difficile che le donne possano esercitare la loro positiva influenza se continueranno ancora, ha osservato, “a rappresentare un numero sproporzionato tra le persone svantaggiate nel mondo”. Troppe ragazze e donne, ha affermato, “non hanno pieno accesso all'istruzione” e questo si traduce di norma “nella condanna a un ruolo di seconda classe all'interno della società e in un impedimento a essere ascoltate”. L’istruzione è un “fattore qualificante” e la Chiesa, ha ricordato mons. Auza, conta in “maggioranza” donne e ragazze in molte delle sue “oltre 100 mila scuole” in tutto il mondo, “dall’asilo all'università”, in particolare “nelle regioni in cui donne e ragazze ancora patiscono la discriminazione”.

Lotta alla povertà, uso delle risorse
Terzo aspetto, ugualmente connesso agli altri, è la lotta alla povertà, che vede le donne sempre tra le prime vittime. “In vaste aree del mondo – ha indicato mons. Auza – la mancanza di cibo consistente e nutriente, di servizi idrici e igienico-sanitari puliti, così come la mancanza di opportunità di lavoro e di retribuzioni dignitose continuano a minare la capacità delle donne di svolgere il loro ruolo nella vita delle proprie famiglie e nella società nel suo complesso”. “Con così tanto denaro disponibile per le armi – si è chiesto l’osservatore pontificio – non può il mondo risparmiare risorse per compensare la perdita di vita e l'incolumità fisica delle famiglie e delle case di queste vittime innocenti, per aiutarle a superare le devastazioni del conflitto e consentire loro di diventare operatrici di pace?”.

Giustizia e dignità
La “morsa dei cinquanta conflitti che infuriano in diverse parti del mondo ci chiama oggi – ha ribadito mons. Auza in conclusione – a concentrare i nostri sforzi sulla condizione delle donne e delle ragazze nelle situazioni di violenza”. Vanno aiutate a “chiedere giustizia” e anche a “superare lo stigma e la vergogna cui sono sottoposte in certe società”. Altrimenti sarà “molto più difficile per le donne sostenere la famiglia e assistere i familiari mutilati dalla violenza, se le loro ferite non saranno affrontate e le ingiustizie subite risolte” (A cura di Alessandro De Carolis).

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Nomine in Brasile e Colombia

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Nomine del Papa in Brasile e Colombia. Cliccare sul link del Bollettino della Sala Stampa vaticana.

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Carlo Acutis: presentati docufilm e libro sulla sua spiritualità

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Conferenza stampa questa mattina in Vaticano per la presentazione di un docufilm e di un volume sul giovane Servo di Dio Carlo Acutis. All’evento sono intervenuti mons. Dario  Viganò, prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede; don Giuseppe Costa, direttore della Libreria Editrice Vaticana; il giornalista dell’Osservatore Romano Nicola Gori, autore del libro, e Matteo Ceccarelli, il regista del documentario, prodotto dalla società “Officina della Comunicazione". Intenzione del progetto è quela di raccontare la normalità della vita di Carlo Acutis, morto per una leucemia fulminante, a soli 15 anni, il 12 ottobre del 2006, e di cui è in corso la Causa di Beatificazione. Il servizio di Adriana Masotti:

Carlo Acutis era un ragazzo come gli altri, ma anche assolutamente speciale: allegro, sportivo, grande appassionato di computer, amava la compagnia, i viaggi, il mare. E insieme, fin da piccolo, era grande amico di Gesù. La sua fede si nutriva della preghiera, della recita del Rosario, dell’Eucarestia quotidiana. Diceva: quando “ci si mette di fronte al sole ci si abbronza… ma quando ci si mette dinanzi a Gesù Eucaristia si diventa santi”. Ecco il suo obiettivo: la santità. E aveva scoperto come arrivarci. Sentiamo Nicola Gori, autore della biografia di Carlo: “Un genio dell’informatica in Cielo”:

R.- Ho conosciuto Carlo per via indiretta, ma sono rimasto veramente colpito dalle testimonianze dei giovani, degli insegnanti, dei professori, di tutti coloro che lo avevano conosciuto perché viene fuori sempre che lui era un ragazzo semplicissimo, che nel quotidiano è riuscito ad inserire nella sua vita la figura di Cristo, e non solo! Viene fuori anche che era un ragazzo pieno di vita, di una vitalità tipica di quell’età. Non era una persona che faceva voli mistici o cose particolari, era un ragazzo semplice, tranquillo che però riusciva a trascinare gli altri. Questa era la sua caratteristica: riusciva a trascinare gli altri e portarli a Gesù.

D. - E al centro aveva messo l’Eucaristia…

R. – In assoluto l’Eucaristia che era proprio la sua fonte, la sua luce.

Ma che cosa ha colpito di più della vita di Carlo il regista del documentario “La mia autostrada per il Cielo. Carlo Acutis e l’Eucaristia”. Ascoltiamo Matteo Ceccarelli:

R. - Come regista del documentario ho potuto lavorare sul materiale di repertorio, quindi su video fatti dalla famiglia dove c’è Carlo, altri fatti da Carlo, su fotografie. Inoltre ho realizzato un insieme di interviste a persone che lo hanno conosciuto e hanno potuto dare la loro testimonianza di questa straordinarietà. Il messaggio più grande che lui ci ha lasciato è questo: molte volte non conta parlare, ma conta fare: la sua cristianità era dedicarsi e donarsi agli altri senza avere niente in cambio; c’era questa spontaneità nell’essere cristiano.

D. - C’è stato un aspetto della sua vita in particolare che si è voluto mettere in luce attraverso le immagini?

R. - Sì, l’aspetto peculiare è proprio questo: la centralità della figura di Gesù e l’Eucarestia; per lui questo era il centro della giornata, tutto ruotava intorno a questo.

Carlo Acutis era convinto di morire giovane. Quando scopre la sua malattia non si spaventa, ma dice: "Offro tutte le sofferenze che dovrò patire al Signore, per il Papa e per la Chiesa, per non fare il Purgatorio e andare dritto in Paradiso". Questa la testimonianza della mamma Antonia:

R. - Lui era molto simpatico, lo cercavano tutti, era molto amato, era molto generoso anche con i suoi amici, li aiutava nei compiti, si preoccupava, aiutava i bambini più piccoli. Sicuramente i suoi amici lo apprezzavano, poi aveva un forte valore dell’amicizia. Ovviamente dove era possibile - sempre con tatto -non perdeva mai occasione per testimoniare il suo amore per Gesù  …

D. - Una persona con un’intelligenza e capacità speciali e poi a 15 anni una malattia che lo porta via improvvisamente. Come ha vissuto Carlo questa cosa? E voi genitori?

R. - Lui l’ha accettata con grande serenità. D’altra parte il suo modello era San Francesco, il quale chiamava la morte “Sorella morte”. La cosa sorprendente era questa sua serenità. I medici gli chiedevano: “Soffri?”, e lui rispondeva - e la cosa colpiva tutti i medici e gli infermieri - che lui si preoccupava per gli altri: “C’è gente che soffre più di me”. Queste erano le risposte che dava. Fino all’ultimo ha sempre pensato agli altri e questo era un po’ il suo modo di essere, di porsi rispetto alla vita. Ha affrontato anche la morte in questo modo. Per noi, ringraziando il cielo, la fede c’è, quindi sappiamo che non è un addio con Carlo, ma un arrivederci e questo è importante!.

 

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Oggi in Primo Piano



Monte Tabor, mons. Marcuzzo: vandali estranei a nostri valori

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Una preghiera di riparazione e un nuovo atto di consacrazione: così la comunità cristiana di Gerusalemme sta pensando di rispondere al grave atto di vandalismo che domenica scorsa ha danneggiato la basilica della Trasfigurazione sul monte Tabor. Calici, icone, arredi, gli assalitori “hanno violato ogni cosa ritenevano fosse preziosa, eppure il sentire comune e i valori della Terra Santa sono altri”. Così al microfono di Gabriella Ceraso, il vicario patriarcale di Gerusalemme mons Giacinto-Boulos Marcuzzo. Ascoltiamo la sua testimonianza: 

R. – La profanazione del Santissimo Sacramento, di un luogo sacro, è grave di per sé. Quello che in un certo senso rende più leggera la cosa è il fatto che non volevano fare un atto di profanazione, piuttosto rubare semplicemente, per la droga. Naturalmente, abbiamo fatto lo stesso un atto di espiazione perché si tratta delle Sacre Ostie gettate per terra, si tratta della statua della Madonna che è stata gettata nel giardino fuori, quando hanno visto che non era niente di prezioso.

D. - Altri episodi però ci sono stati in Terra Santa…

R. – Sì, ma questa è un’altra questione.

D. – Si pensa, lei dice, a compiere un atto ufficiale di riparazione nelle prossime settimane… Si  può in qualche modo ribadire l’amore per questo luogo?

R. – Sì,  vogliamo dare proprio una testimonianza di amore e di attaccamento. Tutti, naturalmente, sono informati, soprattutto i pellegrini, quelli che in questo momento si trovano in Galilea, anche loro contribuiscono a dare una testimonianza di amore di questo luogo santo.

D. – Il senso del sacro, del divino, che questi luoghi comunicano e tramandano, è condiviso fra cristiani, ebrei e musulmani?

R. – Sì. In generale, nel Medio Oriente un’immagine, un luogo, un simbolo ritenuto sacro dai cristiani viene rispettato dai musulmani, dagli ebrei, da tutti e altrettanto quello che i musulmani ritengono sacro noi o rispettiamo e così gli ebrei eccetera . C'è questo mutuo rispetto per tutte le cose religiose. Questa è una cosa bella, è assolutamente il contrario di quello che sta facendo Daesh o il famoso Isis che non rispetta la mentalità musulmana, persino quella popolare, della vita quotidiana. In generale questo rispetto per tutto quello che è sacro degli altri, anche le feste, qui non si tocca. Ed è per questo che questo atto è un po’ qualcosa fuori dalla mentalità e ci fa capire meglio ancora chi potrebbero essere i fautori di questo atto.

D.  – Molto probabilmente più a livello popolare, di sentire comune, c’è questa sensazione di rispetto reciproco e anche di possibilità di condivisione, cosa che a volte a livello di politica e di autorità non funziona portando allo scontro. Penso ultimamente alla spianata delle moschee e alla relativa decisione dell’Unesco…

D. – Quando la politica si mescola alla religione oppure prende l’aspetto religioso per i suoi interessi, questa è tutta un’altra questione, ma bisogna assolutamente distinguere le due cose. A proposito: i pellegrini - che non c’entrano in queste storie un po’ negative! - sono sempre i benvenuti e sono sempre rispettati. Venite pure a venerare e a trarre la migliore spiritualità cristiana dai luoghi santi. Siano benvenuti  tutti i pellegrini!

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Patriarca caldeo: Mosul torni multiculturale per la pace in Iraq

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Mosul la “tenace” prima dell’ascesa dello Stato islamico era un “Iraq in miniatura”, un “crocevia” di etnie, religioni, culture e dialetti diversi e di usanze variopinte. E i suoi abitanti componevano “un bellissimo mosaico” arricchito dalla presenza di sunniti, curdi, turcomanni, sciiti, Chabak, cristiani, yazidi e sabei. È quanto scrive il patriarca caldeo mar Louis Raphael Sako in una lettera rivolta alla comunità irakena e ripresa dall'agenzia AsiaNews, in cui racconta la metropoli del nord prima dell’arrivo di Daesh (acronimo arabo per il sedicente Stato Islamico) e traccia il futuro della città e della piana di Ninive. Tutte le etnie e le culture, sottolinea, hanno “tanto sofferto” sotto il dominio jihadista e “auspichiamo che questa diversità non sarà cancellata”.

L’offensiva militare è riuscita ad unire tutti le forze irakene
Il primate caldeo invita a sostenere “le nostre forze armate” che stanno lottando per la liberazione di Mosul e della piana; egli auspica al contempo che “la battaglia” sia “un punto di cambiamento per Mosul e per tutto l’Iraq”. L’offensiva militare, aggiunge il prelato, “è riuscita ad unire tutti gli irakeni con un coordinamento di alto livello” e dovrebbe essere base ed esempio per “spingere con forza alla riconciliazione nazionale”. A Mosul vi sarebbero ancora almeno 700mila persone intrappolate e impossibilitate a fuggire, ostaggio di 5mila jihadisti che lottano a difesa del loro fortino. Nei giorni scorsi l’esercito irakeno e i Peshmerga hanno già assunto il controllo di alcuni villaggi storici della tradizione cristiana della piana di Ninive, fra cui Qaraqosh e Bartella.

Una volta liberata Mosul, evitare discriminazioni religiose, sociali e politiche
Nella sua riflessione mar Sako si rivolge anche ai dignitari, governanti e ai leader socio-politici di Mosul e della piana, perché operino in coordinamento col governo centrale per il futuro della regione. Un futuro che il primate caldeo delinea in quattro punti essenziali, pilastri fondanti della ricostruzione non solo della metropoli del nord, ma di tutto il Paese. Serve un “riordino completo della città e della provincia”, avverte il patriarca caldeo, con un “accordo generale e partecipativo di tutte le componenti”. Mosul, aggiunge, deve essere “un esempio da applicare a tutte le altre parti liberate dell’Iraq”. Inoltre, egli chiede che siano soddisfatti “i bisogni” delle persone e che siano garantiti i servizi di base lottando “contro la corruzione, alleviando le divisioni” per “evitare discriminazioni religiose, sociali e politiche”.

Non marginalizzare la componente cristiana
I cristiani sono “la seconda più grande religione dell’Iraq dopo l’islam”, prosegue nella sua riflessione mar Sako, e la stessa Mosul “è circondata” da una miriade di “comuni e paesini cristiani”. La componente cristiana “ha avuto un ruolo enorme nel cooperare con i musulmani per il bene delle altre componenti” del Paese e “tanto hanno dato all’Iraq”. Oggi, dopo il dramma vissuto a Mosul e nella piana, essi “hanno bisogno di essere accolti e di vedere protetti i loro diritti e non di essere marginalizzati”. In questo senso, avverte il primate caldeo, è essenziale che ritrovino “la fiducia nei confronti dei loro vicini”. A dispetto della situazione critica, aggiunge, “continuiamo ad armarci di fede e di speranza per il futuro” come ha ricordato papa Francesco domenica 23 ottobre all’Angelus, quanto ha auspicato che l’Iraq possa avviarsi verso un futuro di “sicurezza, pace e riconciliazione”.

Lo Stato deve rispettare la religione senza politicizzarla
‚ÄčEsprimendo solidarietà “alle famiglie che hanno perso una persona cara”, il patriarca caldeo esorta i cittadini e la classe dirigente a “costruire” uno Stato di diritto, che si fonda su “principi veri” e sulla “uguaglianza”, che difende gli abitanti, le loro libertà e la loro dignità. “Uno Stato che rispetta la religione - conclude - e che non tenta di politicizzarla o deformarla per i propri fini” e che sappia costruire “rapporti equilibrati con i propri vicini” nella regione mediorientale. (R.P.)

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Anche il Gambia chiede di uscire dalla Corte Penale Internazionale

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Dopo Sudafrica e Burundi, anche il Gambia ha annunciato l’intenzione di abbandonare la Corte Penale Internazionale. I sei procedimenti in corso alla corte dell’Aia, alla quale aderiscono 123 Paesi tra i quali mancano Stati Uniti, Russia e Cina, riguardano infatti solo Paesi africani e non le grandi potenze. Sulle ragioni di questa presunta discriminazione Michele Raviart ha intervistato Gian Paolo Calchi Novati, direttore del Dipartimento di studi politici dell’università di Pavia: 

R. – L’oggetto principale della contestazione è che soltanto esponenti della politica o delle forze armate di vari Paesi africani siano stati incriminati, in alcuni casi condannati, dalla Corte stessa. Si dice, con una certa verosimiglianza, che nel mondo ci sono molti crimini che restano impuniti ma soltanto contro gli africani ci sarebbe questa specie di accanimento. Il discorso è un po’ a doppio taglio perché siccome l’Africa non commette, se commette, crimini contro extra-africani ma sostanzialmente si tratta di vicende interne, è vero che la Corte incrimina dirigenti africani ma in un certo senso protegge i cittadini africani. Nell’ultima volta in cui la questione fu discussa in sede Unione Africana i dirigenti negoziarono poi con la Corte una specie di compromesso. Il compromesso sarebbe consistito nel fatto che i dirigenti in carica non avrebbero dovuto essere sottoposti a giudizio prima della fine del mandato.

D. – Quali potrebbero essere le ragioni interne che hanno portato Gambia e Burundi a chiedere di uscire dalla Corte?

R.  – Da qualche mese il Gambia è un Paese che fornisce una forte percentuale di migranti che arrivano in Europa chiedendo asilo politico per l’inasprimento della politica di repressione del governo in chiave islamista, forse per distinguersi dal Senegal che qualche volta ha tentato vari opportunismi per integrare e condizionare, evidentemente, l’autonomia del Gambia. Può darsi che questo sia anche un modo per tenere un po’ le distanze da un’eventuale politica di repressione diretta che possa essere effettuata dal Senegal. Il motivo che mi induce a pensare la decisione del Burundi è che il presidente del Burundi ha tentato la strada del terzo mandato; in Burundi questo processo elettorale che è stato falsificato ha provocato moltissimi incidenti.

D. – Quanto pesa la defezione del Sudafrica per tutto il continente africano?

R. – Questa è una mossa che rischia anche di mettere un po’ tutta l’Africa, indirettamente se non proprio direttamente, in una posizione di contestazione. Proprio in Sudafrica, dove invece un po’ la memoria di Mandela, un po’ il ruolo di Desmond Tutu, i tanti premi Nobel che vanta il Sudafrica ci si aspetterebbe una maggiore collaborazione con gli organismi internazionali preposti a garantire l’ordine, la giustizia e la libertà. I Paesi africani sono una grossa fetta degli Stati che hanno aderito alla Corte Penale. Come sappiamo molte grandi potenze si sono premunite, magari prima, firmando ma non ratificando la Corte penale, per cui non possono essere incriminate a norma per lo statuto della Corte Penale. E questo è un ulteriore motivo di frustrazione da parte dei Paesi africani che si sentono praticamente figli di nessuno.

D. – Quale futuro si prospetta per il diritto internazionale qualora altri Paesi africani decidessero di uscire dalla Corte? Che futuro per il diritto internazionale se l’Africa abbandona una di queste organizzazioni?

R. – Questo sarebbe un grosso passo indietro. Potrebbe essere un fatto positivo se si prendesse atto che la giustizia è diversa dalla politica. Questa discriminazione continua a venire fuori in tanti contesti e questa frustrazione degli africani si diffonde. Ripeto, anche con questo limite, forse, se funzionasse un po’ meglio, la giustizia penale potrebbe garantire un po’ più di incolumità dei diritti degli africani. Però mi sembra di capire da tanti fatti che prevale l’altro aspetto: noi siamo umiliati come è stato nell’epoca del colonialismo, della tratta, della schiavitù, di una falsa indipendenza e così via.

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Bagnasco tra i terremotati: persone fiere e salde nella fede

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Visita oggi del presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, ai territori terremotati del Lazio e delle Marche. Il porporato nella mattinata ha visitato, accompagnato dal vescovo di Ascoli Piceno, mons. Giovani D’Ercole, Arquata e Pescara del Tronto dove, nella zona rossa, si è vissuto un momento intenso e toccante di preghiera e di suffragio nella nuova Cappellina fatta costruire dalla Diocesi e che verrà inaugurata il 1° novembre. Nel pomeriggio la visita ad Accumoli e Amatrice, accompagnato dal vescovo di Rieti, mons. Domenico Pompili. Francesca Sabatinelli ha raggiunto telefonicamente il cardinale Bagnasco: 

R. – Le zone che ho visto finora nella diocesi di Ascoli Piceno portano segni molto gravi, gravissimi: paesi devastati totalmente come Pescara del Tronto, paesi fantasma alcuni … Però, nello stesso tempo ho incontrato due scuole, sotto le tende, e poi persone adulte e volontari e, soprattutto, la gente del posto che ho visto molto fiera, molto forte, decisa a rimanere, a resistere, a ricomporre la propria vita di sempre e a non disperdersi come comunità. Questo è un grande esempio che ci danno queste popolazioni.

D. – Queste persone che lei ha incontrato, le hanno chiesto qualcosa in particolare, hanno espresso i loro bisogni o le loro paure? Si sentono accompagnati dal resto del Paese-Italia?

R. – La prima cosa è il desiderio di avere le proprie chiese, cosa che mi ha molto colpito. Chiedono le proprie case, certamente, ma al vescovo che mi ha accompagnato chiedono i luoghi di culto, perché sono distrutte anche le chiese, insieme alle case, naturalmente. E questo è un altro grande esempio, perché ci testimonia che è l’anima, è lo spirito, è la tradizione della propria fede, che è alla sorgente della forza per resistere alle difficoltà e superarle. Questa è una prima cosa. Poi c’è la preoccupazione di fondo che è di essere abbandonati, che i riflettori si spengano e tutto venga dimenticato. Ho assicurato, per quanto riguarda i vescovi italiani, la Chiesa italiana, che questo non avviene e non sta avvenendo. Per questo sono venuto a portare e a confermare la presenza e la vicinanza dei vescovi italiani, insieme a tutti gli aiuti che potremo dare, molto pratici e molto concreti, d’accordo con il vescovo. Un’altra cosa che mi ha molto colpito, e che è significativa, è che la diocesi è riuscita, in proprio, a costruire una cappellina accanto al cimitero, dove la chiesetta di pietra è totalmente crollata: è una piccola cappella in legno e la gente è molto contenta. E’ molto significativo. Ricominciare quasi da questo luogo, che è quello degli affetti più cari, dove sono i propri defunti, i propri parenti, le proprie amicizie, e le anime che si sentono vicine. Questo l’ho trovato un segno bellissimo, la diocesi ha potuto farlo. E poi ci vuole una velocità di tempi, una tempistica il più possibile veloce. Stanno lavorando alacremente, con intelligenza e con passione perché le casette in legno, i moduli, possano essere al più presto messe in atto affinché le comunità non si disperdano.

D. – Molte di queste persone che lei ha incontrato hanno anche perso dei cari, degli amici, conoscenti. A che punto è il lutto dentro di loro?

R. – Sì, ho visto diverse di queste persone. Molto composte, molto dignitose, che portano dentro questo lutto, questo dolore, queste ferite nella dimensione della fede e nella dimensione della comunità. Li trovo molto uniti, gli uni agli altri. C’è un gruppo di 50 famiglie che vivono insieme, in un edificio, un ex ospedale, ho visto che fanno veramente una vita di comunità, dove anche i sentimenti più profondi, le preoccupazioni o le sofferenze, le ferite, sono messi in comune e si sostengono a vicenda.

D. – Nonostante le inchieste stiano ancora andando avanti per capire che tipo di responsabilità umane ci siano, nonostante ci siano queste indagini in corso lei ha trovato in queste persone rabbia o rancore?

R. – Per quello che ho visto io stamattina, no. Piuttosto serietà, voglia di ricominciare, guardare soprattutto al futuro, compostezza, molta fede … direi che sono questi i sentimenti che ho visto manifestare. Certo, c’è anche la sofferenza, ci sono le ombre nel loro sguardo, nello sguardo di molti, questo è evidente. Questo però non so se sia il segno di recriminazioni particolari o che cosa. Certamente c’è il segno di una sofferenza, di un dolore, che però nel cuore – ripeto – è condiviso con gli altri. Ripeto quello che ho già scritto nella prolusione ultima del Consiglio permanente: l’importanza di questi piccoli centri. Il Paese-Italia è fatto di grandi città e di innumerevoli piccoli paesi, borghi, villaggi. Sono un tessuto, questo, che dovrebbe essere da tutti meglio valorizzato, accudito, custodito perché la logica delle grandi concentrazioni può avere certo dei vantaggi, ma ha un grandissimo svantaggio, che è quello di impoverire il tessuto umano del Paese stesso, che vive di queste piccole comunità di relazioni, tradizioni, usanze, fede, valori condivisi, di storie conosciute … Perdere questo e spopolare i borghi sarebbe veramente un grave danno per il Paese!

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Lettera Ue all'Italia. Becchetti: l'austerità non funziona

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“Non bisogna minimizzare, ma neanche esagerare sulla lettera giunta da Bruxelles” all’Italia”: l’indicazione è del  commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici, dopo l’invio della missiva al governo Renzi con cui l’Unione chiede chiarimenti circa la manovra finanziaria. Risposte che Roma dovrebbe fornire già domani, e che non cambieranno come annunciato dal ministro dell'Economia Padoan. Nessun bastone, quindi, perché non è la filosofia dell’Ue, ha precisato Moscovici, che venerdì incontrerà proprio Padoan, che sottolinea lo scarto tra l’aggiustamento strutturale chiesto dal Consiglio e le cifre presentate dal governo nella legge di bilancio. Francesca Sabatinelli ha intervistato l’economista Leonardo Becchetti, docente di Economia Politica all'Università di Tor Vergata a Roma: 

R. – Non è una lettera particolarmente dura e questo è comprensibile: dopo la Brexit, l’Unione europea ha mitigato di molto i toni perché non vuole creare nuovi conflitti, nuovi fronti interni. Credo che, d’altronde, sia giusto quello che ha fatto l’Italia, cioè mettere in discussione proprio l’impianto della politica macro economica europea, nel senso che l’obiettivo del pareggio di bilancio non ha senso in un momento come questo, in cui bisogna colmare il divario tra Nord e Sud dell’Europa.

D. - Questo fa notare ancora di più le due anime dell’Europa: da una parte l’Italia gode dell’appoggio di chi questa austerity la ostacola, dall’altro però  ha contro tutti i falchi dell’austerità …

R. - Il problema è che l’austerità non funziona, ha prodotto i danni dell’Europa che oggi vediamo tutti e che hanno creato anche populismi dal punto di vista politico. Quindi, affrontare il problema del superamento dell’austerità è fondamentale nel momento in cui vediamo che, dall’altra parte dell’oceano, gli Stati Uniti hanno risposto in maniera completamente diversa alla crisi, ottenendo dei risultati molto importanti.

D. – Si corre il rischio di un rifiuto della manovra da parte di Bruxelles?

R. - Credo che ci sia una probabilità molto bassa perché si entrerebbe in una serie di azioni e reazioni, vista anche la minaccia di Renzi di non accettare il bilancio comunitario che, sinceramente, è poco prevedibile in questo momento. Non credo che i rischi siano molto elevati.

D. - Un aspetto della manovra, come sottolineato dal ministro Padoan,  riguarda la questione migranti che interessa tutta l’Europa …

R. - Esatto. Su questo penso che l’Europa abbia poco da difendere, nel senso che si lascia molto dell’onere della gestione dei migranti ai Paesi del Sud e quindi si può fare questa eccezione. Io però credo che il problema sia più di fondo, cioè che in un momento come questo non abbia senso economicamente puntare al pareggio di bilancio, e che si debba riscrivere anche quello che è considerato il deficit strutturale, un problema tecnico un po’ complesso, difficile da riassumere. Quindi, fondamentalmente l’obiettivo non è tanto la flessibilità per i migranti, ma è proprio quello della ridiscussione della politica europea e del tabù del pareggio di bilancio.

D. - Quel pareggio di bilancio è un decimale in più, il che significa circa un miliardo e mezzo di euro …

R. - Sì, infatti si tratta anche di questo, che fa specie il fatto che si discuta veramente per cifre risibili e non ci sia questa prospettiva del capire che oggi, rilanciando gli investimenti e intervenendo anche con il bilancio pubblico in alcuni settori mirati, come cerca di fare il governo con l’eco bonus, con il super ammortamento, è possibile poi far ripartire l’economia e quindi aver un effetto positivo anche sulla finanza pubblica.

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Accordo di collaborazione tra Ministero e musei ecclesiali

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Dei quasi 4.600 musei e istituti simili presenti in Italia, oltre il 20% è costituito da musei ecclesiastici. Parte da questo dato l’accordo di collaborazione, che verrà firmato oggi pomeriggio tra il Ministero dei beni e delle attività culturali e i Musei ecclesiastici, perché questi siano riconosciuti come parte integrante del patrimonio storico, artistico, e culturale dell’Italia e del suo sistema  di tutela e valorizzazione. Ascoltiamo il commento di Domenica Primerano, Presidente Amei, l’Associazione Musei Ecclesiastici  Italiani, raccolto da Marina Tomarro

R. – Per noi è una giornata molto importante, perché finalmente il nostro comparto museale viene identificato come una realtà specifica, con proprie caratteristiche, con una mission analoga, mentre in precedenza i nostri musei, che pure sono più di 800, venivano semplicemente equiparati ai musei di interesse locale. Anche nella recente riforma Franceschini, si parlava di musei demo-antropologici, di musei scientifici, ma i musei ecclesiastici non erano riconosciuti come realtà autonoma. Naturalmente, questo non significa che noi vogliamo rivendicare la nostra diversità per chiuderci o per alzare barriere, assolutamente! Invece, la nostra specificità diventa una ricchezza se messa a disposizione dei futuri sistemi museali ai quali noi abbiamo dato la disponibilità a partecipare, sia nella progettazione che poi nella realizzazione; offrendo proprio una nostra lettura del patrimonio, che va ad intrecciarsi con quella degli altri musei per avere un’interpretazione unitaria, globale, di quello che è il patrimonio italiano.

D. – Come dovrebbero essere valorizzati maggiormente questi musei, secondo lei?

R. – I nostri musei sono poco conosciuti, poco frequentati, e questo perché purtroppo c’è questo assurdo pregiudizio che ci vede ancora come sagrestie polverose. In realtà i nostri musei sono musei vivi, che offrono anche attività varie: percorsi sul territorio, mostre, ricerche – perché siamo anche luoghi di ricerca – luoghi di tutela attiva perché possiamo disporre dell’inventario dei beni storico-artistici che la Cei ha promosso in ogni diocesi. Quindi, abbiamo una conoscenza approfondita del nostro territorio che mettiamo a disposizione dei nostri visitatori attraverso delle attività che rendono accessibili a tutti la cultura. Quindi, per valorizzarli bisognerebbe riuscire a convincere il pubblico che, entrando nei nostri musei, si entra in luoghi che sono aperti a credenti e ai non credenti. Anzi, sono luoghi che si pongono come ponti tra chi crede e chi non crede.

D. – Perché restano sempre un po’ nascosti al turismo di massa?

R. – La nostra mission è soprattutto rivolta ai residenti, perché noi siamo musei della comunità locale. Ma possiamo anche offrire un punto di vista al visitatore, al turista che arriva in un luogo e vuole capire quale sia l’identità di quel luogo. Bisognerebbe appunto che il turista capisse che facciamo parte dell’offerta turistica; e qui dovrebbero aiutarci anche le strutture che promuovono l’offerta turistica e culturale dei luoghi. E questo è uno dei punti dell’accordo in cui si parla proprio di promozione a livello locale, nazionale e internazionale dei nostri musei. Noi non abbiamo purtroppo la possibilità di fare pubblicità ai nostri musei perché le nostre risorse sono spesso limitate. Quindi tante volte c’è la frustrazione di fare un bel lavoro – un lavoro fatto con passione – un lavoro che però tante volte viene inappagato dal fatto che poi non vengono comunicate le cose che facciamo. Speriamo che con questo accordo ci sia maggiore attenzione per la nostra proposta culturale. 

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Messaggio Cei per la Giornata del Ringraziamento

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“Nella fertilità della terra che ci dà di che vivere lo sguardo credente scorge un’espressione forte dell’amore di Dio per le sue creature, cui nella preghiera si indirizza il ringraziamento”. Lo si legge nel Messaggio della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace per la 66ª Giornata nazionale del Ringraziamento, che si celebra il 13 novembre. Il Messaggio - ripreso dall'agenzia Sir - è stato diffuso oggi dall’Ufficio per le comunicazioni sociali della Cei. 

Quando il lavoro umano si realizza in forme solidali, è in sintonia con l’azione creatrice di Dio
“La stessa preghiera ci guida anche a scoprire che, nel coltivare la terra, gli esseri umani operano come collaboratori dell’azione provvidente di Dio, che nutre e sostiene la vita: una vocazione alta ed esigente. Non a caso, il libro della Genesi, nel tratteggiare il compito dell’essere umano nel giardino di Eden, collega strettamente la pratica del coltivare con quella del custodire, quasi a sottolineare il comune orientamento alla vita”, evidenzia il messaggio. In tale direzione “guarda, del resto, l’intera Laudato si’, accentuando le implicazioni concrete di tale impegnativo ruolo. Solo quando il lavoro umano si realizza in forme solidali, che siano anche rispettose dell’integrità della terra e di tutti i viventi, infatti, esso è in sintonia con l’azione creatrice di Dio e fa crescere la comunione creaturale. Solo quando trova modalità attente a valorizzare le realtà del creato ed a prendersene cura, esso contribuisce davvero alla fraternità entro la famiglia umana”.

La Giornata in sintonia con l'anno internazionale dei legumi proclamato dall'Onu
La Giornata del Ringraziamento di quest’anno invita a “concretizzare tale orizzonte in questo 2016, che l’Assemblea delle Nazioni Unite ha proclamato anno internazionale dei legumi. Può sembrare un tema scarsamente attraente, ma aiuta a comprenderne tutta la concretezza lo slogan proposto: ‘Semi nutrienti per un futuro sostenibile’”. In realtà, “questa attenzione al tema indicato dalle Nazioni Unite sottolinea in modo chiaro un elemento che non possiamo più ignorare. La globalizzazione configura in modo unitario l’orientamento della politica e della cultura internazionale, definendo in modo nuovo lo stesso concetto di bene comune, sempre più di pertinenza planetaria”. (R.P.)

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Pakistan: si dimette uno dei magistrati che doveva giudicare Asia Bibi

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Il giudice della Corte Suprema del Pakistan Iqbal Hameedur Rehman, che il 13 ottobre scorso si è improvvisamente ritirato dal collegio che doveva esaminare il caso di Asia Bibi, causando un rinvio dell'udienza, si è ufficialmente dimesso dalla Corte Suprema. Come riferisce l'agenzia Fides, il giudice lo ha fatto con una lettera indirizzata a Mamnoon Hussain, il Presidente del Pakistan, senza indicare i motivi specifici delle sue dimissioni. Iqbal Hameedur Rehman era stato nominato come membro del collegio di tre giudici per ascoltare il ricorso finale di Asia Bibi, donna cristiana condannata a morte per blasfemia in primo grado e in appello.

Non vi è alcuna certezza sui tempi della scelta di un nuovo magistrato
Il magistrato aveva giustificato il suo ritiro affermando di essere stato un membro del collegio che ha giudicato il caso di Salman Taseer, ex governatore del Punjab, assassinato dalla sua guardia del corpo per il suo sostegno ad Asia Bibi. Quando un giudice si dimette, occorre che il Presidente delle Corte Suprema nomini un altro magistrato, ma non vi è alcuna certezza sui tempi della scelta. "Restiamo fiduciosi e attendiamo che il Presidente affidi il caso di Asia Bibi a un collegio giudicante del tutto nuovo" commenta a Fides Joseph Nadeem, tutore della famiglia di Asia Bibi e presente all'udienza del 13 ottobre. "Quello che ci ha sorpreso è stata la scarsa tempestività: il giudice Rehman avrebbe dovuto ritirarsi nei giorni precedenti, cosicchè il caso poteva essere assegnato direttamente a un altro collegio" ha rimarcato. Con la sua mossa inattesa, invece, il giudice ha costretto ad un rinvio. 

Manifestazioni in favore dell'esecuzione capitale di Asia Bibi
‚ÄčNei giorni scorsi gruppi di militanti radicali hanno organizzato manifestazioni a Karachi, Islamabad e Lahore chiedendo l'esecuzione capitale per Asia Bibi e minacciando le istituzioni pakistane di "scatenare una guerra” se Asia Bibi sarà liberata. (P.A.)

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Sito Radio Vaticana

Bollettino del Radiogiornale della Radio Vaticana Anno LX no. 300

E' possibile ricevere gratuitamente, via posta elettronica, l'edizione quotidiana del Bollettino del Radiogiornale. La richiesta può essere effettuata sul sito http://it.radiovaticana.va

Segreteria di redazione: Gloria Fontana, Mara Gentili e Beatrice Filibeck, con la collaborazione di Barbara Innocenti e Serena Marini.