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Sommario del 18/10/2016

Il Papa e la Santa Sede

Oggi in Primo Piano

Il Papa e la Santa Sede



Francesco: pastori fedeli e abbandonati, ma mai amareggiati

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Il bravo pastore che segue Gesù e non il potere, i soldi o le cordate, anche se è abbandonato da tutti avrà sempre il Signore accanto, forse sarà desolato ma mai amareggiato: è quanto ha detto il Papa nella Messa del mattino a Casa Santa Marta. Il servizio di Sergio Centofanti

Commentando la Seconda Lettera a Timoteo, il Papa si sofferma sulla fine degli apostoli che, come San Paolo nella fase conclusiva della sua vita, sperimentano la solitudine nella difficoltà: sono spogliati, vittime di accanimento, abbandonati, chiedono qualcosa per sé come mendicanti:

“Solo, mendicante, vittima di accanimento, abbandonato. Ma è il grande Paolo, quello che ha sentito la voce del Signore, la chiamata del Signore! Quello che è andato da una parte all’altra, che ha sofferto tante cose e tante prove per la predicazione del Vangelo, che ha fatto capire agli Apostoli che il Signore voleva che anche i Gentili entrassero nella Chiesa, il grande Paolo che nella preghiera è salito fino al Settimo Cielo e ha sentito cose che nessuno aveva sentito prima: il grande Paolo, lì, in quella stanzetta di una casa,qui a Roma, aspettando come finirà questa lotta nell’interno della Chiesa fra le parti, fra la rigidità dei giudaizzanti e quei discepoli fedeli a lui. E così finisce la vita del grande Paolo, nella desolazione: non nel risentimento e nell’amarezza, ma con la desolazione interiore”.

Così è accaduto a Pietro e al grande Giovanni Battista, che “in cella, solo, angosciato”, manda i suoi discepoli a chiedere a Gesù se sia lui il Messia e finisce con la testa tagliata per “il capriccio di una ballerina e la vendetta di una adultera”. Così è accaduto a Massimiliano Kolbe, “che aveva fatto un movimento apostolico in tutto il mondo e tante cose grandi” ed è morto nella cella di un lager. “L’apostolo quando è fedele – sottolinea il Papa - non si aspetta un’altra fine di quella di Gesù”. Ma il Signore resta vicino, “non lo lascia e lì trova la sua forza”. Così muore Paolo. “Questa è la Legge del Vangelo: se il seme del grano non muore, non dà frutto”. Poi viene la resurrezione. Un teologo dei primi secoli diceva che il sangue dei martiri è il seme dei cristiani:

“Morire così come martiri, come testimoni di Gesù è il seme che muore e dà il frutto e riempie la terra di nuovi cristiani. Quando il pastore vive così non è amareggiato: forse ha desolazione, ma ha quella certezza che il Signore è accanto a lui. Ma quando il pastore, nella sua vita, si  occupa di altre cose che non siano i fedeli – è per esempio attaccato al potere, è attaccato ai soldi, è attaccato alle cordate, è attaccato a tante cose – alla fine non sarà solo, forse ci saranno i nipoti, che aspetteranno che muoia per vedere cosa possono portare con loro”.

Papa Francesco conclude così la sua omelia:

“Quando io vado a fare visita alla casa di riposo dei sacerdoti anziani trovo tanti di questi bravi, bravi, che hanno dato la vita per i fedeli. E sono lì, ammalati, paralitici, sulla sedia a rotelle, ma subito si vede quel sorriso. ‘Sta bene, Signore; sta bene, Signore’, perché sentono il Signore vicinissimo a loro. E anche quegli occhi brillanti che hanno e domandano: ‘Come va la Chiesa? Come va la diocesi? Come vanno le vocazioni?’. Fino alla fine, perché sono padri, perché hanno dato la vita per gli altri. Torniamo a Paolo. Solo, mendicante, vittima di accanimento, abbandonato da tutti, meno che dal Signore Gesù: ‘Solo il Signore mi è stato vicino!’. E il Buon Pastore, il pastore deve avere questa sicurezza: se lui va sulla strada di Gesù, il Signore gli sarà vicino fino alla fine. Preghiamo per i pastori che sono alla fine della loro vita e che stanno aspettando che il Signore li porti con Lui. E preghiamo perché il Signore dia loro la forza, la consolazione e la sicurezza che, benché si sentano malati e anche soli, il Signore è con loro, vicino a loro. Che il Signore dia loro la forza”.

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Vocazioni. Patrón Wong: comunicare ai giovani la gioia di seguire Gesù

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Si apre domani pomeriggio a Roma un Convegno internazionale di Pastorale Vocazionale, promosso dalla Congregazione del Clero con la partecipazione di quasi 300 personalità ecclesiali di tutto il mondo, impegnate sul fronte delle vocazioni. L'evento verrà aperto dal cardinale Beniamino Stella e vedrà tra gli altri la partecipazione dei cardinali Alberto Suarez Inda e Vincent Nichols. Venerdi mattina il momento clou con l'udienza di Papa Francesco. Sull'importanza di questo Convegno e le prospettive nell'ambito delle vocazioni, Alessandro Gisotti ha intervistato l'arcivescovo Jorge Carlos Patrón Wong, segretario del dicastero per il Clero con delega per i seminari: 

R. – Proprio pochi giorni fa è stata resa pubblica la decisione di Papa Francesco di dedicare la prossima assemblea del Sinodo dei vescovi a un tema di attualità, “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Ecco, questa è la sintesi perfetta di ciò che noi chiamiamo pastorale vocazionale. Accompagnare i giovani nel lungo cammino della loro esperienza esistenziale di vita verso la maturità, affinché attraverso un processo, un cammino di discernimento, possano scoprire la chiamata di Gesù. Tutta l’esperienza della chiamata del Signore parte dall’amore misericordioso di Dio. Un giovane sperimenta come è l’amore misericordioso: Dio mi ama, Dio fa questa elezione personale, mi chiama per nome, non perché io lo merito ma perché mi vuole tanto bene. E questa esperienza del voler bene di Dio Padre è quella che permette a un giovane di aprirsi alla vita come vocazione, come una chiamata di Dio.

D. – Quali sono oggi le sfide più importanti per la cura pastorale delle vocazioni?

R. – La grande sfida è realmente accompagnare i giovani, essere con loro, essere vicini a loro, essere di aiuto. Essere servitori dei giovani affinché loro possano scoprire l’amore di Dio nella loro vita, possano ascoltare la chiamata del Signore, aiutarli a rispondere con generosità, onestà e soprattutto con molto, molto amore.

D. – Lei sta visitando i seminari di tutto il mondo, quindi incontra tantissimi giovani che stanno rispondendo a questa chiamata del Signore. Cosa la colpisce cercando di trovare un filo comune?

R. – Veramente c’è una buona notizia oggi: il Signore continua a chiamare i giovani di oggi, quelli che vivono situazioni che non sono facili ma che sperimentano la chiamata del Signore. Poi mi colpisce che tutti quanti hanno avuto un’esperienza positiva con vescovi, sacerdoti, consacrati, e da questa testimonianza di adulti loro capiscono di vedere e sperimentare la vita con speranza, con gioia, e che oggi è il miglior momento della vita per essere un buon sacerdote, un buon cristiano, una persona di vita consacrata. Questo mi colpisce e mi colpisce anche questa generosità e questo desiderio di cercare la volontà del Signore ed essere vicini a Gesù e vicini agli altri. Dunque, nella realtà di secolarizzazione, di violenza che viviamo in molte parti del mondo e di tante situazioni che non sono né umane né cristiane, che lo Spirito Santo faccia emergere all’interno della nuova generazione un desiderio di uno stile di vita diverso, lo stile di vita di Gesù, quello del Vangelo.

D. – Venerdì l’incontro con il Papa, quale messaggio e quali sfide vi aspettate da parte sua proprio sul tema delle vocazioni?

R. -  Papa Francesco quando parla ai sacerdoti e ai seminaristi parla sempre da cuore a cuore. La sua testimonianza, la sua vita, i suoi gesti, il suo affetto, la sua vicinanza e onestà ci colpiscono. Noi sappiamo che il suo messaggio sarà una grande spinta per tutti i sacerdoti, i vescovi, le persone incaricate della pastorale vocazionale, perché sperimentino di nuovo la bellezza della chiamata e specialmente la bellezza di questa missione, così importante nella Chiesa, di aiutare i giovani a discernere le loro vocazioni. Dal Papa ci aspettiamo che sia così come sempre è stato con noi, un padre, un padre che vive e fa sperimentare a tutti la bellezza e la gioia del Vangelo, servendo gli altri, specialmente i più bisognosi e i più poveri.

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Nomina episcopale in India

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Il Santo Padre Francesco ha accettato la rinuncia al governo pastorale della diocesi di Gwalior, in India, presentata da S.E. Mons. Joseph Kaithathara.

Il Papa ha nominato Vescovo della diocesi di Gwalior (India) il Rev. do P. Thomas Thennatt, S.A.C., Parroco e Presidente della Commissione Pastorale della Provincia. Il Rev.do P. Thomas Thennatt, S.A.C., è nato il 26 novembre 1953, a Koodalloor, nella Diocesi di Kottayam. Appartiene al gruppo dei fedeli Siro-malabaresi denominati Canaanites. Nel 1969 ha iniziato gli studi nel Seminario Minore di Pallottigiri a Trivandrum, in Kerala. Ha completato la formazione sacerdotale nello S.F.S. College (1971-1974), svolgendo il Noviziato nella Società di Vita Apostolica (Pallottini) negli anni 1974-1975 a Nilya, Bangalore, ed emettendo la Professione solenne il 31 maggio 1975. È stato ordinato sacerdote il 21 ottobre 1978.

Dopo l’ordinazione ha ricoperto i seguenti incarichi: Cappellano in parrocchia, Diocesi di Amravati (1978-1980); Cappellano in parrocchia, Diocesi di Eluru (1980-1981); Studi per la Licenza in Teologia nel Seminario di Poona (1981-1983); Parroco nella parrocchia St. Anthony a Mudfort, Arcidiocesi di Hyderabad (1984-1987); Direttore della Commissione per i giovani e Young Catholic Student/Young Students’ Movement (YCS/YSM), famiglie e laicato dell’Arcidiocesi di Hyderabad (1987-1991); Parroco di Pushpanagar, Diocesi di Indore (1991-1993); Direttore regionale per i laici e le famiglie, e per le Small Christian Communities (S.C.C.) in Madhya Pradesh a Chattisgarh (1993-1998); Rettore di Khrist Premalaya Theologate, Ashta, e Direttore della Commissione Regionale di Formazione (1998-2008); Consultore della propria Congregazione per la Provincia di Nagpur (2002-2008); Parroco a Ishgar, Diocesi di Jhabua, Presidente della Conference of Religious in India (C.R.I.), Membro del Collegio dei Consultori, Direttore della Commissione per i laici, le famiglie e le Small Christian Communities (S.C.C.) (2008-2012); dal 2012, Parroco a Mankapur, Arcidiocesi di Nagpur, Membro della Commissione della Vita Cristiana, del Gruppo delle risorse nazionali delle Small Christian Communities (S.C.C.), Presidente della Commissione Pastorale della Provincia.

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Santa Sede: umanità sia liberata dallo spettro di una guerra nucleare

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"La Santa Sede fa proprio il grido dell'umanità di essere liberata dallo spettro di una guerra nucleare": è l'accorato appello lanciato da mons. Bernardito Auza, rappresentante pontificio alle Nazioni Unite, intervenendo alla 71.ma sessione dell’Assemblea generale dell’Onu dedicata al disarmo atomico. La pace e la stabilità internazionale - ha detto il presule - non possono essere assicurate attraverso un “equilibrio del terrore”. Il servizio di Giada Aquilino

Pace garantita da armi atomiche è illusione
Le armi nucleari offrono un “falso senso di sicurezza” e una pace garantita da una deterrenza atomica è una “tragica illusione”. Questa la constatazione dell’arcivescovo Bernardito Auza, che al Palazzo di Vetro sottolinea come il possesso di tali armamenti sia “moralmente sbagliato”, un affronto “all’intero quadro delle Nazioni Unite”.

Papa Francesco: vietare armi nucleari “una volta per tutte”
Ricordando il Messaggio di Papa Francesco in occasione della Conferenza sull’impatto umanitario delle armi nucleari, a Vienna nel 2014, il nunzio apostolico ripropone il concetto espresso dal Pontefice, secondo cui il desiderio di pace e di fraternità “porterà frutti in modi concreti” assicurando che “le armi nucleari vengano vietate una volta per tutte”, a beneficio della nostra “casa comune”. D’altra parte, prosegue mons. Auza, “le armi nucleari non possono creare un mondo stabile e sicuro”. La pace e la stabilità internazionale non possono essere assicurate con la “minaccia di annientamento totale”, né col mantenimento di un “equilibrio del terrore”: due anni fa Papa Francesco aveva già chiarito che la pace va costruita “sulla giustizia, sullo sviluppo socio-economico, sulla libertà, sul rispetto dei diritti umani fondamentali, sulla partecipazione di tutti agli affari pubblici e sulla costruzione di fiducia fra i popoli”.

Sostegno a Tnp
La Santa Sede quindi ribadisce il proprio sostegno al Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp), ritenuto “vitale” per la concordia internazionale, osservando fin qui un fallimento collettivo ad “andare avanti” nel programma di disarmo e sollecitando per il 2017 una conferenza ad hoc per negoziare uno strumento “giuridicamente vincolante” per vietare definitivamente tali armi.

Lavorare per assicurare diritti ai popoli indigeni
L’osservatore permanente della Santa Sede all’Onu si è soffermato anche sui diritti dei popoli indigeni, che rappresentano oltre 370 milioni di persone al mondo. In un’economia globale sempre più guidata da motivi di profitto e guadagno individuale, essi sono minacciati, sradicati dalle loro terre, privati dei loro beni. L’invito è che, di fronte all’Agenda di sviluppo 2030 e all’accordo sul clima di Parigi, i popoli indigeni siano “giocatori” e “non spettatori” dei processi internazionali, auspicando una loro maggiore partecipazione ai negoziati tra gli Stati.

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Oggi in Primo Piano



La battaglia di Mosul: migliaia di bambini rischiano la vita

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E' entrata nel secondo giorno l'offensiva militare delle forze irachene contro i jihadisti del sedicente Stato Islamico (Is) nella zona di Mosul, nel nord dell'Iraq. Alla battaglia partecipano le truppe di Baghdad, i peshmerga curdi e migliaia di miliziani sciiti. L'offensiva è partita da più fronti, con attacchi da sud e da est. Secondo la Tv di stato di Bagdad, i peshmerga avrebbero "liberato" nove villaggi a est della città, mentre le forze di sicurezza irachene, con la copertura aerea della coalizione a guida Usa, hanno riconquistato 12 villaggi a sud di Mosul. Il presidente iracheno Fuad Masum ha lanciato un appello perché siano protetti i civili nell'ambito dell'offensiva. ''La protezione dei civili a Mosul - ha detto - è la missione principale delle nostre forze armate e di tutti gli iracheni''. Il presidente ha anche chiesto di fornire ogni tipo di supporto agli iracheni sfollati. ''La sconfitta di Daesh è inevitabile'', ha aggiunto. Intanto, è sempre più tragica la situazione nei centri di accoglienza che si preparano ad ospitare una nuova ondata di civili. Soprattutto desta preoccupazione la sorte dei minori. Per Save The Children oltre mezzo milione di bambini rischiano la vita a causa degli scontri nella città irachena. E proprio in soccorso di questi piccoli l’organizzazione ha lanciato la campagna globale "Fino all'ultimo bambino", dove si chiede che vengano immediatamente creati e mantenuti passaggi sicuri e bonificati dagli ordigni per permettere alle famiglie di lasciare la città in sicurezza. Ascoltiamo Marco Guadagnino, portavoce dei programmi internazionali di Save the Children Italia al microfono di Marina Tomarro

R. – Proprio in queste ultimissime ore stanno arrivando i primi gruppi e le prime famiglie che stanno scappando dai combattimenti di Mosul; la situazione è ovviamente in continua evoluzione. Stimiamo che ci siano circa 500 mila bambini intrappolati in un fuoco incrociato in una zona che peraltro da alcuni anni è complicata. Sono due anni, cioè da quando è entrato l’Is, che Mosul è in una situazione molto, molto difficile per quanto riguarda in particolare donne e bambini. Mancano da anni acqua, cibo e cure. I bambini che abbiamo incontrato negli scorsi giorni, che scappavano da altri teatri di guerra un po’ più a sud di Mosul, ci sono arrivati quasi in fin di vita. Temiamo che queste scene possano ripetersi nelle prossime ore. Queste bambine, queste donne, queste famiglie stanno scappando da una zona dove si stanno intensificando i bombardamenti: devono riuscire a superare questa striscia di terra che varia dai 10 ai 20 km, che li porta a raggiungere le prime linee della coalizione che sta attaccando l’Is. Ma questi 20 km sono 20 km infernali …

D. – Anche nei campi profughi la situazione è sempre più drammatica: cosa rischiano questi piccoli?

R. – Innanzitutto c’è una questione "spazio" all’interno di questi campi profughi. Per adesso sono stati allestiti spazi per poco più di 60 mila persone: temiamo che il flusso sarà molto, molto più alto. E poi c’è il grandissimo tema di assistenza primaria, di accesso alla scuola e c’è il grandissimo problema dei traumi: sono due anni che questi bambini non vedono che guerra. Se riusciranno a tirarsi fuori da questo inferno che è diventato Mosul, dovranno essere aiutati. Dovranno essere introdotti in un percorso che possa tirarli fuori dai traumi che hanno vissuto. Hanno visto morire fratelli, amici, genitori … ci sarà un enorme bisogno di supporto, per questi bambini; perché sono loro, i bambini, che dovranno provare in qualche modo a ricostruire un Iraq pacificato, in futuro. Questo è il nostro sogno.

D. – Le forze governative cosa dovrebbero fare di più per difendere questi piccoli e le loro famiglie, naturalmente?

R. – Innanzitutto, bisognerebbe garantire i famosi “corridoi umanitari”. Ci rendiamo conto che è una situazione molto difficile; il corridoio umanitario non può essere concesso unilateralmente. Quindi, benché ci sia un tentativo, una volontà – probabilmente – delle forze alleate di crearli, bisogna vedere anche l’altra parte – l’Is: ma non credo che questo sia nelle loro corde, in questo momento, concedere corridoi umanitari. Quello che bisogna fare è assicurarsi che queste donne, questi bambini che stanno scappando ricevano assistenza al più presto. Ovviamente ci saranno dei filtri: sarà verificato chi effettivamente è civile e chi no. Temiamo che in questa fase di controllo ci possano essere separazioni di nuclei familiari: anche questo, noi speriamo che le forze alleate, le forze della coalizione riescano a impegnarsi su questo fronte. C’è un grande problema legato alle strutture d’accoglienza: per adesso, troppo pochi sono i fondi destinati ad accogliere queste persone in fuga. Il numero potrebbe crescere, nelle prossime ore, e c’è bisogno che la comunità internazionale tutta si impegni con uno sforzo ulteriore.

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Siria: Russia e Damasco sospendono i raid su Aleppo

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Oggi, alle ore 10, in Siria, la Russia e il governo di Damasco hanno fermato gli attacchi aerei su Aleppo prima della "pausa umanitaria" pianificata per giovedì. Lo stop ai bombardamenti permetterà a miliziani e civili di lasciare la zona controllata dai ribelli lungo dei corridoi speciali. E domani a Ginevra si incontreranno gli esperti militari di Russia e Stati Uniti, per discutere la situazione sul terreno. Intanto, l’Onu pressa Mosca per allungare il più possibile la tregua. Il servizio di Marco Guerra: 

L’obiettivo della Russia, con la "pausa umanitaria" lanciata ad Aleppo, è che si concretizzi la possibilità di realizzare l'accordo sulla Siria, raggiunto in precedenza con gli Stati Uniti. Il ministro degli Esteri russo Lavrov la definisce il cessate il fuoco un “gesto di buona volontà”, nella speranze che sia utilizzata per separare dal Fronte al-Nusra i gruppi armati che sono appoggiati dagli americani. E di come dividere l’opposizione moderata e i jihadisti parleranno domani a Ginevra gli esperti militari di Russia e Stati Uniti. Intanto, il presidente turco Erdogan fa sapere che Ankara e Washington stanno valutando una  possibile operazione congiunta per liberare Raqqa dallo Stato Islamico. Erdogan ha chiesto che all’attacco non predano parte le milizie curde. Infine sul terreno è attesa l’evacuazione di 620 ribelli con le loro famiglie, dalla città di Moadamiya dopo un accordo raggiunto con Damasco. Ma sulla prospettive della tregua ad Aleppo sentiamo, Gabriele Iacovino, responsabile analisti del Cesi (Centro studi internazionali):

R. – Di fatto è una pausa da combattimenti che molto probabilmente andranno avanti perché la situazione sul campo ancora non è definita. L’auspicio della Russia e della Siria, del regime siriano, è che Aleppo venga lasciata dai ribelli e che quindi venga ripresa in toto dal regime di Assad. La situazione è un po’ diversa. I combattimenti, molto probabilmente, continueranno anche dopo il cessate il fuoco perché ci sono ancora troppi gli interrogativi rispetto a quello che potrebbe essere il futuro di Aleppo.

D. – Infatti la Russia chiede ai governi Occidentali di convincere i gruppi armai a lasciare Aleppo; ovviamente le cancellerie europee e americane hanno tutt’altra intenzione …

R. - È difficile anche perché quella di Aleppo è una battaglia fondamentale per gli esiti e per il futuro della Siria. Né da una parte né dall’altra - quindi né da parte del regime e quindi della Russia che appoggia quest’ultimo, né dalla parte dei ribelli - in questo momento c’è la volontà di fare un passo indietro e, se vogliamo, trovare un compromesso nei confronti di Aleppo. Certo è che i combattimenti delle ultime settimane, se non dell’ultimo mese, hanno portato molto avanti le truppe del regime - i lealisti - rispetto al passato nella riconquista della città. I ribelli si trovano in netta difficoltà, però, di fatto, siamo ancora lontani dal dire che i ribelli possano o vogliano lasciare le proprie posizioni per ridare la città ad Aleppo.

D. – Ieri i 28 ministri degli Esteri dell’Ue hanno deciso di non imporre nuove sanzioni alla Russia. Si cerca una nuova via diplomatica?

R. - Sicuramente si cerca una via diplomatica però di fatto purtroppo le alternative o le frecce all’arco della diplomazia europea sono poche perché la volontà siriana, quella di Assad, quella del regime - di fatto supportata dalla Russia, da Mosca - è quella di riprendere in toto Aleppo e poi semmai trovare un compromesso diplomatico su quelli che possono essere i prossimi passi. In questo momento purtroppo la diplomazia - che ovviamente serve e serve sempre -  molto probabilmente potrebbe essere utilizzata dal regime di Assad più che altro per prendere tempo in vista di una nuova azione militare nei confronti dei ribelli ad Aleppo.

D. - Il futuro politico della Siria e il ruolo del presidente Assad quindi restano il vero nodo da sciogliere …

R. - Assolutamente sì, anche se più si va avanti più mettere in discussione il ruolo di Assad nel futuro della Siria diventa francamente difficile - senza ovviamente parlare di quello che sta succedendo nella parte orientale del Paese che di fatto per adesso non interessa ancora il regime - ma la riconquista di Aleppo da parte del regime significherebbe il controllo da parte di Damasco delle zone nevralgiche del Paese, quindi un ruolo forte, un ruolo che comunque difficilmente potrebbe essere messo in dubbio in una prospettiva di negoziati su quello che potrebbe essere il futuro della Siria. Certo è che inevitabilmente, così come per quanto riguarda anche in parte l’Iraq, difficilmente nel breve periodo riusciremo a vedere un Medio Oriente, una parte centrale della regione, quindi Siria ed Iraq, così come eravamo abituati a conoscerle.

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Tregua nello Yemen: lo annuncia l'Onu

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Dalle ore 24.00 di domani è tregua nello Yemen tra la coalizione araba a guida saudita e gli insorti sciiti houthi. Per 72 ore stop alle ostilità, che, in 18 mesi, hanno causato quasi 7 mila morti e una pesantissima crisi umanitaria. L’annuncio è stato dato dall’Onu e confermato dal Presidente Mansour Hadi. Si tratta, dunque, di un cessate-il-fuoco importante dal punto di vista umanitario, ma anche dai forti risvolti politici. Giancarlo La Vella ne ha parlato con Eleonora Ardemagni, analista della Nato Defense College Foundation: 

R. – E’ una tregua che – se rispettata – servirà per l’accesso del personale medico e del personale umanitario in quelle aree che hanno vissuto in maniera più cruda questi mesi di guerra. E, quindi, questa è senza dubbio una buona notizia! Dal punto di vista politico, dopo il bombardamento della coalizione a guida saudita della settimana scorsa contro una cerimonia funebre a Sana’a, a cui partecipavano soprattutto insorti e militari ancora fedeli all’ex Presidente Saleh, c’è stata una maggiore pressione da parte della comunità internazionale nei confronti degli attori yemeniti per arrivare al cessate-il-fuoco. Dal punto di vista delle cancellerie occidentali, sostenere una coalizione - come quella, appunto, guidata dall’Arabia Saudita - che sta trascinando questo conflitto ormai da quasi due anni, è sempre più difficile. Ieri Ryad ha cercato di raddrizzare il tiro di una situazione, che davvero sta diventando sempre più imbarazzante e impossibile da gestire anche per i sauditi nel rapporto con gli alleati occidentali.

D. – Dietro questo conflitto c’è il confronto indiretto tra Arabia Saudita e Iran. Si può parlare, a questo punto, anche dell'avvio di un negoziato a distanza?

R. – Su questo punto sarei molto cauta. La diffidenza tra le due grandi potenze regionali – Arabia Saudita e Iran – è ancora forte e, quindi, non credo che si possa arrivare ad un disgelo da questo punto di vista.

D. – Come possiamo immaginare quello che sarà lo Yemen del futuro?

R. – Guardando lo Yemen di oggi, con i rapporti di forza sul campo, lo Yemen è tornato ad essere diviso in due parti. Quindi abbiamo una parte settentrionale, compresa la capitale Sana’a, in cui ci sono gli insorti sciiti, e, invece, una zona meridionale in parte sotto il controllo di milizie fedeli a Mansour Hadi, il Presidente riconosciuto dello Yemen e, in parte, con delle sacche di resistenza jihadista, legate ad al-Qaeda nella Penisola Arabica. Il futuro Yemen sarà uno Yemen federale, quindi uno Yemen a più regioni, con più poteri regionali; ma, al tempo stesso, sarà un Paese che avrà un fortissimo bisogno di aiuto economico: l’economia, che già era in condizioni critiche prima del conflitto, lo è ancora di più oggi ovviamente… I problemi di liquidità sono forti, tanto che non si riescono a pagare in questo momento i dipendenti pubblici e gli stessi militari. La ricostruzione dell’esercito yemenita su base unitaria, su base davvero nazionale, sarà il punto chiave – secondo me – per provare a dare respiro allo Yemen del futuro.

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Padre Sosa: Gesuiti impegnati a riconciliare una umanità ferita

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Si è tenuta oggi presso la Curia generalizia dei Gesuiti la prima conferenza stampa del nuovo Preposito generale, padre Arturo Sosa. Accanto a lui, padre Federico Lombardi, assistente ad providentiam e consigliere generale. A seguire l’evento per noi c’era Alessandro Gisotti

Annunciare il Vangelo in modo nuovo soprattutto laddove c’è più bisogno, impegnarsi a portare riconciliazione in un mondo che vive ferite profonde. Padre Arturo Sosa non ha delineato un programma di governo per la Compagnia di Gesù, ha invece indicato alcuni punti chiave per la missione dei Gesuiti all’indomani della sua elezione a Preposito generale.

Rapporto fecondo con Jorge Mario Bergoglio
Il Gesuita venezuelano ha rammentato il suo lungo e fecondo rapporto con Jorge Mario Bergoglio ed ha sottolineato che con Francesco si comunica facilmente e con profondità. Padre Sosa ha ricordato anche che la 36.ma Congregazione generale dei Gesuiti prosegue per l’elezione dell’organo di governo che sosterrà il Preposito nella sua missione.

Servizio alla fede e riconciliazione, priorità per i Gesuiti
Rispondendo alle domande dei giornalisti che hanno affollato proprio l’aula dove si è svolta l’elezione, padre Sosa ha evidenziato che per i Gesuiti restano prioritari il servizio alla fede e la formazione intellettuale. Quindi, padre Arturo Sosa ha messo l’accento sul contributo di riconciliazione che i figli di Sant’Ignazio di Loyola possono offrire in tante aree ferite del mondo:

“Riconciliazione tra tutti in diversi modi! In tutte le regioni del mondo si sente questa spaccatura, questa ferita profonda che ci divide e si sente anche di fronte a situazioni gravi. Allora questa è una grande chiamata alla riconciliazione, è una grandissima sfida per noi che, come Compagnia di Gesù, questi pochissimi uomini, possiamo contribuire almeno con un piccolo sforzo alla riconciliazione tra gli esseri umani che allo stesso tempo è riconciliazione con Dio e con il Creato”.

Una di queste è proprio il Venezuela, patria di padre Sosa che ha ribadito la volontà del popolo di vivere in pace senza più violenza. Né ha mancato di indicare nella gestione monopolista del petrolio da parte dello Stato uno degli ostacoli ad uno sviluppo compiuto della democrazia. Sulla Cina, il Preposito generale ha affermato che la presenza dei Gesuiti è di testimonianza e particolarmente significativa nel campo dell’istruzione.

Non sono un “papa nero”, servo la Chiesa come Gesuita
Padre Sosa ha riposto anche a domande a livello più personale: ha confidato che è sereno per il nuovo incarico, che sente l’aiuto dei suoi confratelli e soprattutto del Signore. “La Compagnia di Gesù è appunto Sua – ha osservato – e quindi il Signore non farà mancare il Suo sostegno”. Non gli piace essere chiamato “papa nero”, ha aggiunto, perché il proprio dei Gesuiti – a partire dal Preposito generale – è il servizio al Papa e ai vescovi. Ed ha confidato che della Compagnia di Gesù ama tutto fin da giovane quando si è subito sentito attratto dalla spiritualità ignaziana.

Anche per i Gesuiti è importante vivere la “Chiesa in uscita”
Nonostante gli ultimi tre Prepositi generali si siano dimessi, ha proseguito, la nomina resta a vita. E tuttavia, come anche testimoniato da Benedetto XVI, padre Sosa ha affermato che un Preposito può rinunciare quando sente che le forze gli vengono meno. Ancora, ha evidenziato che anche per i Gesuiti è importante seguire l’esortazione di Papa Francesco ad essere “Chiesa in uscita”. Padre Sosa ha infine messo l’accento sul rapporto proficuo tra comunicazione ed evangelizzazione, un binomio importante anche per i Gesuiti.

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Myanmar. Card. Bo: basta conflitti interni. Tornare al dialogo

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Gli scontri armati ripresi in più parti del Myanmar “sono inaccettabili, come è inaccettabile che il Paese scivoli ancora verso soluzioni militari. Uno Stato democratico non può permettersi un’altra stagione di conflitto. Ritorniamo al dialogo”. È l’appello che il card. Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon, ha rivolto a tutto il Myanmar a seguito dei violenti scontri che da giorni si susseguono negli Stati Kachin e Karen, dove sono morti decine di civili.

Offensiva contro i Kachin
Da due mesi - riporta l'agenzia AsiaNews - si è intensificata l’avanzata del Tatmaadaw (esercito governativo) nel territorio abitato dall’etnia Kachin (al confine settentrionale con la Cina). Le truppe di Naypyidaw utilizzano attacchi aerei e terrestri per colpire le postazioni del Kia (Kachin Independence Army), causando un numero indefinito di morti.

A partire dal 9 ottobre sono ripresi gli scontri anche nello Stato Karen
Dopo che nove militari sono morti in un imboscata dei ribelli, l’esercito governativo ha iniziato una serie di operazioni contro gli “estremisti islamici” ritenuti colpevoli del gesto nel sud-est del Paese. Fonti di Naypyidaw parlano di 30 miliziani uccisi e 29 arrestati. I soldati hanno isolato la regione e non permettono ai giornalisti di entrare e scattare fotografie. Le case dei musulmani – comprese le baracche di decine di migliaia di sfollati Rohingya – vengono perquisite.

Il conflitto ha causato decine di civili morti e 200mila sfollati
I Kachin e i Karen sono due delle 135 etnie di cui il Myanmar è composto, che hanno sempre faticato a convivere in maniera pacifica con il governo centrale e la sua componente di maggioranza birmana. Divampata nel giugno 2011 dopo 17 anni di relativa calma, la guerra fra Tatmadaw e Kachin ha causato decine di vittime civili e almeno 200mila sfollati.

Fare la guerra per raggiungere la pace è un’illusione
Gli eventi recenti, scrive il card. Bo, “hanno fatto sorgere forti preoccupazioni che la conferenza di pace di Panglong (dal 31 agosto al 4 settembre scorso ndr) possa essere stata una falsa rinascita. Il conflitto esploso cos’è: guerra per la pace? Guerra e basta? La guerra non può mai essere giusta. Fare la guerra per raggiungere la pace è un’illusione che ha solo provocato ulteriori guerre nella storia”.

Nei Campi profughi si soffre la fame
L’arcivescovo di Yangon pone l’attenzione sulle drammatiche condizioni dei civili, che si trovano loro malgrado in mezzo ai conflitti: “Molte persone sono sfollate. Nei Campi profughi la poca distribuzione di cibo ha raggiunto livelli allarmanti. Donne e bambini soffrono la fame”. Per questo “bisogna permettere alle organizzazioni umanitarie di raggiungere questi campi”.

Il card. Bo chiede di rendere i capi religiosi parte del processo di pace
Proseguire nel cammino della pace, scrive il cardinale, significa riconoscere che “la nazione è costruita su fondamenta religiose. Il popolo del Myanmar è molto religioso e segue le linee guida dei leader spirituali. Perciò rendiamo i capi religiosi parte del processo di pace”. Facciamo in modo, prosegue, “che il governo nomini funzionari di diverse religioni – buddisti, cattolici, protestanti, musulmani, indù etc. – affinché lavorino per questo”.

Continuare il pellegrinaggio di pace iniziato con la conferenza di Panglong
Nel recente incontro interreligioso di Assisi, conclude il card. Bo, papa Francesco ha sottolineato l’importanza del dialogo come via previlegiata per essere fautori di pace: “Continuiamo insieme il pellegrinaggio di pace iniziato con la conferenza di Panglong”. (R.P.)

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La sfida delle "chiese vuote" interpella le diocesi italiane

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Spopolamento delle zone rurali, contrazione del numero dei credenti, abbandono di tradizioni secolari. Sono solo alcuni degli elementi che in questi ultimi decenni hanno portato all’abbandono di molti edifici di culto rimasti senza comunità o senza le forze per prendersene cura. Di questa realtà si è parlato a Bologna, nei giorni scorsi, nell’ambito di un convegno internazionale che ha messo al centro «L’identità e la valorizzazione di contesti locali». C'era per noi Luca Tentori

Il futuro degli edifici di culto passa attraverso la «geografia dell’abitare», che cambia sotto i colpi della storia. Il punto di partenza nel viaggio tra le chiese che fanno fatica a rimanere aperte inizia dai numeri. L’Italia conta più di 25.000 parrocchie e 70.000 chiese, secondo il censimento della Cei quasi completato. Mentre da una parte il loro numero è in leggero aumento, per seguire le esigenze delle nuove aree di sviluppo urbano, i sacerdoti, che dovrebbero custodirle, sono in netto calo. La media delle ordinazioni è passata da 826 del 1960 a 443 nell’ultimo decennio. Come procedere allora con questa contrazione di forze? Un tema in Italia ancora poco sentito ma che nei prossimi anni busserà con forza alle porte delle diocesi per trovare una soluzione soprattutto per i borghi di cui è costellata la penisola. A rispondere don Valerio Pennasso, direttore dell’Ufficio Beni culturali ecclesiastici della Conferenza episcopale Italiana:

“Ci sono delle sperimentazioni: vediamo a Matera per il recupero delle chiese rupestri, vediamo in Piemonte il progetto “Città e cattedrali”, vediamo la realtà della Calabria che mettono in rete gli edifici di culto. Tante volte l’approccio è quello legato principalmente ad una fruibilità immediata per cui si concede in comodato, piuttosto che in uso. La norma è che gli edifici di culto devono rimanere tali e non si possono trasformare in altra maniera o utilizzarli diversamente dallo scopo per cui erano stati costruiti”.

Sfide che per la Chiesa si aprono sia nei piccoli villaggi, con gli oratori abbondonati, che nelle grandi città dove interi quartieri si trovano senza una chiesa di riferimento. A suggerire uno sguardo alla luce dei cambiamenti architettonici nella storia ci ha pensato Andrea Longhi del Politecnico di Torino:

“Il processo di secolarizzazione delle chiese non è un fenomeno recente legato solo alla secolarizzazione. Nella storia dell’architettura casi di trasformazione sono numerosissimi e ci danno degli spunti anche sulle nostre politiche attuali di patrimonializzazione, di riuso, di trasformazione. Le chiese non sono come i templi antichi o i templi pagani un qualcosa di separato dal mondo. Le chiese sono luoghi in cui la comunità celebra, in cui la comunità si raccoglie e che sono nelle disponibilità delle comunità. Bisogna responsabilizzare le comunità stesse a saperli conoscere, a saperli amare e a saperli custodire”.

Interessanti sono le esperienze internazionali presentate al convegno del capoluogo emiliano nei giorni scorsi, come quella del «Churches Conservation Trust» di Londra che gestisce più di trecento chiese o ex chiese anglicane, spesso di grandi dimensioni. Il più delle volte la soluzione è riservare una parte dell’edificio alla preghiera e alla liturgia e un’altra a esperienze culturali e non solo. Scendendo nel concreto della realtà italiana invece interessanti sono i dati presentati per la diocesi di Bologna da Luigi Bartolomei, del dipartimento di Architettura dell’Università. La sua diocesi conta 691 chiese. Di queste il 18% è entro i confini del Comune capoluogo, con il 40% dei sacerdoti diocesani. Sugli Appennini invece il dato più eclatante: il 48% delle chiese e solamente il 17% dei sacerdoti. Tradotto in dati reali 51 presbiteri gestiscono ben 335 edifici di culto:

“Si tratta evidentemente di uno sciame di punti, particolare del territorio, diciamo di condensatori paesaggistici. Elementi cari alla memoria e capaci di condensare la cultura dei luoghi, che in qualche modo non trovano una collocazione soltanto dentro le mura della città di Bologna, ma anche nei contesti pianeggianti da un lato e montani dall’altro. Se si considera la parte montana della diocesi noi troviamo un edificio di culto a una media circa di 5 km di distanza stradale, una densità estremamente alta se si pensa quanto questi luoghi oggi siano in calo demografico. Da problema gestionale oggi nelle camere delle diocesi può diventare una straordinaria opportunità per il rilancio territoriale”.

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Incontro vescovi Usa su vita, famiglia, vocazioni e libertà religiosa

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La Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (Usccb) si incontrerà dal 14 al 16 novembre a Baltimora per l’Assemblea generale di autunno. Durante i lavori, l'arcivescovo di Louisville, mons. Joseph E. Kurtz, pronuncerà il suo ultimo discorso come presidente della Usccb al termine del suo mandato di tre anni, ed i vescovi eleggeranno il loro nuovo presidente, il vice presidente, e i cinque presidenti di altrettante Commissioni (affari canonici e di governo, affari ecumenici ed interreligiosi, Evangelizzazione e Catechesi, giustizia internazionale e pace, protezione dei bambini e dei giovani).

Le cinque priorità pastorali dei vescovi
I vescovi - riferisce l'agenzia Fides - dovranno discutere e deliberare sul Piano strategico 2017-2020 della Conferenza, considerando le cinque priorità approvate lo scorso novembre. Le priorità sono: "Evangelizzazione": spalancare le porte a Cristo attraverso il discepolato missionario e l’incontro personale. "La famiglia e il matrimonio": incoraggiare e guarire le famiglie, incoraggiare i cattolici ad abbracciare il sacramento del matrimonio. "La vita umana e la dignità": sostenere la sacralità della vita umana dal concepimento alla morte naturale, con particolare attenzione per i poveri e vulnerabili. "Le vocazioni e la formazione permanente": incoraggiare le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, curare la formazione permanente per clero, religiosi e ministri laici. "La libertà religiosa": promuovere e difendere la libertà di servizio, di testimonianza e di culto, negli Stati Uniti e all'estero.

Riflessione sulle violenze nel Paese per assicurare la pace sociale
Saranno presentati anche diversi rapporti, tra cui un aggiornamento della Task Force della Usccb per promuovere la pace nelle comunità. I fatti violenti accaduti in diverse città degli Stati Uniti hanno provocato accese reazioni nei settori intellettuali, politici e religiosi. Si tratta infatti non solo di violenza come reazione all’abuso di potere delle forze dell’ordine ma pure di violenza gratuita, perpetrata da gruppi di persone anche molto giovani. Il fenomeno fa riflettere sulla realtà sociale, politica e religiosa, e i vescovi cattolici sono consapevoli della necessità dei fedeli di ricevere una parola di orientamento per assicurare la pace sociale nelle proprie città. (C.E.)

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Terra Santa: presidente Abbas contribuisce a restauro Edicola S. Sepolcro

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Il Presidente palestinese Mahmud Abbas ha offerto a titolo di “contributo personale” una donazione per sostenere i lavori di restauro dell'edicola del Santo Sepolcro a Gerusalemme. La notizia, riferita dai media ufficiali palestinesi e ripresa dall'agenzia Fides, è stata diffusa in margine alla visita resa ieri al Presidente Abbas dai rappresentanti delle Chiese che amministrano il Santo Sepolcro. Dell'ampia delegazione ricevuta a Ramallah, nella sede del Presidente palestinese, figuravano, tra gli altri, il Patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme Theophilos III, il Patriarca armeno apostolico di Gerusalemme Nourhan Manougian e padre Francesco Patton, Custode di Terra Santa. 

Per Abbas il Sepolcro è simbolo nazionale e religioso per il popolo palestinese
"La Basilica del Santo Sepolcro” ha affermato il Presidente palestinese durante l'incontro con la delegazione delle Chiese cristiane “è un simbolo nazionale e religioso per il popolo palestinese. Abbiamo il dovere di prendercene cura, di proteggerlo e di contribuire al suo restauro. Così abbiamo deciso di offrire un contributo personale al restauro in corso della Tomba di Cristo". All'incontro di Ramallah ha preso parte anche il dottor Issa Kassissyeh, ambasciatore palestinese presso la Santa Sede.

I restauri dell'Edicola del Santo Sepolcro sono iniziati lo scorso 8 maggio 
‚ÄčLa maggior parte degli interventi più rumorosi si svolge nottetempo, con l’impiego di trapani e martelli. Il progetto di riqualificazione, con un costo di 3,3 milioni di dollari, viene sostenuto dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa greco-ortodossa e dalla Chiesa armena apostolica. Nel mese di aprile, il Re di Giordania Abdallah II aveva già fatto pervenire sottoforma di “beneficienza reale” (Makruma) una consistente donazione personale a favore del progetto. La Custodia francescana di Terrasanta, attraverso i suoi canali ufficiali, fornisce periodicamente gli aggiornamenti sull'avanzamento dei lavori. (G.V.)

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Sito Radio Vaticana

Bollettino del Radiogiornale della Radio Vaticana Anno LX no. 292

E' possibile ricevere gratuitamente, via posta elettronica, l'edizione quotidiana del Bollettino del Radiogiornale. La richiesta può essere effettuata sul sito http://it.radiovaticana.va

Segreteria di redazione: Gloria Fontana, Mara Gentili, Anna Poce e Beatrice Filibeck, con la collaborazione di Barbara Innocenti e Serena Marini.