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Sommario del 05/10/2016

Il Papa e la Santa Sede

Oggi in Primo Piano

Il Papa e la Santa Sede



Udienza generale. Appello del Papa: pace e rispetto nel Caucaso

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“Dio benedica l’Armenia, la Georgia e l’Azerbaigian e accompagni il cammino del Suo Popolo santo pellegrino in quei Paesi”. Con questa benedizione Papa Francesco ha concluso, stamani, la sua catechesi incentrata sul recente viaggio apostolico in Georgia e in Azerbaigian. “La vera missione – ha detto il Santo Padre durante l’udienza generale in piazza San Pietro - non è mai proselitismo, ma attrazione a Cristo”. Il servizio di Amedeo Lomonaco

Papa Francesco all’Udienza generale ha ricordato il viaggio apostolico in Georgia e in Azerbaigian. Un viaggio – ha affermato – il Pontefice – che è stato “il proseguimento e il completamento di quello effettuato in Armenia”:

“In tal modo ho potuto – grazie a Dio – realizzare il progetto di visitare tutti e tre questi Paesi caucasici, per confermare la Chiesa Cattolica che vive in essi e per incoraggiare il cammino di quelle popolazioni verso la pace e la fraternità”.

Gratitudine al Patriarca Ilia II e allo sceicco dei musulmani del Caucaso
Il Pontefice ha anche espresso la sua riconoscenza alle autorità civili e religiose dei due Paesi, in particolare al Patriarca di tutta la Georgia Ilia II e allo sceicco dei musulmani del Caucaso. Riferendosi al Patriarca ha aggiunto:

“La sua testimonianza mi ha fatto tanto bene al cuore e all’anima”.

La Chiesa sia presente nel segno della carità e della promozione umana
Georgia e Azerbaigian – ha poi affermato il Papa – hanno “radici storiche, culturali e religiose molto antiche” ma allo stesso tempo stanno vivendo una fase nuova. Entrambi – ha ricordato il Santo Padre – “celebrano quest'anno il 25.mo della loro indipendenza, essendo stati per buona parte del secolo XX sotto il regime sovietico”:

“La Chiesa Cattolica è chiamata ad essere presente, ad essere vicina, specialmente nel segno della carità e della promozione umana; ed essa cerca di farlo in comunione con le altre Chiese e Comunità cristiane e in dialogo con le altre comunità religiose, nella certezza che Dio è Padre di tutti e noi siamo fratelli e sorelle”.

La vera missione non è mai proselitismo, ma attrazione a Cristo
In Georgia – ha detto Francesco – “questa missione passa naturalmente attraverso la collaborazione con i fratelli ortodossi”. Dopo aver ricordato l’intenso momento di preghiera a Tbilisi con la comunità assiro caldea “per la pace in Siria, in Iraq e in tutto il Medio Oriente” il pensiero del Papa è andato alla Messa con i fedeli cattolici della Georgia, “celebrata nella memoria di Santa Teresa di Gesù bambino, patrona delle missioni”:

“Lei ci ricorda che la vera missione non è mai proselitismo, ma attrazione a Cristo a partire dalla forte unione con Lui nella preghiera, nell’adorazione e nella carità concreta, che è servizio a Gesù presente nel più piccolo dei fratelli”.

La comunione in Cristo spinge a cercare l’incontro e il dialogo
Lo stile di presenza evangelica è, se possibile – ha quindi detto il Pontefice - “ancora più necessario in Azerbaigian, dove la maggioranza della popolazione è musulmana e i cattolici sono poche centinaia, ma grazie a Dio hanno buoni rapporti con tutti, in particolare mantengono vincoli fraterni con i cristiani ortodossi”:

“Per questo a Baku, capitale dell’Azerbaigian, abbiamo vissuto due momenti che la fede sa tenere nel giusto rapporto: l’Eucaristia e l’incontro interreligioso. L’Eucaristia con la piccola comunità cattolica, dove lo Spirito armonizza le diverse lingue e dona la forza della testimonianza; e questa comunione in Cristo non impedisce, anzi, spinge a cercare l’incontro e il dialogo con tutti coloro che credono in Dio, per costruire insieme un mondo più giusto e fraterno”.

Il saluto agli ex prigionieri del Campo di concentramento di Auschwitz
Al termine dell’udienza generale Papa Francesco ha rivolto il proprio saluto, tra gli altri, agli “ex prigionieri del Campo di concentramento di Auschwitz”. "Celebriamo oggi – ha detto il Santo Padre - la memoria di Santa Faustina Kowalska. Lei ha ricordato al mondo che Dio è ricco di misericordia e che il Suo amore è più potente della morte, del peccato e di ogni male”.

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Papa loda progetto Vodafone per istruzione online in Africa

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Forte apprezzamento è stato espresso dal Papa per l’iniziativa “Instant Schools for Africa”, lanciata dalla Fondazione Vodafone, che consentirà a milioni di giovani di alcuni Paesi africani di accedere liberamente a materiale didattico online. L’iniziativa è stata illustrata stamani a Francesco dall’Amministratore delegato del Gruppo Vodafone durante l’udienza nell’auletta dell’Aula Paolo VI, alla quale hanno partecipato circa 40 dirigenti dell’azienda.  Sentiamo il discorso del Papa nel servizio di Debora Donnini

“Tanti auguri per questo progetto che per quello che ho sentito mi piace tanto, è costruttivo, e oggi bisogna essere costruttivi, fare cose che portino l’umanità avanti e non soltanto vedere come cadono le bombe sopra persone innocenti, bambini, ammalati, città intere. Costruire, non distruggere! Grazie”.

Costruire è dunque la parole chiave del discorso del Papa. Francesco accoglie con grande favore l’iniziativa di Vodafone, che partirà in autunno. Cuore del progetto è aiutare gratuitamente ragazzi africani che non hanno seguito un percorso scolastico tradizionale. Milioni di giovani che vivono in Lesotho, Repubblica Democratica del Congo, Ghana, Kenya, Mozambico e Tanzania, compreso nei campi profughi, potranno accedere a materiali didattici online. L’iniziativa è  sviluppata in collaborazione con Learning Equality, organizzazione senza scopo di lucro che fornisce soluzioni open source per la didattica in rete.

Avvalersi degli strumenti in modo libero e critico
Un progetto che si inserisce nell’orizzonte di interventi pubblici e privati orientati a promuovere un mondo “più capace di offrire opportunità di sviluppo” a gruppi sociali che rischiano l’esclusione, nota il Papa. Francesco suggerisce che ai giovani si forniscano anche nozioni di metodo, cioè che imparino non solo a usare gli strumenti ma ad avvalersene in modo libero e critico.

Il Papa: accesso a testi sacri delle varie religioni per incoraggiamento a dialogo
Francesco non dimentica poi di richiamare l’importanza che ci sia anche una dimensione religiosa:

“E infine un desiderio: che, tra le risorse offerte ai giovani, ci possa essere l’accesso informatico ai testi sacri delle varie religioni, in diverse lingue. Questo sarebbe un bel segno di attenzione alla dimensione religiosa, così radicata nei popoli africani, e di incoraggiamento al dialogo interreligioso”.

Il progetto gratuito per studenti e insegnanti
Un obiettivo importante, quello di “Instant schools for Africa”, visto che, secondo uno studio dell’Unesco relativo al 2013, 59 milioni di ragazzi dai 6 agli 11 anni non hanno frequentato una scuola: fra questi 30 milioni vivono nell’Africa subsahariana. Libri di testo ed enciclopedie saranno accessibili con i tablet per gli studenti e con un computer e un proiettore per gli insegnanti, senza alcun costo, tramite rete mobile Vodafone o sue controllate africane. E Fondazione Vodafone si confronterà anche con alcune delle principali società di telefonia mobile di Paesi interessati, invitandole ad adottare un simile approccio per portare, nel cuore dell’Africa, istruzione, antidoto alla povertà.

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I Vespri del Papa alla presenza del Primate anglicano Welby

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Ricordare il 50.mo anniversario dell’incontro tra il beato Paolo VI e l’allora arcivescovo di Canterbury, Michael Ramsey, Primate della comunione Anglicana, e l’Istituzione del Centro Anglicano di Roma. Con questo intento, oggi pomeriggio, alle ore 18, nella Chiesa dei Santi Andrea e Gregorio al Celio a Roma, si terrà la celebrazione dei Vespri presieduta dal Papa con la partecipazione dell’arcivescovo di Canterbury, Primate della Comunione Anglicana, Justin Welby. Nel marzo del 1966 “la storia dei rapporti fra anglicani e cattolici cambiava decisamente direzione”, scrive l’Osservatore Romano, anche con la firma della prima dichiarazione comune, che avviò “un dialogo teologico intenso”. Un dialogo ulteriormente cresciuto con l’istituzione, nel 1969, di una Commissione internazionale anglicano-cattolica. I Vespri saranno seguito in diretta dalla nostra emittente con radiocronaca e dal Centro Televisivo Vaticano.

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Vania De Luca: Francesco sfida i giornalisti a comunicare speranza

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I giornalisti promuovano la cultura dell’incontro e siano animati dal “rispetto per la verità e da un forte senso etico”. Sono i punti chiave del videomessaggio di Papa Francesco, pubblicato ieri per le intenzioni di preghiera del mese di ottobre. Alessandro Gisotti ha chiesto un commento a Vania De Luca, vaticanista di Rai News e presidente nazionale dell’Ucsi, l’Unione Cattolica Stampa Italiana: 

R. – È una sfida impegnativa quella che il Papa pone. Intanto pone una domanda: “Mi chiedo come i mezzi di comunicazione possono mettersi al servizio di una cultura dell’incontro?”. E naturalmente non dà risposte! Pone questa domanda ai comunicatori perché siano essi stessi a cercare le risposte attraverso il loro lavoro, attraverso la loro esperienza, perché non sono risposte teoriche quelle che il Papa ci dice di cercare. Il Papa chiede dei giornalisti animati dal rispetto della verità e da un forte senso etico. Questa è una chiave che ci interpella tutti: laici e credenti. Perché, se non si ha rispetto per la verità, se non si ha neanche quella domanda che porta a cercare continuamente la verità, è inutile parlare di codici deontologici, di senso etico, di norme che regolano la professione: è qualcosa che va al di là, perché qui parliamo proprio del Dna, non solo della formazione, ma dell’identità del giornalista stesso!

D. – Il Papa chiede anche un impegno "per il bene dell’umanità e del Pianeta". Anche qualche giorno fa, incontrando i giornalisti italiani, sottolineava che la comunicazione, in particolare il lavoro dei giornalisti, deve essere "strumento di costruzione e non arma di distruzione"…

R. – Purtroppo noi sappiamo che si può uccidere anche con le parole. Sappiamo che le parole, che sono poi lo strumento del nostro lavoro – noi lavoriamo con parole scritte o dette a voce e con immagini: i giornalisti televisivi – con gli strumenti del nostro lavoro possiamo dunque consolare, possiamo portare la verità, e quindi, anche soltanto in questo, essere di aiuto alla costruzione del bene comune dell’umanità, ma anche del pianeta Terra in cui siamo tutti inseriti. Ma sappiamo anche che con questi stessi strumenti, con l’immagine troppo insistita, con la parola più cattiva, con la domanda a volte un po’ fuori luogo: sappiamo che possiamo addirittura ferire, se non uccidere, con questi strumenti! E quindi sicuramente la provocazione è molto forte. Mi viene in mente il messaggio, recentemente annunciato, della Giornata per le Comunicazioni Sociali del prossimo anno: “Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo”. Ecco, questo nostro tempo è un tempo che manca proprio di questo: di speranza e di fiducia. Noi dobbiamo cercare, pure in questo nostro tempo segnato dalle guerre, dal terrorismo, dalla mancanza del lavoro, dalle difficoltà di ogni tipo: dobbiamo sempre cercare la via del bene, della speranza, la via del futuro. Questo anche attraverso il nostro lavoro di comunicatori, di giornalisti. Che non significa avere gli occhi chiusi rispetto a una realtà fatta di tante cose negative, significa però aiutare a trovare la strada del riscatto, della rinascita, del possibile futuro.

D. – Venerdì, ad Assisi, inizia la scuola di alta formazione dell’Ucsi. Quali saranno i punti principali di questa iniziativa?

R. – Noi abbiamo scelto tre parole. È una scuola di formazione con i crediti riconosciuti dall’Ordine per la formazione dei giornalisti, ma è anche un momento associativo per l’Ucsi, che riunisce rappresentanti dell’Unione Cattolica Stampa Italiana di ogni parte d’Italia. Le tre parole sono: “vedere”, “narrare”, “comprendere”. Avremo dei momenti di approfondimento tematico sulla situazione dei minori; poi avremo anche una mostra del fotoreporter Francesco Zizola sulla condizione dell’infanzia nel mondo, e ci aiuterà proprio a capire come - attraverso il vedere, il guardare scatti dalla realtà - si può essere aiutati a narrare e poi anche a comprendere.

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Nomina di Papa Francesco in Belgio

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In Belgio, il Papa ha nominato Vescovo di Brugge, il reverendo Canonico Lodewijk Aerts, del clero della diocesi di Gent e finora Decano della città di Gent.

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Oggi in Primo Piano



Rottura diplomatica Usa-Russia sulla crisi siriana

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In Siria proseguono gli scontri sul terreno. Purtroppo sono ancora i civili, i minori in particolare, a subire le ricadute più drammatiche del conflitto. I raid aerei del regime, supportato da forze russe, hanno nuovamente colpito ospedali. E l’Onu conferma l’istituzione di una commissione per fare piena luce sul bombardamento di un convoglio umanitario, il 19 settembre scorso. Intanto, sul fronte diplomatico si acuisce la rottura diplomatica tra Stati Uniti e Russia. Molti gli osservatori che parlano di una nuova “guerra fredda”. Giancarlo La Vella ne ha parlato con Fulvio Scaglione, esperto di politica internazionale: 

R. – E’ una guerra naturalmente che, come tutte le guerre contemporanee, non viene combattuta in casa dell’uno o dell’altro contendente, viene combattuta in casa d’altri, in casa di terzi, e infatti si chiama “guerra per procura”. In questo caso, gli Stati Uniti e la Russia si impegnano con gran parte dei loro mezzi, ed è una guerra in cui molta gente muore.

D. – Il gelo tra Stati Uniti e Russia continua, dunque, ad avere delle ricadute disastrose sulla situazione umanitaria. A questo punto l’Onu, in prima persona, non dovrebbe muoversi con una certa decisione?

R. – Sì, dovrebbe. La situazione umanitaria di Aleppo naturalmente sta peggiorando a vista d’occhio, perché è una situazione ormai diventata fotocopia in grande di quello che accade regolarmente a Gaza tutte le volte che c’è una guerra, e cioè: chi bombarda – gli israeliani – va con la mano pesante; chi viene bombardato – i miliziani islamisti di Hamas – non fa nulla per distinguersi dalla popolazione civile, sulla quale ricade così tutto il peso dei conflitti e dei combattimenti.

D. – In questa fase di stallo diplomatico, sembrano aprirsi le strade per altri tentativi negoziali. Che probabilità di riuscita ci sono?

R. – Io credo che le probabilità siano scarse, nella misura in cui i protagonisti di queste crisi non esprimono in prima persona la buona volontà di trovare una composizione. Sono i contendenti principali che devono esprimere la volontà di trovare una composizione politica, altrimenti temo che gli altri possano fare davvero abbastanza poco.

D. – Tra un mese le presidenziali americane: potrà cambiare qualcosa nei rapporti tra Washington e Mosca?

R. – Se diventerà presidente degli Stati Uniti Hillary Clinton, io credo che non cambierà nulla e magari qualcosa potrà peggiorare. La Clinton, come peraltro Obama, ha un asse di ferro con i sauditi e con le petro-monarchie del Golfo Persico, che sono tra i principali promotori e sostenitori dell’estremismo islamico nel mondo. D’altra parte, la politica di Mosca, come abbiamo visto su tutti i fronti, con l’Ucraina, con la Siria, è una politica di confronto totale, nel senso politico del termine. E’ chiarissimo, però, che la Russia di Putin ha tirato una linea oltre la quale non è disposta a far passare nessuno. Queste certamente sono le condizioni preliminari per una brutta situazione e speriamo che non diventi bruttissima.

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Siria: al Maxxi le drammatiche immagini delle torture del regime

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E’ la totale assenza di compassione e pietà umana quella che da oggi e fino a domenica prossima sarà esposta al Maxxi di Roma. “ Nome in Codice: Caesar. Detenuti siriani vittime di tortura”: una selezione di fotografie scattate da un ufficiale della polizia militare siriana disertore e fuggito all’estero incaricato dal regime siriano di fotografare la morte le torture subite dai detenuti nelle carceri di Assad. Servizio di Francesca Sabatinelli

La sua vita, e non solo la sua, si cela dietro ad un pseudonimo, che è  l’unica non verità in una storia di inaudita ferocia umana. Caesar, con le sue foto ha documentato in modo inequivocabile la tortura nelle carceri siriane, applicata da decenni, incrementata negli ultimi cinque anni, a partire da quella primavera del 2011, quando iniziarono le prime proteste popolari sfociate nella guerra civile siriana. Quella richiesta di libertà e democrazia fu repressa nel sangue, con la tortura di studenti, insegnanti, attivisti non violenti, donne, ragazzini. E’ allora che Caesar, colonnello del Dipartimento di medicina legale di Damasco, in quanto fotografo forense, viene incaricato di ritrarre con le foto i corpi delle vittime in alcune prigioni del regime e in due ospedali di Damasco.

Una documentazione voluta dal regime per scongiurare eventuali liberazioni di detenuti in cambio di denaro. Da allora, e fino al 2013 Caesar, con l’aiuto di altri colleghi, tutti legati all’opposizione, comincia a salvare di nascosto le fotografie. Un patrimonio di oltre 50mila immagini, che documentano chiari segni di tortura e che diventano pubbliche quando Caesar diserta l’esercito e lascia di nascosto la Siria, nell’ agosto 2013. Quelle foto testimoniano i crimini contro l’umanità commessi nelle carceri del presidente Bashar al-Assad dal 2011 al 2013. Al Maxxi ne è in mostra una selezione, per la prima volta in Italia, dopo essere stata presentata nelle principali città europee e negli Stati Uniti. Mouaz Moustafa fa parte, a Washington, del Caesar Team, un gruppo di volontari che lavora per identificare le vittime:

“ Quando parliamo di 55mila immagini non parliamo di 55mila persone: spesso ci sono più foto di una stessa persona. Si parla comunque di migliaia e migliaia di persone di cui solo 780 è stato possibile avere un’identificazione certa. Tuttavia l’identificazione è molto difficile anche a causa delle condizioni in cui si trovano i corpi. Nella mostra noi facciamo vedere alcune delle foto meno brutali, ma spesso i corpi sono stati pesantemente deformati dalle torture, e di conseguenza è davvero difficile riconoscere chi sono le persone morte. Per quanto riguarda i parenti, quando abbiamo la possibilità di parlare con loro, talvolta – forse è un po’ brutale dirlo – ma è quasi un sollievo per loro sapere che fine hanno fatto i loro parenti; è un sollievo perché finalmente hanno una certezza, ma è anche un sollievo perché finisce la ricattabilità. Perché in realtà c’è un enorme mercato che è nato intorno a questa cosa, gli stessi torturatori, la stessa polizia militare, vende informazioni ai parenti, vere o presunte; chiede soldi per dare un cuscino a un loro parente imprigionato oppure per alleggerire le torture, per fargli sapere dove si trova, se è vivo, se è morto, per fargli arrivare una medicina… C’è un mercato enorme”.

Il Caesar Team lavora anche per cercare di avviare azioni legali per crimini contro l’umanità:

“Sì, tutti chiedono giustizia, tutti quanti chiedono che ci sia una punizione, che ci sia un’azione legale. Tuttavia, quello che mi trovo a dover chiedere a queste famiglie è se i loro congiunti, i loro parenti, hanno una seconda cittadinanza: magari una cittadinanza svedese o canadese. Spesso la risposta è “no”. Quando la risposta è “no” io non posso far altro che dire: “Allora non possiamo far nulla”, perché per un siriano non è possibile ottenere giustizia, perché avviare una causa presso la Corte Penale Internazionale è impossibile a causa dei veti soprattutto da parte della Russia. Di conseguenza, questa è la prova provata sulla loro pelle di quanto sia vera quella sensazione che hanno tutti i siriani, che a nessuno importi quello che effettivamente succede in Siria e ai siriani. Per quanto riguarda me, anche alcuni miei parenti, direttamente, sono stati catturati e sono finiti nella branca della polizia militare dell’aeronautica che - si sa - essere la più dura. Io so di non poter far nulla, so di non poterli aiutare, ma ho comunque la sensazione di provare a fare qualcosa, di provare a cercare di aiutare quei 300mila che ancora sono nelle carceri di Assad. E, come musulmano, quello che mi auguro è che la preghiera degli oppressi venga ascoltata da Dio.

Dal 2011 ad oggi sono stati documentati circa 65mila casi di siriani arrestati per ragioni politiche, 2600 gli scomparsi, 141.700 gli uccisi, di cui 3440 sotto tortura, tra cui donne e minori. Cifre al ribasso, per la difficoltà di documentare tutti i casi. Il Presidente Assad ha più volte smentito il ricorso alla tortura, di fatto però nel 2008 lo stesso Presidente ha promulgato un decreto che assicura l’immunità delle forze di repressione. Lorenzo Trombetta, corrispondente Ansa da Beirut:

R. – Ci sono notizie di pochi giorni fa che un nuovo prigioniero scomparso nelle carceri nel 2012 a Homs è morto sotto tortura, ma non si sa quando è morto. Jihad Qassab, di Homs, era il difensore della nazionale di calcio siriana ed era stato arrestato per il suo attivismo nelle manifestazioni del 2011 e del 2012. Non si potrà probabilmente mai vedere il suo corpo, la famiglia ha chiesto il corpo ma come molte volte capita le autorità rifiutano di consegnare i corpi ai familiari, quindi è molto difficile poter capire il tipo di tortura e quali sono le vere cause della morte. Ricordiamo che per prassi il certificato di morte che viene allegato dall’ospedale militare per comunicare alle famiglie che il loro caro è morto, cita due cause, o un arresto cardiaco o un arresto respiratorio. Sono due cause che vengono messe come documenti fotografati da Caesar perché Caesar non fotografa soltanto corpi, fotografa anche documenti in cui si istruisce il medico legale di falsificare l’atto di morte e di inserire o quella o quell’altra causa, molto vaghe, come l’arresto cardiaco o un arresto respiratorio. Questo dà ancora maggior forza al valore documentario delle foto di Caesar, che non è soltanto una questione di come le persone sono state torturate e come sono state uccise, ma anche di qual è il processo burocratico della falsificazione delle cause della morte e questo in sede di giudizio è molto importante.

D. – Il problema è che dal 2013 ad oggi non c’è più qualcuno che documenti tutto questo…

R. – Che noi sappiamo, no, ma nel 2011, 2013, nessuno sapeva che Caesar stava operando. Poi ha, in qualche modo, consegnato il lavoro ai suoi colleghi, alcuni dei quali sono ancora in Siria. Non sappiamo se tra qualche anno qualcuno uscirà. Probabilmente una volta che le foto di Caesar sono state divulgate nel gennaio del 2014, le autorità siriane sono corse ai ripari e quindi probabilmente hanno o cambiato il sistema di documentazione o assunto personale più fidato. Qualcuno forse starà fotografando ma forse sarà stato torturato lui stesso per il tentativo di aver provato. Ma questo non lo possiamo sapere.

D. – Atrocità che sono in atto e che sono iniziate ancora prima dell’entrata in campo del cosiddetto Stato islamico…

R. – Sì, la pratica della tortura nelle carceri governative siriane è documentata da decenni, quindi ben prima che in Siria si cominciasse a protestare, ben prima che il governo cominciasse a reprimere, quindi ben prima della guerra civile e poi tutto quello che ne è stato. La puntata Stato islamico è l’ultima di tutta una serie di fatti che l’opinione pubblica a volte ha difficoltà a seguire. La questione non è se il governo di Bashar al Assad è legittimo politicamente o no, è cercare di identificare i responsabili di un crimine che evidentemente è considerato crimine di guerra e crimine contro l’umanità perché tra l’altro ci troviamo in una situazione anche di conflitto interno. Quindi credo che i giuristi abbiano derubricato queste pratiche come crimine di guerra.

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Unicef-Banca Mondiale: 385 milioni di bambini in povertà estrema

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Secondo un nuovo rapporto di Unicef e Banca Mondiale 385 milioni di bambini nel mondo vivono in condizioni di povertà estrema. I bambini sono colpiti in maniera sproporzionata: sono un terzo della popolazione presa in esame ma la metà di quella colpita da questo fenomeno. Andrea Walton ha discusso con Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef Italia, sui contenuti di questo rapporto: 

R. – Sicuramente la necessità di rilevare con costanza i livelli di povertà infantile che ci sono a livello nazionale e regionale, e porre maggiore attenzione sulle loro situazioni in ogni parte del mondo, o almeno negli 89 Paesi rilevati, che poi sono quelli che noi chiamiamo: “Paesi in via di sviluppo”. Indica la necessità di rafforzare i sistemi di protezione sociale per i bambini, specialmente con programmi di trasferimento di denaro che aiutano direttamente le famiglie povere a pagare il cibo, la sanità, l’istruzione: tutti quei servizi che in fondo proteggono i bambini dall’impatto della povertà, e migliorano le loro opportunità di rompere il ciclo di povertà nelle loro vite. Inoltre è fondamentale cercare di investire sempre di più sull’istruzione, la salute, l’acqua pulita, servizi igienico-sanitari, infrastrutture delle quali devono beneficiare assolutamente i bambini più poveri. E soprattutto cercare di strapparli dal ciclo di povertà nella quale si trovano per cause come la siccità, le malattie e l’instabilità economica. Ecco perché il nostro è un appello soprattutto ad individuare, grazie ai governi e con i governi, quelle azioni politiche necessarie per portare i bambini più poveri a beneficiare delle crescite economiche di ciascun Paese.

D. – Perché i bambini sono colpiti da questo fenomeno in maniera sproporzionata?

R. – Perché purtroppo si trovano in una parte di terra nella quale ci sono alti tassi di bambini che vivono in condizioni igienico-sanitarie estreme. Sono situazioni in cui – purtroppo – le sacche di povertà sono enormi, in cui ci sono livelli di mortalità infantile molto alti; situazioni in cui anche le calamità naturali incidono, e soprattutto laddove non si è intervenuti immediatamente, con infrastrutture che hanno guardato al passato. E poi perché – purtroppo – nelle aree rurali non sempre le politiche attive dei governi riescono ad arrivare. Voglio ricordare infatti che più di quattro bambini su cinque vivono proprio in povertà estrema nelle aree rurali.

D. – Quali sono le aree del mondo più colpite da questo fenomeno?

R. – Parliamo dell’Africa sub-sahariana, che ha i tassi più alti di bambini che vivono in povertà estrema, oltre alla percentuale più alta al mondo di bambini in povertà. Poi l’Asia meridionale, che è al secondo posto: è un’altra zona con ancora – lo ricordo – il 30 percento dei bambini poveri che vivono soltanto in India. Ecco, questi rappresentano i dati fondamentali; è scioccante rilevare come, effettivamente, la metà dei bambini dell’Africa sub-sahariana vivano in queste condizioni: un bambino su cinque, nei Paesi in via di sviluppo, vive in povertà estrema. Qui non è un problema di Africa o di Asia: qui è una questione globale che interessa tutte quelle aree in via di sviluppo dove purtroppo ci sono sacche di povertà che colpiscono l’infanzia, che portano limiti al futuro, ma soprattutto non fanno evolvere in positivo la società. Quindi ci vogliono politiche che guardino assolutamente avanti.

D. – Come cerca di agire l’Unicef per porre rimedio a questo fenomeno?

R. – Insieme alla Banca Mondiale, abbiamo cercato di promuovere lo sviluppo della prima infanzia con dei programmi che prevedono il trasferimento del denaro; dei programmi per la nutrizione, servizi sanitari; ma soprattutto una grande opera di “back to school”, cioè di istruzione: riportare i bambini a scuola dove possibile, e poi intervenire immediatamente in quelle zone, come facciamo tuttora, colpite dalla siccità, le malattie o l’instabilità.

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Onu: agli eroi greci il Premio Nansen per i Rifugiati 2016

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L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) ha premiato l’impegno eroico dei volontari greci consegnando il Premio Nansen per i Rifugiati 2016 all’Hellenic Rescue Team (Hrt) e a Efi Latsoudi del Centro Pikpa sull'isola di Lesbo

Aiutati migliaia di rifugiati e migranti arrivati in Grecia
Durante la cerimonia che si è tenuta a Ginevra, l’Hellenic Rescue Team ed Efi Latsoudi hanno ricevuto il premio per il lavoro eccezionale svolto nel corso del 2015, quando hanno aiutato migliaia di rifugiati e migranti arrivati in Grecia: salvando vite umane durante la pericolosa traversata in mare e offrendo un rifugio sicuro ai più vulnerabili, una volta giunti a terra. Ciascun vincitore ha ricevuto la medaglia Nansen e 75mila dollari per finanziare un progetto, che integri il loro lavoro già in atto.

Il Pikpa ha ospitato circa 600 rifugiati al giorno
Efi Latsoudi è uno dei fondatori del Centro Pikpa, un ex campo estivo per bambini che nel 2012 è stato trasformato con l'aiuto delle autorità locali in un porto sicuro per i rifugiati più vulnerabili. Durante il picco della crisi nel 2015, il Pikpa ha ospitato circa 600 rifugiati al giorno, nonostante una capacità di appena 150 posti. Dal 2012, il Centro Pikpa ha aiutato più di 30mila rifugiati.

Hellenic Rescue Team. Il nostro premio: il sorriso di una persona salvata
Konstantinos Mitragas ha ricevuto il premio a nome dell’Hellenic Rescue Team (Hrt): "Guerra, povertà e persecuzioni sono i fattori che costringono le persone a fuggire dai loro Paesi. Purtroppo, il magnifico Mar Egeo è diventato una delle rotte migratorie più mortali al mondo. Per la prima volta abbiamo visto esseri umani in condizioni di pericolo estremo, non ci abbiamo pensato due volte, abbiamo solo pensato a salvarli. Non abbiamo mai chiesto nessun riconoscimento. Siamo talmente soddisfatti dal sorriso della persona soccorsa, che questo è il nostro premio.

Salvate 2.500 vite umane e assistite più di 7mila persone
In qualità di segretario generale, Mitragas guida un team di oltre duemila volontari dell’Hellenic Rescue Team, che dal 1978 si prodigano in salvataggi nel Mar Egeo e nelle montagne greche. Nel 2015, i volontari hanno lavorato 24 ore su 24, rispondendo alle continue chiamate di soccorso nel mezzo della notte. Durante questo periodo sono stati impegnati in 1.035 operazioni di soccorso, che hanno permesso di salvare 2.500 vite umane e di assistere più di 7mila persone.

Nel 2015 in Grecia sono sbarcate 500mila persone
Oltre 850mila persone sono arrivate via mare in Grecia nel 2015, con più di 500mila sbarcati sull'isola di Lesbo. Nel mese di ottobre 2015, gli arrivi hanno raggiunto un picco di più di 10mila al giorno, a causa dei conflitti in Siria, Afghanistan e Iraq. Purtroppo, si stima che più di 270 persone siano morte in acque greche nel corso dell'anno. (R.P.)

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Congregazione dei Gesuiti: Lombardi ringrazia P. Nicolás

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Nel corso della sessione di lunedì scorso, dopo che la Congregazione generale ha accettato le dimissioni del padre Nicolás da Generale della Compagnia, il padre Federico Lombardi, uno dei quattro assistenti ad providentiam, ha fatto un intervento davanti all’assemblea riunita per rendere omaggio al Superiore generale uscente. Gli assistenti ad providentiam, eletti anch’essi dalla Congregazione generale, sono i collaboratori più vicini al Generale. Padre Lombardi ha accompagnato il padre Nicolás in tutti questi anni in cui è stato alla guida della Compagnia di Gesù. Ha ritenuto pertanto di poter ringraziare il padre Adolfo Nicolás a nome dei collaboratori dell’ormai ex Generale, ma anche a nome dell’intera Compagnia di Gesù.

P. Nicolás ha sempre esortato i gesuiti a guardare oltre le frontiere delle province o dei Paesi
Padre Lombardi ha ringraziato colui che è stato suo Superiore innanzitutto per ciò che è, come persona, per lo stile cordiale e spontaneo che lo ha sempre caratterizzato durante i suoi anni di servizio come Generale. Padre Nicolás ha favorito la semplicità nelle relazioni con tutti i suoi compagni gesuiti, un modo di fare accresciuto ancor di più dal suo senso dello humour e dal suo sorriso sincero. Questo e altro ancora hanno dato al Superiore generale l’affetto e la fiducia di tutti. Un dato forse ancora più importante è che il Generale ha ispirato l’impegno religioso dei gesuiti e ha ricordato loro durante tutto il suo generalato la prospettiva universale della missione che obbliga i gesuiti a guardare oltre le frontiere delle province o dei Paesi. L’insistenza sulla profondità in tutto ciò che riguarda i gesuiti, evitando la superficialità, ha sempre contraddistinto i discorsi del padre Nicolás.

Esempio di saggezza serena, ravvivata dall’esperienza degli anni trascorsi in Asia
Nelle parole del padre Lombardi, colui che ha appena dato le dimissioni come Generale è stato un esempio di saggezza serena contraddistinta dall’immaginazione e ravvivata dall’esperienza degli anni trascorsi in Asia. Questo ha spinto la Curia generalizia verso la creatività per servire al meglio la Compagnia, dando a ognuno la possibilità di far parte di un gruppo e di vivere una responsabilità condivisa. Sulla stessa linea, il Generale ha anche incoraggiato una cultura della responsabilità nell’esercizio del governo, ha saputo affrontare le difficili sfide che si sono presentate, ha sostenuto la vita dei suoi confratelli con delle lettere e degli interventi sempre contrassegnati da un vero senso dell’ascolto.

Padre Nicolás è il primo Generale ad aver esercitato le sue funzioni durante il pontificato di un Papa gesuita
Anche la partecipazione e il ruolo discreto del padre Nicolás al Sinodo sulla famiglia merita di essere menzionato. Più in generale, il Generale ha saputo garantire dei rapporti costruttivi con i dicasteri romani e con tanti altri organismi ecclesiastici, sapendo difendere i gesuiti quando si è reso necessario con chiarezza e giustizia. Padre Lombardi ha anche sottolineato che il padre Nicolás è il primo Generale che abbia esercitato le sue funzioni durante il pontificato di un Papa gesuita. Si tratta di una situazione storica senza precedenti sulla quale possiamo ancora riflettere, in particolare per quanto concerne la comprensione che abbiamo del nostro servizio al Santo Padre. Tutti i gesuiti ringraziano per l’accompagnamento che il padre Adolfo Nicolás ha offerto loro e, assicurandogli le loro preghiere, gli augurano che il Signore lo accompagni nei suoi nuovi impegni. (R.P.)

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Louis Sako: un Iraq unito per strappare Mosul all'Is

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Per la nazione irakena e la comunità cristiana questo è il momento “dell’unità”, una questione “essenziale di vita o di morte”, in attesa di capire quali saranno gli sviluppi futuri. Non è tempo per parlare di “divisioni del Paese” o di “entità autonome”, almeno fino a quando non saranno liberate Mosul e i villaggi della piana di Ninive. È quanto racconta all'agenzia AsiaNews il Patriarca caldeo mar Louis Raphael Sako, di rientro a Baghdad dal viaggio in Georgia in cui ha incontrato Papa Francesco e i vertici della Chiesa - cattolica e ortodossa - locale, pregando insieme per la pace. Un compito e una missione per l’Iraq, la Siria e l’intera regione. 

A Tbilisi l'incontro con il Papa in visita in Georgia
A Tbilisi l’incontro fra il Pontefice e la comunità assiro-caldea residente in Georgia e un centinaio di fedeli provenienti da Stati Uniti, Canada e dallo stesso Iraq è avvenuto all’intero della chiesa di San Simone Bar Sabbae. “Un momento di grande commozione - racconta il patriarca - e di intensa preghiera”. Nel contesto della cerimonia, l’assemblea ha intonato in caldeo e aramaico inni e preghiere dei vespri. In risposta, Francesco ha recitato una preghiera composta per questa speciale occasione. 

L'incontro con il Patriarca di tutta la Georgia Ilia II
Durante la visita in Georgia mar Sako ha anche incontrato il Catholicos Patriarca di tutta la Georgia Elia II. Un momento “storico”, racconta, con un forte richiamo “all’unità, alla Chiesa degli Apostoli. Lui ci ha donato un ritratto di San Giorgio, simbolo di protezione; noi abbiamo contraccambiato con una croce caldea, senza il corpo di Cristo, come simbolo di risurrezione”. 

Sako rinnova l'offensiva contro lo Stato Islamico
Tornando alla situazione irakena, per il primate caldeo adesso è tempo di “salvaguardare l’unità”, “fare la guerra a Daesh” (acronimo arabo per lo Stato Islamico, ndr) e “ripulire i territori” gettando le basi per la pace. In un secondo momento sarà quindi possibile “sedersi e discutere del futuro”. Tuttavia, se ora prevalgono le divisioni o gli interessi personali, di cristiani e non, “si manda un segnale negativo” in patria e agli occhi della comunità internazionale. 

Le potenze mondiali non hanno ancora chiarito i loro piani sull'Iraq
Secondo il patriarca caldeo l’Iraq e il Medio Oriente devono fronteggiare un “futuro costellato di ambiguità”, con i diversi attori in gioco - fra gli altri Turchia, Arabia Saudita, Stati Uniti e Russia - che “non hanno ancora chiarito i loro piani”. In questa confusione, emerge il desiderio degli irakeni “di restare insieme”, anche se “altri non vogliono che siamo autonomi, liberi di decidere del futuro”, della sorte di “quattro milioni di sfollati solo in Iraq”. Anche ad Aleppo e in Siria “si gioca una partita simile”. “La gente vive nell’angoscia - aggiunge - mentre non c’è una visione per il futuro”. 

Il Patriarca respinge la nascita di una enclave cristiana nella piana di Ninive
Nelle ultime settimane si è parlato a più riprese della formazione di milizie cristiane o della nascita di una enclave cristiana nella piana di Ninive, progetto caldeggiato in alcuni ambienti statunitensi ma respinto di recente con una votazione dal Parlamento irakeno. “In questo momento - avverte mar Sako - è meglio essere prudenti e non parlare di questi temi. Bisogna aspettare gli sviluppi a Mosul e nella piana. Ci sono già tante guerre e divisioni fra i vari gruppi irakeni, mentre l’essenziale è difendere il principio di unità”.  Quello che chiediamo, aggiunge, è di “liberare i territori e garantire il ritorno della gente nelle proprie case”. E poi sarà necessaria “una presenza delle Nazioni Unite, magari sotto forma dei Caschi blu Onu, per garantire la sicurezza e il controllo”. 

Il Sinodo ha restituito unità ed entusiasmo alla Chiesa caldea
In un clima di incertezza e timore, il recente Sinodo caldeo a Erbil, nel Kurdistan irakeno, e l’incontro con il Papa in Georgia hanno restituito unità, nuova linfa e rinnovato entusiasmo alla Chiesa caldea e alla comunità cristiana. “Era come al Cenacolo - racconta mar Sako ricordando i giorni del Sinodo - in cui vi era una unità di fondo. Si è parlato liberamente, poi votato e preso decisioni in base alla maggioranza. Decisioni alle quali poi tutti si sono conformati, segno della coesione”. Siamo “più forti di prima”, avverte, e questa unità è essenziale per mantenere viva la Chiesa d’Oriente non solo fra caldei, ma anche fra le diverse denominazioni cristiane, fra cattolici e ortodossi. (D.S.)

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Svezia: nota vescovi cattolici-luterani su visita Papa per 500.mo Riforma

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"Sul cammino dell’ecumenismo, ci sono anche gli ostacoli, ma ci auguriamo che ciò che è ormai imminente dia energia al lavoro ecumenico nel nostro Paese e doni segnali incoraggianti e di speranza in tutto il mondo”. Così si conclude un lungo articolo apparso ieri sul quotidiano svedese di ispirazione cristiana Dagen, firmato congiuntamente da mons. Anders Arborelius, vescovo cattolico della diocesi di Stoccolma, e Antje Jackelen, arcivescovo della Chiesa di Svezia a meno di un mese dalla visita di Papa Francesco a Lund, “evento che può essere definito storico”, scrivono i due vescovi. Il 31 ottobre, anniversario della Riforma, “per la prima volta in assoluto, i vertici della Chiesa cattolica e della Federazione luterana mondiale guarderanno insieme alla Riforma”.

La visita è uno dei frutti visibili di 50 anni di dialogo tra cattolici e luterani
‚ÄčL’evento è uno dei “frutti visibili” di “cinquant’anni di dialogo tra cattolici e luterani”, scrivono i due vescovi citati dall’agenzia Sir - ricordando la firma della “Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione” e il documento “Dal conflitto alla comunione”. I vescovi spiegano inoltre che l’evento all’Arena di Malmö, intitolato “Insieme nella speranza”, vuole essere una “testimonianza al mondo della misericordia di Dio” e annunciano che “come segno concreto della volontà di rafforzare i legami, Caritas Internationalis e il World Service sottoscriveranno un memorandum congiunto”. L’invito è a “cogliere quest’opportunità di testimonianza di Gesù Cristo perché il mondo creda” e “a pregare e lavorare per il bene del Vangelo”. (L.Z.)

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Cisl-Acli: giovani spinti dal precariato a rinunciare a propri diritti

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La maggior parte dei giovani romani è pronto a rinunciare a contratti regolari e diritti dei lavoratori. Il dato allarmante emerge da una ricerca realizzata - nelle parrocchie, nelle scuole e nei municipi di Roma - dalle Acli e dalla Cisl in collaborazione con l’Iref. Lo studio è stato presentato nei giorni scorsi all’Università "La Sapienza" di Roma, nell’ambito del Convegno “Lavoro per i giovani: priorità delle famiglie, futuro per il Paese“, promosso in collaborazione con il Vicariato di Roma. Roberta Gisotti ha intervistato Paolo Terrinoni, segretario generale della Cisl di Roma: 

R. – Il 65 per cento di questi giovani è disponibile anche a rinunciare a un contratto vero, a un lavoro tutelato, quindi sarebbero disponibili anche a lavorare in nero. E questo ci allarma tantissimo! Un altro dato: il 28,2 per cento sarebbe disponibile a rinunciare al pagamento della malattia, il 26,6 per cento alle ferie. E addirittura, l’11,1 per cento alla maternità. E noi, come organizzazione sindacale, non possiamo far finta di niente!

D. – Questi giovani che si immettono nel mercato, pronti a rinunciare ai loro diritti, sono un motivo di preoccupazione anche per i lavoratori più anziani, perché si crea una competizione sleale …

R. – Io penso che chi ha un lavoro stabile non venga in qualche modo "colpito" da un ragazzo che si offra, pur di lavorare, con tutele minori. Il fatto è che noi dobbiamo andare incontro a questi giovani, e noi dobbiamo fare in modo che questi giovani non abbiano soltanto questo, ma incomincino a vedere anche una prospettiva di un lavoro più stabile, anche per creare una propria famiglia.

D. – Nella ricerca si parla anche di famiglia: quasi l’80 per cento ritiene indispensabile un lavoro stabile per mettere su famiglia. E’ pure vero che questa potrebbe però apparire una pretesa di queste ultime generazioni: padri, nonni e bisnonni si sono sposati in ogni condizione sociale … Ecco, il fatto di avere comunque certezze, certezze economiche, può essere sintomo di fragilità dei giovani di oggi, che vedono forse un mondo troppo duro da affrontare?

R. – Nell’indagine che è stata fatta, i giovani hanno dato tre priorità in merito al lavoro: la prima, la retribuzione; la seconda, quello che si fa e la terza è la stabilità del posto di lavoro. Questo proprio perché in questi giovani c’è la volontà di affermarsi nel lavoro per formare una famiglia. A me sembra una cosa del tutto normale, che abbiano uno sbocco. Nel mio intervento, quando abbiamo presentato questa ricerca, ho detto: “Beato chi ha un nonno dentro casa, perché è diventato un ammortizzatore sociale per questi giovani, per far sì che continuino a studiare e dare loro una possibilità di mantenimento”. Cioè, i giovani ancora credono a un lavoro stabile mentre oggi noi sappiamo che tutto è più flessibile. Quindi, il dovere del sindacato è anche orientare questi giovani che nella loro vita lavorativa potrebbero cambiare più volte lavoro, cosa che non è successa a noi, ai nostri padri e via dicendo …

D. – E' forse il compito del Sindacato e di tutti è di far capire ai giovani che quei diritti a cui loro sono pronti a rinunciare, sono però frutto di lotte che hanno impegnato milioni di persone, per averli …

R. – Il compito del Sindacato, dell’associazionismo, di tutti quelli che vorrebbero dare un contributo è quello di trasferire il concetto che grazie alle lotte – nostre e di chi ci ha preceduto – oggi in Italia abbiamo un livello di diritti accettabile. Noi dobbiamo trasferire loro questo, ma soprattutto dobbiamo dare loro delle possibilità e degli sbocchi professionali, affinché questo lavoro venga in qualche modo creato da chi ha la responsabilità di farlo. Noi ci stiamo mettendo in gioco per aiutarli e per orientarli.

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Marcia per la pace Assisi-Perugia. Lotti: vincere l'indifferenza

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Contro l’indifferenza di fronte ai numerosi scenari di guerra che affliggono il mondo. È il filo conduttore della marcia Perugia-Assisi di quest’anno in programma il prossimo 9 ottobre. Dalla Siria sino al dramma dei terremoti italiani l’iniziativa riporta l’attenzione sul valore della pace e della fratellanza. “Non tutti sono indifferenti”, lo slogan scelto dagli organizzatori della marcia di quest’anno che si aprirà con uno striscione con la scritta “vinci l’indifferenza”. Un atteggiamento virtuoso che Papa Francesco ha ricordato diverse volte nei suoi messaggi di pace. Alla presentazione dell’iniziativa lanciata questa mattina presso la sede dell’Fnsi, Daniele Gargagliano ha raccolto il commento di uno degli organizzatori della marcia, Flavio Lotti della Tavola della pace. 

R. – Con Papa Francesco che già all’inizio dell’anno, nel messaggio di pace del primo gennaio aveva proposto questo slogan - “Vinci l’indifferenza"... noi abbiamo deciso di riprenderlo e di stamparlo nello striscione che aprirà la marcia per la pace Perugia-Assisi in modo che tutti possano risentire l’eco di quella invocazione. Abbiamo bisogno di fare i conti con le nostre responsabilità, non possiamo continuare a chiudere gli occhi di fronte alle tragedie che stanno accadendo da vicino e da lontano a noi. Abbiamo bisogno di capire che ciascuno di noi ha la possibilità e quindi anche la responsabilità di fare pace: di fare pace tutti i giorni in tutti i campi. E ovviamente abbiamo poi, tutti insieme, la responsabilità di chiedere ai governi di fare quello che non hanno ancora fatto, vale a dire fermare le guerre, sradicare la miseria, gestire il fenomeno delle migrazioni in maniera intelligente, in maniera umanamente sostenibile; alleviare le sofferenze di tutti quelli che non ce la fanno, ricostruire una comunità in cui ci si prenda cura gli uni degli altri e dell’ambiente che ci circonda. Ecco: questo ci chiede Papa Francesco e per questo noi ritorneremo in tantissimi a marciare da Perugia ad Assisi, domenica 9 ottobre.

D. – Dove, tra l’altro, verranno anche gli studenti della scuola di Amatrice: il Papa si è recato nelle zone colpite dal terremoto. Questo dà un valore in più alla vostra iniziativa …

R. – La pace va fatta dappertutto: vicino a noi, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità … e quindi era naturale, per noi, avere tra di noi, invitare la scuola di Amatrice che peraltro era impegnata in percorsi di pace anche prima del terremoto; così come ci saranno le scuole di Norcia e di altre città terremotate. E poi, le grandi tragedie del mondo: vicino e lontano, senza muri, senza divisioni, senza cecità. E per questo noi ritorneremo in tantissimi a marciare da Perugia ad Assisi, domenica 9 ottobre.

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Musei Vaticani: installati 18 defribillatori per il primo soccorso

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I Musei Vaticani saranno tra i primi musei in Europa a dotarsi, nel loro percorso aperto al pubblico, di defribillatori e di personale formato per intervenire in caso di attacco cardiaco. Questo grazie al piano di cardio-protezione “Custodiamo il tuo cuore”, realizzato dai Musei della Santa Sede in collaborazione con l’Ospedale del Bambino Gesù e l’American Heart Association. Il servizio di Michele Raviart

18 defribillatori, collocati in prossimità dei luoghi più importanti dei Musei Vaticani, dalle Sale di Raffaello alla Cappella Sistina, permetteranno ai 22 mila visitatori quotidiani di avere un’assistenza immediata in caso di problemi cardiaci. Un’iniziativa che rende i Musei Vaticani una delle più grandi aree museali al mondo interamente “cardio-protetta”. Il commento del direttore Antonio Paolucci:

“Nessun museo italiano, in questo momento, ha un’attrezzatura di salvaguardia cardiaca come i Musei Vaticani. Non solo sono distribuiti defibrillatori lungo il percorso dei Musei – praticamente dappertutto – ma abbiamo istruito i nostri custodi – circa 300 custodi che lavorano dentro i Musei, che accolgono ogni anno sei milioni di persone, li abbiamo istruiti all’uso di questi strumenti”.

I 300 custodi sono stati formati dall’Ospedale Bambino Gesù e dall’American Heart Association e potranno fornire un primo intervento di rianimazione in attesa dei soccorsi medici. Il professor Antonio Pontecorvi, direttore del dipartimento Sanità e Igiene della Città del Vaticano:

“E’ stato un grosso sforzo, ma è stato recepito molto bene dai lavoratori dei Musei, dai custodi, perché hanno capito l’importanza! Hanno capito che in questo modo i Musei Vaticani guardano il cuore a 360°, il cuore che si entusiasma per le bellezze che ci sono all’interno dei Musei ma un cuore, anche, che è protetto in caso di eventi avversi. In genere abbiamo una media di circa quattro arresti cardiaci documentati nell’arco di un anno, o all’interno dei Musei o durante le manifestazioni in Basilica o in Piazza, in caso di udienze papali. Sono situazioni in cui l’intervento immediato è decisivo, perché salva la vita”.

Le percentuali di sopravvivenza diminuiscono infatti del 6-10 per cento ad ogni minuto che passa dall’attacco cardiaco e sono prossime allo zero dopo dieci minuti. Ecco perché un intervento tempestivo può determinare la differenza tra la vita e la morte. La dottoressa Mariella Enoc, presidente del Bambin Gesù:

 “Questi sono i luoghi classici nei quali è importante che ci sia questo tipo di assistenza. Quando si va a visitare un museo, è chiaro che possa arrivare qualunque malore, soprattutto un arresto cardiaco, in qualunque momento. Ed è lì dove l’intervento di pochi minuti può rendere la vita alla persona, perlomeno una buona vita, perché noi sappiamo che più a lungo il cuore è fermo o meno il cervello è irrorato. Quindi, poter far riprendere subito il cuore in attesa che arrivi poi la rianimazione e gli interventi più idonei, è davvero un fatto di grande importanza”.

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Bollettino del Radiogiornale della Radio Vaticana Anno LX no. 279

E' possibile ricevere gratuitamente, via posta elettronica, l'edizione quotidiana del Bollettino del Radiogiornale. La richiesta può essere effettuata sul sito http://it.radiovaticana.va

Segreteria di redazione: Gloria Fontana, Mara Gentili, Anna Poce e Beatrice Filibeck, con la collaborazione di Barbara Innocenti e Serena Marini.