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Sommario del 13/01/2015

Il Papa e la Santa Sede

Oggi in Primo Piano

Nella Chiesa e nel mondo

Il Papa e la Santa Sede



Papa in Sri Lanka: riconciliazione, superare male con bene

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L’auspicio di superare il male con il bene per una riconciliazione nello Sri Lanka, percorso da tensioni etniche e religiose, è stato al centro del primo discorso di Papa Francesco  all'aeroporto internazionale Bandaranaike di Colombo dove è giunto alle 8.45 locali, le 4:15 in Italia. Dal Pontefice l’esortazione ai membri della società a lavorare insieme come un’unica famiglia: la diversità –  ha spiegato – non è una minaccia, ma una fonte di arricchimento. Ad accogliere il Santo Padre in questa prima tappa del suo settimo viaggio apostolico che dopo lo Sri Lanka lo porterà nelle Filippine, il neo presidente cingalese Sirisena e il cardinale arcivescovo di Colombo Ranjith. Caloroso il saluto di migliaia di fedeli con canti, bandiere e balli tradizionali. Il servizio di Paolo Ondarza: 

Accoglienza festosa

Pace, riconciliazione, risanamento, le parole di auspicio rivolte dal Papa allo Sri Lanka nel suo primo discorso all’aeroporto di Colombo. Salutando la Perla dell’Oceano Indiano Francesco, accolto da danze e cori tradizionali, con al collo una ghirlanda di fiori bianchi e gialli offertagli da due bambini,  rivolge dapprima i suoi auguri al neo-presidente Sirisena, quindi chiarisce la natura del viaggio:

Visita anzitutto pastorale, centrale la canonizzazione di Joseph Vaz
“My visit to Sri Lanka is primarily pastoral… 
“La mia visita è anzitutto pastorale. Quale pastore universale della Chiesa Cattolica, sono giunto per incoraggiare i cattolici di quest’Isola e pregare con loro”. Il Papa vuole inoltre confermare il desiderio della comunità di essere attivamente partecipe della vita della società. Centrale sarà la canonizzazione del beato Joseph Vaz, esempio ancora oggi di carità e rispetto di ogni persona, senza distinzione di etnia o religione. Francesco ricorda la storia dello Sri Lanka: dopo anni di scontro civile oggi impegnato a consolidare la pace e curare le ferite.

Sri Lanka dopo anni di scontro civile, oggi impegnato a consolidare pace e curare ferite
“It is a continuing tragedy in our world that so many communities are at war with themselves..."
"E’ una costante tragedia del nostro mondo che molte comunità siano in guerra tra di loro. L’incapacità di riconciliare le diversità e le discordie ha fatto sorgere tensioni etniche e religiose, accompagnate da esplosioni di violenza".

Promuovere riconciliazione superando male con bene. Vivere come unica famiglia
“It is no easy task to overcome the bitter legacy of injustices, hostility and mistrust left by the conflict...

Non è un compito facile superare l’amara eredità lasciata dal conflitto. “Si può realizzare solo superando il male con il bene, coltivando  le virtù che promuovono riconciliazione, pace e solidarietà e perseguendo la verità. “Fondamentale che tutti i membri della società lavorino assieme, che tutti abbiano voce, accettandosi l’un l’altro e imparando a vivere come un’unica famiglia: la diversità non è una minaccia, ma una fonte di arricchimento:

Ruolo essenziale delle religioni nel processo di riconciliazione
“I am convinced that the followers of the various religious traditions have an essential role to play in the delicate process of reconciliation…
“Sono convinto – spiega il Pontefice  - che i seguaci delle vaie tradizioni religiose hanno un ruolo essenziale da giocare nel delicato processo di riconciliazione e ricostruzione in corso nel Paese. Fondamentale la  promozione della dignità umana, provvedere ai bisogni materiali di ciascuno e quindi ad un miglioramento delle infrastrutture. Francesco augura che questi giorni in Sri Lanka siano nel segno dell’amicizia, del dialogo e della solidarietà. 

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Francesco ai leader religiosi dello Sri Lanka: rispetto delle identità e dialogo

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La firma sul Libro d’Oro, l’esecuzione di musiche tradizionali, le benedizioni intonate dai leader musulmano, indù, buddista e le preghiere del gruppo ecumenico guidato dal vescovo anglicano Kanakasabei, le parole di mons. Perera incaricato dai vescovi locali per il Dialogo interreligioso, hanno preceduto il discorso di Papa Francesco ai convenuti, circa un migliaio di persone, all’incontro che riunisce, tra gli altri, le quattro comunità religiose più grandi, parte integrante della vita dello Sri Lanka. Da sottolineare la condanna degli attacchi e delle uccisioni in Francia e Pakistan dove bambini sono stati massacrati in nome dell’islam, da parte del musulmano Maulavi Ash-Sheikh M.F.M. Fazil: “Come ben sappiamo, ha detto tra l’altro, l’Islam non ha nessun rapporto con queste pratiche e queste condotte diaboliche”. Sulle parole del Papa, il servizio di Adriana Masotti

Fedeltà alla propria identità e, insieme, rispetto per le credenze altrui per una vita sociale armoniosa. E’ a questo concetto che torna più volte Papa Francesco, che parla con sulle spalle una vistosa stola gialla donatagli dal leader indù, rivolgendosi agli esponenti delle diverse religioni al Centro Congressi  di Colombo. Il Papa apre il suo intervento sottolineando che è una grazia per lui visitare la comunità cattolica locale e confermarla nella fede in Cristo, ma che è ugualmente una grazia l’essere con tutti gli uomini e le donne delle altre grandi tradizioni religiose presenti nello Sri LanKa che condividono con i cristiani un desiderio di sapienza, di verità e di santità. Poi ricorda:

"At the Second Vatican Council, the Catholic Church declared….
Nel Concilio Vaticano II la Chiesa Cattolica ha dichiarato il proprio rispetto profondo e duraturo per le altre religioni. Ha dichiarato che «nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto [quei] modi di agire e di vivere, [quei] precetti e [quelle] dottrine» (Nostra aetate, 2). Da parte mia, desidero riaffermare il sincero rispetto della Chiesa per voi, le vostre tradizioni e le vostre credenze". E’ in questo spirito, dunque, che la Chiesa Cattolica desidera collaborare con tutti, afferma il Papa, per la prosperità di tutti gli srilankesi, così come già sta facendo in vari modi, offrendo opportunità di dialogo reciproco. Dialogo che assume una particolare importanza e urgenza nello Sri Lanka per troppi anni teatro di lotta civile e di violenza".

"But, as experience has shown, for such dialogue…
Ma, come insegna l’esperienza, perché tale dialogo ed incontro sia efficace, deve fondarsi su una presentazione piena e schietta delle nostre rispettive convinzioni. Spero che la collaborazione interreligiosa ed ecumenica dimostrerà che, per vivere in armonia con i loro fratelli e sorelle, gli uomini e le donne non devono dimenticare la propria identità, sia essa etnica o religiosa".

C’è bisogno ora di risanamento e di unità, ribadisce Francesco, e quanti modi ci sono per i seguaci delle diverse religioni per realizzare questo servizio! E il suo pensiero va in particolare alle necessità materiali e spirituali dei poveri, degli indigenti, a quanti attendono una parola di speranza e alle molte famiglie che continuano a piangere la perdita dei loro cari. Come alla necessità di ricostruire le fondamenta morali dell’intera società nel segno della riconciliazione. Infine un richiamo ai leader religiosi quanto mai attuale per assicurare alle società la pace:

"For the sake of peace, religious beliefs must never be allowed to be abused….
Per il bene della pace, non si deve permettere che le credenze religiose vengano abusate per la causa della violenza o della guerra. Dobbiamo essere chiari e non equivoci nell’invitare le nostre comunità a vivere pienamente i precetti di pace e convivenza presenti in ciascuna religione e denunciare gli atti di violenza quando vengono commessi".

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Elefanti e danze: lo Sri Lanka in festa accoglie Papa Francesco

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Le prime ore di Papa Francesco nello Sri Lanka stanno offrendo non solo importanti discorsi e incontri significativi, ma anche immagini di un popolo in festa che riceve l'ospite d'eccezione, con la bellezza delle proprie tradizioni. Il nostro inviato al seguito del Papa, Alessandro De Carolis, ci restituisce - nel suo servizio - alcune istantanee di questa accoglienza: 

“Perla dell’Oceano Indiano”. Ma una perla a lungo imbrattata di sangue, che la terra qui dovunque rigogliosa adesso ha assorbito, ma non come la terra di tante coscienze che ancora piangono i lutti della lunga stagione di lotta finita cinque anni fa. Papa Francesco sbarca in Sri Lanka con parole che vogliono essere un balsamo di riconciliazione per cingalesi e tamil, etnie molto più amiche che nemiche, ci spiegano, anche se in Occidente – notano i nostri stessi interlocutori – i 30 anni di conflitto sono stati quasi sempre superficialmente descritti come lo scontro tra due gruppi implacabilmente avversari.

Francesco sa che così non è – qui ragazzi cingalesi sposavano e sposano ragazze tamil – e nel caldissimo catino dell’aeroporto, colorato dai costumi e dalle movenze di danze antiche e canti creati per l’occasione, ricorda a chiunque, ma soprattutto ai capi della cosa pubblica e delle religioni, che “l’amara eredità di ingiustizie, ostilità e diffidenze” lasciata dalla guerra intestina si lenisce nell’unico modo veramente efficace, “superando il male con il bene”, dando spazio alla giustizia e all’unità. Con il Papa si dice d’accordo il neopresidente, Sirisena, in carica da 96 ore, che ha affermato di intendere il suo incarico come un servizio alla “pace” e alla “coesistenza” nel Paese.

Coesistenza ben visibile – almeno a livello di fedi – al momento del trasferimento dallo scalo di Colombo al centro città, una trentina di chilometri affollati nei tratti iniziale e finale da centinaia di srilankesi, molti chiaramente di religione buddista, e pure caratterizzati da una buona dose di folklore locale: a bordo della papamobile Francesco ha sorriso quando l’auto, come tra colonne d’Ercole dei tropici, si è infilata tra due alti elefanti paludati a festa per poi costeggiare un tratto alberato sotto il quale facevano ala un’altra quarantina di elefanti di taglia più piccola e in bardature sgargianti, con la folla stretta tranquillamente ai pachidermi come in Occidente si farebbe con dei cani al guinzaglio.

Proprio il giro all’aeroporto ha fatto slittare i tempi del protocollo di circa un’ora, così Papa Francesco ha preferito riposare e non prendere parte all’incontro con i vescovi locali – peraltro incontrati a maggio 2014 – per recuperare le forze dopo la lunga trasferta aerea notturna e dedicare le energie del cuore al dialogo con i leader religiosi dello Sri Lanka che chiude la prima giornata di impegni. “Tutti – ha già invitato loro stamattina – devono “rispettare le legittime diversità ed imparare a vivere come un’unica famiglia”.

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Il saluto del Papa ai Paesi sorvolati e ai giornalisti

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Durante il volo tra Roma e Colombo il Papa, come è tradizione, ha inviato telegrammi di saluto ai capi di Stato dei Paesi sorvolati. Poi in aereo il saluto ai giornalisti al seguito in un clima di serena attesa per quelli che saranno i momenti salienti di questo viaggio asiatico. Il servizio di Giancarlo La Vella

Sull’aereo l’atmosfera è di viva e familiare cordialità, quella che solo Papa Francesco sa creare, con una novità: non sono stati i giornalisti ad andare a salutare il Pontefice, ma è stato il Santo Padre, accompagnato dal direttore delala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, a recarsi nella zona loro riservata, 76 quelli al seguito, di vari Paesi, ha aggiunto Padre Lombardi. Uniche assenze i due giornalisti francesi di “Le Figaro” e di “Le Monde”, che - ha sottolineato il direttore - la direzione dei loro giornali ha tenuto in servizio in Francia a causa della situazione creatasi dopo i recenti attentati. Con un largo sorriso il Papa ha detto:

“Ringrazio per la vostra compagnia e vi auguro buon viaggio. C’è tanto lavoro! Grazie tante, grazie tante ancora della compagnia.”

Francesco ha poi voluto stringere la mano a ciascun rappresentante dei media, intrattenendosi con alcuni per qualche breve istante di conversazione. Per quanto riguarda il protocollo, durante il volo i telegrammi del Pontefice ai Paesi sorvolati. Particolarmente significative le parole inviate al presidente della Repubblica italiana, Napolitano. Il Papa esprime sinceri auspici di serenità, di unità e di benessere spirituale e sociale del popolo italiano. Il messaggio è accompagnato dalla benedizione apostolica all'Italia, che Papa Francesco ha inviato con affetto. Altrettanto significativa la risposta di Napolitano: questa visita richiama l’attenzione su Sri Lanka, alle prese con una difficile ricostruzione dopo una sanguinosa guerra civile, e Filippine, duramente colpite dalle calamità naturali. Sono certo – conclude Napolitano – che la sua presenza sarà di conforto a entrambe le popolazioni. All’Albania e alla Turchia Papa Francesco rivolge le sue preghiere nel ricordo delle recenti visite apostoliche. Pace e gioia è l’augurio del Pontefice alla Grecia e ai suoi cittadini. Pace e prosperità, infine, anche per l’Iran, gli Emirati Arabi Uniti, Oman e l’India.

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P. Lombardi: il Papa molto contento per accoglienza straordinaria

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Sulla prima giornata di Francesco nello Sri Lanka, il nostro inviato Silvonei Protz ha raccolto il commento del direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi che si sofferma in particolare sulla straordinaria accoglienza ricevuta dal Papa: 

R. – A me è sembrata un’accoglienza straordinaria, molto molto bella e calorosa, che io effettivamente da un Paese in cui i cattolici sono una minoranza, non mi sarei aspettato. Sia la solennità e la bellezza dell’accoglienza all’aeroporto, con le danze, con i canti, con tutta la ricchezza storica e culturale del Paese, sia poi anche l’accoglienza lungo la strada, dall’aeroporto alla città: 28 km di gente dalle due parti, o perlomeno da una parte, ma con molta gente, veramente. Non c’era un buco, non c’era un filo di spazio in questo muro di persone. 28 km … e ho calcolato che forse saranno state 200-300 mila persone – qualcuno dice anche di più – lungo la stradaper una città che non è in maggioranza cattolica! E una cosa che a me sembra molto impressionante e molto bella. E il Papa, naturalmente, stava a suo agio, come fa lui sul papamobile: infatti, poi, ha preso tanto di quel sole … a lui piacciono i papamobile aperti ma poi, dopo, quando c’è il sole tropicale se ne sentono anche le conseguenze … Ma era un incontro con la gente, veramente bello e cordiale. Quindi, io direi che il primo impatto è stato bellissimo. E poi, nel pomeriggio, ci sono stati ancora gli altri due eventi: l’incontro con il presidente e l’incontro interreligioso. L’incontro con il presidente ha un significato particolare perché, come sappiamo, è un presidente eletto in un certo senso a sorpresa da pochi giorni, che rappresenta un grande cambiamento e che rappresenta per molti una speranza, in questo lavoro di riconciliazione fra le diverse componenti della società dello Sri Lanka. Si sa che è stato eletto con il voto massiccio delle minoranze, in particolare, che sono quelle che portano dentro di sé le ferite che vanno un po’ guarite, dopo la guerre civile o il senso di non essere sufficientemente valutati o di avere i diritti rispettati. Quindi, questo presidente rappresenta certamente un momento di grande speranza. E il fatto che il Papa arrivi proprio a inaugurare questa presidenza, dandole un incoraggiamento di carattere morale che si vede che è ben gradito da questo presidente, anche se è buddista, questo a me sembra un momento di grazia di Dio, per questo Paese. Nelle settimane precedenti sentivamo la gente che ci diceva: “Ma, bisogna rimandare questo viaggio perché ci sono le elezioni, il clima sarà teso, ci potranno essere violenze”, oppure “Non è il momento buono”: è capitato, io credo, nel momento migliore che poteva capitare e al di là di ogni previsione. Perché che ci siano state queste elezioni, che si siano svolte pacificamente – perché non c’è nessun segno di violenza, mentre dicono che normalmente dopo le elezioni politiche c’era, la violenza, in questo Paese … Allora, nessun segno di violenza; il Papa che incoraggia un presidente che sembra bene accolto in particolare dai deboli, dalle minoranze, a fare un gran lavoro di riconciliazione, più di questo cosa vogliamo? E quindi, il Papa viene per la sua missione di pastore per la Chiesa dello Sri Lanka, ma la Chiesa dello Sri Lanka è una Chiesa in cui sono presenti sia i cingalesi sia i tamil, quindi è una Chiesa che di natura sua vive il tema della riconciliazione, dell’unione degli animi e può esserne fattore in una società che ha subito tante divisioni. Quindi, veramente, io vivo questi giorni come una grande grazia di Dio al di là di quanto mi aspettassi.

 D. – Una Chiesa come ponte, allora?

R. – Sì, sì … Anche questo incontro interreligioso: mi ricordava uno dei responsabili che durante il viaggio di Giovanni Paolo II l’incontro interreligioso non era riuscito, perché i buddisti non erano venuti, e i buddisti sono il 70 per cento della popolazione. Quindi, senza buddisti non si fa nessun dialogo interreligioso sensato, qui in Sri Lanka. Questa volta ce n’erano 600, di monaci buddisti, nella sala della riunione, con più di mille persone. Quindi, anche questo è stato un segno estremamente positivo: il clima era di grande serenità e grande desiderio di andare avanti in una via di riconciliazione e di armonia.

D. – Parlando con un vescovo del Nord dello Sri Lanka, lui mi diceva che uno dei monaci buddisti è andato da lui a chiedergli l’invito per andare a incontrare il Papa …

R. – Sì, anch’io ho sentito dei casi specifici di monaci buddisti che dicono: “Ma, io amo molto il vostro Papa, voglio veramente venire a incontrarlo”.

D. – La domanda che abbiamo fatto anche ai vescovi: perché i buddisti amano il Papa? Hanno detto: per la sua semplicità …

R. – Io non sono un esperto di buddismo né di Sri Lanka, quindi mi è difficile dare un parere approfondito. Ma è quello che hanno detto un po’ tutti e che io ho sentito dire: quindi, la personalità del Papa, il suo francescanesimo … dimostra uno stile, dei valori, un modo di vivere la testimonianza religiosa che spontaneamente incontra, al di là dei confini tra le diverse confessioni religiose. E’ molto credibile nella sua verità di testimonianza di uomo religioso. E questo attira.

D. – Tornando alla questione politica: qualche giornale ha messo in risalto che cambia l’immagine delle strade: prima c’erano i politici, adesso c’è il Papa. Questo ha aiutato moltissimo anche a mettere pace nel cuore della gente …

R. – Probabilmente, in questo clima pacifico di queste elezioni, il fatto dell’attesa della visita papale e del suo svolgersi può giocare una sua parte: chi lo sa? Prendiamone tutto il suo aspetto positivo e godiamone …

D. – Gli elefanti: tutti i media del mondo parlano degli elefanti che anche loro aspettano il Papa …

R. – Ma, è vero: anch’io, onestamente, sono stato molto colpito dagli elefanti, perché non avevo mai visto un’accoglienza papale con un elefantino, mascotte dell’esercito, tutto ben vestito e bardato in un modo simpaticissimo, e poi 40 grossi elefanti allineati lungo la strada portati dai diversi templi: perché dicono che molti sono allevati o vivono presso i templi buddisti che sono templi piuttosto ricchi e che hanno anche questo aspetto, dell’avere elefanti come animali rispettati nel recinto sacro. E’ stato un aspetto molto bello e diciamo anche – se vogliamo pensare all’Enciclica del Papa sull’ambiente che aspettiamo, che ci fa pensare a tutta la Creazione che collabora nel lodare il Signore e che dev’essere tenuta presente nel costruire un nostro futuro di pace. Ecco: questi elefanti erano molto pacifici, quindi davano un’impressione di buona armonia tra gli uomini e gli animali.

D. – Lei ha avuto modo di parlare con il Papa di questa accoglienza che ha ricevuto?

R. – Certamente so che è stato molto contento. Non è che abbia avuto molti momenti per parlare con il Papa perché corro anch’io, come tutti, dietro al Papa con gli avvenimenti che ci sono. Ma poi parlo continuamente anche con le persone che parlano con lui, quindi so che il suo atteggiamento, la sua sensibilità sono molto positivi. Io ho parlato con lui sull’aereo: era in ottima forma, molto contento, si avvicinava a questo viaggio con grande speranza e con grande serenità. E mi sembra che sia ricompensato.

D. – Questo mercoledì sarà una giornata importante, con la canonizzazione di Giuseppe Vaz

R. – Sono due i momenti molto importanti di questo mercoledì: la canonizzazione che, tutto sommato, è stata anche una delle occasioni di questo viaggio, e Vaz è un evangelizzatore ma è anche un amico dei poveri, è una persona rispettata e amata da tutte le componenti della società dello Sri Lanka. Quindi anche lui una figura che fa unità. E poi, nel pomeriggio, il Santuario di Madhu, Santuario nazionale mariano, nel Nord del Paese, quindi nell’area Tamil... nell’area che è stata tragicamente toccata dalla guerra civile per tantissimi anni; anch’esso è un luogo e un segno di unità. E Papa Francesco è il primo Papa che esce da Colombo: i due Papi precedenti erano venuti ma erano rimasti in città, a Colombo. E Papa Francesco va anche nel Nord dell’area Tamil, ma per fare un segno di preghiera a Maria che sarà un momento altissimo di spiritualità e di riconciliazione.

D. – Un’ultima domanda: che cosa si aspetta da questo viaggio per la Chiesa dello Sri Lanka?

R. – Io aspetto che questa grazia di Dio straordinaria possa dare i suoi frutti. Non solo in questi giorni ma negli anni, e non solo per la Chiesa ma per la società, perché la Chiesa non vive fuori dalla società, fuori dal mondo. Quindi, quello che noi desideriamo lo desideriamo per lo Sri Lanka in cui c’è la Chiesa che svolge la sua missione attiva di evangelizzazione, di riconciliazione, di amore, di servizio per tutti. E questo noi crediamo che verrà molto incoraggiato dalla visita di Papa Francesco.

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Nunzio in Sri Lanka: presenza del Papa aiuterà a guarire ferite del Paese

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I primi eventi della visita di Papa Francesco nello Sri Lanka sono stati accolti con grande gioia e entusiasmo dalla popolazione e non solo dai cattolici del Paese. Al microfono del nostro inviato Silvonei Protz, il nunzio mons. Pierre Nguyên Van Tot parla del clima e delle speranze legate al viaggio apostolico: 

D.  – Quali saranno i frutti di questa visita, che cosa si aspetta per questo Paese?

R. – La gente ama molto il Santo Padre e aspetta una parola di conforto, anche per spingere alla riconciliazione, perché ha sofferto molto per quasi 30 anni di guerre e le ferite sono ancora lì. Credo che la presenza del Santo Padre potrebbe calmare e guarire molte ferite.

D. – Particolarmente importante l’incontro interreligioso?

R.  – Sì, con buddisti, induisti, musulmani e anche altre confessioni cristiane. C’è molto entusiasmo. C’è un capo buddista che ha invitato il Santo Padre a recarsi da lui nel suo monastero.

D. – Il Papa andrà?

R. – E’ difficile. Anche qui, dove c’è la nunziatura c’è una moschea vicina. Ogni giorno invitano alla preghiera, al microfono, cinque volte. Allora, sono andato a salutare e hanno detto: “Invitiamo il Santo Padre a pranzo!”

D. – Questo è un buon segno…

R.  –Sì, sono molto aperti e molto accoglienti.

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Missionario in Sri Lanka: visita del Papa segno di speranza

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Sull’importanza del messaggio di riconciliazione che Papa Francesco è venuto a portare in Sri Lanka, Alessandro De Carolis ha sentito il missionario oblato di Maria Immacolata originario dell’Isola asiatica, padre Shanil

R. - Lo Sri Lanka è un Paese a maggioranza buddista, ma ci sono anche induisti, musulmani e poi ci siamo noi cristiani. Però noi viviamo molto in pace, non abbiamo avuto neanche una guerra di religione. I cattolici nel Paese vivono sempre insieme con i buddisti, gli induisti…

D. - Forse, il problema più che a livello religioso che, come dice lei, non c’è, non esiste, c’è invece a livello etnico tra i tamil e i cingalesi…

R. - Il problema che noi abbiamo avuto, il problema nazionale che ancora c’è non è un problema di razze, non è tra i popoli: questo era un problema tra il governo e un gruppo ribelle, che si chiama l’LTTE, le “Tigri”. Io sono d’accordo che la causa del problema era l’ingiustizia contro i Tamil che poi è diventata una guerra ma non è una guerra tra i tamil e i cingalesi, non è una inimicizia tra loro due. Questo per la comunità internazionale non è molto chiaro: cioè, i tamil vivono anche al Sud e i cingalesi sono molto accolti e anche durante la guerra potevano andare a Jaffna, se volevano. Il problema nazionale tra cingalesi e tamil ha creato questa inimicizia durante la guerra, però, adesso, dopo cinque anni di guerra, possiamo dire che abbiamo ricominciato a rivedere le nostre relazioni in modo molto positivo.

D. - Su questa novità di rapporti arriva Papa Francesco a benedire una ritrovata riconciliazione…

R. - Sì, veramente. Una cosa che a me personalmente piace molto è che lui andrà anche al Nord, a Madhu che è un santuario dedicato a Maria. Questo è un posto che anche durante la guerra è stato intriso di sofferenza. Francesco ha deciso di andare lì perché Madhu è un santuario dove sia i tamil che i cingalesi vanno insieme per pregare. Quindi, anche questa volta, quando il Papa andrà a Madhu, sono sicuro che non soltanto i tamil al Nord Est ma anche i cingalesi del Sud del Paese verranno a Madhu a pregare insieme con il Papa. Veramente, come lei ha detto, questa visita del Papa sarà un momento di riconciliazione tra la nostra gente.

D. – Papa Francesco, domani canonizzerà padre Giuseppe Vaz. Che cosa ha rappresentato per la Chiesa ma anche per il vostro Paese questa figura, questo Santo?

R.  – Per la riconciliazione dei cattolici tamil e i cattolici cingalesi, la figura di padre Giuseppe Vaz è molto importante perché lui è molto venerato, molto rispettato in Sri Lanka, è considerato l’“apostolo” dello Sri Lanka. Sia i tamil che i cingalesi aspettavano questa occasione da 300 anni e adesso è arrivato il momento della canonizzazione, quindi sarà un giorno molto felice in Sri Lanka.

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Nasce il Catechismo in lingua farsi. Card. Tauran: "Potente strumento di dialogo"

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Conoscere l’altro per superare le differenze e rafforzare il dialogo interreligioso. E’ quanto si propone la prima traduzione del catechismo della Chiesa cattolica in lingua farsi, a cura dell’Università delle Religioni e delle Confessioni della città iraniana di Qom. La presentazione del volume, ieri a Roma, è stata l’occasione per ribadire l’importanza del confronto tra cristianesimo ed islam. Il servizio di Michele Raviart

“Dopo gli attentati di Parigi il dialogo interreligioso può perdere credibilità, perché si rischia di confondere i veri credenti islamici con dei criminali. Ecco perché iniziative come questa permettono di far conoscere veramente l’altro e superare pregiudizi, considerazioni errate e superficiali. Così il card. Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, introduce la presentazione della traduzione del catechismo in lingua farsi.

“La gente non cristiana può aprire il libro e vedere in cosa consiste la fede cristiana. Direi quindi che questo è uno strumento molto potente! Non si può capire il mondo di oggi senza le religioni: non è la causa dei problemi, ma certo fa parte della soluzione. L’educazione – la scuola e l’università. Questo è il modo per far cambiare la situazione”.

La traduzione in farsi del catechismo è durata 12 anni. Il testo dal quale si è partiti è quello in inglese, che è stato confrontato con la versione araba per i termini teologici e poi rivisto da due studiosi italiani. L’opera è stata realizzata dall’Università delle religioni e delle confessioni di Qom, nell’Iran centrale. Circa un migliaio gli studenti. Oltre 50 le pubblicazioni sul cristianesimo. Professor Ahmed Meftah, curatore del volume

“This book published in Iran…
Questo libro pubblicato in Iran sarà molto presto disponibile nelle librerie e in alcune biblioteche. Crediamo che questo tipo di attività rappresenti un passo importante per il dialogo. Il dialogo reale!”.

Le persone che parlano farsi e le sue varianti nel mondo sono oltre 100 milioni, la maggior parte in Iran, ma anche in Afghanistan, Tagikistan e Uzbekistan. Un pubblico potenzialmente molto grande per il Catechismo, “biglietto da visita” del cattolicesimo, come spiega padre Dariusz Kowalczyk, decano di teologia alla Pontificia università Gregoriana.

“Servirà ai pochi cristiani che parlano in questa lingua – perché ce ne sono alcuni  - ma soprattutto servirà ai musulmani per conoscere meglio la fede della Chiesa cattolica. Tutti noi sappiamo che questi rapporti non sono sempre tranquilli e penso che tante tensioni e tante cose brutte, compresa anche la violenza, a volte scaturiscano proprio dalla non conoscenza l’uno dell’altro”.

Il dialogo non è tra le religioni, ma tra i seguaci delle religioni, ha detto Jean-Louis Tauran e per questo, “come in un matrimonio, ci vuole docilità e disponibilità a mettersi al servizio degli altri”, senza rinunciare alle differenze, ma rafforzando così la propria identità.

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Oggi su "L'Osservatore Romano"

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In prima pagina, un editoriale del direttore sulla visita del Papa in Sri Lanka.

Un’affare di famiglia: Cristiana Dobner su Giovanni XXIII e gli ebrei.

Invecchio, dunque vivo: Ugo Sartorio sulla terza e quarta età secondo lo scrittore francese Marc Augé.

Un articolo di Gabriele Nicolò dal titolo “Sullo sgabello non è la stessa cosa”: in Gran Bretagna si prospetta il ritorno dei vagoni ristoranti.

Il teologo originale: Maurizio Gronchi a cent’anni dalla nascita del gesuita Zoltan Alszeghy.

Neorealismo critico: Emilio Ranzato ricorda Francesco Rosi.

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Oggi in Primo Piano



In Francia e Israele, omaggio alle vittime degli attentati

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La Francia ha reso omaggio ai tre agenti uccisi con una cerimonia ufficiale in cui il presidente Hollande ha conferito loro la "Legione d’onore". A Gerusalemme celebrate le esequie dei quattro ebrei francesi uccisi a Parigi. Intanto è caccia ai sei complici degli attacchi terroristici mentre domani "Charlie Hebdo" sarà di nuovo nelle edicole con una vignetta su Maometto. Il servizio di Marco Guerra: 

“La nostra bella Francia non si piegherà mai, resta in piedi, ed è  pronta a far fronte alla minaccia del terrorismo”. È quanto affermato dal presidente Francois Hollande, intervenuto stamane alla cerimonia in onore dei tre poliziotti uccisi dai jihadisti, tenutasi nel cortile della prefettura a Parigi. Lo stesso Hollande ha conferito la "Legione d’onore" ai tre agenti, apponendo le medaglie su cuscini posati sopra le loro bare avvolte nella bandiera francese. Nel primo pomeriggio, seduta speciale all'Assemblea Nazionale che prevede degli interventi dei vari gruppi politici. Intanto anche a Gerusalemme, in Israele, è stato il giorno del rito funebre dei quattro ebrei francesi uccisi nel supermercato kosher, presente anche il premier Netanyahu. Sul fronte delle indagini è caccia a sei presunti complici degli attacchi in Francia. Un sospettato è stato fermato in Bulgaria, si tratta di un uomo di origini haitiane che ha tenuto contatti con uno dei fratelli Kouachi e colpito da un mandato di arresto europeo. Mentre la moglie di Coulibaly, l’uomo che ha ucciso nel supermercato, è arrivata il 2 gennaio in Turchia prima di ripartire per la Siria giovedì 8 gennaio. E domani uscirà il primo numero di "Charlie Hebdo", dopo strage nella redazione, con una nuova vignetta in cui è ritratto Maometto. Intanto le varie comunità islamiche europee continuano a prendere le istanze dal terrorismo, su questo punto Fabio Colagrande ha sentito il teologo musulmano all’Università Gregoriana, Adnane Mokrani:

R. – Condannare la violenza è un dovere morale; tanto più condannare la violenza che si compie in nome dell’islam e dunque da persone che pretendono di essere più musulmane delle altre. E, dunque, per difendere i principi islamici, per non creare confusione tra terrorismo e islam, il dovere della leadership religiosa, dei saggi musulmani, è quello di denunciare e spiegare il vero messaggio dell’islam. E direi che non basta neanche questo, perché la denuncia può essere occasionale: abbiamo bisogno di un programma di educazione, un lavoro continuo per raggiungere i giovani, le fasce sociali più lontane maggiormente a rischio di essere contaminate da questo virus del fondamentalismo. Così possiamo prevenire e intervenire presto, prima che si cada nel peggio.

D.  – Come commenta l’affermazione del Papa che “il fondamentalismo religioso rifiuta Dio stesso, lo relega a un mero pretesto ideologico”?

R. – Sicuramente perché l’esclusivismo radicale dell’estremismo religioso non solo rifiuta l’altro umano, l’altro religioso, ma si presenta come un giudice che giudica al posto di Dio e solo Dio sa cosa c’è nei cuori degli uomini e solo Dio può giudicare la nostra fede e le nostre intenzioni. Dichiararsi giudice delle anime è una blasfemia, è un atto antireligioso e antislamico.

D.  – Lei, come presidente del Cipax, Centro interconfessionale per la pace, ha pubblicato una dichiarazione in cui afferma: “Demonizzare i musulmani e la loro religione aiuta i terroristi”. Cosa significa?

R.  – Secondo me, l’obiettivo dei terroristi è di creare una spaccatura, una polarizzazione tra i due campi opposti. Noi non dobbiamo cadere in questa trappola perché i  musulmani in Europa sono cittadini, fanno parte di questa società come immigrati e anche come cittadini. Sono esseri umani, hanno i loro diritti e dunque dobbiamo uscire dall’emozione, dalla reazione emozionale e ragionare per non fare quello che i terroristi vogliono: dividere e seminare odio. Questo rischia di farci perdere l’anima e se perdiamo i nostri valori universali, basati sull’uguaglianza, sulla dignità umana, sulla libertà, reagendo male alla provocazione terroristica, significa che rischiamo di perdere la guerra.

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I miliziani nigeriani Boko Haram sconfinano in Camerun

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In Nigeria non si arresta la furia degli estremisti islamici di Boko Haram. Dopo i sanguinosi attentati nel nord- est del Paese, il gruppo fondamentalista ieri ha tentato un raid contro una caserma militare in Camerun. I jihadisti sono stati respinti dopo ore di conflitto a fuoco. Quasi 150 i miliziani che hanno perso la vita. Il servizio di Giulio Albanese

Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, si è detto scioccato per le notizie sulle centinaia di civili uccisi la scorsa settimana in Nigeria, vicino al confine con il Ciad. Intanto l’offensiva di Boko Haram prosegue: l’esercito del Camerun ha respinto un attacco scagliato dai miliziani jihadisti ad una caserma a Kolofata. Nel presidio militare – obiettivo dell’assalto – sono attualmente presenti i militari del Bir, il Battaglione di intervento rapido, che è stato dispiegato per controllare la frontiera tra Nigeria e Camerun. Al momento non è chiaro quale sia stato il reale bilancio delle vittime. 

Sulla nuova strategia di Boko Haram, Giancarlo La Vella ha intervistato Enrico Casale, africanista: 

R. – L’obiettivo di Boko Haram ormai è quello di realizzare una sorta di Stato simile al Califfato che è presente tra Iraq e Siria, creandolo nell’Africa Centrale e occupando zone della Nigeria orientale, del Camerun e del Niger.

D. – Abbracciare, oltre alla guerriglia, forme di azione militare simili alla scontro aperto vuol dire che il gruppo si sta organizzando in maniera militarmente più efficace? Ma per fare questo, forse, c’è l’aiuto di qualcuno?

R. – Certamente Boko Haram non trova le risorse solamente in Nigeria: gode di finanziamenti da parte dei movimenti salafiti, quindi i più estremisti della Penisola Arabica, ma certamente ha anche delle complicità interne.

D. – C’è il rischio che si creino dei contatti con gruppi come lo Stato Islamico o altri movimenti che operano in altre zone sia dell’Africa che del Medio Oriente?

R. – Ci sono già contatti con altri gruppi jihadisti africani: penso alle relazioni che Boko Haram intesse con gli al-Shabaab somali, ma anche con i miliziani jihadisti che operano nel nord del Mali. Non si sa ancora se ci sono relazioni dirette con lo Stato Islamico. La questione è che certamente c’è un effetto emulazione: Boko Haram, guardando ai successi militari dello Stato Islamico, sta cercando di emulare questi successi nell’Africa Centrale.

D. – In tutta questa situazione rimane in piedi, drammaticamente irrisolta, la questione umanitaria: si parla di centinaia di migliaia di persone in fuga… C’è un qualche modo per intervenire a favore di questi profughi?

R. – Va sottolineato che le vittime non sono solamente i cristiani, che inizialmente erano l’obiettivo principale di Boko Haram, ma anche gran parte della popolazione musulmana. Certamente c’è la possibilità di intervenire, ma le organizzazioni umanitarie da sole non possono probabilmente reggere l’impatto e la violenza di Boko Haram. Se ci fosse un'organizzazione – penso, per esempio, all’Onu – che riuscisse, attraverso una forza militare, a contenere l’avanzata di Boko Haram e quindi creare sicurezza, certamente le organizzazioni umanitarie potrebbero intervenire meglio; anche il sostegno della Comunità internazionale alle forze armate nigeriane potrebbe essere utile. Il problema è se c’è veramente la volontà da parte del governo nigeriano di contenere questo fenomeno. Ma questo lo vedremo solamente nei prossimi mesi…

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Mons. Fontana: in Terra Santa la pace non può più aspettare

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Prosegue la visita in Palestina ed Israele dei 16 vescovi europei e nordamericani, organizzata dall’Holy Land Cooperation (Hlc). Dopo essere entrati, domenica scorsa, con molte difficoltà nella Striscia di Gaza, dove hanno celebrato Messa ed incontrato alcune famiglie, i presuli si sono recati anche a Sderot, nell’insediamento ebraico raggiunto dai missili lanciati da Hamas, a contatto con le sofferenze delle popolazioni contrapposte in un conflitto che da oltre 60 anni non trova soluzione. Ascoltiamo la testimonianza di mons. Riccardo Fontana, arcivescovo di Arezzo-Cortona-S. Sepolcro, al microfono della nostra inviata in Terra Santa Lydia O'Kane: 

R. – Io ho visto in Gaza un grande terremoto non provocato dalle forze della natura ma provocato dalla politica. I poveri hanno perso la loro casa, le persone non hanno niente… Siamo stati a visitare famiglie cristiane; mi hanno fatto molto riflettere due anziani costretti dal cancro ad avere problemi di strutture mediche e sono senza luce elettrica durante la notte; non possono raggiungere neanche le comodità normali di una casa. Il patriarca latino Fouad, con molta concretezza, ha distribuito un numero notevole di batterie delle macchine per poter caricare di giorno un po’ di luce per le emergenze notturne. La piccola comunità cattolica è retta da una famiglia religiosa nuova che ha difficoltà ma a Gaza sono gli unici che ci abitano; stanno accanto alla gente, proprio come dice Papa Francesco.

D. – Qual è il messaggio che lei vuole portare agli italiani?

R. – Un impegno per la pace. Mi sono venuti in mente i santi martiri di Otranto, i martiri idruntini. All’inizio del ’500 c’era una grande discussione tra i potenti di allora: la Spagna, la Francia, il Papato discutevano come poter risolvere il problema dei turchi che infestavano le nostre coste. E mentre questa discussione andava avanti all’infinito una flotta turca arrivò in terra di Otranto e uccise tutta la popolazione perché questa rifiutò di aderire all’islam. Credo che dobbiamo discutere di meno, agire di più, perché è proprio vero quello che si dice in terra musulmana: Gerusalemme è la madre di tutte le guerre. Se noi aiutiamo Israele ad avere sicurezza, i palestinesi a vivere da uomini liberi nella loro terra e a porre fine a questo terribile conflitto che crea difficoltà, saremo benedetti da Dio!

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Renzi chiude a Strasburgo il semestre di presidenza italiana dell'Ue

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In 6 mesi in Europa c’è stato un cambiamento profondo nella direzione, ancora non nei fatti. Ma o l’Europa cambia o diventerà il fanalino di coda del mondo. Così questa mattina il premier italiano Matteo Renzi al Parlamento di Strasburgo nel discorso di chiusura del semestre di presidenza italiana dell’Unione europea. Il servizio di Giampiero Guadagni: 

L’Europa deve essere compatta contro paura e demagogia. E’ il messaggio che arriva dal Parlamento di Strasburgo nel giorno della chiusura del semestre di presidenza italiana dell’Unione, 48 ore dopo la grande manifestazione di Parigi. Un appello in questo senso è arrivato dal presidente dell’Europarlamento, Schultz, e dal presidente della Commissione europea, Juncker, che ha elogiato il lavoro dell’Italia in questi sei mesi. E nel suo intervento, il premier italiano Renzi ha sottolineato: l'Europa ha valori più forti di minacce e attacchi, i nemici non cambieranno il nostro modo di vivere. In piazza a Parigi c'era chi difende insieme identità e integrazione. Una risposta quella di Renzi agli euroscettici, in prima fila a Strasburgo a chiedere la chiusura delle frontiere e misure più dure per contrastare l'immigrazione. Ma l'identità, aggiunge il premier italiano, è da raggiungere anche attraverso interventi concreti contro la disoccupazione.

Questo tipo di Unione, osserva il premier italiano, ha dato l’impressione di essere troppo vincolata ai parametri economici. Ora invece deve guardare a crescita e innovazione. Renzi sottolinea poi con orgoglio: l’Italia ha dato più risorse di quante ne abbia prese. Ma sa anche che i suoi problemi deve affrontarli a casa sua. Abbiamo fatto le nostre riforme avendo esempi nella nostra storia di grandi europeisti. Primo tra tutti Giorgio Napolitano, che proprio nelle prossime ore lascerà il Quirinale. E nel momento in cui il premier ha pronunciato il nome del capo dello Stato dai parlamentari di Stasburgo è partito un lungo applauso.

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Mons. Montenegro su Schengen: non si può chiudere un continente

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“La storia ci insegna che il vento non lo può fermare nessuno”. Così risponde l’arcivescovo di Agrigento Francesco Montenegro, che sarà creato cardinale nel prossimo Concistoro di febbraio, sull’ipotesi di rivedere gli accordi di Schengen. Mons. Montenegro è intervenuto a Roma alla presentazione della prossima Giornata mondiale del Migrante e del rifugiato che si celebrerà domenica. Il servizio di Alessandro Guarasci

Nel 2014 sulle coste e nei porti del Sud Italia sono arrivate 170 mila persone, il triplo rispetto al 2012-2013. Ad oggi, nelle strutture di prima e seconda accoglienza ne rimane solo un terzo. Ecco perché non si può parlare di invasione come invece paventano alcuni partiti, dice mons. Giancarlo Perego, segretario della Fondazione Migrantes della Cei che in Italia organizza la Giornata. La regione che accoglie di più è la Sicilia; ma se guardiamo il rapporto immigrati-popolazione la prima è il Molise, in coda il Veneto.

Nel suo messaggio, il presidente della Repubblica Napolitano si dice sicuro che gli italiani “continueranno a esprimere vicinanza al dramma di quanti fuggono da condizioni di grave pericolo e di estrema indigenza”. Per Migrantes è rischioso archiviare "Mare Nostrum" e sarebbe una follia politica e sociale l’abolizione di Schengen. Il presidente della Fondazione l’arcivescovo Francesco Montenegro:

“Ci sono 230 milioni di persone che nel mondo vanno di qua e di là: lo chiamano il ‘sesto continente’. Come posso chiudere un continente completamente e dire da adesso in poi non si entra e non si esce? E perché gli altri non possono entrare e noi dobbiamo uscire? Quindi i "cattivi" sono gli altri e noi siamo sempre i "buoni"… Non giochiamo al far west, dove c’era lo sceriffo che decideva chi era buono o chi era cattivo”.

E in merito allo scandalo di "Mafia Capitale", per Montenegro si è giocato sporco sulla pelle degli immigrati. Il futuro cardinale poi ricorda le parole del Papa: “alla globalizzazione del fenomeno migratorio occorre rispondere con la globalizzazione della carità e della cooperazione”.

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L'Ordine di Malta condanna ogni violenza in nome della religione

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Una ferma condanna di tutte le forme di violenza, fisica, psicologica e morale è stata espressa oggi dal Gran Maestro del Sovrano Ordine di Malta (Smom) nel ricevere gli ambasciatori dei 105 Paesi con cui l’Ordine intrattiene relazioni diplomatiche bilaterali. Fra’ Matthew Festing si è, in particolare, soffermato sugli attentati di Parigi e sulle drammatiche notizie dell’uccisione di centinaia di persone in Nigeria. Servizio di Francesca Sabatinelli

“Il XXI secolo si è avviato lungo una china pericolosa”: è l’allarme che lancia il Gran Maestro Matthew Festing quando parla delle “nuove forme indiscriminate di atti barbarici”, quando cita la persecuzione delle minoranze etniche e religiose nei Paesi del Medio Oriente dilaniati dalla violenza del sedicente Stato islamico, ma quando soprattutto fa riferimento al tragico attentato di Parigi e alla violenza in Nigeria. Lo Smom, sottolinea, "ribadisce con forza il suo impegno contro ogni forma di intolleranza e di brutalità perpetrati in nome della religione". Fra’ Festing fa quindi il punto sull’azione dell’Ordine in Iraq e in Siria, e sui suoi numerosi progetti sia per prestare soccorso e assistenza medica alle popolazioni, sia alle persone che fuggono nei paesi limitrofi, sia a chi decide di attraversare il Mediterraneo, di qui l’importante presenza dell’Ordine sull’isola di Lampedusa. In questo momento nel mondo, spiega il Gran Maestro, “vi sono 50 milioni di persone in fuga da guerre, persecuzioni, povertà e carestie: l’esodo di una nazione intera”. Quali sono quindi le principali sfide per l’Ordine di Malta? Risponde il Gran Cancelliere dell’Ordine di Malta, Albrecht Freiherr von Boeselager:

R. - There are many new challenges…
Per quanto riguarda le sfide che oggi ci troviamo ad affrontare all’interno dei Paesi occidentali ci sono sicuramente quelle della ricezione dei migranti e dei rifugiati, che sono figli di Dio e che devono quindi essere trattati con tutto il rispetto dovuto. Questa è sicuramente una delle nostre grandi sfide di questi tempi. Inoltre, anche in conseguenza della crisi economica, sono ovviamente aumentate anche le nostre azioni nei confronti dei senzatetto e quindi tutti quei servizi che possiamo erogare per chi ha bisogno, come per esempio le mense sociali. Per quanto riguarda, invece, i conflitti armati nel mondo, devo dire che ci preoccupata molto questo progressivo deterioramento nell’applicazione delle leggi umanitarie. Ci sono state le Convenzioni della Croce Rossa, le dichiarazioni delle Nazioni Unite, ma tutto questo spesso rimane solamente scritto sulla carta e non viene poi messo in pratica.

D. – Ciò che è accaduto a Parigi così come anche la tragedia nigeriana sono un segnale della sconfitta del dialogo, secondo lei?

R. – I think we should not consider it as a defeat …
Io credo che non bisogna considerarla una sconfitta, anzi bisogna considerarli come dei segnali che dovrebbero incoraggiarci a continuare nella ricerca del dialogo e della cooperazione. Noi, come Ordine di Malta, abbiamo in particolar modo in Libano delle collaborazioni molto strette con le varie comunità religiose: sciiti, sunniti, drusi. Quindi questa è una conferma che si può lavorare insieme. Penso che questi attentati a Parigi siano assolutamente terribili e da condannare, non hanno alcuna giustificazione, ma non devono bloccarci, non devono fermarci nella ricerca del dialogo, della pace, che ovviamente si potrà raggiungere solamente attraverso tanti, tanti, piccoli passi.

D. – Lei ritiene che la risposta che è stata data nelle ore successive dall’Europa, le grandi manifestazioni, tutti i capi di Stato e di governo che si sono ritrovati a Parigi, sia stata una risposta rassicurante o efficace?

R. – No, I think that it was what had to be done …
Era assolutamente un atto dovuto! Tutti i politici si sono riuniti in un grande gesto di solidarietà. Sono dei gesti che hanno ovviamente la loro importanza, anche simbolica. Ma al di là di questo evento, che è stato un evento e che speriamo non ce ne siano altri analoghi, bisogna continuare, appunto, in questa strada della costruzione, del dialogo e della pace.

D. – Papa Francesco parla molto spesso della “globalizzazione dell’indifferenza”: il cosiddetto “primo mondo” di quale indifferenza è colpevole in questo momento? Qual è la principale e la più grave?

R. – I think to ..
Uno degli obiettivi che penso sia e dovrebbe essere prioritario è la creazione di una rete globale di solidarietà, che deve accogliere tutti i protagonisti. Credo che questo sia stato uno dei messaggi-chiave del discorso del Gran Maestro, oggi, nel corso dell’udienza al Corpo Diplomatico: bisogna creare una rete di solidarietà, di cooperazione per affrontare quelle che sono le sfide principali, quindi anche quella dei rifugiati, ma anche per implementare queste leggi umanitarie che sono state scritte al termine delle due grandi guerre. Io non credo sia solo una questione di indifferenza, è anche una questione di stanchezza rispetto al costante arrivo di notizie tristi e drammatiche. Bisogna dare degli esempi concreti alle persone, per cercare di coinvolgerle di più.

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La Marsica ricorda le 30 mila vittime del terremoto di 100 anni fa

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Il 13 gennaio del 1915 un devastante terremoto nella Marsica uccideva 30 mila persone. Oggi, a distanza di 100 anni, quel territorio è risorto, ma le vittime non si dimenticano. Il vescovo di Avezzano, mons. Santoro, ha celebrato una Messa per commemorarle. Forte però è anche il ricordo della solidarietà con cui si rispose alla devastazione e di cui ancora oggi si raccolgono i frutti. Il servizio di Corinna Spirito

Questa mattina, nella Marsica, tutte le campane suonavano, alle 7.55, per ricordare il terribile terremoto che 100 anni fa distrusse l’area. Il 13 gennaio 1915, 30 mila persone morirono sotto le macerie di città e paesi completamente distrutti. Soltanto ad Avezzano, le scosse di magnitudo 7 della scala Richter fecero quasi 11 mila morti su 13 mila abitanti: una tragedia che cambiò per sempre la Marsica, ma che oggi viene ricordata anche per l’ondata di solidarietà che investì la regione. Uno dei protagonisti del primo soccorso fu don Orione, che mise in salvo e diede futuro a molti orfani. A distanza di 100 anni, il suo nome è ancora ben fissato nella memoria della Marsica, come ricorda don Flavio Peloso, superiore generale della Congregazione di don Orione:

"Una trentina di anni fa, tutti i sindaci – con delibera comunale – lo hanno proclamato cittadino onorario e benefattore insigne della Marsica. Non è solo un ricordo lontano, ma è una storia che continua, anche perché la stessa Congregazione – al di là dell’emergenza – rimase presente nel tessuto della Marsica, ed è presente tutt’oggi, con un’istituzione per aiutare soprattutto i poveri, la gioventù … Quindi è un legame di devozione innanzitutto legato a questa solidarietà che ha reso don Orione familiare nella Marsica. Ma al di là del fatto di cronaca, al di là anche degli eroismi privati e personali, è un fatto che ha costituito un evento civile di solidarietà non solo per la gente della Marsica, ma di solidarietà dell’Italia da poco unita. E’ un evento, forse uno dei primi, seguiti, sofferti anche a livello nazionale. E’ un atto di rinascita e quindi oggi viene ricordato come fatto luttuoso ma anche come un fatto civile ed ecclesiale. Di questa solidarietà civile ed ecclesiale si è trovato al centro San Luigi Orione, che già aveva portato soccorsi nel precedente terremoto di Reggio Calabria e Messina del 1908. E quindi, lì giunse già con una fama non solo di santità ma anche di intraprendenza, per cui si trovò al centro degli aiuti che pervenivano dal mondo ecclesiale – soprattutto dalla Santa Sede – e si trovò anche ad essere il vicepresidente del Patronato “Regina Elena” che era un’istituzione benefica della Casa Reale. Per questo credo che oggi faccia bene ricordare questo evento anche per uno stile, per un tessuto di solidarietà che in quell’occasione fu sperimentato e che diede felice esito".

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Oggi in edicola La Croce, primo quotidiano italiano pro-life

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E’ da oggi  in tutte le edicole il primo quotidiano pro-life italiano, "La Croce", diretto da Mario Adinolfi. Otto pagine che raccontano e analizzano, attraverso un linguaggio semplice, l’attualità nazionale ed internazionale. In prima pagina oggi il titolo: “Serve un presidente #cristiano”. Il giornale, che punta ad essere un riferimento nel mondo del cartaceo, è il primo al mondo ad utilizzare anche simboli dei social media. Massimiliano Menichetti ha intervistato lo stesso Mario Adinolfi: 

R. - È un giorno di grande emozione per un lavoro di squadra fatto da 100 persone che collaborano a vario titolo. La sfida è essere popolari, non di nicchia. Credo che La Croce sarà un giornale popolare; non ha toni professorali, non ha toni saccenti. Prova a parlare un linguaggio semplice, un giornale laicissimo aperto a tutti che racconta tante storie. Credo che sia il primo giornale di questo tipo: che mette la penna in mano anche ai lettori. Da Gesù Cristo abbiamo tratto la forza. Da soli non l’avevamo. Individualmente eravamo nulla; insieme ci siamo ritrovati e l’ispirazione di Gesù ci ha condotto fino a questo punto.

D. – Nel suo editoriale è subito molto chiaro e sottolinea: “Sarà una testata in difesa della cultura della vita”. La Croce dunque è un giornale a tutto tondo che guarda la realtà con una lente particolare?

R. – Noi leggiamo la realtà tutta, i fatti della quotidianità con una lezione di accoglienza dell’altro che ci arriva direttamente dal magistero di Papa Francesco e anche con una riflessione, spero arguta dal punto di vista culturale. Oggi in prima pagina abbiamo ricordato il discorso di Ratisbona di Benedetto XVI. Dobbiamo riuscire a trovare le radici di una razionalità comune.

D. – Qual è la vostra analisi dei fatti per quanto riguarda il terrorismo internazionale?

R. – Sul terrorismo internazionale oggi diciamo parole chiare: dobbiamo riprendere un confronto razionale e intellettuale in particolare tra cristiani e islam, seguendo la parola di Papa Francesco di ieri ai diplomatici: “capi religiosi dell’islam condannate nettamente la violenze”. È il primo passaggio. Se non riprendiamo questo tipo di relazione, che chiede capacità di discernere e di condanna assoluta della violenza, noi non andiamo lontano. La nostra lettura dei fatti è questa: abbiamo alle spalle degli eventi luttuosi enormi, ma non pensiamo solo a Parigi e alla Francia, pensiamo a tutto a ciò che avviene in Pakistan dove è incarcerata Asia Bibi, pensiamo alla Nigeria dove vengono fatte esplodere bambine caricate di esplosivo per causare decine, centinaia, qualche volta migliaia di morti con gli attacchi kamikaze. Dobbiamo, da questo punto di vista, avere chiaro che c’è un mondo composto anche da combattenti che si rifanno all’islam che vanno semplicemente ricondotti a ragione. Sapendo bene chi siamo, incontriamo bene e in maniera feconda l’altro, altrimenti senza questo ragionamento il contrasto e il conflitto diventano violenti.

D. – Aprite oggi con il titolo: “Serve un presidente cristiano” e voi proponete il nome di Paola Bonzi.

R. – Domani si dimette il presidente Giorgio Napolitano e noi da giornalisti abbiamo dato intanto questa notizia e poi anche una nostra indicazione concreta. Abbiamo definito “La Croce” un quotidiano pro-life, cioè a difesa della cultura della vita. Abbiamo cercato una donna simbolo. Paola Bonzi è sicuramente così, ha 71 anni; all’età di 23 anni ha perso la vista ma ha fatto vedere alle donne la possibilità di dare la vita a tanti bambini che altrimenti non l’avrebbero avuta. Paola Bonzi lavora al Centro di Aiuto alla Vita di Milano, ha fatto nascere 17.486 bambini. Dal nostro punto di vista è il simbolo dell’Italia migliore, dell’Italia che non ha potere e che quindi sarebbe bene che andasse al potere.

D. – “La Croce” è un quotidiano cartaceo. Nelle sue pagine però tanti richiami ai social network, a Facebook e tutti i titoli in sostanza hanno l’hashtag di Twitter.

R. – Siamo il primo giornale al modo che usa nella titolazione di un quotidiano cartaceo l’hashtag. Siamo la contaminazione di tradizione e contesto estremamente contemporaneo. La nostra squadra è tutta giovanissima; io sono il più vecchio. Veniamo tutti dal mondo dei social network, della rete, però abbiamo voluto dotarci di uno strumento – come si diceva una volta – pesante, che è appunto la carta: per comunicare con tutti, anche con coloro che magari sono molto lontani dal mondo del web.

D. – I fatti del girono, storie, chiesa, spettacoli … tante le foto, tutte positive. C’è anche lo sport …

R. – È vero c’è lo sport. Io che sono juventino ho dovuto pubblicare - perché la redazione me lo ha imposto - il selfie di Totti allo Stadio Olimpico dopo il derby Roma-Lazio. C’è anche una pagina sportiva che prova a raccontare quello che avviene in un grande romanzo popolare come quello sportivo, in particolare quello calcistico.

D. – Perché la scelta di questo formato?

R. – Perché deve essere un po’ scomodo. È un formato grande, il broadsheet. Non esiste formato più grande nell’editoria internazionale. Diventa quasi un elemento identitario. “La Croce” è scomoda, anche leggere un giornale che si intitola così in alcuni ambiti e realtà, può diventare elemento di scomodità. Abbiamo voluto rappresentare questo anche nel formato perché la lettura si fa a braccia larghe, perché quelle braccia larghe poi accolgono.

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Nella Chiesa e nel mondo



Vescovi francesi: no a spirale mortale di paura e disprezzo

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“Vogliamo dire che è facile cedere alle semplificazioni e che può esistere sempre la tentazione di confondere una religione con gli estremismi¬Ö. Esortiamo pertanto tutti a non entrare nella spirale mortale della paura e del disprezzo dell’altro”. Lo scrivono i vescovi francesi riuniti ieri a Parigi in Consiglio permanente in una dichiarazione comune diffusa all’indomani delle manifestazioni cittadine che si sono svolte domenica in tutto il Paese a seguito degli attentati terroristici dei giorni scorsi a Parigi.

Titolo della dichiarazione: “Quale società vogliamo costruire insieme?”
“La scorsa settimana - scrivono i vescovi - il terrorismo ha colpito e la morte ha fatto irruzione nel cuore della nostra società. L‘attacco contro Charlie Hebdo, la presa degli ostaggi e le uccisioni sono drammi che segnano tutti coloro che credono ai valori che sono alla base del vivere insieme”. I vescovi guardano con speranza alla manifestazione di domenica a Parigi organizzata “intorno ai principi fondamentali che plasmano la nostra società”. E scrivono: “Anche noi abbiamo preso parte a questo slancio e lo sosterremo ancora”.

Colpita a morte la Francia rispettosa di tutti
“Tutte le libertà - scrivono i vescovi - sono intrinsecamente legate le une con le altre. La libertà di stampa, resta uno dei pilastri su cui si poggia una società solida, aperta al dibattito democratico, capace di dare spazio ad ogni persona nel rispetto della sue origini, della sua religione e delle sue differenze. E’ la Francia rispettosa di tutti ad essere stata colpita a morte. E’ per questa Francia che dal mondo intero sono state espresse testimonianze di solidarietà e vicinanza; è questa Francia che domenica ha ridetto la sua adesione profonda ai valori di libertà, uguaglianza e fraternità. Arriverà il momento in cui dovremo avere il coraggio di interrogarci per capire come la Francia ha potuto far crescere nel suo seno tali focolai di odio”.

Su quale progetto di società costruire il futuro?
Dopo gli attentati di Parigi, la Francia ha un grande lavoro da fare. “Dobbiamo interrogarci - scrivono i vescovi - su quale progetto di società vogliamo costruire il nostro futuro. Quale società vogliamo far nascere insieme? Quale spazio vogliamo riservare ai più deboli, agli esclusi, alle differenze culturali? Quale cultura vogliamo trasmettere alle generazioni che ci seguiranno? Quale ideale di comunità umana, proponiamo ai giovani?”. Il “giorno dopo” la grande manifestazione parigina con i suoi milioni di partecipanti, i vescovi invitano a “moltiplicare gli sforzi nell’ambito educativo, coscienti che questo è il maggior impegno per oggi e per domani. È insieme che costruiamo la società di domani. Non gli uni contro gli altri ma gli uni con gli altri”. (R.P.)

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Iraq: patriarca non approva emigrazione dei cristiani

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Il patriarcato di Babilonia dei Caldei, con un comunicato ufficiale, smentisce le affermazioni circolate online secondo cui il patriarca Louis Raphael I avrebbe concesso la sua approvazione all'emigrazione di 13mila cristiani caldei iracheni in Canada e in Germania. Tali strane affermazioni – si legge nel comunicato, diffuso dai media ufficiali del patriarcato e ripreso anche dall'agenzia Fides – risultano essere completamente infondate.

Chi emigra lo fa in piena libertà
Riguardo all'emigrazione dei cristiani dall'Iraq, il patriarcato ribadisce la posizione già espressa in altre occasioni: chi decide di lasciare il Paese martoriato dai conflitti settari e destabilizzato dalla creazione del Califfato Islamico, lo fa in piena libertà e assumendosene la piena responsabilità. Il patriarcato non vincola nessuno all'obbligo morale di rimanere, né tanto meno incoraggia nessuno a andare via. La strada dell'emigrazione rappresenta sempre una decisione personale, che non può essere giustificata con riferimenti a inesistenti approvazioni da parte dell'autorità ecclesiastica.

No a strumentalizzazioni politico-elettorali
Nel comunicato del patriarcato si mettono in guardia i fedeli caldei dalle manovre di singoli e gruppi organizzati che “soprattutto negli Stati Uniti” puntano a far aumentare i numeri della diaspora irachena per allargare la propria “clientela” elettorale, da mobilitare in appoggio alle loro iniziative politiche. (R.P.)

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Unicef: in Iraq distribuiti abiti a oltre 200mila bambini

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“Il gelido inverno in Iraq ha aggravato fortemente le difficili condizioni che più di un milione di bambini devono affrontare, mentre nel Paese continuano a verificarsi violenze e sfollamenti”. A denunciarlo è oggi l’Unicef. Le stime ufficiali - aggiornate al gennaio 2014 - indicano che “più di 2,1 milioni di persone, di cui oltre la metà bambini, sono sfollate in Iraq. La maggior parte è fuggita al nord, dove le temperature in inverno spesso calano al di sotto dello zero. Le famiglie sfollate rifugiate in tende e altri rifugi informali hanno un limitato accesso ai servizi sanitari e sono particolarmente esposte all’assideramento, alle malattie e alla morte”.

Abiti invernali per 200mila bambini
Da ottobre 2014 - riferisce l'agenzia Sir - l’Unicef con il supporto dei suoi partner compresi Mercy Corps, Relief International, Acted, Save The Children, Drc, Nrc, Kurds, le Nazioni Unite e le Agenzie umanitarie, e grazie a donatori come Ksa, ha fornito abiti invernali a oltre 200.000 bambini che si trovano nelle zone più difficili da raggiungere. Questi kit per l’inverno contengono: cappotti, cappelli, stivali e altri aiuti utili per affrontare le gelide temperature. Inoltre, l’Unicef ha distribuito 7.000 coperte termiche. Tutto questo è stato progettato per raggiungere le comunità più vulnerabili, in particolar modo coloro che vivono ad elevate altitudini dove il freddo e la neve arrivano presto. 

Aiuti ai più vulnerabili
“In condizioni in cui i bambini hanno sofferto - in molti casi per anni - per le violenze e l’esclusione dai servizi di base come l’istruzione, è intollerabile che non abbiano scarpe, cappotti o cappelli appropriati per il periodo invernale. L’Unicef ha orientato le sue risorse e la raccolta d’informazioni sul campo per raggiungere e consegnare aiuti e servizi per la protezione dei più vulnerabili”, ha dichiarato Marzio Babille, rappresentante Unicef in Iraq.

Aiuti agli sfollati senza assistenza
Gli aiuti in particolare andranno a famiglie che vivono in edifici non finiti e nelle aree in cui un elevato numero di famiglie sfollate non hanno ancora ricevuto assistenza. Oltre ai vestiti e alle coperte, l’Unicef sta organizzando la distribuzione nelle scuole di 1.200 stufe, 460 estintori e circa 11.000 impermeabili.

Preparazione delle scuole per l'inverno
L’Unicef sta anche preparando le scuole per l’inverno con isolanti e teli di plastica per prevenire danni causati da pioggia e inondazioni. Lo sviluppo d’infrastrutture per prevenire le inondazioni include anche la costruzione di impianti di drenaggio e la fornitura di impianti di riscaldamento ad energia solare per assicurare ai bambini acqua calda per il bagno. Tuttavia, per raggiungere gli oltre 200.000 bambini che hanno ancora bisogno di aiuto, sono molte le necessità cui far fronte, in particolare: 200.000 coperte, 25.000 stufe e 10.000 kit ipotermici. (R.P.)

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Vescovi del Venezuela: dialogo per uscire dalla crisi

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Con il titolo "Rinnovamento etico e spirituale dinanzi alla crisi" la Conferenza episcopale del Venezuela ha pubblicato un’esortazione pastorale articolata in 24 punti che invita a riflettere, come cristiani, sulla grave situazione del Paese.

Sistena totalitario contro libertà e diritti dei cittadini
Nei primi punti - riferisce l'agenzia Fides - viene presentato un bilancio complessivo dell’anno 2014: le agitazioni politico-sociali che si lasciano dietro 43 morti e migliaia di prigionieri, frutto della violenza e della repressione; un dialogo fermo alle prime battute; l'angoscia della popolazione povera che soffre la crisi. La causa è da individuare nel sistema totalitario scelto che va contro la libertà e i diritti dei cittadini.

Dialogo per uscire dalla crisi
Per uscire da tale situazione, i vescovi propongono “ancora una volta il dialogo, ma con rispetto per la pluralità politica che esiste in Venezuela”. Quindi una serie di considerazioni: “E' il momento della responsabilità e della non violenza” (n.11). “Il Venezuela ha bisogno di un nuovo spirito imprenditoriale con audacia e creatività” (n. 16). “Per raggiungere un rinnovamento sociale è necessario per tutti promuovere e sostenere con forza l'unità familiare, perché la famiglia è l'unità fondamentale della società” (n. 18).

Crisi morale di valori e comportamenti
Il documento evidenzia inoltre che “la grave crisi che affrontiamo in Venezuela rivela una situazione più profonda: una crisi morale di valori, atteggiamenti, motivazioni e comportamenti che devono essere corretti” (n. 19). Quindi l’invito alla coerenza da parte dei cristiani: “Non possiamo credere in Dio ed agire in qualsiasi modo. Dobbiamo rifiutare l'ingiustizia, la corruzione e la violenza come mali morali che distruggono il Paese, e vivere secondo il progetto del Regno di Dio” (n. 21).

Analisi per essere vicini al popolo
In conclusione i vescovi affermano: “Questa analisi drammatica che facciamo con dolore, è nata dalla nostra vicinanza al popolo che soffre, e alla missione pastorale che ci spinge ad essere promotori della dignità umana e della pace” (n. 22). (R.P.)

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Centrafrica: vescovi lanciano Campagna per coesione sociale

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I vescovi della Repubblica Centrafricana notano con soddisfazione il miglioramento della situazione alimentare e della sicurezza in alcune città del Centrafrica. È quanto emerso domenica scorsa, nell’omelia della Messa per la chiusura dell’Assemblea plenaria della Conferenza episcopale. Nel corso della Messa, celebrata nella cattedrale dell’Immacolata Concezione di Bangui, presieduta da mons. Thaddée Kusy, vescovo coadiutore di Kaga-Bandoro riferisce l'agenzia Fides - i vescovi hanno lanciato un appello alla mobilitazione per la coesione sociale.

Appello alla convivenza interreligiosa
“Il messaggio che i vescovi vogliono dare in questo inizio di anno è un messaggio di pace e di speranza intitolato ‘scegliete dunque la vita’” ha affermato padre Joseph Tanga-Koti, responsabile della casa di formazione della Società Missioni Africane a Bangui. “I vescovi - prosegue il religioso - ci sollecitano a impegnarci risolutamente a favore della vita per ricostruire il Centrafrica, dove tutti, musulmani, cristiani, animisti possano vivere mano nella mano”.

Visita in un Campo di prigionieri
Come gesto concreto di riconciliazione, i vescovi, nel corso della loro Assemblea plenaria, si sono recati il 10 gennaio a incontrare i prigionieri del campo di Ngaragba, dove sono detenuti diversi ex ribelli Seleka, accusati di atrocità nei confronti dei civili. I vescovi hanno portato vestiario e viveri e si sono intrattenuti con i prigionieri. (R.P.)

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Bollettino del Radiogiornale della Radio Vaticana Anno LIX no. 13

E' possibile ricevere gratuitamente, via posta elettronica, l'edizione quotidiana del Bollettino del Radiogiornale. La richiesta può essere effettuata sul sito http://it.radiovaticana.va

Segreteria di redazione: Gloria Fontana, Mara Gentili, Anna Poce e Beatrice Filibeck, con la collaborazione di Barbara Innocenti.