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Sommario del 11/01/2011

Il Papa e la Santa Sede

  • Libertà religiosa, via per la pace. Il discorso del Papa al Corpo Diplomatico: i commenti di Riccardi e Cardia
  • Il Tempo Ordinario della Chiesa. Il Papa: la vita di ogni giorno sia palestra di santità
  • Il Concilio Vaticano II, bussola del Terzo Millennio: il dialogo tra fede e cultura
  • Oggi su "L'Osservatore Romano"
  • Oggi in Primo Piano

  • Haiti: Il cardinale Sarah tra gli sfollati. Non si ferma il colera. La testimonianza di una suora francescana
  • Tregua dell'Eta: per Madrid un passo ancora insufficiente
  • Vescovi europei e nordamericani in Terra Santa. Padre Pizzaballa: minoranza cristiana sempre più fragile
  • Giornata delle migrazioni. Mons. Perego: aprirsi al dramma di chi fugge
  • Chiesa e SocietÓ

  • Sud Sudan: voto in massa e nella calma. La solidarietà dei vescovi della regione
  • Sud Sudan: la Chiesa teme possibili attacchi dei ribelli ugandesi
  • Haiti. Mons. Kébreau: a un anno dal terremoto gli haitiani si sentono abbandonati
  • Strage in Egitto: la solidarietà del Consiglio Ecumenico delle Chiese
  • Intellettuali kuwaitiani e sauditi condannano gli attacchi contro i cristiani
  • Il cardinale Koch: l'80% dei credenti perseguitati sono cristiani
  • Terra Santa. Nozze tardive e pochi figli: così calano i cristiani in Israele
  • Burundi: contro la malnutrizione, riso arricchito per 15 mila scolaresche
  • Congo: appello della direttrice di una scuola per sordomuti perché ricevano assistenza
  • I vescovi del Congo contrari a modificare il sistema elettorale alle prossime presidenziali
  • Cina: la celebrazione dell’Epifania nel segno dell’evangelizzazione e della missione
  • Svizzera: la Chiesa favorevole all’iniziativa per la protezione contro le armi
  • Inghilterra: mons. Evans malato di cancro ma "vescovo fino alla fine"
  • Francia: al via l’iniziativa di fraternità “Diaconia 2013”, promossa dalla Conferenza episcopale
  • L'arcivescovo Capovilla riceve la Laurea "Honoris causa" dall'Accademia Russa delle Scienze
  • Turchia: 138 anni di carcere alla giornalista Demir. Rsf chiede la scarcerazione
  • Diritto d'asilo: saggio di Laura Boldrini, portavoce dell'Acnur in Italia
  • Signis Ecuador premia il giornalismo sensibile ai valori fondamentali
  • Saggio sull’architettura delle chiese in Italia nei primi 30 anni della Repubblica
  • 24 Ore nel Mondo

  • Nigeria: attaccato villaggio a maggioranza cristiana. Almeno 13 morti
  • Il Papa e la Santa Sede



    Libertà religiosa, via per la pace. Il discorso del Papa al Corpo Diplomatico: i commenti di Riccardi e Cardia

    ◊   Ha suscitato un vasto dibattito l’intenso discorso del Papa, ieri, al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Benedetto XVI ha ribadito con forza che la pace autentica passa attraverso il rispetto del diritto alla libertà religiosa in tutta la sua estensione. Fabio Colagrande ha raccolto il commento dello storico Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio:

    R. – A me sembra che il Papa insista, giustamente, sul tema della libertà religiosa - e lo ha connesso anche al discorso della pace – perché si rende conto proprio di come, anche attraverso le difficoltà dei cristiani, la libertà religiosa sia in pericolo. Perché i cristiani vengono colpiti? Questa è la domanda. Vengono colpiti proprio perché rappresentano una comunità talvolta minoritaria che, però, non si piega alla logica dell’odio e della contrapposizione. Allora come difenderla? Il Papa non solo difende i cristiani, ma chiede libertà, sicurezza, pace per tutti, perché senza la libertà religiosa le società si stravolgono. Noi siamo convinti, per esempio, che un Medio Oriente senza cristiani – e noi abbiamo visto come l’Iraq sia stato depauperato della minoranza cristiana – sarà più totalitario e sarà un problema per i musulmani stessi.

    D. – Il Papa ha detto di apprezzare lo sforzo di alcuni Paesi d’Europa che chiedono una risposta concertata dell’Unione Europea di fronte alle violenze che subiscono i cristiani nel Medio Oriente. Lei pensa che sia questa la via giusta per cercare di rimediare a queste situazioni di violenza ricorrente nell’ultimo periodo?

    R. – E’ una via importante, perché non solo i governi europei, ma la stessa opinione pubblica europea non sempre è stata sensibile alla realtà dei cristiani minoritari o dei cristiani d’Oriente. Gli stessi cristiani in Occidente sono stati ripiegati sui loro problemi e non hanno posto ai loro governi questa grande priorità, che è la priorità della difesa dei cristiani e delle minoranze cristiane. Quindi, ben venga un intervento dell’Unione Europea ed io capisco che questo intervento sia apprezzabile, per l’effetto che può avere, ed apprezzabile anche come risveglio degli europei. “Voi non avete resistito fino al sangue”, si legge nella Lettera agli Ebrei: spesso i cristiani occidentali si sono persi in ragionamenti, in polemiche tutte interne al loro mondo, dimenticando sostanzialmente la grande sfida del cristianesimo nel mondo contemporaneo; e la grande sfida è quella di rappresentare una testimonianza forte, che non si serve di armi o di potenza, ma attraverso la fede, la carità, diventa persuasiva, diventa attraente, diventa comunicativa.(ap)

    Il Papa, nel suo discorso al Corpo Diplomatico, ha affermato che oggi nel mondo sono numerose le situazioni in cui il diritto alla libertà religiosa è leso o negato. Ha parlato della crescente emarginazione della religione nei Paesi dove si esaltano pluralismo e tolleranza. Ha denunciato le discriminazioni contro i cristiani. Ascoltiamo in proposito il prof. Carlo Cardìa, ordinario di Diritto ecclesiastico all’Università di Roma Tre, al microfono di Fabio Colagrande:

    R. – Noi siamo di fronte ad un vero e proprio manifesto per la libertà religiosa, perché vi è una visione sia teorica, ma poi planetaria, dei tanti modi in cui la libertà religiosa subisce dei limiti, a volte molto pesanti come le persecuzioni e a volte scendendo nella nostra realtà a pericoli sottili, che però sono quotidiani. Io vorrei fare due esempi, di cui uno è molto noto: questa emarginazione, questa voglia di emarginare, cancellare i simboli religiosi che non avviene in nessun’altra parte del mondo. Se uno andasse in Asia e chiedesse di cancellare il Buddha compassionevole che è onnipresente, le popolazioni del luogo rimarrebbero esterrefatte. Noi invece, forti del principio di libertà religiosa, enunciato in astratto e anche concretamente tutelato, tentiamo poi di scalfirlo, di eroderlo. Allora, l’eliminazione dei simboli religiosi è un punto, ma ne ricordo un altro che è meno conosciuto: nella scuola adesso si fanno avanti dei progetti di educazione sessuale obbligatoria, nella quale passano le concezioni cosiddette relativiste, dove non c’è nessun progetto antropologico, dove si attenua e poi si annulla la libertà di coloro che sono i destinatari dell’insegnamento. Attenzione! Di fronte a questo tipo di insegnamento non c’è possibilità di avere il cosiddetto esonero, di essere esentati. A questo aggiungiamo anche il fatto che vi è – e il Papa ne parla – una tendenza a sminuire, a svilire il diritto di obiezione di coscienza su alcune questioni, come quelle dell’aborto o quelle dell’affidamento dei bambini a coppie che non siano eterosessuali. Io ho fatto solo degli esempi minori: è vero che sono sottili, ma sono anche molto concreti e fanno passare una concezione per la quale la religione è qualcosa di vecchio, di privato, che uno - se vuole - può coltivare personalmente, ma di cui la società può tranquillamente non tenere conto.

    D. – Potremmo dire che il pericolo di queste minacce è accentuato dal fatto che si presentano con il vestito della tolleranza, del pluralismo, quindi con un’immagine apparentemente positiva?

    R. – Sì, però è una concezione della tolleranza intollerante: quando io impongo un certo tipo di insegnamento, allora questa tolleranza diventa intolleranza.

    D. – Il Papa osserva che spesso si crea una sorta di scala nella gravità dell'intolleranza verso le religlioni, per la quale le discriminazioni contro i cristiani vengono considerate meno gravi rispetto ad altre...

    R. – Io la spiego come una cosa che viene da lontano. Faccio degli esempi concreti: ormai da anni – credo almeno da due decenni – vi sono stati dei fenomeni di oltraggio, offesa – chiamiamola come vogliamo – ai simboli più eminenti del cristianesimo, a volte con la scusa dell’arte, a volte senza nemmeno la scusa dell’arte, e nessuno è intervenuto, ha protestato, dicendo che questo faceva parte della libertà di espressione. Quando le stesse cose, anche minori, sono state fatte, sbagliando, nei confronti dell’islam è successo – utilizzo questo termine di uso quotidiano – il putiferio che noi conosciamo. Poi questa situazione è andata avanti e adesso noi ci ritroviamo – perché certe cose si depositano psicologicamente nell’animo di ciascuno di noi – che quando avviene una strage di cristiani si esprime qualche parola di dolore e finisce lì. Ecco, la coscienza si ottunde un po’. Si manifesta, dunque, questa graduatoria dell’offesa, allora – un concetto molto bello e drammatico che ha espresso il Pontefice – per cui vi sono religioni che si possono offendere o, comunque, se le si offende o le si colpisce è un male minore, ed altre per cui questo non vale. (ap)

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    Il Tempo Ordinario della Chiesa. Il Papa: la vita di ogni giorno sia palestra di santità

    ◊   Vivere ogni giorno come fosse una tappa lungo la strada che va verso la santità. Ciò che contraddistinse l’esistenza delle grandi donne e dei grandi uomini della storia cristiana è un obiettivo possibile per ogni persona di fede: Benedetto XVI lo ha ripetuto in molte occasioni e le sue parole acquistano un particolare rilievo proprio in questi giorni in cui – concluse le grandi celebrazioni del Natale – la Chiesa ma anche la società si ritrovano immersi nei ritmi della vita ordinaria. Alessandro De Carolis ripropone alcuni insegnamenti del Papa su questo tema:

    (musica)

    La grande scena sul fiume Giordano è del giorno prima. Lo sconosciuto Nazareno che scende in acqua per farsi battezzare, lo scetticismo un po' ritroso di Giovanni quando lo vede, la voce che scende dal cielo e che tutti i presenti odono, la colomba che si posa sul falegname galileo: sono tutti fatti straordinari avvenuti ormai da 24 ore. Il giorno dopo è il momento dell’ordinario: ognuno torna al suo lavoro, alle cose della sua vita. Anche il Vangelo di Giovanni descrive “il giorno dopo” del Battesimo: Gesù che passa, Giovanni che lo indica a un paio di suoi discepoli e questi che si mettono alla sequela del Rabbi. Non è una scena memorabile come quella del Giordano, anzi al confronto è di una normalità quasi irrisoria. Eppure, insegna qualcosa di prezioso per quel “dopo” che arriva nella vita di tutti all’indomani di una giornata particolare, o di un periodo speciale, dopo il quale bisogna per forza riprendere, magari con una punta di dispiacere e di nostalgia, le attività di sempre. Anche la Chiesa, tra un “evento” e l’altro di grande importanza spirituale, fa altrettanto con quello che in termini liturgici si chiama il “Tempo ordinario”. Ma è un ordinario solo apparente, perché per un cristiano normalità non vuol mai dire banalità. Benedetto XVI lo ha spiegato qualche anno addietro con queste parole:

    “Con la scorsa Domenica, nella quale abbiamo celebrato il Battesimo del Signore, è iniziato il tempo ordinario dell’anno liturgico. La bellezza di questo tempo sta nel fatto che ci invita a vivere la nostra vita ordinaria come un itinerario di santità, e cioè di fede e di amicizia con Gesù, continuamente scoperto e riscoperto quale Maestro e Signore, Via, Verità e Vita dell’uomo”. (Angelus, 15 gennaio 2006)

    Tempo ordinario uguale tempo della santità. Altro che periodo vuoto, senza senso, piatto. I due discepoli che si mettono a seguire Gesù scoprono presto di aver incontrato – come diranno – “il Messia”, con tutto ciò che di straordinario questo significherà. Ma, rileva il Pontefice, l’inizio del loro rapporto con Gesù parte con una domanda, anch’essa piuttosto scontata: “Maestro, dove abiti?”. E Gesù: “Venite e vedrete”. Ebbene, pure in questa ordinarietà, dice il Papa, è nascosta un'indicazione importante:

    “La parola di Dio ci invita a riprendere, all’inizio di un nuovo anno, questo cammino di fede mai concluso. ‘Maestro, dove abiti?’, diciamo anche noi a Gesù ed Egli ci risponde: ‘Venite e vedrete’. Per il credente è sempre un’incessante ricerca e una nuova scoperta, perché Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre, ma noi, il mondo, la storia, non siamo mai gli stessi, ed Egli ci viene incontro per donarci la sua comunione e la pienezza della vita”. (Angelus, 15 gennaio 2006)

    Ecco il quotidiano trasformato, nel cuore di chi ha fede, in eccezione. E che un cristiano che sia tale non possa cadere vittima della noia della routine lo diceva chiaramente don Luigi Monza – uno dei preti santi del primo Novecento, beatificato nel 2006 – quando affermava: “La santità non consiste nel fare cose straordinarie ma nel fare straordinariamente bene le cose ordinarie”. Certo, osservava proprio pochi giorni fa Benedetto XVI nel primo Angelus del 2011, non è sempre facile incontrare con Cristo ogni giorno. Ciò che può frapporsi sono quei problemi che, riconosceva, “non mancano, nella Chiesa e nel mondo, come pure nella vita quotidiana delle famiglie”. “Ma, grazie a Dio – affermava – la nostra speranza non fa conto su improbabili pronostici e nemmeno sulle previsioni economiche, pur importanti”:

    “La nostra speranza è in Dio, non nel senso di una generica religiosità, o di un fatalismo ammantato di fede. Noi confidiamo nel Dio che in Gesù Cristo ha rivelato in modo compiuto e definitivo la sua volontà di stare con l’uomo, di condividere la sua storia, per guidarci tutti al suo Regno di amore e di vita. E questa grande speranza anima e talvolta corregge le nostre speranze umane”. (Angelus, 3 gennaio 2010)

    I discepoli che seguono Gesù il giorno dopo il grande evento del Giordano e diventano parte della sua vita straordinaria sono dunque l’immagine dello straordinario "giorno dopo" così come dovrebbe essere nella vita di un seguace di Cristo. Se, come i due discepoli del Vangelo, si mette a cercare Gesù e lo trova:

    “‘Cercare’, ‘trovare’. Possiamo estrarre dalla pagina evangelica odierna questi due verbi e ricavare un’indicazione fondamentale per il nuovo anno (…) Essere discepolo di Cristo: questo basta al cristiano. L’amicizia col Maestro assicura all’anima pace profonda e serenità anche nei momenti bui e nelle prove più ardue. Quando la fede si imbatte in notti oscure, nelle quali non si ‘sente’ e non si ‘vede’ più la presenza di Dio, l’amicizia di Gesù garantisce che in realtà nulla può mai separarci dal suo amore”. (Angelus, 15 gennaio 2006)

    (musica)

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    Il Concilio Vaticano II, bussola del Terzo Millennio: il dialogo tra fede e cultura

    ◊   Per la nostra rubrica settimanale sul Concilio Vaticano II continuiamo oggi a parlare della Costituzione pastorale Gaudium et Spes. Un documento profetico sulla Chiesa nel mondo contemporaneo che affronta, tra l’altro, la questione del rapporto tra fede e cultura. Ascoltiamo la riflessione del padre gesuita Dariusz Kowalczyk:

    “È proprio della persona umana il non poter raggiungere un livello di vita pienamente umano se non mediante la cultura” (GS 53). Da questa affermazione della costituzione “Gaudium et spes” appare chiaro che il Vangelo arriva all’uomo sempre per il tramite della cultura. “L’evangelizzazione consiste anche in un incontro con la cultura di ogni epoca” – ha sottolineato Giovanni Paolo II.

    Senza cultura la fede rimarrebbe disincarnata, esposta alla secolarizzazione e alla politicizzazione della speranza. Perciò il Concilio ha fatto notare che chiunque promuova la comunità umana nell'ordine della cultura, “porta anche non poco aiuto, secondo il disegno di Dio, alla comunità della Chiesa” (GS 44)

    Anche la cultura però ha bisogno dell’esperienza di fede. Senza un’apertura al divino, infatti, la cultura diventa esoterismo o una pseudo-cultura orientata solamente al guadagno materiale. Conscia di questi pericoli la “Gaudium et spes” afferma: “Il Vangelo di Cristo rinnova continuamente la vita e la cultura dell’uomo decaduto […]. In tal modo la Chiesa […] stimola e dà il suo contributo alla cultura umana” (GS 58).

    Purtroppo, subito dopo il Concilio, in maniera inattesa è scoppiata una rivoluzione della cultura e del costume, definita come rivoluzione del ’68 che ha cambiato notevolmente il quadro nel quale si era svolto il Vaticano II. Alcuni aspetti dell’ondata del ’68 sono passati, altri tuttavia – come il liberismo sessuale – sono entrati a far parte della mentalità dominante.

    Questi cambiamenti, e nemmeno la cosiddetta rivoluzione informatica degli ultimi decenni, non rendono affatto meno attuale il messaggio del Concilio sull’intreccio tra fede e cultura. Al contrario, la Chiesa più che mai deve essere presente nell’ambito della cultura, allo stesso tempo cercando degli alleati per contrastare le diverse correnti dell’anti-cultura.

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    Oggi su "L'Osservatore Romano"

    ◊   Prove tecniche di un G2 inevitabile: in prima pagina Luca M. Possati sul confronto tra Cina e Stati Uniti.

    Boom de “L’Osservatore Romano” sul sito de “La Razón”

    Alarico nemico devotissimo: in cultura Vincenzo Fiocchi Nicolai al Convegno “Roma e il Sacco del 410. Realtà, interpretazione e mito”.

    Un articolo di Ferdinando Cancelli da titolo “Eutanasia, tentazione fatale”: anticipato su “La Croix” il rapporto sullo sviluppo delle cure palliative in Francia.

    Per ascoltare le risposte di Dio: “L’Express” e la storia della cristianità.

    E San Francesco ordina “Fuori i telefonini!”: Silvia Guidi su una vita del poverello di Assisi in sessanta vignette.

    Quando parliamo di Bollywood: Isabella Farinelli sui mille volti dello spettacolo dell’India che coinvolge ed interpella l’Occidente.

    Una laurea dalla Russia alla memoria di Papa Giovanni: l’arcivescovo Loris Francesco Capovilla dottore “honoris causa” in Scienze Storiche.

    Vittime contro vittime per un gioco a somma zero: sul “Corriere della Sera” la perversione nazista.

    Nell’informazione vaticana, intervista di Mario Ponzi all’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione.

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    Oggi in Primo Piano



    Haiti: Il cardinale Sarah tra gli sfollati. Non si ferma il colera. La testimonianza di una suora francescana

    ◊   Il cardinale Robert Sarah, presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum, prosegue la sua missione di solidarietà ad Haiti. Domani ricorre il primo anniversario del devastante terremoto che ha causato 250 mila morti. Oltre un milione di persone, di cui la metà bambini, continua a vivere nelle tende. Il porporato, che ha incontrato il presidente René Preval, celebra oggi una Messa nel campo sfollati di Parc Acra. Ad una situazione umanitaria che resta drammatica si aggiunge l’epidemia di colera, che - secondo l’Organizzazione mondiale della sanità - non ha ancora raggiunto il suo picco: da ottobre sono oltre 3.650 i morti. In questo contesto, un segno di speranza arriva dalla periferia di Waf Jeremie, a Citè Soleil, dove una religiosa francescana, suor Marcella, che da 5 anni vive ed opera nel Paese caraibico, è riuscita a costruire sulle ceneri di una vecchia discarica, un villaggio di 122 case dove le persone possono ricominciare una nuova vita. Cecilia Seppia, ha raccolto la sua testimonianza:

    R. - Quello che abbiamo fatto noi qui a Warf Jeremie è stato innanzitutto cercare aiuti in modo da poter coordinare una presenza degli aiuti almeno in questa zona. C’è stata proprio una collaborazione che ha permesso oggi, a un anno dal sisma, di avere qualcosa di estremamente bello e positivo per la gente. Siccome le opere più grandi erano un po’ coperte da aiuti di Ong, guardando la gente, ho chiesto: “ma voi di cosa avete bisogno?”. Un signore mi ha detto: “ho bisogno di una casa”. A quel punto è partito il “village italien” che ha visto la rimozione delle macerie e l’inizio della costruzione di case che oggi, a distanza di un anno, sono belle, sono colorate, sono abitate, sono vive e soprattutto hanno dato dignità alla gente. Chi abita qui si identifica con il “village italien”, non come ghetto ma come esperienza comune positiva.

    D. - Un segno di speranza concreto e anche però una scelta coraggiosa, quella di iniziare la ricostruzione proprio dalla periferia, cioè dal luogo più isolato, più sperduto, povero e dimenticato di Haiti…

    R. – Io, per carisma personale e francescano, ero da 5 anni presente in questo luogo con il vescovo, mons. Serge Miot, deceduto nel terremoto, che mi aveva chiesto di iniziare una presenza della Chiesa in questo terribile quartiere. Così in questi 5 anni è nata una storia con questa gente. E’ normale che nel momento in cui la gente vive un dramma ancora più grande io sono lì con loro: non mi sarebbe neanche venuto in mente di andare a costruire da altre parti. E’ chiaro che siamo di fronte al rischio grande di poter vedere tra qualche anno tutto tirato giù perché questa zona sarà bonificata. Noi siamo su un immondezzaio, Warf Jeremie era l’immondezzaio di Port-au-Prince, e qualcuno mi diceva: “stai scommettendo su una cosa che forse non durerà nel tempo”. Io ho detto: “può anche darsi che tireranno giù tutto, ma fosse servito anche solo per dare un’ora di dignità in più a questa gente non mi pento di quello che abbiamo fatto”.

    D. – Effettivamente, a vedere queste case c’è il segno, oltre che della ricostruzione, della resurrezione…

    R. - Sicuramente. La cosa impressionante che io visto durante quest’anno è cambiare il volto e il cuore della gente. Questo quartiere passa per un quartiere pericoloso, dove non si può entrare, dove ti assaltano, dove grosse Ong hanno l’ordine di uscire da questa zona entro le tre del pomeriggio. Ma questa gente è cambiata. Non riescono a dare un nome a questo cambiamento, ma capiscono che quello è avvenuto è il mantenimento di quella promessa che anche il loro cuore ha e cioè la promessa di felicità per l’uomo.

    D. - Ad un anno dal sisma si tirano anche un po’ le somme, si fanno dei bilanci. La macchina della solidarietà è entrata in moto subito, però bisogna dire che ci sono ancora delle vere e proprie emergenze da fronteggiare. Cosa bisogna fare ancora, suor Marcella? Quali sono i bisogni concreti della gente?

    R. - I bisogni restano quelli fondamentali, cioè intanto il fatto che dopo un anno ci sia ancora gente che vive nelle tende che ormai cominciano a cadere a pezzi. Sicuramente il bisogno di casa, il bisogno di acqua, di lavoro. Bisogna, comunque, trovare una soluzione a questa gente che non è vero che non vuole fare niente, perché l’esperienza che ho io qui è che la gente per ricostruire si è coinvolta molto. (bf)

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    Tregua dell'Eta: per Madrid un passo ancora insufficiente

    ◊   Una tregua “permanente”, “generale” e “verificabile”. L'hanno annunciata ieri, in Spagna, i separatisti baschi dell’Eta, il gruppo indipendentista che ha provocato la morte di almeno 850 persone in 50 anni di lotta armata per la creazione di uno Stato basco nel nord della Spagna e nel sud della Francia. Sul significato di questo annuncio, si sofferma il corrispondente di “Antena 3”, Antonio Pelayo, intervistato da Amedeo Lomonaco:

    R. – E’ un passo importante ma insufficiente: infatti, l’unica cosa che l’Eta dovrebbe fare e che tutta la Spagna aspetta che faccia, è consegnare le armi. Poi, l’Eta ha già fatto gesti simili in altri momenti e dopo è tornata all’omicidio e ad altre forme di violenza. Quello che la società ed il governo della Spagna si aspettano ora dall’Eta è la consegna delle armi!

    D. – Il governo di Madrid ha infatti accolto questo annuncio dell’Eta con moderato ottimismo ma ha anche espresso scetticismo…

    R. – C’è una ragione: è un gesto opportunista che cerca di facilitare il ritorno della sinistra indipendentista – i partiti dell’indipendenza basca – alle elezioni che avranno luogo nei prossimi mesi in Spagna.

    D. – Quindi, l’Eta gioca la carta della tregua anche per poter partecipare indirettamente alle elezioni amministrative basche di maggio...

    R. – Questa è l’analisi esatta della situazione. Per questo è comprensibile lo scetticismo del governo. Evidentemente, quello che interessa è che per una volta l’Eta consegni le armi che possiede e che non sono poche.

    D. – Un annuncio, quello dell'Eta, che in parte può essere anche legato alla recente ondata di arresti...

    R. – E’ ovvio che da un punto di vista logistico, l’Eta negli ultimi mesi ha sofferto colpi durissimi, perché i suoi stati maggiori sono stati arrestati sia dalla polizia spagnola sia da quella francese. E' quindi molto indebolita. Ma anche se debole, può essere ancora più minacciosa. Quando queste organizzazioni para-criminali o criminali si sentono minacciate di estinzione, possono dare l’ultimo colpo di coda che può essere veramente micidiale! (gf)

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    Vescovi europei e nordamericani in Terra Santa. Padre Pizzaballa: minoranza cristiana sempre più fragile

    ◊   Prosegue il viaggio in Terra Santa del Gruppo di Coordinamento delle Conferenze episcopali di Europa e Nord America a sostegno delle comunità cristiane locali. Durante la loro visita nei luoghi di Gesù, i presuli stanno incontrando autorità civili e religiose, semplici cittadini e fedeli delle varie confessioni. Ascoltiamo al microfono di Amedeo Lomonaco il custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa:

    R. – E’ una visita importante, che ancora una volta serve per rafforzare il legame tra le Chiese nel mondo e le Chiese in Terra Santa. Non è una visita che cambierà sicuramente le sorti politiche di questo Paese - la nostra vita continuerà ugualmente – ma è un segno di solidarietà molto forte.

    D. – Durante la visita i vescovi incontrano le comunità locali, legando la loro solidarietà alle testimonianze di vita. Testimonianza e solidarietà sono i volti della speranza cristiana in Terra Santa…

    R. – Sì, credo che sia l’elemento forse più bello e interessante: non soltanto quello di fare delle conferenze, ma di incontrare i volti, le persone, le esperienze. Questo è già un grandissimo rafforzamento, anzitutto per la comunità cristiana locale, ma anche – penso - per i vescovi, che tornano ogni volta a casa, ricchi di esperienze da portare poi nelle loro diocesi.

    D. – Quale situazione trovano proprio i vescovi in Terra Santa e soprattutto quali sono oggi le condizioni di vita della comunità cristiana?

    R. – Le condizioni di vita della comunità cristiana sono fragili, come ormai è noto da tempo. I cristiani sono un numero sempre più ridotto. Sono una minoranza che fa fatica ad avere segni esterni, pubblici, di visibilità, con prospettive di sviluppo economico e politico sempre molto difficili. Sono situazioni che, purtroppo, ormai conosciamo e che hanno bisogno di soluzioni stabili, che dipendono però molto anche dalla capacità della politica di dare risposte. Cosa che in questo momento, purtroppo, non si vede.

    D. – Tra i temi al centro della visita dei vescovi europei e nordamericani ci sono anche l’ecumenismo e la libertà religiosa…

    R. – L’ecumenismo in Terra Santa, in Israele, nei Territori Palestinesi è un problema non solo teologico, ma anzitutto pastorale, perché le comunità cristiane vivono insieme e non sempre, purtroppo, in Terra Santa diamo esempio di armonia dei rapporti. Quindi, è un tema vissuto in maniera molto profonda da tutti. Per quanto riguarda la libertà religiosa, non abbiamo i problemi che ci sono in altri Paesi del Medio Oriente, come Iraq o Egitto, però non sempre l’accesso ai luoghi santi e la libertà di culto vanno insieme alla libertà di coscienza e di espressione.

    D. – Quale è la forza della comunità cristiana del Medio Oriente, scossa dai recenti attentati in Iraq ed Egitto, ma sempre saldamente ancorata alla propria fede?

    R. – E’ una comunità molto piccola, molto fragile con tanti problemi, però ha anche una motivazione molto profonda, molto forte radicata nel territorio, nella tradizione, nella fede, che tutti hanno ricevuto dai propri padri e che viene vissuta non solo come tradizione, ma anche con un senso di identità e di appartenenza molto forte. Questa è la testimonianza più forte che la comunità cristiana può dare in Terra Santa. (ap)

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    Giornata delle migrazioni. Mons. Perego: aprirsi al dramma di chi fugge

    ◊   Sarà Genova l’epicentro della Giornata mondiale delle migrazioni, dal tema “Una sola famiglia Umana”, celebrata dal presidente della Cei, cardinale Bagnasco domenica 16 gennaio e quest’anno dedicata a rifugiati e universitari stranieri. Oggi la presentazione a Roma, presso la sede della nostra emittente, da parte del presidente della fondazione Cei Migrantes, mons. Schettino e del direttore generale mons. Perego. Nella particolare situazione sociale, economica, culturale e religiosa, ha detto mons. Perego, i temi richiamati dal Papa nel suo messaggio per la giornata aprono prospettive di confronto e crescita: la lettura dell’immigrazione dentro un progetto-pacchetto integrazione su cui si fatica ancora ad investire; l’impegno alla riforma della legge sulla cittadinanza che non sia di carta ma attiva e partecipativa; l’attenzione alle minoranze; il dovere di regolare i flussi, alla luce del nuovo decreto che ancora fatica a rispondere alle necessità. Quale quindi il messaggio della Cei? Mons. Giancarlo Perego al microfono di Francesca Sabatinelli.

    R. – Aprirsi a questo bisogno importante che interessa 43 milioni di persone nel mondo e che interessa alcune migliaia di persone anche in Italia; aprirsi e non avere paura di volti, di storie importanti che sono alla ribalta in questi giorni - la storia ad esempio dei duecento eritrei sul Sinai – di persone in fuga, perseguitate, violentate, che attendono un Paese in cui trovare una casa, in cui trovare persone capaci di accompagnarle a ricostruire una storia, che è stata profondamente segnata da violenze e da oppressioni.

    D. – Lei citava i 200 poveretti che sono nel Sinai in mano ai predoni: sappiamo che un numero di questi – circa un’ottantina – sono stati vittime dei respingimenti...

    R. – Certamente. E’ uno dei temi importanti di cui sempre abbiamo contestato il valore all’interno del nostro Paese, perché riteniamo che respingere una persona senza conoscerne la storia, l’identità sia uno degli errori più gravi. E proprio perché tante volte in questi respingimenti indifferenziati c’è la persona - c’è la donna, c’è l’uomo, c’è il bambino - che proviene da una situazione drammatica e che chiede asilo e rifugio, è giusto che questo diritto fondamentale, che dal ’50 è stato sottoscritto anche dall’Italia, venga salvaguardato anche attraverso percorsi di incontro e di conoscenza e non respingimenti indifferenziati.

    D. – Guardiamo alla capitale, alla notizia di questi 150 somali chiusi in questa ex ambasciata, in un quartiere borghese. Queste persone hanno ricevuto lo status di rifugiato, lo Stato però li ha completamente abbandonati, cosa che non succede negli altri Paesi dell’Unione Europea, dove c’è un accompagnamento...

    R. – In Italia manca ancora una legge specifica sull’asilo, che aspettiamo da 50 anni, che tuteli i percorsi anche in questo senso. L’unico percorso che oggi è diventato importante è il percorso dello Sprar, gestito da Anci, che nello scorso anno ha accolto 7800 persone e che le ha accompagnate in questo diritto d’asilo, che dovrebbe essere rafforzato all’interno di un piano strutturale, che sia effettivamente sostenuto da una legge sull’asilo. Per questo più volte si è sottolineato l’urgenza di una legge che possa effettivamente tutelare questi volti e storie.

    D. – Media e politica: chi ha più responsabilità di questo allontanamento anche dalla pietà umana?

    R. – Le responsabilità sono di entrambi anche se diverse: della politica, perché tante volte non costruisce un percorso indipendentemente da un’opinione pubblica e si lascia guidare solo dall’opinione pubblica; dei mezzi di comunicazione sociale, perché tante volte in questi percorsi sottolineano purtroppo soprattutto le paure, le difficoltà, i disastri, anziché sottolineare le buone prassi e tutto ciò che di positivo sta capitando in questo incontro straordinario con persone di 198 nazionalità del mondo.

    D. – Non dobbiamo dimenticare che è contemplata anche l’attenzione verso gli universitari stranieri. A che punto è l’accoglienza in Italia?

    R. – E’ un’accoglienza che è ancora debole. Lle città italiane ospitano le università europee con la minore attrazione di studenti stranieri: 54 mila studenti stranieri contro il doppio dell’Inghilterra, della Francia e della Germania. Una capacità debole dettata dal fatto che mancano strutture residenziali per studenti universitari e mancano borse di studio. Quindi la riforma universitaria dovrebbe essere fortemente attenta anche alle esigenze di questa capacità di attrazione e di accompagnamento di studenti stranieri. La Sapienza, a Roma, è l’Università con il maggior numero di stranieri, anche se percentualmente è la Bocconi di Milano l’Università che ha il maggior numero di studenti stranieri. Credo che queste due Università debbano fare da capofila ad un percorso effettivamente di internazionalizzazione dell’Università, perché senza di esso, c’è il rischio che l’Italia rimanga ai margini di una crescita culturale e di ricerca rispetto agli altri Paesi europei, sapendo invece che questo è sempre stato uno degli elementi fondamentali più importanti. (ap)

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    Chiesa e SocietÓ



    Sud Sudan: voto in massa e nella calma. La solidarietà dei vescovi della regione

    ◊   “Le cose stanno andando incredibilmente bene. La maggior parte della popolazione di Juba ha già votato e la situazione è molto calma” dice all'agenzia Fides padre Chris Townsend, portavoce della Conferenza episcopale dell'Africa meridionale (Sacbc), che si trova a Juba (sud Sudan), nell’ambito della delegazione della Sacbc incaricata di monitorare il regolare svolgimento del referendum del 9 gennaio sull’indipendenza del sud Sudan. La delegazione è guidata dal cardinale Wilfrid Napier, arcivescovo di Durban. “I membri della Sacbc da 16 anni sono impegnati ad esprimere solidarietà alla Chiesa in sud Sudan ma anche nel nord Sudan, attraverso diverse visite condotte da nostre delegazioni nel Paese. Nel solo ultimo anno vi sono state almeno sei visite per portare un aiuto concreto nella costruzione della pace e nella risoluzione dei conflitti” ricorda padre Townsend. “Oggi il cardinale Napier ha avuto l’onere di inaugurare la sezione di filosofia del seminario nazionale di Khartoum. È stato un grande onore per lui” afferma padre Townsend. Secondo padre Townsend l’esperienza sudafricana nel curare le ferite dell’apartheid più essere d’aiuto nel risolvere le problematiche sudanesi perché “la situazione sudanese è molto simile a quella sudafricana dell’apartheid, nel senso che anche qui le persone non hanno goduto per anni la possibilità di votare e di esprimere le loro esigenze”. (R.P.)

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    Sud Sudan: la Chiesa teme possibili attacchi dei ribelli ugandesi

    ◊   “La popolazione sta votando in massa e finora le operazioni di voto sull’indipendenza della regione si sono svolte nella calma” dice all'agenzia Fides mons. Edward Hiiboro Kussaka, vescovo di Tombura-Yambio, nel sud Sudan. “I timori di possibili attacchi dei ribelli ugandesi dell’Lra (Esercito di Resistenza del Signore) grazie a Dio non si sono verificati, anche se occorre essere vigili perché le votazioni si concluderanno solo il 15 gennaio” dice mons. Kussala. Da alcuni anni infatti l’Lra compie incursioni nell’area. A questo proposito mons. Kussala afferma che “secondo quanto mi ha spiegato un leader Acholi del nord Uganda, la dirigenza dell’Lra sembra essere divisa tra due opzioni: attaccare durante lo svolgimento del referendum oppure aspettare la sua conclusione e vedere se verrà intrapresa una nuova operazione militare contro di loro da parte degli eserciti dei Paesi minacciati da questo gruppo (Repubblica Democratica del Congo, Uganda e Sud Sudan) con l’appoggio americano. In tal caso l’Lra attaccherà diverse zone del sud Sudan. Sembra che sia prevalsa la seconda opzione”. Gli Acholi sono la principale popolazione del nord Uganda e la dirigenza dell’Lra è composta da appartenenti a questo gruppo etnico. Mons. Kussala riferisce inoltre che anche nella sua diocesi si nota il ritorno dei sud sudanesi che vivevano al nord, nella misura di “20-40 persone al giorno”. “Queste persone - spiega il vescovo di Tombura-Yambio - si trovano in gravi difficoltà perché hanno con sé solo pochi effetti personali. Vengono ospitati da parenti e conoscenti, ma il nostro territorio fa fatica ad assorbire questo flusso di persone, anche perché diverse infrastrutture agricole sono state distrutte dalle precedenti incursioni dell’Lra”. Secondo mons. Kussala circa 30mila sud sudanesi che vivono a Khartoum, hanno intenzione di rientrare nel sud prima della conclusione del referendum. “Non abbiamo però i mezzi e le strutture per accogliere e sostenere tutte queste persone” conclude il presule. (R.P.)

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    Haiti. Mons. Kébreau: a un anno dal terremoto gli haitiani si sentono abbandonati

    ◊   “La popolazione di Haiti, già colpita duramente dal sisma, è ormai stanca di vivere in condizioni di precarietà e di miseria», afferma mons. Louis Kébreau, arcivescovo di Cap-Haïtien, che, in qualità di presidente della Conferenza episcopale haitiana, si trova ora a Washington per incontrare i membri della Conferenza episcopale degli Stati Uniti (Usccb) a un anno di distanza dal sisma che devastò parte del Paese caraibico il 12 gennaio 2010. Nel corso di un'intervista rilasciata alla Cns e ripresa dall’Osservatore Romano, il presule sottolinea che “la gente è ormai stanca di vivere da un anno in alloggi provvisori, principalmente tende. Aumentano quanti si sentono frustrati da una condizione che credevano temporanea e che invece ancora non si comprende quando avrà termine”. “Oltre un milione di abitanti di Haiti — continua mons. Kébreau — trovano alloggio nelle centinaia di tendopoli sorte sull'isola dopo le scosse telluriche che provocarono la morte di circa duecentotrentamila persone. Ai sopravvissuti, l'attuale condizione impedisce di tornare alla normalità. Molte famiglie rimangono divise e si sono interrotti i legami di amicizia e di buon vicinato. Aumenta il numero di coloro che soffrono di depressione per la frustrazione provocata da questa situazione di sopravvivenza senza prospettive future. Ultimamente è scoppiata anche l'epidemia di colera che ha esasperato gli animi per la mancanza di una chiara informazione. Questo problema si aggiunge a quello degli aiuti promessi e, spesso, mai arrivati. Capita che i rappresentanti del Governo non riescono a indicare alle agenzie internazionali ciò che effettivamente è utile. La Chiesa di Haiti ha offerto la sua mediazione ma spesso siamo stati marginalizzati. Eppure i volontari cattolici sanno bene qual è la situazione e possono dare indicazioni a quanti vorrebbero fornire aiuti”. Negli Stati Uniti, l'arcivescovo Kébreau sta esaminando con i responsabili della Usccb il piano denominato Program for the Reconstruction of the Church in Haiti (Proche). Il piano mette a disposizione fondi per ricostruire settanta edifici sacri e parrocchiali distrutti dalle scosse oltre a riparare i danni subiti dai seminari e dalle scuole cattoliche nel Paese. “Credo che Proche sia una possibilità per le nostre due Chiese di cooperare in un'opera che sia un grande esempio di solidarietà”, ha detto l'arcivescovo. (L.Z.)

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    Strage in Egitto: la solidarietà del Consiglio Ecumenico delle Chiese

    ◊   Il Segretario generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese (Coe) Olav Fykse Tveit ha portato personalmente al Patriarca copto-ortodosso Shenouda III le sue condoglianze per gli attentati di Capodanno ad Alessandria d’Egitto. Ricevuto sabato scorso insieme ad altri due responsabili del Coe, il pastore luterano norvegese ha espresso tutta la solidarietà delle Chiese membri del Consiglio alla comunità copta egiziana. “La croce - ha detto - ci ricorda le sofferenze della vita umana e la morte di Cristo crocefisso, ma questo simbolo cristiano è anche un segno della resurrezione, della riconciliazione e della pace”. Ricordando le parole del messaggio di Natale di Shenouda III, centrato sull’amore e sulla pace di Dio per tutti, il reverendo Tveit ha osservato che è “incoraggiante vedere come questo messaggio abbia incoraggiato cristiani e musulmani ad opporsi insieme alla violenza e ai tentativi di dividere la gente. Papa Shenouda – ha aggiunto – dimostra che quando l’autorità spirituale è efficace essa può contribuire in modo rilevante alla costruzione della pace”. Durante l’incontro, il reverendo Tveit ha anche consegnato a S. B. Shenouda III un messaggio di solidarietà di Charlotte Kuffer, presidente della Chiesa protestante di Ginevra (Epg). La missiva esprime la vicinanza alla comunità copta di tutte le Chiese ginevrine e assicura le loro preghiere “perché – si legge - i credenti nella loro diversità combattano insieme contro la violenza e costruiscano poco a poco le condizioni per quella pace che il bambino nato a Betlemme è venuto a seminare nel mondo”. Ad accompagnare Tweit c’erano il pastore Hielke Wolters e Rima Barsoum responsabile dei rapporti con i musulmani del Coe. (L.Z.)

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    Intellettuali kuwaitiani e sauditi condannano gli attacchi contro i cristiani

    ◊   Una “dura condanna” degli attacchi contro i cristiani arabi è stata espressa da una sessantina di docenti, scrittori e attivisti per i diritti umani, in maggioranza kuwaitiani e sauditi. Oltre a condannare “l’ondata di assassini e attacchi terroristici che hanno di mira i cristiani nel mondo arabo e musulmano”, la dichiarazione - riferisce l'agenzia Asianews - si esprime contro “i tentativi dei gruppi terroristici di isolarli e forzarli a emigrare dalla loro terra e dalle loro case”. La presa di posizione, che viene da personalità di due dei Paesi più conservatori del mondo islamico, è l’ultima in ordine di tempo di una serie di reazioni di ambienti culturali e religiosi musulmani provocate dagli attentati e dalle violenze contro i cristiani. Così, oggi, il Middle East online riporta una riflessione di uno scrittore musulmano residente negli Stati Uniti, Hesham A. Hassaballa, che ricordando alcune affermazioni di Maometto, afferma che gli attacchi contro i cristiani e le chiese sono condannati dall’islam. “Come ha affermato lo stesso Profeta Maometto, cristiani e musulmani sono suoi ‘cittadini’, un unico popolo, con fedi diverse”. Ricordate le frasi sulla sacralità della vita e la santità dei luoghi di culto, lo studioso conclude che “il crimine è ancora più spregevole perché viola direttamente una direttiva dello stesso profeta”. (R.P.)

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    Il cardinale Koch: l'80% dei credenti perseguitati sono cristiani

    ◊   “La missione della Chiesa non avviene oggi attraverso campagne pubblicitarie rivolte al consumo, né attraverso una disseminazione di documenti cartacei e neppure attraverso i mass media. Il mezzo decisivo attraverso cui Dio risplende nel mondo siamo noi stessi, cristiani battezzati, che viviamo in maniera credibile la nostra fede e così facendo diamo al Vangelo un volto personale”. Lo ha sottolineato – riferisce l’agenzia Sir - il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’unità dei cristiani, nella Messa celebrata - domenica scorsa a Roma, in occasione della Giornata mondiale della pace 2011 - nella chiesa di Santa Caterina da Siena in Magnanapoli, sede principale dell’Ordinariato militare. Per “rendere una tale testimonianza – ha sollecitato il porporato - noi cristiani dobbiamo impegnarci con determinazione a favore della libertà religiosa. Questo diritto è infatti profondamente radicato nella dignità della persona”. “La fede cristiana – ha aggiunto - è attualmente la religione più perseguitata nel mondo. Soltanto nel 2008, dei 2,2 miliardi di cristiani nel mondo, 230 milioni sono stati vittima, a causa della loro fede, di discriminazioni, soprusi, a volte violente ostilità e perfino vere e proprie persecuzioni. Ciò significa che l’80% delle persone che vengono perseguitate oggi a causa della loro fede sono cristiani”. “Il ricordo nella preghiera dei cristiani perseguitati – ha sottolineato ancora il cardinale Koch - può anche approfondire la nostra responsabilità ecumenica. Infatti, tutte le comunità cristiane hanno i loro martiri. Nonostante il dramma delle divisioni tra le Chiese, questi saldi testimoni della fede hanno mostrato che Dio stesso mantiene tra i battezzati la comunione ad un livello più profondo tramite una fede testimoniata con il sacrificio supremo della vita”. In questa dimensione martirologica dell’ecumenismo “va rintracciata l’anima della spiritualità ecumenica, oggi così necessaria: mentre noi, come cristiani e come chiese, viviamo su questa Terra in una comunione imperfetta, i martiri nella gloria celeste si trovano fin da ora in una comunione piena e perfetta”. “Il sangue dei martiri del nostro tempo – è stato l’auspicio finale - diventi un giorno seme di unità piena del Corpo di Cristo, unità che è già fondata nel battesimo”. Vivere come cristiani e come Chiesa “significa vivere da battezzati. Infatti, il battesimo è l’arcobaleno di Dio sulla nostra vita, la promessa del suo grande Sì, la porta della speranza e il segnavia che ci mostra cosa significa vivere da cristiani”. Nel saluto al cardinale Koch l’Ordinario militare Vincenzo Pelvi ha sostenuto che la libertà religiosa è “la libertà delle libertà”, senza di essa “ogni altra libertà non solo non è possibile, ma non è neppure vera”. (R.G.)

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    Terra Santa. Nozze tardive e pochi figli: così calano i cristiani in Israele

    ◊   Il calo dei cristiani in Israele? Più colpa della bassa natalità delle famiglie, che non dell’emigrazione. È quanto risulta dal rapporto di fine anno dell’Ufficio nazionale di statistica, che cerca di fotografare la complessa realtà israeliana. Per gli esperti di questo Centro studi si legge nel sito , i cristiani in Israele sarebbero 153 mila, il 2% su una popolazione totale di 7 milioni e 200 mila. Una cifra che non comprende però gli immigrati, preti, suore e religiosi stranieri residenti in Israele. Secondo l’Ufficio di statistica, la maggior parte dei cristiani d’Israele è di lingua e cultura araba. Il 20%, circa 28 mila, appartiene a quella fascia di immigrazione proveniente dal blocco dell’ex-Urss e arrivata nel Paese nei primi anni '90 del secolo scorso. Molti di questi cristiani sono di origine ebraica o hanno legami di parentela con ebrei (condizione che ha permesso loro di usufruire in molti casi della Legge del ritorno e di accedere alla cittadinanza). Contrariamente a quanto sostenuto dalla stampa internazionale, la ragione primaria del calo dei cristiani di Terra Santa non è dovuta solo a ragioni politiche ed economiche, quanto piuttosto a ragioni demografiche: le coppie cristiane di sposano relativamente tardi (attorno ai trent’anni) e le donne fanno meno figli (2,2 di media). Molto più alta la natalità delle donne musulmane: 3,7 figli. Le donne ebree mettono al mondo in media 3 figli a testa. Interessante anche la statistica dei maggiori centri cristiani: Nazareth con 23 mila cristiani guida la classifica; seguono Haifa con 13.700, Gerusalemme con 11.500 e Shefaram, in Galilea, con 9.200. (L.Z.)

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    Burundi: contro la malnutrizione, riso arricchito per 15 mila scolaresche

    ◊   Dallo scorso mese di aprile il Burundi ha iniziato a beneficiare di una tecnologia che prevede il rinforzo del riso: non solo è la prima volta che in Africa si sperimenta tale tecnologia, ma questa aiuterà anche a controllare la malnutrizione nei bambini attraverso programmi di alimentazione scolastica. Il progetto “Ultra Rice” - riferisce l'agenzia Fides - presentato dalle organizzazioni internazionali Path e World Vision, prevede la distribuzione di un alimento a base di farina di riso arricchito con micronutrienti, tra cui ferro, zinco e acido folico, per circa 15 mila bambini. World Vision Burundi fornisce consulenza tecnica e formazione, nonché gli impianti di magazzino per lo stoccaggio e la distribuzione di riso arricchito a circa 15 mila bambini. Il progetto si concentra su 20 scuole della provincia nord orientale di Muyinga, tra quelle più a rischio alimentare e con un tasso di malnutrizione molto alto. Proseguirà fino al mese di settembre 2012. Secondo il responsabile delle operazioni per la World Vision Burundi, in primo luogo esso mira a migliorare la qualità nutrizionale del cibo assunto dai bambini. Nel Paese il 31% di loro soffre di anemia. Il direttore del Path sostiene che questo progetto servirà anche come modello per migliorare la qualità nutrizionale degli aiuti alimentari a base di riso. In Burundi il riso non è un alimento base, in alcuni villaggi si mangia solo in occasioni speciali, come nel periodo di Natale o in altre festività. (R.P.)

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    Congo: appello della direttrice di una scuola per sordomuti perché ricevano assistenza

    ◊   Da 8 anni dirige nella diocesi di Kikwit, nella Repubblica Democratica del Congo, una scuola per la rieducazione dei sordomuti, ora chiede al governo che vengano aperti istituti speciali soprattutto per i bambini abbandonati. Suor Chiara Maria Ntunu Mubieme, religiosa della congregazione di San Giuseppe di Cuneo, direttrice del complesso scolastico “Bo ta tuba” (che nella lingua locale significa “Parleranno”) ha lanciato un appello perché le istituzioni politiche non dimentichino gli audiolesi. La scuola che si trova nella diocesi di Kikwik, scrive la testata on line www.lepotentiel.com, è nata nel ‘92 per iniziativa di mons. Marie-Edouard Mununu; prima di allora i bambini sordi della diocesi andavano a studiare a Beno. L’obiettivo del presule era quello di far recuperare gli anni di ritardo ai bambini sordomuti e di accompagnarli nella formazione e nell’educazione al fine di renderli responsabili dei loro atti e di farli inserire pienamente nella società. La scuola di Kikwit, tuttavia, non può far fronte ad una larga utenza. Dei minori sordomuti suor Chiara Maria Ntunu Mubieme spiega che “la maggior parte ha gravi problemi”, e che spesso “si tratta di bambini abbandonati dai genitori a causa del loro handicap”, che “arrivano sovente tristi” nella scuola di Kikwit, ma che “cominciano ad aprirsi quando riscoprono l’affetto” donato loro dalle suore. Il costo della formazione per questi bambini è di mille franchi congolesi a trimestre e spesso per le religiose che gestiscono il complesso scolastico “Bo ta tuba” non è facile reperirli, inoltre, fra gli alunni ve ne sono 36 che non hanno famiglia e sono internati e a sostenerli è il Fondo olandese Liliane. Da qui l’appello di suor Chiara Maria Ntunu Mubieme al governo a non dimenticare i bambini bisognosi. (T.C.)

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    I vescovi del Congo contrari a modificare il sistema elettorale alle prossime presidenziali

    ◊   La Chiesa congolese è contraria a sostituire l’attuale sistema a doppio turno con uno scrutinio a turno unico alle prossime elezioni presidenziali previste per il 27 novembre 2011. In questo senso si è espresso a nome dei vescovi il cardinale Laurent Monsengwo Pasinya, arcivescovo di Kinshasa, rispondendo così all’ipotesi ventilata nei giorni scorsi dal portavoce del governo Lambert Mende. La motivazione addotta dall’esecutico è che uno scrutinio a un solo turno permetterebbe di dimezzare i costi: 350 milioni di dollari contro 700 milioni. L’idea non piace però all’opposizione e alla Chiesa: “Le ragioni addotte non ci convincono” ha dichiarato a una conferenza stampa il cardinale Monsengwuo citato dal quotidiano congolese “Le Potentiel” ripreso dall’Apic. Un simile sistema – ha obiettato il porporato – permetterebbe a un candidato di vincere anche con il 20% dei voti, troppo pochi per rappresentare tutta la Nazione. Di qui l’invito alla classe politica a rispettare lo spirito della legge e a riflettere seriamente sulla questione senza precipitare le decisioni. (L.Z.)

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    Cina: la celebrazione dell’Epifania nel segno dell’evangelizzazione e della missione

    ◊   La celebrazione dell’Epifania nella comunità cattolica continentale cinese è stata contraddistinta da una marcata dimensione missionaria, nel segno dell’evangelizzazione e della raccolta dei frutti missionari. Secondo quanto Faith dell’He Bei riferisce all’agenzia Fides, numerose comunità hanno celebrato solennemente l’Epifania sia il 6 gennaio che la domenica seguente, 9 gennaio, a seconda delle esigenze pastorali dei fedeli. La parrocchia di Yong Qiang nella diocesi di Wen Zhou, ha amministrato i sacramenti dell’iniziazione cristiana a 47 catecumeni il 6 gennaio. Secondo il parroco “è un buon inizio ed auspicio per l’anno nuovo e per la missione dell’evangelizzazione”. Inoltre il sacerdote ha incoraggiato queste nuove “sentinelle di Cristo” ad essere coraggiose, per “assumere e trasmettere la buona tradizione della fertilità vocazionale della parrocchia, attraverso il catechismo e la formazione”. La parrocchia di Yong Qiang conta oltre 10.000 fedeli con 22 chiese. Negli ultimi anni questa comunità ha donato alla Chiesa diversi sacerdoti e decine di religiose. Per rispondere alle esigenze di tanti fedeli, la parrocchia di Lin Yi della provincia dello Shan Dong ha celebrato la solennità dell’Epifania il 9 gennaio. Il sacerdote che ha presieduto la Messa ha richiamato l’importanza dell’identità cristiana di tutti, perché attraverso la manifestazione dell’identità cristiana si continui a far conoscere Cristo agli altri, invitando a seguirlo e ad imitarlo. (R.P.)

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    Svizzera: la Chiesa favorevole all’iniziativa per la protezione contro le armi

    ◊   Urne aperte, in Svizzera, il prossimo 13 febbraio: in ballo, l’approvazione o meno del progetto di legge “Per la protezione dalla violenza perpetrata con le armi". Il documento prevede, tra le altre cose, l'obbligo per i militari di lasciare le armi individuali nelle caserme (mentre oggi le custodiscono a casa); l’istituzione di un registro nazionale delle armi da fuoco; il divieto di detenzione di armi automatiche e fucili a pompa e misure più restrittive per il porto d’armi, che verrà rilasciato solo dopo avere attestato il bisogno e le capacità del richiedente. L’iniziativa vede favorevole la commissione Giustizia e Pace dei vescovi svizzeri i quali, in una nota, ribadiscono: “L’iniziativa dona maggiore libertà e sicurezza a donne e bambini e contribuisce alla prevenzione del suicidio”. Per questo, Giustizia e Pace sottolinea come “il controllo che lo Stato esige sulla detenzione e la vendita delle armi è obiettivamente, politicamente e proporzionalmente giustificato”, perché “la libertà e la sicurezza sono beni essenziali”. E i presuli svizzeri continuano: “Lo Stato, a pieno titolo, fa molto per proteggere la vita sociale in diversi ambiti. La protezione contro l’uso abusivo delle armi fa parte, innegabilmente, dei suoi doveri. Ciò non significa soltanto impedire la violenza effettiva delle armi, ma anche i rischi che le accompagnano. E questi rischi presentano spesso un peso molto pesante per donne e bambini”. Quanto alle restrizioni che vengono proposte per i tiratori sportivi, i cacciatori o i collezionisti di armi, i vescovi ribadiscono che esse “non rimettono affatto in causa le loro attività”, anzi sono “proporzionali e sopportabili, alla pari dei controlli di sicurezza negli aeroporti o dell’obbligo della formazione per i proprietari di cani”. Infine, Giustizia e Pace richiama al “vero senso di responsabilità che non si afferma solo attraverso un semplice appello alla libertà e alla responsabilità individuale, ma soprattutto tramite l’accettazione di limiti alla propria libertà in vista del bene comune”. (A cura di Isabella Piro)

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    Inghilterra: mons. Evans malato di cancro ma "vescovo fino alla fine"

    ◊   In una lettera alla propria diocesi di East Anglia, diffusa dall’ufficio stampa della Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles, il vescovo Michael Evans ha spiegato di avere un cancro incurabile alla prostata ma di aver deciso di continuare il proprio ministero fino alla fine. “Negli ultimi cinque anni e più”, scrive il presule con riferimento alla data della diagnosi, “sono riuscito a convivere con la mia malattia, le cure e il declino generale della mia salute” e “penso di continuare il mio ministero al mio meglio”. “Abbiamo progredito e ci siamo aperti all’esterno insieme come diocesi”, dice ancora il vescovo Evans nel suo messaggio. “Mi dispiace se ho fallito in qualsiasi modo nel mio ministero durante quegli anni. C’è una serie di problemi sulla mia scrivania che dovrà essere affrontata da altri”. Il vescovo - riferisce l'agenzia Sir - prosegue raccontando come il cancro abbia preso controllo della sua vita e sostiene di preferire di “continuare a vivere come vescovo fino alla fine”. Ringraziando la sua diocesi per le preghiere e le attenzioni, mons. Evans conclude: “Poiché ora vivo sotto l’ombra della morte, la mia preghiera è quella di san Paolo: che io possa sapere qualcosa del potere della resurrezione di Cristo e condividere le sue sofferenze, con la sicurezza che Dio è con me. Prego anche adesso di poter testimoniare con gioia la buona notizia”. (R.P.)

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    Francia: al via l’iniziativa di fraternità “Diaconia 2013”, promossa dalla Conferenza episcopale

    ◊   “La crisi colpisce duramente. Soprattutto i più poveri”, mentre “da sempre i cattolici si schierano con chi si impegna per una società più giusta”. Per questo, “nel mezzo di una cruciale attualità, la Chiesa vuole intensificare questa solidarietà”. Con queste parole mons. Benard Podvin, portavoce della Conferenza episcopale francese, ha presentato ieri la campagna “Diaconia 2013: serviamo la fraternità”, percorso triennale coordinato dal Consiglio nazionale per la solidarietà, che si concluderà nel maggio 2013. In una nota – riferisce l’agenzia Sir - mons. Podvin afferma che “Diaconia 2013” indica in modo ufficiale “la mobilitazione promossa dai vescovi di Francia per una maggiore fraternità” e spiega che all’iniziativa partecipano una quarantina di organismi e movimenti cattolici. “La diaconia, ossia il servizio della carità e della solidarietà”, spiega, “non è riservata agli specialisti” ma “deve riguardare tutti”. Di qui l’appello urgente a “servire i più provati”. Un appello che mons. Bernard Housset, vescovo di la Rochelle et Saintes e presidente del Consiglio nazionale per la solidarietà, definisce “una porta aperta verso il futuro”. “La condivisione fraterna con i più fragili e l’impegno sociale dei cristiani animati dalla carità sono vitali per lo sviluppo di tutti gli esseri umani. E’ questa la sfida di Diaconia 2013!” conclude il presule. (R.G.)

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    L'arcivescovo Capovilla riceve la Laurea "Honoris causa" dall'Accademia Russa delle Scienze

    ◊   L'Istituto Europeo dell'Accademia Russa delle Scienze ha conferito nei giorni scorsi la laurea “Honoris causa” in Scienze storiche all'arcivescovo Loris Francesco Capovilla, già segretario di Papa Giovanni XXIII. Il conferimento è stato deciso dal direttore dell'Istituto accademico Nikolai Shmeliov, già consigliere del Presidente Mikhail Gorbaciov, che ha reso pubblica l'onorificenza attraverso il professor Anatoly Krasikov, direttore del Centro studi socio-religiosi dell'Istituto. La proposta ha richiesto alcuni mesi di approfondimento, a livello amministrativo e di traduzione, dei testi redatti dall'ex segretario di Papa Roncalli. In un comunicato all’agenzia Zenit si legge che la laurea honoris causa è stata conferita all'arcivescovo Capovilla “ in riconoscimento del suo apporto personale allo studio della eredità spirituale del Sommo Pontefice Giovanni XXIII, protagonista della storia del Novecento, promotore del dialogo delle religioni con il mondo contemporaneo, grande operatore di pace”. Nikolai Shmeliov, che ha voluto datare la pergamena della laurea al 14 ottobre 2010, giorno della nascita di Capovilla a Pontelongo, in provincia di Padova, nel 1915, è uno dei massimi esperti russi di problemi economici, ma è noto anche come scrittore e autore di romanzi storici. Nell'Istituto da lui diretto ci sono vari centri di studio che svolgono attività di ricerca in vari campi: dalla politologia ai problemi ambientali, dalle analisi delle congiunture economiche a quelle dei fattori religiosi nei quadri internazionali geostrategici. Anatoly Krasikov ha ricevuto il mandato per organizzare la consegna della laurea all'arcivescovo Capovilla in Italia. Insieme a Marco Roncalli, neopresidente della Fondazione Giovanni XXIII di Bergamo, sta valutando vari contesti che accoglieranno anche momenti consueti come la laudatio e la lectio doctrinalis.(C.P.)

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    Turchia: 138 anni di carcere alla giornalista Demir. Rsf chiede la scarcerazione

    ◊   Suscita proteste nel mondo dell’informazione la condanna di una giornalista turca a 138 anni di carcere. Emin Demir, ex direttore di Azadiya Welat, unico quotidiano turco in lingua curda è stata accusata di propaganda in sostegno dei ribelli e di appartenenza ad un’organizzazione terroristica. Nel mirino dell’autorità sono finiti gli 84 articoli della giornalista che riguardano il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), organizzazione terroristica riconosciuta tale non solo dalla Turchia, ma anche da Unione Europea e Stati Uniti. Le autorità turche condannano chiunque ne tratti e la pena inflitta alla Demir è il frutto di un calcolo matematico in applicazione della legge antiterrorismo del Paese: 18 mesi per ognuno degli 84 articoli. La stessa sorte l’hanno subita anche altri due direttori del giornale, Vedat Kursun e Ozan Kilinç, condannati rispettivamente il 13 maggio del 2010 a 166 anni e il 9 febbraio del 2010 a 21 anni. Al momento, oltre agli ex direttori, sono in carcere almeno nove giornalisti del quotidiano. Reporters Sans Frontières (Rsf) denuncia la situazione, chiedendo l’immediata scarcerazione per Demir e i suoi colleghi e sottolineando ancora una volta la necessità di modificare la legge antiterrorismo turca, in modo da consentire ai giornalisti di godere di libertà di stampa. (A cura di Roberta Gisotti)

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    Diritto d'asilo: saggio di Laura Boldrini, portavoce dell'Acnur in Italia

    ◊   Tutti indietro. Storie di uomini e donne in fuga e di un’Italia tra paura e solidarietà.” E’ il titolo del libro di Laura Boldrini, portavoce dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Acnur), edito da Rizzoli, che sarà presentato il prossimo 14 gennaio presso la Libreria Internazionale Paolo VI a Roma, nell’ambito dei “Venerdì di Propaganda: temi e autori”, ciclo d’incontri promosso dalla Libreria Editrice Vaticana. “Ho scritto questo libro - sottolinea Boldrini - perché lo dovevo a tutti i rifugiati che ho incontrato nel mio lavoro. Volevo fare chiarezza su un argomento, il diritto d’asilo, sul quale si fa molta confusione. C’è anche il mio racconto personale di donna e di madre, la mia lettura dell’Italia”. E aggiunge l’autrice “Per noi il viaggio è un piacere. Decidiamo noi quando partire e dove andare. Per milioni di persone nel mondo il viaggio non è una scelta, non si pianifica, spesso viene deciso nel giro di qualche ora, o di pochi minuti”. Un racconto narrato da chi ha visto passare davanti ai suoi occhi, senza mai abituarsi, migliaia di volti in fuga dalle guerre fratricide e dalla fame, dai regimi persecutori e dalla morte. (R.G.)

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    Signis Ecuador premia il giornalismo sensibile ai valori fondamentali

    ◊   L'associazione cattolica per la comunicazione “Signis Ecuador” ha consegnato il premio "Carlos Crespi" ai vincitori del V Concorso nazionale di comunicazione 2010, durante una cerimonia tenutasi presso la Casa della cultura ecuadoriana. Alejandra Carrión, giornalista del quotidiano "El Telegrafo" ha ricevuto il primo premio della stampa, con il suo reportage dal titolo “El Quito de los minadores” ("Il Quito dei minatori"). Geraldine Guerra e Cristina Medina di Mm & Comunicacion sono state premiate per il loro montaggio radiofonico "Los guardianes y el valle sin memoria" ("I guardiani e la valle senza memoria"). "El Quito de los minadores" - riferisce l'agenzia Fides - tratta un tema sociale e umano attuale come quello dei raccoglitori di spazzatura. Il reportage tocca vecchi problemi con la preoccupazione e con l'intenzione di mostrare e lanciare un messaggio. Il lavoro "Los guardianes y el valle sin memoria", dedicato allo sfruttamento delle risorse naturali, è stato premiato dalla giuria per la qualità dello sviluppo del tema e della presentazione del problema, come anche per la parte musicale. L'evento ha visto la partecipazione di mons. Nestor Herrera, sotto-segretario della Conferenza episcopale dell'Ecuador, che ha sottolineato l'importanza di riconoscere e premiare il giornalismo che promuove i valori fondamentali quali la pace, la giustizia e la solidarietà, e che allo stesso tempo invitano a riflettere sulla necessità di difendere la vita e la tutela della natura. Da parte sua, José Marmol, presidente di Signis Ecuador, ha sottolineato che la quinta edizione del premio "Carlos Crespi" ha voluto riconoscere e rendere omaggio al giornalismo che ha una sensibilità sociale per muovere le coscienze sulla necessità urgente di proteggere la natura e difendere la vita. La premiazione è avvenuta il 6 gennaio, il giorno seguente alla “Giornata del giornalismo ecuadoriano” che si celebra nel Paese latinoamericano. (R.P.)

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    Saggio sull’architettura delle chiese in Italia nei primi 30 anni della Repubblica

    ◊   “Architettura, Chiesa e Società” in Italia, è il titolo del libro, edito da Studium, curato da Andrea Longhi e Carlo Tosco, professori di Storia dell’Architettura al Politecnico di Torino. L’interessante volume ripercorre le vicende della costruzione di chiese nei primi trenta anni dell’Italia Repubblicana. E’ proprio in quel tempo che l’edificazione di luoghi di culto è un fenomeno che s’intreccia con processi storici diversi: la ricostruzione dalla Seconda Guerra mondiale, il boom economico, la conflittualità politica, la crescita delle città e delle periferie, ma soprattutto il rinnovamento ecclesiale che trova un nodo di svolta nel Concilio Vaticano II e nella sua prima recezione. In tale contesto, l’architettura delle chiese può essere considerata una fonte preziosa per lo studio della comunità cristiana e della società civile. Il saggio si propone d’indagare l’architettura di alcune chiese italiane tentando di recuperare il vissuto liturgico, comunitario e sociale. L’opera dei grandi progettisti del dopoguerra come Quaroni, Michelucci, Muratori, Figini e Pollini, Gabetti e Isola, i fratelli Castiglioni e gli interventi edilizi più rilevanti promossi dalla Chiesa italiana e dalle associazioni cattoliche vengono letti alla luce del pensiero di alcuni protagonisti della vita ecclesiale, da don Milani e don Mazzolari a Luigi Gedda e Carlo Carretto e del Magistero pontificio da Pio XII a Paolo VI. Un’attenzione particolare ai percorsi di committenza e di realizzazione consente di mettere in luce aspetti poco indagati del rapporto tra Chiesa italiana e cultura architettonica, tra liturgia e vita delle comunità. (C.P.)

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    24 Ore nel Mondo



    Nigeria: attaccato villaggio a maggioranza cristiana. Almeno 13 morti

    ◊   Nuove violenze in Nigeria. All'alba di oggi, almeno 13 persone hanno perso la vita nell’attacco contro il villaggio di Wareng, nello Stato centrale di Plateau, vera e propria cerniera tra il nord islamico e il sud prevalentemente cristiano e seguace delle religioni tradizionali, da settimane teatro di continui e sanguinosi scontri. Il villaggio assaltato è abitato in maggioranza da cristiani. L'eccidio è stato denunciato da fonti politiche locali, citate da un portavoce della polizia di Plateau, Abdulrahman Akano. Uomini armati di fucili e machete avrevrebbero ucciso aduilti e bambini bruciando poi i corpi nelle loro case. Sono ancora in corso gli accertamenti sull’accaduto. Per il ministro degli Esteri italiano Frattini ''le notizie drammatiche che giungono dalla Nigeria, dove ancora una volta vite innocenti sono state stroncate in atroci attacchi mirati a colpire la comunità cristiana, dimostrano che il fenomeno dell' intolleranza religiosa è molto grave e di vasta portata. Sono episodi che meritano la più ferma condanna. La comunità internazionale non può né deve chiudere gli occhi. Siamo tutti chiamati - prosegue il ministro degli Esteri - ad azioni concrete ed efficaci per far sì che qualsiasi forma di violenza interreligiosa venga stroncata alla radice, innanzi tutto sostenendo i Governi affinché attuino le necessarie misure di prevenzione e sanzionino i violenti e gli estremisti''. La senatrice del Pd Mariapia Garavaglia, da parte sua, sottolinea che “quanto avvenuto in Nigeria dimostra che è quanto mai urgente una forte azione internazionale affinché il massacro dei cristiani nel mondo cessi. Per questo, anche il nostro Parlamento deve fare la sua parte, a cominciare dalla discussione della mozione che il Pd ha presentato'' contro le violenze sui cristiani. La senatrice afferma poi come ''l' uccisione dei cristiani non sia un fatto che riguarda la Chiesa o gli uomini di fede. Essi sono obiettivo dei terroristi perché rappresentano un simbolo di pace che nella loro logica va assolutamente estirpato. In tutto questo, il silenzio l'inerzia e la rassegnazione sono i loro migliori alleati. Un intervento dell'Italia e dell'Europa non solo è doveroso e necessario”.

    Sudan: prosegue il referendum per l'indipendenza del Sud
    Proseguono in Sud Sudan le operazioni di voto per il referendum sulla secessione della regione a maggioranza cristiano-animista dal nord arabo musulmano. Nei giorni scorsi, hanno votato secondo i primi dati della Commissione elettorale almeno il 20% degli aventi diritto. La consultazione si chiuderà il 15 gennaio prossimo e per essere valida dovrà raggiungere il quorum del 60% dei votanti. Mentre rimane alta l’affluenza alle urne, si continuano a registrare violenze tra i ribelli vicini al governo del nord e l’Esercito di liberazione del popolo sudanese (Spla), divenuto la milizia armata del nascente stato del Sud. Ieri, dieci civili del Sud Sudan sono stati uccisi alla frontiera fra settentrione e meridione del Paese da nomadi arabi armati della tribù dei Misseriya. Altre 18 persone sono rimaste ferite. In queste ore, molti abitanti del nord stanno spostandosi al sud per poter votare.

    Tunisia: proteste per carovita e disoccupazione
    Scuole e università chiuse fino a nuovo ordine in Tunisia, dopo quattro giorni di guerriglia contro il carovita e la disoccupazione che, secondo sindacati e organizzazioni umanitarie, hanno provocato almeno 50 morti fra i manifestanti. Ieri, il presidente, Ben Ali, ha accusato i dimostranti di “atti di terrorismo” e ha denunciato “ingerenze estere”, che a suo dire cavalcano il malcontento per la disoccupazione. Fenomeno che il capo dello Stato cercherà di combattere con la creazione di 300 mila posti di lavoro. Sembra tornata la calma, invece, nella vicina Algeria, anche se resta alta la tensione dopo che il governo ha eseguito arresti di massa, che hanno portato in cella almeno 1.100 giovani coinvolti nelle violenze dei giorni scorsi, in buona parte minorenni.

    Costa d’Avorio
    Il presidente uscente della Costa d’Avorio, Laurent Gbagbo, ha respinto la possibilità di creare un governo di unità nazionale, che ponga fine alla gravissima crisi politico-istituzionale in atto nel Paese, proposta dal rivale e vincitore delle elezioni presidenziali del 28 novembre scorso, Alassane Ouattara. La mediazione, formulata ieri dall'ambasciatore ivoriano all'Onu nominato da Ouattara, era subordinata alla rinuncia di Gbagbo al potere. Cresce intanto l’attesa per l’arrivo in Costa d’Avorio, in programma tra giovedì e venerdì prossimi, del primo ministro kenyota, Odinga, mediatore dell’Unione Africana nella crisi politica del Paese. Si tratta della sua seconda missione dall’inizio di gennaio.

    Stati Uniti - Cina
    La Corea del Nord potrebbe produrre un missile intercontinentale entro i prossimi cinque anni e rappresenta una minaccia diretta per gli Stati Uniti. Lo ha detto il capo del Pentagono, Robert Gates, durante la sua missione in Cina dove ieri ha incontrato il presidente, Hu Jintao, nel tentativo di rafforzare i rapporti militari tra Washington e Pechino. Nei giorni scorsi, durante colloqui con i vertici cinesi, le parti hanno sottolineato l’importanza di dialogare per evitare incomprensioni future. Sul valore di queste dichiarazioni, alla luce della crisi coreana, Eugenio Bonanata ha intervistato Emanuele Giordana, direttore di Lettera 22:

    R. – Sono dichiarazioni che naturalmente hanno senso nel gergo della diplomazia. L’utilizzo di certe parole, che possono sembrare non solo vaghe ma persino vuote, un certo valore invece lo l’ha. C’è una preoccupazione diffusa sia tra gli americani sia tra i cinesi per la posizione della Corea e questo, sicuramente, è un dossier che è stato trattato e che continuerà ad esserlo, nei confronti del quale i cinesi, ai quali gli americani chiedono di fare di più, hanno le armi relativamente spuntate perché il loro conntrollo sul governo nordcoreano arriva in realtà solo fino a un certo punto.

    D. – Proprio sul versante nordcoreano, in queste ore si sta muovendo la diplomazia del Giappone e quella della Corea del Sud, mentre Pyongyang parla di un accordo di pace con Seul in sostituzione del fragile armistizio…

    R. – Direi che, se una novità può arrivare, lo può dal movimento più generale delle diplomazie che siedono al tavolo a sei sulla Corea del Nord. Se tutti si mettono a lavorare – compresi giapponesi e naturalmente sudcoreani – allora le cose possono cambiare, e i segnali di questi giorni sono segnali importanti.

    D. – Tornando alla missione di Gates in Cina, come possiamo valutarla?

    R. – Naturalmente, il viaggio si può leggere come un modo per ricucire i rapporti con la Cina. In realtà, in futuro questi sono destinati ad avere, per così dire, un movimento continuamente ondivago, perché gli americani sono molto preoccupati del crescente potere della Cina che possiede una parte rilevantissima del debito pubblico americano e inoltre è in grado – attraverso una moneta che viene utilizzata in maniera molto abile per gli scambi commerciali – di danneggiare anche il commercio americano. Quindi, alla fine, la preoccupazione di fondo degli Stati Uniti rimane questa. Ci sono poi le grandi questioni diplomatiche e la necessità di avere la Cina come partner e non come nemico. Che questo viaggio possa mettere a posto tutte le cose, è molto improbabile: le questioni di fondo – che rimangono in sostanza quelle di una potenza emergente che equivale, in un certo senso, a quella americana – resteranno tali e un viaggio non basterà a risolverle. (gf)

    Australia: emergenza inondazioni
    Australia ancora in piena emergenza alluvioni. È salito ad almeno 66 persone disperse e a nove morti il bilancio delle inondazioni che hanno colpito lo stato del Queensland, nel nord-st del Paese. Secondo le autorità, queste cifre è comunque destinate a crescere. Il governatore del Queensland, Anna Bligh, ha garantito che “tutte le possibili risorse, comprese quelle militari con elicotteri, sono state attivate per cercare le persone che risultano disperse”. La piena si dirige ora verso Brisbane, capitale del Queensland, terza città d'Australia con due milioni di abitanti. Il fiume Brisbane ha rotto gli argini, la città è flagellata da piogge torrenziali e temporali e secondo le autorità locali circa 6500 proprietà saranno inondate e altre 16.500 parzialmente colpite.

    Iraq: istituito ufficio contro le violenze anticristiane
    Il presidente iracheno, Jalal Talabani, ha istituito un ufficio speciale che si occuperà dell'emergenza cristiani nel Paese. "L'ufficio agirà in coordinamento con le comunità cristiane, per monitorarne necessità e richieste, così come per organizzare un programma diretto a dar vita a una campagna congiunta contro i piani e le cospirazioni che mirano a distruggere la società irachena", afferma un comunicato diffuso dalla Presidenza della Repubblica. Talabani, inoltre, "solleciterà le autorità religiose di Najaf, sunnite e sciite, a emettere una fatwa che proibisca le aggressioni contro i cristiani". Il capo di Stato iracheno ha infine sottolineando la necessità di avviare "una campagna” politica "per proteggere i cristiani in Iraq e assicurare loro piena libertà", come previsto dalla Costituzione irachena.

    Accuse all'Iran per l'arresto di Nasrih Sotudeh
    Numerose critiche all’Iran sono giunte dalla comunità internazionale dopo la condanna ieri a 11 di anni di reclusione per l’avvocato Nasrih Sotudeh, accusata di aver agito contro la sicurezza del Paese. I legali dell’attivista per i diritti umani, legata al Premio Nobel per la pace, Shirin Ebadi, hanno annunciato appello. La sentenza è arrivata nel giorno in cui Teheran ha annunciato gli arresti di presunte spie legate al Mossad israeliano, accusate dell’omicidio di un scienziato nucleare avvenuto un anno fa.

    Iran: questione nucleare
    La Russia non ha preso nessuna decisione sulla proposta dell'Iran di visitare i siti nucleari iraniani. Mosca ha accolto con interesse questa iniziativa, ma rimangono alcuni interrogativi da discutere con gli interlocutori iraniani. Lo ha detto il viceministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, che sulla questione ha poi spiegato che l'invito sarà accolto solo se sarà garantita, tramite specifiche intese, l'utilità delle visita ai siti nucleari al fine di placare le preoccupazioni internazionali concernenti il discusso programma di arricchimento dell'uranio perseguito dal regime degli ayatollah. L'invito è stato rivolto tra gli altri, oltre che al rappresentante di Mosca all'Aiea anche a quelli di Cina e Unione Europea, ma non agli Stati Uniti né ai membri occidentali del cosiddetto '5+1': Gran Bretagna, Francia e Germania. Pechino dal canto suo si è finora limitata a confermare di averlo ricevuto, evitando però di chiarire se intenda o meno accettarlo.

    Terrorismo
    L'Interpol ha diramato un allerta a livello mondiale per 47 cittadini dell'Arabia Saudita, ricercati da Riad per terrorismo: sarebbero tutti a vario titolo collegati ad al Qaeda. Lo ha annunciato lo stesso organismo sovranazionale, precisando che il provvedimento è stato adottato su richiesta delle autorità saudite.

    Italia - legittimo impedimento
    In Italia, si è svolta questa mattina la prima udienza della Consulta costituzionale sul "legittimo impedimento". Il presidente Ugo De Siervo ha comunicato che la Camera di Consiglio, che dovrà decidere sulla costituzionalità o meno della legge che sospende i processi per le più alte cariche dello Stato, si svolgerà dopodomani mattina. Oggi, intanto, sono intervenuti il relatore Cassese, gli avvocati del premier, Silvio Berlusconi, e quelli dell'Avvocatura dello Stato.

    Germania: emergenza diossina
    Non si placa l’allarme diossina in Germania. La contaminazione è stata rilevata in un allevamento di maiali in Bassa Sassonia, nel nord del Paese. Centinaia di animali sono già stati abbattuti. La notizia dell'elevato tasso di contaminazione riscontrato nella carne di maiale segue le dichiarazioni rassicuranti rilasciate ieri a Berlino dal portavoce del Ministero federale dell'Agricoltura, il quale aveva detto che migliaia di allevamenti sono stati riaperti dopo i controlli degli ultimi giorni. (Panoramica internazionale a cura di Marco Guerra)

    Bollettino del Radiogiornale della Radio Vaticana Anno LV no. 11

    E' possibile ricevere gratuitamente, via posta elettronica, l'edizione quotidiana del Bollettino del Radiogiornale. La richiesta può essere effettuata sulla home page del sito www.radiovaticana.va/italiano.

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