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Sommario del 09/09/2010

Il Papa e la Santa Sede

  • Auguri del Papa agli ebrei in festa per il Capodanno: cresca in tutti noi la volontà di promuovere giustizia e pace
  • Mons. Koch: il viaggio del Papa nel Regno Unito di grande importanza ecumenica
  • La vera rivoluzione cristiana: le parole del Papa sul Vangelo dell’amore per il nemico
  • Udienze
  • Il direttore dei Musei Vaticani: opera di prevenzione per la Cappella Sistina, ma "no" al numero chiuso per le visite
  • Oggi su "L'Osservatore Romano"
  • Oggi in Primo Piano

  • Pakistan devastato da attentati e inondazioni: lenta la macchina degli aiuti
  • Attentato in Ossezia del Nord: almeno 16 i morti
  • La Comunità di Sant'Egidio presenta l'Incontro internazionale della pace di Barcellona
  • Il priore di Bose sul Convegno di spiritualità ortodossa: c'è una solitudine buona che ci mette in comunione con Dio
  • La Chiesa celebra la memoria di San Pietro Claver, apostolo fra gli schiavi
  • Al Festival di Venezia commozione per il film del regista cinese Wang Bing
  • L'arte dell'organo a canne: un patrimonio da riscoprire a livello culturale e religioso
  • Chiesa e SocietÓ

  • Emergenza Pakistan: un vescovo porta aiuti umanitari a sfollati e bambini disabili
  • Musulmani e cristiani degli Stati Uniti insieme per aiutare gli alluvionati del Pakistan
  • Egitto: bruciato ad Hagaza l’ennesimo edificio cristiano
  • Il cardinale Rodríguez Maradiaga sulla strage dei 72 migranti: crimine abominevole
  • A Cuba la festa della Madonna della “Caridad del Cobre”
  • Colombia: Settimana della pace a sostegno delle vittime della violenza
  • Incontro delle Commissioni episcopali per le Comunicazioni di cinque Paesi sudamericani
  • Brasile: incontro di preghiera per non udenti del progetto “Mani che evangelizzano”
  • Delegazione del Secam in visita in Europa per gli Obiettivi del millennio
  • Niger: gli interventi di Medici senza frontiere contro la malnutrizione infantile
  • Somalia: senza scuole non c'è speranza per i ragazzi della regione sudoccidentale di Gedo
  • Kenya: cautela delle Chiese per i risultati dell’ultimo censimento sull'aumento dei cristiani
  • Il commento di mons. Giordano al discorso del Papa al Consiglio d’Europa
  • La Comece: "no" ai test sulle cellule embrionali umane
  • Appello dell'Onu per la difesa delle risorse idriche mondiali
  • Iniziativa della Chiesa indiana contro la discriminazione delle donne
  • Il premio per i pionieri della libertà di stampa all'emittente congolese Radio Okapi
  • Congresso a Cracovia sul contributo dei cristiani al processo d’integrazione europeo
  • 24 Ore nel Mondo

  • Il parlamento europeo censura la politica francese contro i rom
  • Il Papa e la Santa Sede



    Auguri del Papa agli ebrei in festa per il Capodanno: cresca in tutti noi la volontà di promuovere giustizia e pace

    ◊   Auguri del Papa alla comunità ebraica che oggi festeggia il Capodanno entrando nell’anno 5771 e per le ricorrenze di Yom Kippur e Sukkot. In un messaggio rivolto al Rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, Benedetto XVI auspica “che queste feste possano apportare copiose benedizioni dall’Eterno ed essere fonte di intima gioia. Cresca in tutti noi – scrive il Santo Padre – la volontà di promuovere la giustizia e la pace, di cui tanto ha bisogno il mondo oggi”. “Con sentimenti di gratitudine e affetto” il Papa ricorda la sua visita al Tempio maggiore di Roma, il 17 gennaio 2009, invocando: “Dio, nella sua bontà, protegga l’intera comunità e ci conceda di crescere, a Roma e nel mondo, nell’amicizia reciproca”. Buoni auspici sono arrivati, in Italia, dal presidente Napolitano, che ha voluto sottolineare il contribuito offerto dalle comunità ebraiche “al benessere e alla cultura” del Paese, auspicando che la “loro opera feconda” continui negli anni a venire. Molte sono le tradizioni legate a questa festa. Roberta Gisotti ne ha parlato con la prof.ssa Luciana Pepi, docente di cultura e lingua ebraica all’Università di Palermo:

    D. – Professoressa Pepi, qual è il significato religioso ma anche laico di questa festa? Si può paragonare al nostro Capodanno?

    R. – Come è noto l’anno ebraico è un anno lunare e il giorno di Capodanno, che in ebraico si chiama “Rosh Ha-Shanah”, segna proprio l’inizio dell’anno. Quindi, in questo senso, è uguale al nostro, anche se il nostro è un calendario solare. Il significato laico è proprio quello dell’anno nuovo che inizia. Il significato religioso, invece, è legato al fatto che in questo giorno nella tradizione ebraica si usa ricordare la creazione del mondo. E’ interessante, a mio avviso, l’augurio che si scambiano gli ebrei tra di loro “Shanah Tova Umettucka”, che letteralmente significa “Che sia un anno buono e dolce”, quindi pieno di cose positive. Nell’ebraismo, come anche nella nostra tradizione culturale, ogni festa è legata a un incontro a tavola, quindi anche a dei cibi particolari. Il Capodanno è iniziato ieri sera perché le giornate nell’ebraismo iniziano dalla sera al mattino, poiché in Genesi 1 è scritto: “E fu sera e fu mattina.” Quindi, ieri sera in realtà si è già fatta la cena del Capodanno in cui si mangiano tantissimi cibi dolci. Il miele è l’elemento principe, perché è un alimento di fondamentale importanza anche nel testo biblico. La tradizione ebraica fa sempre riferimento in ogni suo aspetto al testo biblico, alla Torah. "Rosh Ha-Shanah”, il Capodanno, è anche un momento in cui bisogna riflettere sulla propria condotta morale, cioè fare un esame di coscienza, fare un bilancio di come si è svolto l’anno passato e anche porsi dei buoni propositi per l’anno che sta entrando. E, un augurio che gli ebrei religiosi fanno l’uno all’altro in italiano suona così: "Che tu possa essere scritto nel libro dei buoni".

    D. – Professoressa Pepi, del mondo ebraico con il quale siamo da sempre in contatto di convivenza, a dire la verità, si continua a conoscere poco?

    R. – Sì è vero. Diciamo che negli ultimi anni ci sono stati molti incontri, molti seminari dedicati proprio alla conoscenza di questa cultura che, tra l’altro, bisogna ricordare è alle radici della nostra cultura. Però, è vero, che si conosce ancora poco. Insegnando all’università, mi capita spesso di chiedere agli studenti, con cui mi piace dialogare, cosa sanno di questa tradizione culturale. Molto spesso gli studenti non hanno conoscenza di nulla, delle tradizioni culturali, delle credenze religiose. Quindi, a mio avviso, sarebbe molto importante proprio la reciproca conoscenza perché molti problemi di incomprensione nascono proprio da queste lacune. Credo anche che conoscendosi meglio si potrebbero approfondire gli aspetti in comune che sono ovviamente tanti. Io citerei il fatto che il cristianesimo e l’ebraismo hanno in comune un testo, quello che noi chiamiamo nella nostra tradizione Antico Testamento e che gli ebrei chiamano Torah. E’ un unico testo, quindi, anche quando si parla di religioni monoteiste e si fa un confronto tra religioni monoteistiche quali l’islam, il cristianesimo e l’ebraismo, l’accento sul rapporto tra ebraismo e cristianesimo è molto più forte perché abbiamo in comune un testo.

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    Mons. Koch: il viaggio del Papa nel Regno Unito di grande importanza ecumenica

    ◊   Il viaggio apostolico che Benedetto XVI compirà nel Regno Unito dal 16 al 19 settembre “riveste una grande importanza ecumenica”: è quanto afferma, in una nota, il presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, mons. Kurt Koch. Mons. Koch, che oggi ha tenuto una conferenza stampa con i giornalisti sull’evento, sottolinea che la visita “confermerà i risultati degli intensi contatti tra i cattolici e gli altri cristiani nel corso degli anni e servirà a far meglio conoscere i progressi e le difficoltà insite nella ricerca dell’unità tra i cristiani”. Il capo dicastero non nasconde che vi siano “delle difficoltà, storiche ed attuali” nei rapporti tra anglicani e cattolici. Tuttavia, prosegue la nota, “è importante vedere queste problematiche nel contesto più ampio della testimonianza cristiana comune tra cattolici e anglicani”.

    Il presule mette in particolare l’accento sul significativo incontro tra il Papa e l’arcivescovo di Canterbury a Lambeth Palace, ed in seguito la comune preghiera nella Westminster Abbey davanti alla tomba di Sant’Edoardo il Confessore, “un santo venerato in entrambe le tradizioni”. Né ha mancato di sottolineare l’importanza anche ecumenica di un evento come la Beatificazione del cardinale Newman. Il suo esempio, afferma mons. Koch, mostra che anglicani e cattolici devono riconoscere “la necessità di sostenersi a vicenda e collaborare nel compito di proclamare il Vangelo ad una società moderna alquanto complessa”. Il presule auspica infine “vivamente che gli aspetti più profondi e reali della visita non siano oscurati dal sottolineare elementi meno attinenti al vero scopo della visita stessa”.

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    La vera rivoluzione cristiana: le parole del Papa sul Vangelo dell’amore per il nemico

    ◊   Il Vangelo odierno ci propone il nucleo del messaggio cristiano, la vera rivoluzione di Gesù: l’amore per il nemico. “Amate i vostri nemici – dice il Signore - fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male”. Benedetto XVI l’ha definita “la rivoluzione dell’amore”, un amore totalmente gratuito, dono di Dio da accogliere. Il servizio di Sergio Centofanti.

    In un mondo spesso dominato dai violenti e dai prepotenti il Vangelo di oggi può sembrare una follia. Rispondere al male con il male appare tante volte la via più sicura per fare giustizia. Le parole di Gesù - sottolinea il Papa – sembrano utopistiche, perché, invitando ad amare i nemici, pretenderebbero da noi un amore che supera le capacità umane:

    “In realtà, la proposta di Cristo è realistica, perché tiene conto che nel mondo c’è troppa violenza, troppa ingiustizia, e dunque non si può superare questa situazione se non contrapponendo un di più di amore, un di più di bontà. Questo ‘di più’ viene da Dio: è la sua misericordia, che si è fatta carne in Gesù e che sola può ‘sbilanciare’ il mondo dal male verso il bene, a partire da quel piccolo e decisivo ‘mondo’ che è il cuore dell’uomo”. (Angelus, 18 febbraio 2007)

    “Giustamente – afferma il Papa - questa pagina evangelica viene considerata la magna charta della nonviolenza cristiana, che non consiste nell’arrendersi al male – secondo una falsa interpretazione del ‘porgere l’altra guancia’ (cfr Lc 6,29) – ma nel rispondere al male con il bene (cfr Rm 12,17-21), spezzando in tal modo la catena dell’ingiustizia”:

    “Si comprende allora che la nonviolenza per i cristiani non è un mero comportamento tattico, bensì un modo di essere della persona, l’atteggiamento di chi è così convinto dell’amore di Dio e della sua potenza, che non ha paura di affrontare il male con le sole armi dell’amore e della verità”. (Angelus, 18 febbraio 2007)

    La sua rivoluzione Gesù l’ha fatta con la debolezza della Croce, addossandosi, innocente, il peccato dell’umanità, donandoci così la forza di amare come Lui ci ha amato:

    “L’amore del nemico costituisce il nucleo della ‘rivoluzione cristiana’, una rivoluzione non basata su strategie di potere economico, politico o mediatico. La rivoluzione dell’amore, un amore che non poggia in definitiva sulle risorse umane, ma è dono di Dio che si ottiene confidando unicamente e senza riserve sulla sua bontà misericordiosa. Ecco la novità del Vangelo, che cambia il mondo senza far rumore. Ecco l’eroismo dei ‘piccoli’, che credono nell’amore di Dio e lo diffondono anche a costo della vita”. (Angelus, 18 febbraio 2007)

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    Udienze

    ◊   Benedetto XVI ha ricevuto questa mattina in udienza nel Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo alcuni presuli della Conferenza Episcopale del Brasile (Regione Nordeste III), in visita “ad Limina”.

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    Il direttore dei Musei Vaticani: opera di prevenzione per la Cappella Sistina, ma "no" al numero chiuso per le visite

    ◊   ‘Non si tratta della constatazione di un degrado, ma della consapevolezza che serve un’operazione di doverosa prevenzione’. Il direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci torna sul grido d’allarme da lui stesso lanciato sulla tutela degli affreschi della Cappella Sistina, sottoposti allo stress di migliaia di visitatori al giorno. Il prof. Paolucci dice "no" alle ipotesi di visite a numero chiuso per il luogo del Conclave e ricorda che esistono tecnologie in grado di evitare gli sbalzi di temperatura e umidità che mettono in pericolo i capolavori della Sistina. Ascoltiamolo al microfono di Fabio Colagrande.

    R. – Proviamo a considerare la Cappella Sistina come un’immensa macchina, che è chiamata a svolgere il pesante lavoro, lo stressante lavoro di accogliere ogni giorno dalle 15 alle 20 mila persone: quattro milioni e mezzo in un anno. Ora, nelle notti di agosto – perché questo lavoro si poteva fare solo a Sistina chiusa, dalle 8 di sera fino alle 2 del mattino successivo – sui ponteggi, sulla gru mobile, insieme ai tecnici del Laboratorio restauri dei Musei Vaticani, ho potuto analizzare da vicino, toccare con mano, guardare negli occhi Signorelli, Botticelli, Ghirlandaio, Michelangelo, il Michelangelo della volta, il Michelangelo del Giudizio e mi sono accorto, ci siamo accorti, noi tecnici specialisti dei Musei Vaticani, che, per carità, gli affreschi della Cappella Sistina stanno bene dal punto di vista visivo, non è che si vedano fenomeni di degrado, ma intanto hanno con sé – e questo l’abbiamo rimosso – una quantità inimmaginabile di polvere, perché la gente che entra porta polvere. Seconda cosa, ci siamo accorti che la presenza, durante il giorno, di tante persone e poi l’assenza di qualunque persona durante la notte provoca degli stress climatici che, a lungo andare, possono attivare un processo negativo per la conservazione degli affreschi. Quindi, non è, come qualcuno ha scritto e come sarebbe facile e suggestivo credere, la constatazione di un degrado visibile - ripeto gli affreschi non è che cascheranno domani – ma è la consapevolezza della necessità di quello che in linguaggio sanitario si chiamerebbe un’operazione di medicina preventiva. Io ho capito e i miei colleghi – gli studiosi, gli specialisti – hanno capito che bisogna intervenire per tempo, ripristinando i parametri di temperatura e di umidità giusti, perché oggi la scienza e la tecnica offrono delle risorse inimmaginabili fino a 20 anni fa. E’ un’operazione di necessaria, doverosa prevenzione, perché io dico sempre che il primo dovere di un direttore di museo è pensare che i visitatori dei musei sono le donne e gli uomini che devono ancora nascere.

    D. – Più che pensare a delle visite a numero chiuso, dunque, come avviene a Milano per il Cenacolo, occorre adeguare gli impianti di climatizzazione da un punto di vista tecnologico, questa è la strada...

    R. – Non sarebbe neanche giusto privare il popolo dei Musei Vaticani, gente che viene dall’Australia, dalla Nuova Zelanda o dal Perù, di vedere la Cappella Sistina, che oggi nell’immaginario artistico delle donne e degli uomini del mondo è l’attrazione fatale, l’oggetto del desiderio. Oggi, per fortuna, la scienza e la tecnica ci permettono di consentire alla gente di visitare la Cappella Sistina senza danni apprezzabili per quest’antologia di figure, che deve essere considerata la più affascinante, la più suggestiva del mondo.

    D. – Si è letto che l’Istituto per le tecnologie applicate ai beni culturali del Cnr ha proposto una riproduzione in 3d della Cappella Sistina, un po’ come si è fatto per la Cappella degli Scrovegni a Padova. Cosa pensa di questa ipotesi?

    R. – Queste sono cose che si possono fare e si fanno. I giapponesi sono specialisti in queste cose. Esiste un museo, che io non ho mai visto personalmente, ma me lo hanno descritto, nel quale sono riprodotte, scale al vero, tutte le opere d’arte più famose del mondo: dalla Cappella degli Scrovegni di Giotto alla Sistina naturalmente, a “La Ronda di Notte” di Rembrandt o a “Las Lanzas” di Velazquez. Questo si può fare, certo, è utile farlo, prezioso per gli studenti, però l’opera d’arte in originale è insostituibile. Non possiamo immaginare che i cloni delle opere d’arte possano sostituire l’originale, che rimarrà sempre l’oggetto irrinunciabile del desiderio degli amanti dell’arte.

    D. – Qualche collega ha scritto che è paradossale lanciare l’allarme sui troppi visitatori alla Sistina, mentre contemporaneamente si annuncia la ripresa delle aperture serali dei Musei Vaticani...

    R. – Intanto, i visitatori della sera sono una frazione minima di quelli che visitano ogni giorno i Musei Vaticani: saranno il 5 per cento, anche meno. Secondo, il criterio di spalmare su un orario sempre più lungo i visitatori in un certo senso è positivo per la conservazione del patrimonio. Quindi, non è questo il tipo di obiezione efficace. Ripeto, la soluzione nella quale io credo – sono ottimista in questo – e che ritengo possibile è proprio questa: costruire un sistema tecnologico che permetta di ripristinare al meglio, compatibilmente con la presenza del pubblico, dei parametri giusti di umidità di temperatura. Noi possiamo farlo, senza con questo togliere alla gente il diritto e il piacere di vedere, di “abitare” la Cappella Sistina.

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    Oggi su "L'Osservatore Romano"

    ◊   Gli auguri di Benedetto XVI alla comunità ebraica di Roma in occasione dell’annuale ricorrenza di Yom Kippur e di Sukkot.

    In prima pagina, Lucetta Scaraffia commenta il film di Michael Mandlik su Benedetto XVI con un articolo dal titolo “Per capire di più il Papa”.

    Nel servizio internazionale, in rilievo l’economia americana: Obama annuncia che gli sgravi fiscali per le classi più abbienti non saranno prorogati.

    Ribaltone bizantino: Umberto Broccoli sul rapporto tra sport e lotta politica nella Bisanzio del VI secolo.

    Interpretazione biblica e linguaggio: Francesca Calabi sulla trasgressione di Adamo e sulla torre di Babele nell’esegesi allegorica di Filone di Alessandria.

    L’impegno teologico di John Henry Newman: Hermann Geissler ripercorre la vita e l’opera del grande pensatore inglese a una settimana dalla visita del Papa in Gran Bretagna.

    Una terra dove la fede è in dialogo con la secolarizzazione: il cardinale Cormack Murphy-O’Connor, arcivescovo emerito di Westminster, ricorda il viaggio di Giovanni Paolo II in Gran Bretagna nel 1982.

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    Oggi in Primo Piano



    Pakistan devastato da attentati e inondazioni: lenta la macchina degli aiuti

    ◊   Rimane critica la situazione nel Pakistan alluvionato, dove proseguono anche le violenze: una decina di civili sono rimasti uccisi in un attentato in una regione al confine con l'Afghanistan e altre 3 sono morte in un attacco compiuto davanti alla casa di un ministro a Quetta. E’ stato invece rilasciato il giornalista britannico rapito lo scorso marzo da insorti islamici nel nord-ovest del Paese. Intanto i dati ufficiali delle alluvioni parlano di oltre 1750 morti e più di 21 milioni di persone colpite. Per un aggiornamento sulla situazione, Giada Aquilino ha raggiunto telefonicamente in Pakistan Hussain Syed, collaboratore di Intersos a Peshawar, e operativo nei distretti alluvionati di Nowshehra e Charsadda:

    R. - Viene fuori uno scenario terribile. Non soltanto nella storia del Pakistan, ma potremmo dire nel mondo, non c’era mai stata in questo secolo un’alluvione di tale portata. Quello che è gravissimo è che gli aiuti internazionali si stanno muovendo con estrema lentezza, malgrado i morti e la disperazione dei vivi. Intersos sta facendo degli sforzi immani e cerca di assistere - grazie alle donazioni dei privati in Italia - le popolazioni disastrate.

    D. - In quale fase dell’emergenza è ora il Pakistan?

    R. - E’ sempre nell’emergenza iniziale: la seconda fase, quella cioè che potrebbe essere considerata di ricostruzione, non è ancora cominciata, anche perché non si sono fermate le piogge. Le inondazioni hanno colpito inizialmente alcune zone ed ora si stanno spingendo verso il delta dei vari fiumi e quindi verso il mare. Tutte le località che precedentemente non erano state colpite e danneggiate, adesso sono state coinvolte dall’acqua.

    D. - Lei si trova nella zona di Peshawar…

    R. - Sì, mi trovo nella zona di Peshawar anche perché è un’area che a partire dal 2001 continua a subire dei disastri: dal terremoto alla caccia ai talebani. C’erano già delle persone “internally displaced” ed ora, unitamente a queste, ce ne sono delle altre che hanno perso le case e tutto il resto. E’ una situazione veramente molto drammatica.

    D. - Oggi cosa serve al Pakistan?

    R. - Qualsiasi tipo di aiuto. Il periodo d’emergenza non è ancora finito, ma laddove le acque si stanno ritirando o si sono già ritirate si pensa alle operazioni riabilitative per rendere nuovamente vivibili queste zone. Si tratta di operazioni terribilmente difficili, perché il fango e i detriti portati dai fiumi e dalla violenza delle acque hanno distrutto tutto ciò che c’era sotto, compresi raccolti e piantagioni. Queste zone erano coltivate a frutteti, a canna da zucchero, a granoturco. Tutto è stato danneggiato o distrutto e c’è fango un po’ ovunque. In futuro questo potrà essere anche una nota positiva, perché il fango portato dai fiumi rende più fertile il terreno, ma adesso bisogna fare qualsiasi cosa necessaria perché il terreno, che è soffocato, possa essere ossigenato e quindi possa respirare.

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    Attentato in Ossezia del Nord: almeno 16 i morti

    ◊   Almeno 16 morti ed 80 feriti: è il tragico bilancio di un attentato che ha colpito un mercato di Vladikavkaz, capitale dell’Ossezia del Nord, nel Caucaso russo. Il servizio è di Salvatore Sabatino:

    E’ stata un’autobomba a provocare la strage nel mercato più grande della capitale dell’Ossezia del Nord. A bordo due persone, che hanno attivato una carica, pari a 15-20 chili di tritolo, imbottita di chiodi e pezzi di metallo. Il mercato in quel momento era pieno di gente, abitanti che facevano la spesa, ma anche persone che cercavano lavori provvisori in una sorta di borsa di collocamento. La devastazione è stata pressoché totale; danneggiati anche alcuni palazzi vicini, poi evacuati per motivi di sicurezza. E solo per caso i poliziotti accorsi sul luogo dell’attentato hanno evitato il peggio, neutralizzando un secondo ordigno, pronto ad esplodere all’ingresso del mercato. Per soccorrere i tanti feriti, tra i quali 5 bambini, è arrivato da Mosca anche un aereo speciale, mentre le autorità nord ossete hanno chiuso tutte le scuole per timore di nuovi attentati. Quello di oggi è l'attacco terroristico più devastante dallo scorso marzo, quando due donne kamikaze si fecero esplodere in altrettante stazioni della metropolitana di Mosca, causando 40 morti e 130 feriti. Il presidente russo Medvedev ha ordinato ai Servizi segreti di prendere misure per la salvaguardia dei cittadini del Caucaso. L’Ossezia del Nord, a maggioranza ortodossa, è stata più volte presa di mira dagli estremisti islamici, provenienti dalla vicina Inguscezia ma anche dalla Cecenia. Il più grave tra gli incidenti registrati è stato sicuramente il sequestro della Scuola Numero Uno, di Beslan, nel settembre 2004. Separatisti ceceni sequestrarono l’intero istituto, provocando la morte di centinaia di persone. Il Caucaso, dunque, continua ad essere una polveriera ed uno dei maggiori motivi di preoccupazione per Mosca. Fulvio Scaglione, vice-direttore di Famiglia Cristiana ed esperto dell’area ex-sovietica:

    R. - Il Caucaso è sempre stato, anche in epoca sovietica, una polveriera. La Cecenia, ad esempio, è stata per tutto il periodo sovietico la più povera di tutte le Repubbliche dell’Urss, con una situazione di marginalità che non è mai stata superata. Questo ha ovviamente generato una carica di “revanscismi”, che poi - con la fine dell’Unione Sovietica e contemporaneamente con il ritorno internazionale del fondamentalismo islamico - ha rimesso la pentola a bollire.

    D. - Il Cremlino non è, però, mai riuscito a risolvere questa situazione…

    R. - Sappiamo bene che sia Eltsin, sia Putin hanno tentato vagamente delle soluzioni, ma alla fine la loro ricetta è sempre stata di stampo sovietico e quindi repressione militare da un lato e, dall’altro - soprattutto con Putin - il tentativo di cooptare l’élite locali al servizio del Cremlino. Cosa, questa, che soltanto in parte è riuscita!

    D. - L’Ossezia del Nord è la più prospera tra le Repubbliche caucasiche. Ci sono ovviamente numerosi interessi in questa area…

    R. - Al di là degli interessi economici, che ci sono, c’è anzitutto un interesse geo-strategico. La Russia ha visto la propria influenza in questa area molto limitata negli anni e soprattutto nel periodo della presidenza americana Bush. Lì c’è stata questa cosa strategica dell’oleodotto Btc – che parte da Baku, in Azerbaigian, passa per Tbilisi in Georgia, e arriva a Ceyhan, in Turchia - che è una specie di grande muraglia economico-strategica che gli Stati Uniti hanno tracciato nel Caucaso del sud. Mosca continua a cercare di recuperare la propria influenza o di mantenerla a seconda delle aree: l’Ossezia del Nord e del Sud. Non dimentichiamo che mentre l’Ossezia del Nord è parte della Russia, l’Ossezia del Sud - che sarebbe parte della Georgia - ha voluto staccarsi e si è proclamata indipendente; e la Russia ha riconosciuto questa indipendenza insieme con quella dell’Abkhazia. C’è veramente, quindi, un conflitto geo-strategico in corso.

    D. - Nonostante le continue tensioni e lo stillicidio di vittime si ha l’impressione che questa area sia un po’ dimenticata dal grande circo mediatico. Come mai?

    R. - Perché lì si svolge una partita a due: Russia, Stati Uniti e reciproci alleati. Non interessa molto l’Europa e tutto sommato l’Europa non ha neanche - e mi si perdoni il gioco di parole - interesse ad interessarsene, perché quando la Georgia chiede di entrare nell’Unione Europea o nella Nato crea un imbarazzo internazionale fortissimo.

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    La Comunità di Sant'Egidio presenta l'Incontro internazionale della pace di Barcellona

    ◊   Con Barcellona 2010 si chiude un decennio difficile, di recrudescenza del terrorismo, di crisi sociale ed economica. Da Barcellona quindi si riparte per un decennio nuovo, in cui le religioni potranno giocare un ruolo non secondario in un processo di pacificazione globale. La comunità di Sant’Egidio ha presentato così la 24ma edizione dell’Incontro internazionale della pace che quest’anno, dal 3 al 5 ottobre, si svolgerà nel capoluogo catalano. 30 gli incontri di questo appuntamento che vedranno alternarsi esponenti di tutte le religioni, personalità politiche e della cultura a livello mondiale. Francesca Sabatinelli ha intervistato Mario Marazziti, portavoce di Sant’Egidio:

    R. - Abbiamo bisogno di aprire un decennio nuovo e questo decennio nuovo ha una via sola: quella del dialogo. Dal luogo della crisi, la Spagna, della crisi economica e della crisi sociale in un Paese di grande modernizzazione e modernità, io credo che nasca un percorso dove le religioni scoprono la risorsa di lavorare di più insieme, anche per essere meno irrilevanti nel mondo della globalizzazione. L’economia ha bisogno degli uomini e delle donne di religione o comunque di persone che pensano in modo spirituale ed umano al bene comune, perché c’è una crisi profonda, morale, disorientata dentro l’economia. Tutto questo - direi - segna un decennio in cui, mentre cresce l’Asia e quindi la Cina, l’India, considerati ormai i futuri giocatori nel mondo, io credo siano lanciate le religioni ed anche il messaggio delle necessità di un dialogo e lo lancia anche alle società civili.

    D. - Come vi ponete di fronte a continue provocazioni, tra pochi giorni - ad esempio - sarà l’11 settembre e dagli Stati Uniti arriva quella di bruciare il Corano…

    R. - Abbiamo i fondamentalismi che non sono, purtroppo, solo patrimonio dell’Islam: ci sono fondamentalismi terribili anche all’interno del mondo cristiano. I fondamentalisti sono sempre stupidi e fanno sempre cose stupide, quando non fanno cose pericolose, violente o terribili. Mi auguro che tutto questo rientri. C’è un grande percorso, un solco di dialogo tra cristiani, musulmani ed ebrei ed è quello dal quale viene la gran parte della stabilità del mondo. Io credo che non si debba assolutamente cedere a queste provocazioni.

    D. - Torniamo a Barcellona. Tra gli argomenti principali, il Pakistan: una tragedia immane che ha, però, suscitato poca commozione e partecipazione. Perché, secondo voi?

    R. - Il Pakistan sconta il fatto anzitutto di essere un luogo non del grande turismo mondiale e sconta il fatto che il numero assoluto delle vittime sembra piccolo rispetto al mondo, ma in realtà questo è sbagliato perché ci sono 20 milioni di persone che sono praticamente annichilite e che per un decennio, forse due decenni, verranno martirizzate e dove colera ed epidemie faranno molte più vittime e dove in realtà se il mondo - e il mondo tutto - non interviene in maniera umana, intelligente, robusta e costante, è un modo di regalare di nuovo agli estremisti e ai fondamentalisti, ai vari talebani del mondo una carta che dice: “vedete non gliene importa niente di noi, dobbiamo fare a modo nostro, perché quello è il mondo di satana”. Io credo che il Pakistan debba diventare patrimonio del mondo.

    D. - Quindi insieme al Pakistan, cos’altro a Barcellona?

    R. - Ci sarà il Medio Oriente: penso che ci sarà un passaggio del dialogo israelo-palestinese con due ministri - uno israeliano ed uno palestinese - che hanno confermato la loro presenza. Questa pagina potrebbe quindi rappresentare un passaggio dentro al dialogo ufficiale, che è in corso tra Abu Mazen e il governo israeliano. Penso alla presenza dell’Islam con 16 Paesi; penso al Patriarcato di Mosca e al Metropolita Ilarion, che sarà presente e che rappresenta un qualcosa che potrebbe essere utile alla simpatia e alla vicinanza tra la Chiesa cattolica e il Patriarcato di Mosca; penso all’America Latina e a cosa possa dare al mondo; penso ancora all’Africa, che vedrà la presenza del presidente dell’Unione Africana, e ci saranno due Paesi, il Kenya e la Guinea Conakry, che dopo fatti di violenza ed una guerra civile vivono ora una fase di transizione democratica e per la quale la Comunità di Sant’Egidio ha lavorato. Forse la società civile fa poco notizia, ma la pace si costruisce così!

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    Il priore di Bose sul Convegno di spiritualità ortodossa: c'è una solitudine buona che ci mette in comunione con Dio

    ◊   L’ascesi come strada che libera l’anima dai “rumori” che ostacolano la comunione con Dio. E’ questa un’esperienza tipica del monachesimo che da ieri è uno dei temi portanti al 18.mo Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa, ospitato fino a sabato prossimo al Monastero di Bose. Il tema, “Comunione e solitudine” - oggetto di messaggi da parte del Papa e dei Patriarchi ortodossi Bartolomeo I e Kirill - è stato affrontato nella prolusione dal priore di Bose, Enzo Bianchi, e sarà motivo di riflessione per i teologi e gli studiosi ortodossi, cattolici e protestanti presenti ai lavori. Alessandro De Carolis ha chiesto allo stesso priore di Bose in che modo il significato della solitudine si sposi con quello della comunione:

    R. – La solitudine può essere buona soltanto se predispone alla comunione, perché il fine della vita cristiana è la comunione con Dio e con i fratelli e tutto ciò che contraddice la comunione è ciò che, in qualche misura, noi chiamiamo “male”, chiamiamo “peccato”. Allora, la solitudine può anche essere qualche volta una solitudine negativa: la solitudine che ci viene portata dalla storia, imposta dalla nostra vita, la solitudine come estraneità rispetto agli altri e la solitudine terribile, oggi, del vuoto esistenziale, che molti, soprattutto le nuove generazioni, soffrono. In realtà, si deve trovare invece una solitudine positiva, buona, una solitudine abitata da Dio. Non c’è solitudine buona che non prepari o predisponga alla comunione con Dio e con i fratelli.

    D. – A proposito di questa solitudine "buona" che apre a Dio, il Patriarca ortodosso russo Kyrill sottolinea, tra l’altro, nel suo messaggio l’importanza del "benefico influsso degli asceti cristiani ai nostri giorni". In sostanza, è questa l’esperienza che offre la comunità di Bose...

    R. – Questa è la nostra volontà: di far vedere come nella solitudine del celibato, come nella solitudine di una vita un po’ in disparte, una vita monastica, possa essere dato agli uomini un cammino di comunione, perché il monaco nella sua solitudine, in realtà, tende alla comunione con tutti – con Dio, con i fratelli, con il Creato – e predispone tutto perché questa comunione sia qualcosa di reale, di concreto, oltre che essere un grande impegno spirituale.

    D. – L’allontanamento dal mondo, tipico di un monaco, spaventa il nostro mondo del chiasso, quello delle troppe voci che alla fine diventano quasi un unico rumore. Come si insegna a recuperare la dimensione del silenzio interiore?

    R. – Innanzitutto, occorre assolutamente che uno decida dentro di sé di fare l’opzione contro ogni dissipazione, contro ogni intontimento, contro quel divertissement pascaliano che impedisce di prendere coscienza di sé. Questo è il primo passo. Si richiede quindi un rifugio dalla chiacchiera, un rifugio dall’essere agitati. Poi, c’è il secondo momento, dove l’abitare con sé non significa affatto una dimensione egoistica, ma si tratta di scendere alle proprie profondità e di arrivare a quel punto della coscienza dove possiamo sentire la voce di Dio. Il terzo momento è, allora, l'abitare questa solitudine che ci siamo dati, questo silenzio, con la presenza di Dio, con la presenza dei fratelli.

    D. – Che cosa può insegnare la spiritualità ortodossa, alla quale il Convegno è dedicato, alla comunità cristiana occidentale?

    R. – Soprattutto, direi, questa presenza della vita monastica nella Chiesa, questa testimonianza silenziosa ma radicale, questo poter far vedere che Dio è effettivamente Colui che può essere oggetto del nostro amore, della nostra ricerca. Io credo che questo, la grande tradizione del monachesimo orientale ce lo ricordi e ce lo possa anche insegnare.

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    La Chiesa celebra la memoria di San Pietro Claver, apostolo fra gli schiavi

    ◊   “Schiavo degli schiavi”: così si definiva San Pietro Claver, di cui oggi la Chiesa celebra la memoria liturgica. Nato in Spagna nel 1581, membro della Compagnia di Gesù, questo religioso si dedicò totalmente alla cura degli schiavi neri, deportati dall’Angola alla Colombia. Morì di peste nel 1654 e fu canonizzato da Leone XIII nel 1888. Sul carisma di San Pietro Claver, patrono delle missioni tra i popoli dell’Africa e afroamericani, Isabella Piro ha intervistato suor Orsola Lorek, segretaria generale delle “Suore Missionarie di San Pietro Claver”, congregazione fondata ai primi del ‘900 dalla beata Maria Teresa Ledóchowska:

    R. – Il suo carisma si potrebbe definire come l’amore o la carità servizievole verso i più poveri, i più abbandonati, i più disprezzati di questa epoca. Lui lo ha fatto in modo mirabile, ha trattato questi uomini con grande amore, si è sacrificato per loro fino all’eroismo, li ha serviti, li ha lavati, li ha curati. Era un amico per loro. Perciò San Pietro Claver è un modello di samaritano che si china verso un debole, verso un miserabile: è un modello di carità eroica.

    D. - Un tratto caratteristico della figura di questo Santo è sicuramente l’umiltà?

    R. – Certo. Non si può servire senza l’umiltà e, infatti, tutte le lettere ai suoi superiori o amici le firmava “Schiavo degli schiavi”. Lui fece questo voto già a 24 anni e annotò nel suo diario: “Fino alla morte mi devo consacrare al servizio di Dio facendo conto che sono come uno schiavo il cui impegno deve essere tutto a servizio dei poveri e dei miserabili”.

    D. – Cosa insegna ai missionari di oggi San Pietro Claver?

    R. – Questo Santo è un grande esempio per i missionari, perché lui si è fatto vicino all’uomo nella necessità, nelle situazioni di emergenza. Quando arrivavano queste navi piene di schiavi dall’Africa cercava di farsi vicino all’uomo, alle persone: vedeva in queste persone Cristo stesso. Li serviva e li liberava per quanto gli era possibile. Penso che il compito dei missionari sia quello di essere vicino alle persone, cercare di liberare queste persone dalla schiavitù che anche oggi esiste in diversi continenti e non è solo fisica, ma anche morale, prima di tutto. I missionari devono essere vicini alla gente, alle persone, cercare di mostrare il vero volto di Dio - questo faceva San Pietro Claver - il vero volto di Dio che è amore. San Pietro Claver che era bianco si è fatto schiavo di questi neri, si è fatto come loro per far capire che Dio è amore e avvicinarli a Dio. Infatti, come è scritto nel suo diario, lui diceva: “Nella mia vita ho battezzato circa 300 mila di questi africani”. Vuol dire che li ha portati verso Dio.

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    Al Festival di Venezia commozione per il film del regista cinese Wang Bing

    ◊   Al Festival del cinema di Venezia un film sorpresa in concorso stupisce e commuove per il suo rigore e realismo: si tratta di “Le fossé” (Il fossato), del regista cinese Wang Bing, crudissima storia di dolorose vite umane nella Cina sul finire degli anni ’50. Attesa grande, oggi, per il quarto e ultimo film italiano in concorso, Saverio Costanzo con la sua trasposizione cinematografica del romanzo di Paolo Giordano “La solitudine dei numeri primi”. Il servizio dalla città lagunare di Luca Pellegrini.

    Orribili solitudini dettate dal potere, terribili solitudini imposte dalla vita. Le prime vere, le seconde immaginate. Entrambe di irreparabile tragicità. A sorpresa, e come molte sorprese abbagliante nella sua inattesa forza cinematografica e storica, entra in concorso Le fossé di Wang Bing, alla sua prima vera prova nel lungometraggio, dopo essere stato scoperto come uno dei documentaristi cinesi più rigorosi ed espressivi. Nell’estremità insopportabile della natura ostile – è il Deserto del Gobi – intellettuali deportati dal governo cinese alla fine degli anni ’50 vivono come topi nelle condizioni umane spinte ai limiti estremi della sopravvivenza e in attesa della morte. Il dialogo è rarefatto come l’aria, le immagini talvolta insopportabili come la sussistenza dei disperati, così avara e parca di cibo da rendere possibili gesti insopportabili. La nitidezza austera e tragica di questo film cauterizza la denuncia politica e sociale che soltanto sottintende, che non viene mai detta, soltanto mostrata o intuita. Davanti al rigore disumano del sistema, infatti, vince la pietà, vince l’umanità affranta che sopporta, la condivisione della sofferenza nei piccoli gesti o nell’ascolto delle sventure, il muto scorrere della storia che spesso è avara di felicità, di giustizia o di semplice normalità. Storia che, invece, scorre in un fluttuante e quasi onirico zigzagare, in ossequio a ciò che nel romanzo era possibile e al cinema diventa faticosissimo, nella trasposizione sullo schermo del fortunato romanzo di Giordano. Il film lo è molto meno: difficile raccontare “i corpi - come dice il regista Saverio Costanzo - e il loro stravolgimento nel corso di vent’anni” e insieme raccontare gli amari destini delle esistenze di Alice e Mattia alla deriva, sfregiati anche nell’anima malata, e calarli in una realtà sentimentalmente orrorifica che sembra più un escamotage che necessità, così come le musiche acide di Mike Patton. Il volto di Alba Rohrwacher è perfetto, troppo perfetto, così come quello di Luca Marinelli. Si stenta a credere a questi numeri primi che cercano una spiaggia di salvezza nel deambulare in una Milano bene, si soffre assai più e compatisce con i numeri ignoti che vagano senza sapere in una Cina che non conoscono più.

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    L'arte dell'organo a canne: un patrimonio da riscoprire a livello culturale e religioso

    ◊   Promuovere la valorizzazione dell’organo a canne sia sotto il profilo liturgico sia sotto quello culturale. E’ l’obiettivo dell’Associazione italiana organari per far conoscere, anche ai giovani, uno strumento dalle molteplici potenzialità. Il più grande patrimonio di organi esistente al mondo si trova in Italia. Valorizzarlo significa anche riscoprire la bellezza di una professione poliedrica, quella dell’organaro, che congiunge la storia con la musica, l’arte con la spiritualità. E’ quanto sottolinea al microfono di Amedeo Lomonaco il presidente dell’Associazione italiana organari, Claudio Bonizzi:

    R. - Penso che sia il mestiere al mondo che raggruppa più mestieri, dal falegname, al lattoniere, all’intonatore, al musicista. C’è un po’ di tutto, il restauratore d’organo deve fornire una serie di documenti per avere i permessi per poter poi smontare lo strumento e restaurarlo. Si smonta l’organo che si porta in laboratorio. Quindi si restaura lo strumento e poi alla fine lo si rimonta e lo si accorda. Chiaramente, abbiamo a che fare con strumenti che vanno dal '500 fino ad arrivare al secolo scorso. Bisogna avere una conoscenza storica, archivistica e anche tutta una ricerca particolare sul tipo di accordature che si usavano all’epoca. E’ chiaro che bisogna conoscere la musica, ma anche rispettare il più possibile quello che l’autore ha fatto e cercare di capire come ha operato il costruttore.

    D. - Ridare voci e suoni ad un organo significa anche far risplendere un’arte che accorda la musica con lo spirito…

    R. - Quando io lavoro in Chiesa, lavoro proprio a contatto con l’ambiente che sento mio. L’ambiente è mio nel senso che lo sento vicino alla mia persona, al mio animo, perché nel silenzio, nel rispetto delle persone che entrano, questa sonorità penetra dappertutto. Entra anche nei cuori più duri. Quando sentiamo suonare uno strumento la soddisfazione maggiore è sapere che qualcuno gioisce di questa musica e si avvicina dove vuole. E chiaramente essendo in Chiesa, si avvicina all'Alto.

    D. - Ma qual è oggi la magia dell’organo e del suo suono?

    R. - La magia è questa: è quella di avere conservato delle sonorità. Oggi si parla tanto di tradizione e si vedono persone anche anziane che, una volta restaurati degli organi, riportati all’origine, si commuovono e ci dicono: “Finalmente risentiamo il nostro organo!” Loro hanno una memoria storica, una memoria musicale in testa, pur non conoscendo la musica.

    D. - Qual è questa memoria e a quale sonorità fa affidamento?

    R. – E’ la memoria del suono, la memoria della bellezza del suono. Se anche ai giovani non facciamo conoscere le cose belle, non si può fare il confronto tra un suono di un organo elettronico e quello di un organo a canne.

    D. - Quali priorità si è posta in questi anni l’Associazione italiana organari?

    R. - In questi anni abbiamo cercato di valorizzare il patrimonio degli organi anche dal punto di vista storico, dotandoci anche di codici deontologici abbastanza precisi, una serie di requisiti dal punto di vista tecnico, nel restauro, ma anche la costruzione di organi nuovi.

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    Chiesa e SocietÓ



    Emergenza Pakistan: un vescovo porta aiuti umanitari a sfollati e bambini disabili

    ◊   Lo spirito “è quello del Buon Samaritano, che non ha chiesto l’identità dell’uomo bisognoso, lo ha aiutato senza esitazione. Oggi il nostro compito, in questa immane tragedia, è mostrare l’amore di Dio a ogni esser umano, indipendentemente dalla sua religione, comunità di appartenenza, stato sociale”: con queste parole mons. Andrew Francis, vescovo di Multan, ampia diocesi nel Punjab, racconta all’agenzia Fides il suo impegno personale per le vittime della tragedia. Ogni giorno il vescovo compie viaggi di centinaia di chilometri (la diocesi è molto estesa e abbraccia anche zone della provincia del Beluchistan) per portare aiuti umanitari ai profughi, alla guida di uno staff della Caritas locale: “Mi muovo con l’abito e la croce vescovile: sono prima di tutto un sacerdote cattolico e la mia presenza, in sé, esprime la vicinanza e la solidarietà dalla Chiesa cattolica tutta verso gli sfollati, vittime delle alluvioni. In loro vediamo Gesù Cristo che, come dice il Vangelo, è nudo, affamato, assetato, e che sta a noi curare. Le nostre attività di soccorso e di consegna di aiuti umanitari – cibo, acqua, tende, medicinali soprattutto – raggiungono almeno 25mila persone in sette distretti. Stiamo facendo del nostro meglio, mettendo in campo tutte le nostre risorse”, racconta il presule. All’attività umanitaria si aggiunge anche “una intensa preghiera: molte famiglie ci chiedono di pregare per loro: rimettiamo la loro vita nelle mani della Provvidenza”, nota. Sui destinatari dei soccorsi, il vescovo spiega a Fides. “Andiamo incontro a tutti i bisognosi, senza alcuna remora: molti sono indù, che nella nostra diocesi sono stati fortemente colpiti dalle alluvioni; vi sono poche famiglie cristiane. Abbiamo portato aiuti anche a musulmani integralisti: ad esempio sono andato, con la croce vescovile al collo, nelle madrase, le scuole coraniche molto diffuse nella diocesi di Multan. Da vescovo, ho portato aiuti umanitari a mullah noti per idee piuttosto radicali. Sono stato accolto bene, ci hanno apprezzato e ringraziato”. Il Vescovo ha anche organizzato un incontro interreligioso nella cattedrale di Multan “per invocare insieme ai leader cristiani, musulmani e indù la misericordia di Dio. La tragedia accomuna nella solidarietà tutte le comunità religiose”. Un’attenzione specifica c’è “verso i bambini disabili e quelli affetti dalla sindrome di down: le loro famiglie sono in grande difficoltà. Le équipe della Caritas girano per i villaggi alla ricerca di queste famiglia, che sono i casi più disperati”. In quest’opera di aiuto ai bambini, “un contributo davvero speciale viene dai piccoli dell’Infanzia Missionaria della diocesi: hanno raccolto, porta a porta, aiuti destinati ai bambini e, fino ad oggi, siamo riusciti a beneficiare oltre 20mila bambini fra le famiglie di profughi”. Il vescovo conclude: “Sono felice di essere un cristiano in Pakistan, nonostante le difficoltà, anche in questa tragedia. La missione della Chiesa oggi è farsi vicina al prossimo che soffre ed essere segno dell’amore e della misericordia di Dio”. (R.P.)

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    Musulmani e cristiani degli Stati Uniti insieme per aiutare gli alluvionati del Pakistan

    ◊   Hanno raccolto 11mila dollari, utilizzati per acquistare stoviglie, coperte, kit per l’igiene personale, bombola di gas, tappeti e tende, ma una parte è andata a 48 famiglie particolarmente bisognose. La Muslim Community of north east Tennesse, una comunità pakistana musulmana degli Stati Uniti, ha voluto aiutare così i pakistani colpiti dalle alluvioni di Shabarra, nella provincia di Kyber-Pakhtoonkwa, la frontiera nordoccidentale. Ma la particolarità, precisa L’Osservatore Romano, sta nel fatto che per mandare il denaro in Pakistan si è servita dell’agenzia caritatevole cristiana “World vision”: “Il fatto che i pakistani stiano aiutando altri pakistani è un gesto lodevole – ha commentato Shaharyar Khan Bangash, del World vision – la dimostrazione della fiducia che la comunità pakistana nutre per il nostro operato”. (R.B.)

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    Egitto: bruciato ad Hagaza l’ennesimo edificio cristiano

    ◊   È stata distrutta dalle fiamme, ufficialmente causate da un corto circuito, qualche giorno fa, la chiesa della comunità copta di Hagaza, in Egitto, a nord di Luxor. A comunicarlo all’agenzia Zenit è il vescovo dei copti cattolici di Luxor, mons. Joannes Zakaria: “Vi scrivo questo messaggio per chiedere la vostra preghiera e la vostra solidarietà – è il suo appello – io, il povero parroco e i 600 fedeli di Hagaza abbiamo bisogno della vostra preghiera e della vostra fraternità”. Il presule, infatti, testimonia come si tratti del terzo incendio in pochi anni nella sua diocesi, seguito a quello del terzo piano della casa vescovile di Luxor e a quello di parte della casa delle Suore francescane minime del Sacro Cuore a Isna. La Chiesa copta di Hagaza, già teatro in passato di assalti da parte dei fondamentalisti islamici, è stata fondata dai Frati minori francescani nel 1890. In tutto l’Egitto, inoltre, la maggioranza dei cristiani è copta ed essi costituiscono il 10% della popolazione totale, che ammonta a 83 milioni di abitanti. “Ho incontrato le autorità governative – ha concluso il presule – e ho chiesto loro il permesso di preparare una nuova costruzione in cui celebrare la Messa di domenica, ma mi è stato negato”. (R.B.)

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    Il cardinale Rodríguez Maradiaga sulla strage dei 72 migranti: crimine abominevole

    ◊   Dopo che giorni fa in El Salvador, le autorità e l'arcivescovo della capitale, mons. Escobar Alas, avevano accolto le salme di 11 salvadoregni uccisi fra le 72 vittime dell’ormai nota strage di Tamaulipas, in Messico, lo scorso 22 agosto, anche in Honduras sono rientrate le salme dei 16 connazionali trucidati nella stessa occasione. L'arcivescovo di Tegucigalpa, cardinale Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga, esprimendo il dolore e la costernazione dell'intero Paese, ha osservato che quest'orrendo crimine dovrebbe spingere tutti a riflettere sull'importanza e sulla sacralità della vita. "Com’è possibile - si è chiesto il porporato - che esistano persone senza scrupoli fino a questo punto? Persone capaci di estorcere denaro a chi è tanto disperato da mettersi alla ricerca di un futuro altrove, e capace, poi, di togliergli la vita, prezioso dono di Dio? Agire in questo modo è la cosa più abominevole che si possa fare in situazione di questo tipo", ha rilevato il cardinale, ricordando il racconto biblico di Caino e Abele. "Dio chiederà conto a queste persone, chiederà dove sono i loro fratelli", quelli che di loro si sono fidati di loro, di individui che poi hanno "agito come carnefici spietati". Una tragedia che "ci deve spingere a recuperare con urgenza il rispetto della vita umana", che spesso manca perché "non si conosce la Parola di Dio" che ci insegna proprio ciò che oggi non c'è più: "Amore e rispetto per la vita". "Speriamo che si riesca a individuare e arrestare i colpevoli. Aspettiamo fiduciosi che questi paghino il loro debito con la giustizia umana, così come dovranno pagarlo con quella di Dio, alla quale nessuno può sfuggire". Infine, il cardinale Oscar Andrés Rodríguez si è augurato che nel futuro nessun honduregno sia costretto a cercare fortuna fuori dal Paese: "È molto triste il nostro Paese non riesca a garantire condizioni sufficienti alla vita di tutti i suoi figli, il diritto di restare a vivere nel proprio territorio dove avere la possibilità di dare ai propri figli dignità, cibo, educazione e serenità". Intanto, ieri il procuratore di Tamaulipas ha confermato che due persone che stavano indagando sulla strage, avvenuta nel municipio di San Fernando, e che erano scomparsi alcuni giorni fa, sono stati trovati morti. Era stato il presidente del Messico in persona, Felipe Calderón, a denunciare queste due sparizioni, rivelando di temere che fossero cadute nelle mani della banda di narcotrafficanti, dedita anche alla tratta degli umani, nota come "Los Zetas". (L.B.)

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    A Cuba la festa della Madonna della “Caridad del Cobre”

    ◊   Migliaia di cubani, in particolare all’Avana e a Santiago de Cuba, hanno preso parte ieri alla tradizionale processione con la quale, l’8 settembre, si celebra Nostra signora della Caridad del Cobre, patrona nazionale, venerata come “Madre e Amica”. La festa, quest’anno, ha avuto una solennità e una partecipazione speciali poiché i cubani sono entrati nel triennio con il quale si preparano a ricordare il Quarto centenario della scoperta della statuetta della “Virgen del Cobre” (località in cui si trova il santuario), che in molti luoghi della parte orientale dell’isola si venera con il nome di “Madonna di Mambisa”. A Santiago di Cuba, diocesi del santuario, la festa è stata presieduta dall’arcivescovo Dionisio García, presidente dell’episcopato cubano. In questo territorio si sta svolgendo un pellegrinaggio nazionale della statuetta della Vergine Santa. All’Avana, ieri, con una partecipazione di massa impressionante di fedeli, la festa e la processione sono state guidate dall’arcivescovo della capitale, cardinale Jaime Ortega, il quale ha dedicato gran parte della sua omelia a ricordare “che la Madre di Dio ci insegna la fedeltà a Gesù e ci mostra il cammino della riconciliazione”. Parlando alla fine della processione, presso la Chiesa della Caridad, il porporato ha affrontato diversi temi molto sentiti dai cubani in questi ultimi mesi: per esempio, ha espresso grande fiducia e speranza nel fatto che, seppur gradualmente, alla fine siano liberati tutti i dissidenti. Al tempo stesso, l’arcivescovo ha voluto ribadire quanto aveva scritto nel febbraio scorso, ponendo alle autorità e al Paese “l’urgente bisogno di cambiamenti rilevanti nell’economia, la politica e la cultura”. E proprio in riferimento ad alcuni cambiamenti annunciati dal Presidente Raùl Castro alcune settimane fa, il porporato ha osservato: “Quando arriveranno i cambiamenti buoni è auspicabile che siano accettati, anche se potrebbero implicare alcuni aspetti difficili”, riferendosi probabilmente alla riduzione sostanziale dell’apparato burocratico statale, cosa che ovviamente comporterà licenziamenti di massa, uno degli argomenti più discussi nell’isola in questi giorni, dopo l’annuncio del presidente. Il governo, a questo proposito, ha più volte rassicurato il Paese, affermando che i licenziati non saranno lasciati senza mezzi di sopravvivenza. “In questi ultimi tempi – ha precisato il cardinale Jaime Ortega - abbiamo ascoltato molto la parola ‘cambiamenti’ qui, a Cuba. In diverse occasioni il nostro popolo si è dimostrato favorevole a tali cambiamenti, anzi, da molto tempo attende che si realizzino queste riforme necessarie”. (L.B.)

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    Colombia: Settimana della pace a sostegno delle vittime della violenza

    ◊   Si è aperta domenica scorsa e si chiuderà domenica prossima la Settimana per la pace 2010 in Colombia, promossa dalla Conferenza episcopale. L’obiettivo dell’appuntamento non è solo sensibilizzare le persone sull'esigenza di impegnarsi per una convivenza civile e pacifica, ma anche incoraggiare gesti concreti di pace che servano come testimonianze educative. Il presidente dell'episcopato, mons. Rubén Salazar Gómez, arcivescovo di Santa Fé di Bogotà, ha definito l'evento "un'iniziativa molto importante per il Paese, perché mostra l'unico sentiero possibile per superare i molti problemi della nazione”. Il presule ha ricordato che al centro delle riflessioni della Settimana 2010, c’è il tema delle “vittime delle violenze che patisce la Colombia”. “Desideriamo che le vittime possano, per così dire, smettere di essere vittime e quindi si possano integrare nella società come cittadini a pieno titolo, con diritti e doveri” e al tempo stesso desideriamo che questo nostro Paese capisca che “occorre lavorare per il recupero di queste persone - ha aggiunto ricordando il motto della Settimana - anche perché ‘nessuna vittima mi è aliena’”. Mons. Héctor Fabio Henao Gaviria, responsabile della Caritas colombiana e direttore della Pastorale sociale, ha voluto precisare che tra queste vittime ci sono oltre tre milioni e 800mila sfollati che fuggono dalla violenza, costretti a vivere in condizioni precarie e a volte estreme. “Si tratta – ha osservato mons. Henao - di persone che dovrebbero farci mettere in discussione e stimolare le nostre convinzioni etiche. Questa dolorosa realtà è una sfida per tutti". D'altra parte mons. Juan Vicente Córdoba, segretario generale dell'episcopato colombiano e vescovo ausiliare di Bucaramanga, da parte sua ha voluto toccare un argomento delicato, del quale non si parla mai, nonostante non si tratti di una realtà secondaria: le centinaia di salme non identificate che giacciono in numerosi depositi della Colombia. "Non si deve occultare questa realtà", è il suo appello. Secondo i dati in possesso della Chiesa locale e riferiti dal vescovo, le salme senza identificazione sono attualmente oltre 20mila. "Occorre fare luce su questa vicenda", ha chiesto mons. Córdoba, ricordando che anche queste persone sono “vittime”, come vittime sono le loro famiglie. "Se non si chiarisce questa realtà, rimarrà la sensazione di un'impunità e questo non è un fatto positivo per la nazione". (A cura di Luis Badilla)

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    Incontro delle Commissioni episcopali per le Comunicazioni di cinque Paesi sudamericani

    ◊   Con una riflessione sui "segni della vita nelle società odierne" alla luce degli insegnamenti sulle comunicazioni sociali nel documento di Aparecida, mons. Agustín Radrizzani, arcivescovo di Mercedes-Luján, in Argentina, si è aperto l'altro ieri, a Buenos Aires, l'incontro dei presidenti e dei segretari delle commissioni episcopali per le Comunicazioni di Cile, Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. Accanto ai presuli del cono sud dell'America Latina, prendono parte ai lavori anche i responsabili per la Comunicazione del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam). I lavori sono stati introdotti da due relazioni: la prima a cura del presidente del Dipartimento per le Comunicazioni del Celam, mons. Héctor Gutiérrez Pabón, vescovo di Engativá, in Colombia, e la seconda del segretario, padre Carlos Arturo Quintero, i quali hanno analizzato ciò che sulla materia insegna il documento della Conferenza di Aparecida del maggio 2007. Il documento parte da "Cristo, comunicatore di Vita e Verità, che incoraggia la Missione continentale" e spinge a una grande azione pastorale nella quale sono impegnate le 22 Conferenze episcopali della regione con l’obiettivo di "avvicinare all'incontro personale con Cristo". Per i partecipanti l'importanza del mezzo di comunicazione è rilevante, ma è ancora più necessario e indispensabile "sapere che comunicare significa stabilire ponti" e nell'ambito delle comunicazioni ecclesiali "lo slancio comunicativo si fonda sull'incontro personale con Gesù Cristo e sulla testimonianza che da tale incontro ha origine". Juan Carlos Scannone ha proposto un insieme di riflessioni finalizzate a capire l'odierna realtà del Sudamerica nel contesto della globalizzazione e comprendere "le sfide più importanti che essa comporta, per ciò che riguarda l'annuncio della Parola, la testimonianza dei discepoli e per la vita quotidiana di ogni cristiano che è chiamato anche ad essere un cittadino esemplare". Una sfida che al tempo stesso si concretizza in “una speranza” e per la quale “occorre saper leggere in ogni compito che la realtà ci propone un sentiero possibile per l'annuncio della Parola", ha detto padre Scannone. “Sono queste convinzioni quelle che danno grande importanza all'opera evangelizzatrice – ha precisato - al lavoro e alla presenza nell'ambito culturale, dove la centralità è sempre data ai valori". L'incontro termina oggi con una concelebrazione eucaristica e con l'approvazione di alcuni punti che possano servire per ulteriori riflessioni e per favorire un coordinamento tra gli episcopati delle cinque nazioni sudamericane che sia davvero efficace. (L.B.)

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    Brasile: incontro di preghiera per non udenti del progetto “Mani che evangelizzano”

    ◊   “Siamo la squadra di Gesù”: si intitola così l’incontro annuale di preghiera per non udenti che si terrà domenica prossima a Cachoeira Paulista, in Brasile. L’evento è organizzato dal progetto “Mani che evangelizzano”, gestito dalla Fondazione Giovanni Paolo II, che da 11 anni insegna il linguaggio dei segni nella città. L’incontro si aprirà alle ore 8.00 con una riflessione tenuta da padre Ricardo Aluìsio, appartenete alla Comunità Canzone nuova; seguiranno un momento di animazione canora e teatrale, quindi, alle 15.00, l’evento sarà chiuso da una celebrazione liturgica. Fino ad ora, “Mani che evangelizzano” ha formato più di 2.300 traduttori che aiutano i fedeli non udenti durante la celebrazione della Messa e nello svolgimento della vita quotidiana. Inoltre, vengono offerti corsi speciali di preparazione alla Prima Comunione e alla Cresima. “Mani che evangelizzano” gestisce anche un programma televisivo presentato da padre Delci Conceicao Filho, membro della Piccola missione per sordi di Condrina. I programmi sono interamente dedicati ai non udenti e interpretati con il linguaggio dei segni, per aiutare i telespettatori ad approfondire i temi religiosi. (I.P.)

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    Delegazione del Secam in visita in Europa per gli Obiettivi del millennio

    ◊   In vista del summit sugli Obiettivi per lo sviluppo del millennio, che si terrà a New York tra il 20 ed il 22 settembre, una delegazione del Secam – il Simposio delle Conferenze episcopali dell’Africa e del Magascar – incontrerà i leader di diverse nazioni europee. Obiettivo dell’iniziativa: discutere su come migliorare il benessere delle comunità africane, su quali siano i principali ostacoli da rimuovere e quali le priorità a cui dare spazio per cambiare la realtà attuale. La delegazione del Secam sarà supportata dalla Cisde, l’associazione internazionale delle agenzie cattoliche per lo sviluppo. “La Chiesa in Africa - informa una nota della Cisde – è spesso l’unico attore sociale capace di raggiungere comunità lontane, fornendo i propri servizi là dove il governo è effettivamente assente. Trasformare queste esperienze in valori, nell’agire politico, è cruciale per superare quelle difficoltà che attualmente impediscono lo sviluppo del continente africano”. Per questo, la delegazione del Secam “esorterà i leader europei a portare al summit di New York storie concrete dell’Africa, in modo da ribadire che un cambiamento in positivo è possibile”. La visita dei vescovi si articolerà nell’arco di 12 giorni (dal 7 al 18 settembre) e seguirà il seguente itinerario: Svizzera, Austria, Francia, Germania, Italia e Belgio. E proprio a Bruxelles, il 15 settembre, si terrà un dibattito in seno al Parlamento europeo, intitolato “Minare il futuro dell’Africa?”. All’evento parteciperà il presidente della Conferenza episcopale del Congo-Brazzaville, mons. Louis Portella-Mbuyu, esperto di diritti umani: in particolare, il presule richiamerà l’importanza della trasparenza da parte delle industrie minerarie che operano in Africa. È noto, infatti, come il consistente ricavato delle estrazioni finisca nelle tasche delle multinazionali straniere e in quelle di una piccola élite africana, lasciando la maggioranza della popolazione, che pure vive in zone ricche di risorse, nella povertà estrema. Oltre a mons. Portella-Mbuyu, la delegazione del Secam sarà composta da: mons. Francisco Joâo Silota, vicepresidente del Secam, mons. Laurent Monsengwo Pasinya, presidente dei vescovi della Repubblica Democratica del Congo, padre John Patrick Ngoy, direttore della Commissione episcopale Giustizia e Pace in Nigeria, e padre Martino Maulano, esperto di Aids e segretario generale per lo Sviluppo, la giustizia e la pace in Mozambico. Accompagneranno la delegazione, infine, la direttrice di Caritas Ghana, Philomena Johnson, e il responsabile del gruppo di lavoro sulla good-governarce del Secam, Firmin Adjahossou. (I.P.)

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    Niger: gli interventi di Medici senza frontiere contro la malnutrizione infantile

    ◊   Cure a 77mila bambini malnutriti nei 69 centri specializzati sostenuti e integratori alimentari distribuiti a 143mila minori per prevenire questa piaga: così l’organizzazione umanitaria Medici senza frontiere (Msf) sta cercando di far fronte alla crisi nutrizionale che ogni anno, tra giugno e settembre, colpisce il Niger, ma che quest’anno appare ancora più grave. L’intervento di Msf, che si avvale di alcuni partner locali, è stato programmato in accordo con il governo locale, il Programma alimentare mondiale e l’Unicef ed è già stato realizzato in cinque distretti. “La prevenzione mira a identificare il modo più efficace per far sì che i bambini non diventino malnutriti anno dopo anno, facendo diminuire il carico medico, finanziario e logistico necessario per curare così tanti bambini”, ha detto la coordinatrice del gruppo di lavoro sulla nutrizione di Msf, Susan Shepherd. (R.B.)

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    Somalia: senza scuole non c'è speranza per i ragazzi della regione sudoccidentale di Gedo

    ◊   Per molti bambini in Somalia la scuola è senza prospettive, in particolare nella regione sudoccidentale di Gedo dove molti finiscono per diventare disoccupati, si arruolano nell'esercito, o emigrano. Anni di conflitti civili, decenni di abbandono, hanno fatto registrare gravi dati statistici nel campo dell'istruzione. Secondo l'Unicef, a livello nazionale, va a scuola solo circa un bambino su cinque nell'età della scuola primaria. Meno della metà frequenta la scuola secondaria, passaggio indispensabile per quelli che vogliono frequentare l'università di Mogadiscio o di Kismayo. A Gedo, regione con oltre mezzo milione di abitanti, c'è solo una scuola secondaria. La maggior parte dei ragazzi dopo gli otto anni rimane per strada, le opportunità di lavoro sono scarse, e così finiscono per unirsi ai gruppi armati o alle bande criminali. Spesso i bambini accettano questo tipo di vita per avere la sicurezza di tre pasti al giorno. Secondo un rapporto dell'Unicef del maggio 2010, "ragazzi di nove anni vengono arruolati da diversi gruppi armati in tutto il paese e alcune scuole vengono usate come centri di reclutamento". Nonostante la mancanza di opportunità, gli studenti di Gedo desiderano andare avanti con l'istruzione. La scelta è la penna o il fucile. (R.P.)

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    Kenya: cautela delle Chiese per i risultati dell’ultimo censimento sull'aumento dei cristiani

    ◊   Le Chiese cristiane del Kenya giudicano con cautela i dati emersi dall’ultimo censimento nazionale effettuato nel 2009 che indicano un discreto aumento dei cristiani nel Paese. Secondo il censimento, i cui risultati sono stati resi noti il 30 agosto, i cristiani in Kenya sono oggi 31,8 milioni, pari all’82% della popolazione complessiva, il 4% in più del precedente censimento del 1989. Secondo il vescovo anglicano di Nyahururu, Charles Gaita queste cifre non devono ingannare: “L’aumento può essere forse il risultato di un intenso lavoro di evangelizzazione , ma quello che ci preoccupa è che molti di questi cristiani lo sono solo di nome”, ha detto all’agenzia ecumenica Eni il vescovo anglicano di Nyahururu, Charles Gaitache che ha sottolineato la necessità di “insegnare ai fedeli come fare crescere la fede nei loro cuori”. Un giudizio condiviso da diversi altri leader cristiani keniani che fanno notare come una parte significativa di coloro che si definiscono cristiani non frequenta le messe domenicali e conduce una vita che non corrisponde ai precetti della loro fede. Secondo il pastore Wellington Mutiso, segretario generale dell’Alleanza evangelica del Kenya, “molte persone si classificano come cristiane per motivi identità o per affiliazione familiare”. Per il sacerdote cattolico Malora Wesoga dell’arcidiocesi di Nairobi la crescita può essere forse attribuita al fatto che le famiglie cristiane si impegnano di più a trasmettere la loro eredità religiosa ai figli, ma anche alle conversioni da altri religioni. Dal censimento – riferisce l’Eni ripresa dall’agenzia apic - la Chiesa cattolica risulta essere individualmente quella con il maggior numero di fedeli, che sono 9 milioni. Le Chiese protestanti, invece, contano in tutto 18 milioni di fedeli a cui vanno aggiunti i 4,5 milioni di altre comunità cristiane. Quanto ai musulmani essi sarebbero 4,3 milioni. (L.Z.)

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    Il commento di mons. Giordano al discorso del Papa al Consiglio d’Europa

    ◊   L’Osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa, mons. Aldo Giordano, ha commentato con il Sir le parole pronunciate ieri da Papa Benedetto XVI all’udienza con l’Ufficio di presidenza dell’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. “L’interesse del Parlamento e dei suoi funzionari – dice il presule – riguarda il fatto che la Chiesa cattolica vive contemporaneamente un’universalità e un’unità espresse dalla figura del Papa insieme con una capillare presenza locale, in ogni angolo d’Europa e del mondo”. Ciò rende “originale la presenza e unico il contributo della Chiesa nelle istituzioni”. Mons. Giordano ha ripercorso il discorso di ieri del Santo Padre, che ha evidenziato le due dimensioni che stanno più a cuore alla Chiesa: la necessità di promuovere e difendere la dignità della persona umana, specie in situazioni particolari di marginalità e violenza, e la libertà religiosa, diritto fondamentale che permette la piena realizzazione di tutti i diritti, in quanto apre l’orizzonte al trascendente. Il presule ha poi specificato che il Pontefice ha invitato a riflettere sul fondamento dei diritti, doveri e valori in relazione al pluralismo e ha richiamato l’attenzione sul concetto di universalità dei valori: se non fossero tali, non potrebbero esistere organismi internazionali come lo stesso Consiglio d’Europa o l’Onu. “L’Europa si trova davanti a sfide storiche, in particolare quella di ricomprendere il suo ruolo, le sue responsabilità e il suo contributo nel mondo di oggi – conclude mons. Giordano – alla domanda su qual è la ricchezza della storia europea che questo continente può offrire, il Papa risponde la vita umana, il matrimonio fondato sull’amore tra uomo e donna e la libertà religiosa”. (R.B.)

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    La Comece: "no" ai test sulle cellule embrionali umane

    ◊   La Commissione delle Conferenze episcopali della Comunità europea (Comece) ha espresso preoccupazione per l’approvazione a Bruxelles della Direttiva sulla difesa degli animali a scopi scientifici che rischia l’inclusione, tra i metodi alternativi previsti, di test su cellule staminali embrionali umane. “Gli Stati membri – è la preoccupazione della Comece, riferita dalla Zenit – potrebbero essere costretti ad assicurare l’applicazione di metodi alternativi, siano o meno basati su cellule staminali embrionali umane”. Uno degli obiettivi della Direttiva, infatti, è sostituire i test sugli animali, previsti per lo sviluppo dei medicinali, ma anche dei pesticidi e dei cosmetici, con metodi alternativi finanziati dall’Unione europea, alcuni dei quali prevedono l’utilizzo di tali cellule. Pur mostrandosi d’accordo con l’obiettivo preposto dalla Direttiva, cioè la protezione degli animali, la Comece ricorda “la differenza fondamentale che esiste tra la dignità degli animali e quella degli esseri umani”. L’appello della Comece al Parlamento europeo, dunque, è di escludere immediatamente questi test alternativi obbligatori. (R.B.)

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    Appello dell'Onu per la difesa delle risorse idriche mondiali

    ◊   L’uomo ha sempre più bisogno di acqua e, al tempo stesso, ci sono ecosistemi animali e naturali che non possono sopravvivere senza questa, quindi sono a rischio estinzione. Perciò occorre una riflessione ampia sul tema, come quella che si sta facendo alla 20.ma Settimana mondiale dell’acqua, in corso fino a sabato a Stoccolma. In questo contesto, scrive la Misna, è stato diffuso il rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Pnue) in cui si evidenzia la necessità di individuare nuove legislazioni e nuovi strumenti per raggiungere un maggiore equilibrio tra uomo e ambiente e proteggere, in particolare, le fonti d’acqua dolce. Il rapporto s’intitola “Verso delle leggi sull’acqua più verdi: gestione delle riserve di acqua dolce per le persone e l’ambiente” e fornisce dati allarmanti: 1.8 milioni di bambini entro i cinque anni muoiono ogni anno perché non hanno eccesso all’acqua né a servizi igienici adeguati, fatto che li rende vittima di malattie mortali. Si potrebbe quindi arrivare a 135 milioni di vittime infantili entro il 2020. Il rapporto chiarisce che solo due terzi del pianeta sono coperti d’acqua, ma di questa solo il 2,5% è dolce e solo l’1 a disposizione del consumo umano: da ciò deriva il rischio di perdita della biodiversità nei fiumi e nei laghi, al quale si può ovviare con l’introduzione di leggi eco-sostenibili e con l’incremento degli investimenti nella green economy in favore di energie pulite e rinnovabili e del monitoraggio delle risorse idriche. (R.B.)

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    Iniziativa della Chiesa indiana contro la discriminazione delle donne

    ◊   La Chiesa cattolica indiana è da sempre accanto alle donne che nel grande Paese asiatico sono ancora vittima di forte discriminazione, quando non addirittura di violenza. È anche per questo che si è deciso di celebrare, in occasione della festa per la nascita della Vergine Maria, la cui ricorrenza era ieri 8 settembre, il Day of the girl child, nel corso del quale Suor Lilly Francis, segretaria della Commissione per le Donne dell’episcopato indiano, è tornata a invocare, da parte del governo, rigorose misure legislative in questa direzione. AsiaNews ricorda come Suor Lilly si batta da anni affinché Chiesa, società civile e governo collaborino per sviluppare strategie efficaci in favore delle donne, specialmente per creare un’immagine nuova della donna, che la religiosa tenta di diffondere con progetti di formazione, inserimento al lavoro, sostegno psicologico e spirituale. “Tutte le forme di violazione dei diritti di bambine e ragazze devono essere eliminate, fuori e all’interno della famiglia”, scrive, inoltre, la Conferenza episcopale indiana. L’India, infatti, è agli ultimi posti per il tasso di crescita della popolazione femminile e i dati dell’Unicef sulle nascite portano a pensare che siano diffuse pratiche come l’aborto selettivo ai danni delle femmine e feticidi in almeno 51 distretti del Paese. Ma anche quando nascono, le bambine sono oggetto di discriminazione continua tra infanticidio, matrimoni coatti, stupri, prostituzione e lavoro minorile, spesso all’interno della famiglia. (R.B.)

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    Il premio per i pionieri della libertà di stampa all'emittente congolese Radio Okapi

    ◊   Un premio per aver “cambiato il volto dell’informazione nella Repubblica democratica del Congo”, è quello che sarà consegnato sabato a Vienna all’emittente congolese Radio Okapi. Il prestigioso riconoscimento è il “Free media pioneer award” (pionieri della libertà di stampa) che viene assegnato dall’Istituto internazionale per la stampa che ha sede, appunto, in Austria. Fra le motivazioni dell’attribuzione, precisa la Misna, l’aver contribuito, in un Paese afflitto da sottosviluppo e sofferenze, alla pace e alla democratizzazione, autorizzando un flusso libero d’informazione. Radio Okapi, nata otto anni fa da un partenariato tra le Nazioni Unite e la fondazione elvetica “Hirondelle”, trasmette in cinque lingue (il francese e quattro lingue locali), impiega giornalisti e operatori congolesi e il suo sito internet riceve 400mila visite al giorno. L’emittente ha fatto sapere che dedicherà il premio a Serge Maheshe e Didace Namujimbo, due colleghi “assassinati per aver riferito un’informazione credibile”. (R.B.)

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    Congresso a Cracovia sul contributo dei cristiani al processo d’integrazione europeo

    ◊   La presenza dei cristiani nella sfera pubblica, la cooperazione tra Unione europea e Chiese e i compiti dei politici cristiani nella costruzione della nuova Europa sono gli argomenti che saranno trattati nel prossimo congresso “Il contributo dei cristiani al processo di integrazione europeo” in programma a Cracovia, Polonia, domani e sabato 11 settembre. L’agenzia Sir specifica che l’evento è promosso dalla Pontificia università Giovanni Paolo II di Cracovia, la Fondazione Konrad Adenauer in Polonia e la Robert Schuman in Lussemburgo, in collaborazione con la Commissione episcopati della Comunità europea (Comece), la delegazione polacca del Gruppo europarlamentare del Partito popolare europeo e la casa editrice “Wokol Nas”. Il convegno sarà inaugurato dal presidente del Comitato organizzatore, il vescovo Tadeusz Pieronek e dall’arcivescovo metropolita di Cracovia, cardinale Stanislaw Dziwisz. (R.B.)

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    24 Ore nel Mondo



    Il parlamento europeo censura la politica francese contro i rom

    ◊   Il parlamento europeo ha adottato la risoluzione sui rom che censura le politiche francesi di espulsione, presentata dal centrosinistra con 337 voti a favore contro 245 e 51 astensioni. La risoluzione di censura approvata dal parlamento europeo in sessione plenaria esprime “grande preoccupazione per le misure di espulsione prese dalle autorità francesi e di altri Paesi nei confronti dei Rom e sollecita tali autorità all'immediata sospensione di tutte le espulsioni”. La risoluzione ricorda che “le espulsioni di massa sono vietate dalla Carta dei diritti fondamentali e dalla Convenzione europea per la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali, quindi tali misure sono in violazione dei trattati e delle leggi della Ue, visto che (le espulsioni) sono una discriminazione su base razziale ed etnica che viola la direttiva 38 del 2004 sulla libertà di libera circolazione”. La risoluzione afferma inoltre che “la raccolta delle impronte digitali dei Rom espulsi è illegale ed è contraria alla Carta dei Diritti fondamentali (art. 21, commi 1 e 2) e (...) comporta una discriminazione su base etnica o di origine nazionale”. Deputati italiani del Ppe parlano di strumentalizzazione politica e sottolineano che sarebbe più importante, piuttosto che votare risoluzioni come questa, avviare le concrete riforme che risolvono i problemi di integrazione in modo da attuare i diritti umani fondamentali.

    L’Ocse: lontana l’uscita dalla crisi. Bce: ripresa reale ma moderata
    L'Ocse conferma che “la fuoriuscita dalla crisi è ancora lontana”. L'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nel Rapporto diffuso a Parigi, sottolinea che “il rallentamento della ripresa economica mondiale sarà un po' più pronunciato del previsto”. E aggiunge che “le incertezze circa la disoccupazione potrebbero mettere un freno all'espansione dei consumi privati”. Per l'Ocse, “la crescita dei consumi privati potrebbe essere frenata da ulteriori aggiustamenti nelle spese delle famiglie, in seguito al peggioramento dei bilanci che c'è stato nel corso del periodo di recessione”. Intanto, la Banca centrale europea (Bce) scrive nel bollettino mensile che nei prossimi mesi “la ripresa dovrebbe procedere a un ritmo moderato a fronte di una perdurante incertezza”, spiegando comunque che qualche piccolo segnale positivo sembra intravedersi per l’occupazione: non si dovrebbero perdere ulteriori posti di lavoro nei prossimi mesi.

    Due esplosioni all’aeroporto di Mogadiscio
    Negli attentati di oggi all'aeroporto di Mogadiscio sono morte almeno otto persone, tra cui peacekeepers dell'Unione africana. Un commerciante ha detto all'agenzia Reuters che “almeno otto cadaveri, in gran parte soldati dell'Amisom, giacevano sul terreno”.

    Obama dice no all’iniziativa del pastore protestante Jones contro il Corano
    Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha condannato oggi l'iniziativa annunciata dal pastore evangelico della Florida Terry Jones di bruciare il Corano nell'anniversario degli attentati terroristici dell’11 settembre: un progetto distruttivo e pericoloso – ha detto – che innescherà nuove violenze e sarà usato dai terroristi di Al Qaeda come strumento di reclutamento. Per questo Obama ha invitato il pastore protestante a riconsiderare la sua decisione. Ieri la Santa Sede aveva accolto con “viva preoccupazione” l’iniziativa definendola un grave oltraggio al libro considerato sacro dall’Islam.

    Ex presidente boliviano condannato per diffamazione e calunnia
    L'ex presidente liberale della Bolivia, Jorge Quiroga, è stato condannato ieri a due anni e otto mesi di carcere, pena che gli impedirà di essere di nuovo candidato alla presidenza del Paese, ma che gli eviterà la prigione in attesa dell'appello. L'ex capo dello Stato, dal 2001 al 2002, è stato condannato per diffamazione e calunnia contro la banca pubblica Banco Union, accusata di essere diventata sotto il governo socialista di Evo Morales una "lavanderia di denaro sporco". Quiroga era stato sconfitto alle presidenziali del 2005 da Morales, che poi è stato rieletto a un secondo mandato nel dicembre scorso. L'opposizione accusa il governo di persecuzione politico-giudiziaria contro tutti i rivali passati e potenziali del presidente in carica.

    Fidel Castro: “Il modello economico di Cuba non è più adatto”
    Dopo appena due mesi dalla sua ricomparsa in pubblico, Fidel Castro parla per la prima volta della situazione di Cuba per affermare che il modello socialista del 1959 non è più appropriato. “Il modello economico cubano non è più adatto a noi”, ha dichiarato Castro. Nelle sue apparizioni pubbliche, Fidel ha inoltre parlato del rischio che esiste, secondo lui, di una guerra nucleare tra gli Stati Uniti e l’Iran. Un anno dopo essere arrivato alla presidenza, Raul Castro, 79 anni, ha promesso nel 2007 “cambi strutturali”, ammettendo le contraddizioni del sistema economico cubano. Il governo di Raul sta studiando, un “aggiornamento del modello economico cubano retto dalle categorie economiche del socialismo e non del mercato”. “Rimarrà la pianificazione neutralizzata - ha precisato il ministro dell’Economia, Maurillo - la proprietà non sarà consegnata ai dipendenti”. Lo Stato cubano controlla il 90% dell'economia, dopo che, nel 1959, con il trionfo di Fidel Castro e la cacciata del dittatore Fulgencio Batista, la proprietà privata fu abolita.

    Messico, ucciso un sindaco nello Stato di Tamaulipas
    Si allunga in Messico la lista dei sindaci assassinati. Alexander Lopez Garcia, primo cittadino di El Naranjo, comune di 20 mila abitanti nel nordest del Paese, è stato ucciso ieri nel Municipio di un commando armato, che ha fatto irruzione intorno alle 13 ora locale (le 20 in Italia). El Naranjo si trova nello stato del Tamaulipas, dove alla fine di agosto 72 migranti clandestini sono stati uccisi da una banda di narcotrafficanti, gli "Zetas". L'ultimo sindaco assassinato in Messico era stato sempre in questo Stato, nel comune di Hidalgo.

    Fuga di gas in miniera cinese: nove morti
    Nove minatori sono morti nel sud-vest della Cina a causa di un'esplosione dovuta a una fuga gas in una miniera di carbone, che ha provocato anche 12 feriti, alcuni dei quali gravi. Lo scrive l'agenzia Nuova Cina. L'esplosione è avvenuta nella miniera di carbone Maanshan, nella contea di Luxi, nella provincia dello Yunnan. Al momento dell'esplosione, nella galleria dove si è sprigionata la fuga di gas lavoravano 29 minatori, dieci dei quali sono riusciti a mettersi subito in salvo. Le sette vittime sono avvenute per asfissia. Le autorità stanno indagando sull'origine della fuga di gas.(Panoramica internazionale a cura di Fausta Speranza e Elisa Castellucci)

    Bollettino del Radiogiornale della Radio Vaticana Anno LIV no. 252

    E' possibile ricevere gratuitamente, via posta elettronica, l'edizione quotidiana del Bollettino del Radiogiornale. La richiesta può essere effettuata sulla home page del sito www.radiovaticana.va/italiano.

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