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Sommario del 02/09/2010

Il Papa e la Santa Sede

  • Le speranze per la ripresa dei colloqui di pace in Medio Oriente al centro dell'incontro tra il Papa e il presidente israeliano Peres
  • Altre udienze
  • Il magistero del Papa sul valore della fiducia in Dio: come Pietro nella pesca miracolosa il cristiano deve affidarsi in tutto a Gesù
  • Mons. Marchetto lascia dopo nove anni il suo incarico al Pontificio Consiglio per i Migranti
  • Un tifone non ferma il Congresso di Seoul sull'impegno dei laici cattolici in Asia
  • Oggi su "L'Osservatore Romano"
  • Oggi in Primo Piano

  • Negoziati di pace israelo-palestinesi tra speranze e timori. La riflessione di padre Jaeger
  • Il cardinale Erdő inaugura il Pellegrinaggio verde delle Chiese europee
  • Proteste in Mozambico contro il carovita: almeno 6 morti tra cui 2 bambini
  • Al Festival di Venezia il film "Miral", storia difficile di una bambina in Medio Oriente
  • Chiesa e SocietÓ

  • Pakistan: è emergenza per bambini e semina, mentre prosegue la raccolta di aiuti
  • Villaggi cristiani e indù pakistani allagati intenzionalmente: la conferma ufficiale
  • 20 anni fa entrava in vigore la Convenzione Onu per i diritti dell’infanzia
  • Il cardinale indiano Gracias condanna l'iniziativa anti-islamica di una setta evangelica
  • India. Incontro ecumenico a Mangalore: cristiani uniti contro gli attacchi degli estremisti
  • Colombia. Settimana per la Pace con lo slogan: “Per me nessuna vittima è sconosciuta”
  • Kenya: Ong cattolica contro la tratta degli esseri umani
  • Il Sudan si prepara a 101 giorni di preghiera per la pace
  • Senegal: per i bambini disabili mancano assistenza e strutture idonee
  • Slovacchia: Amnesty chiede la fine della segregazione nelle scuole dei bambini rom
  • Australia: conclusa la Conferenza delle Ong sulla salute globale
  • Il Coe: prolungare il 'Tempo per il creato' fino alla Campagna per i problemi climatici
  • Gli attivisti cristiani sud-coreani chiedono di riprendere gli aiuti umanitari per il nord
  • Corea del sud: un concerto per chiedere l’abolizione della pena di morte
  • Il cardinale Sandri: “Riscoprire il contributo dei melchiti alla Chiesa orientale”
  • Congresso dell'opera cattolica tedesca Renovabis sulle sfide ecologiche in Europa
  • Il vescovo di Locri: “Nulla lega il sentimento religioso alla ’ndrangheta”
  • Si è spento padre Colombo, per 40 anni missionario a Hong Kong
  • 24 Ore nel Mondo

  • Altissima tensione a Mogadiscio dopo giorni di scontri e 150 morti
  • Il Papa e la Santa Sede



    Le speranze per la ripresa dei colloqui di pace in Medio Oriente al centro dell'incontro tra il Papa e il presidente israeliano Peres

    ◊   Il Papa ha incontrato questa mattina a Castel Gandolfo il presidente israeliano Shimon Peres. Il colloquio coincide con la ripresa oggi a Washington dei colloqui di pace per il Medio Oriente e che si auspica “aiutino a raggiungere un accordo rispettoso delle legittime aspirazioni dei due popoli”. Ce ne parla Sergio Centofanti.

    Il presidente israeliano Peres ha iniziato la sua visita alle 9.20 con un giro nei giardini di Castel Gandolfo, soffermandosi, in particolare, presso i ruderi della villa di Domiziano (teatro e criptoportico) e nel giardino del Belvedere. Cordiali i colloqui con il Papa, una quarantina di minuti in inglese, e con il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, accompagnato dal segretario per i Rapporti con gli Stati, mons. Dominique Mamberti, circa 30 minuti.

    Durante l’incontro – riferisce la Sala Stampa vaticana - è stato ricordato il pellegrinaggio che Benedetto XVI ha compiuto in Terra Santa nel maggio dell’anno scorso.

    “Circa la ripresa dei contatti diretti tra Israeliani e Palestinesi, in programma oggi a Washington, si è auspicato che essa aiuti a raggiungere un accordo rispettoso delle legittime aspirazioni dei due Popoli e capace di portare una pace stabile in Terra Santa e in tutta la Regione. E’ stata quindi ribadita la condanna di ogni forma di violenza e la necessità di garantire a tutte le popolazioni dell'area migliori condizioni di vita. Non è mancato un riferimento al dialogo interreligioso e uno sguardo d’insieme alla situazione internazionale. I colloqui – prosegue il comunicato della Sala Stampa - hanno permesso di esaminare anche i rapporti tra lo Stato d’Israele e la Santa Sede e quelli delle Autorità statali con le comunità cattoliche locali. Al riguardo, si è sottolineato il significato del tutto particolare della presenza di queste ultime nella Terra Santa e il contributo che esse offrono al bene comune della società, anche attraverso le scuole cattoliche. Infine, si è preso atto dei risultati raggiunti dalla Commissione bilaterale di lavoro, impegnata da anni nell’elaborazione di un Accordo relativo a questioni di carattere economico e si è auspicata una rapida conclusione del medesimo”.

    Durante l’incontro si è svolto il rito dello scambio dei doni: Peres ha regalato al Papa uno dei più antichi simboli della religione ebraica, una Menorah in argento, il tradizionale candelabro a sette braccia, (opera di un artista israeliano), con la seguente dedica, che ha composto lui stesso:

    “A Sua Santità Papa Benedetto XVI, il Pastore che cerca di condurci ai pascoli delle benedizioni e ai pascoli della pace. Con grande stima. Shimon Peres, Presidente dello Stato di Israele”.

    Il Papa, da parte sua, ha donato a Peres una medaglia in bronzo, di circa 14 cm. di diametro, all’interno di una cornice di travertino (diametro complessivo circa 30 cm), che è una copia della medaglia posta, da Papa Alessandro VII nel 1657, all’interno della prima pietra del colonnato nord della Basilica di San Pietro. La medaglia porta inciso il progetto iniziale di sistemazione di piazza San Pietro, disegnato dal Bernini.

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    Altre udienze

    ◊   Il Santo Padre ha ricevuto questa mattina in udienza nel Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo anche alcuni presuli della Conferenza Episcopale del Brasile (Regione Nordeste III), in visita "ad Limina". Il Papa riceverà nel pomeriggio il cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i Vescovi, con mons. Manuel Monteiro de Castro, arcivescovo titolare di Benevento, segretario del medesimo dicastero.

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    Il magistero del Papa sul valore della fiducia in Dio: come Pietro nella pesca miracolosa il cristiano deve affidarsi in tutto a Gesù

    ◊   “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”. E’ la celebre frase di Simon Pietro a Gesù, sulle rive del Lago di Generaret, a vibrare con forza nel Vangelo di Luca della liturgia di oggi. In molti passi del suo magistero, Benedetto XVI ha preso spunto dal brano della pesca miracolosa per spiegare quanto per un cristiano, in qualsiasi momento della sua vita, la fiducia in Dio debba essere pronta e senza riserve. Alessandro De Carolis ricorda in questo servizio alcune riflessioni del Papa su questo tema:

    Fidarsi di uno sconosciuto che promette un ipotetico, quasi assurdo, ma lauto, guadagno personale. Chi sarebbe capace di farlo? A rigor di logica pochi amanti del rischio, nella realtà tanta gente comune, se si considera le anonime masse della nostra epoca che si affidano ai vaticini di sedicenti maghi per sapere, nella maggioranza dei casi, se il proprio futuro sarà lastricato di amori e denari. Rischio o no, la prospettiva di un vantaggio economico o di altra natura – sia pure ottenibile per vie all’apparenza incomprensibili – è una molla potente che non lascia indifferente nessun essere umano e lo spinge a fare calcoli per capire quanto il gioco valga la candela. E’ più o meno quanto deve aver pensato uno stanco e nervoso pescatore di nome Simone, una mattina di duemila anni fa, davanti all’uomo mai visto, presentatogli come un “Maestro”, che gli ha appena proposto la “follia” di tornare a gettare le reti – di giorno, nel momento più sbagliato per la pesca – quando nemmeno un pesce ha abboccato durante le lunghe e frustranti ore notturne. In una udienza generale di qualche anno fa, Benedetto XVI si è soffermato su questa scena avvenuta sulle rive del Lago di Genesaret. E’ in quel meraviglioso scambio tra Gesù e Simon Pietro che si gioca tra l’acqua e le barche, tra un Maestro che chiede l’impossibile e un consumato pescatore che accetta di credergli, che assistiamo alla scintilla che trasforma un atto di fiducia in un più grande atto di fede, che renderà possibile la nascita della Chiesa:

    “Gesù non era un esperto di pesca: eppure Simone il pescatore si fida di questo Rabbi, che non gli dà risposte ma lo chiama ad affidarsi (…) Pietro accetta di lasciarsi coinvolgere in questa grande avventura: è generoso, si riconosce limitato, ma crede in colui che lo chiama e insegue il sogno del suo cuore. Dice di sì, e diventa discepolo di Gesù”. (Udienza generale, 17 maggio 2006)

    Allora come oggi, accettare di diventare un discepolo di Gesù è una scelta radicale, anche perché, ha notato il Papa durante il viaggio a Malta dello scorso aprile, la voce di Cristo che parla al cuore rischia di essere sopraffatta dalle molte voci esterne, che pretendono di farla apparire una decisione inutile, o fuori tempo, addirittura sciocca:

    “If we are tempted to believe them…
    Se siamo tentati di credere a loro, dovremmo ricordare l’episodio del Vangelo di oggi, quando i discepoli, tutti esperti pescatori, hanno faticato tutta la notte, ma non hanno preso neppure un solo pesce (...) Lasciati a se stessi, i loro sforzi erano infruttuosi; quando Gesù è rimasto accanto a loro, hanno catturato una grande quantità di pesci. Miei cari fratelli e sorelle, se poniamo la nostra fiducia nel Signore e seguiamo i suoi insegnamenti, raccoglieremo sempre grandi frutti”. (Messa viaggio a Malta, 18 aprile 2010)

    Certamente, ha chiarito Benedetto XVI in un’altra circostanza, la vicenda di Pietro dimostra che nessuna volontà solo umana di dire “sì” a Cristo rende un cristiano maturo e solido nella fede se non interviene una grazia più alta:

    “Il Pescatore, ‘pescato’ da Gesù, ha gettato le reti fin qui e noi oggi rendiamo grazie per essere stati oggetto di questa ‘pesca miracolosa’, che dura da duemila anni, una pesca che, come scrive proprio san Pietro, ‘ci ha chiamati dalle tenebre alla ammirabile luce [di Dio]’. Per diventare pescatori con Cristo bisogna prima essere ‘pescati’ da Lui”. (Messa Santa Maria di Leuca, 14 giugno 2008)

    E il discorso non cambia se, invece della maturità di una vocazione cristiana, si parla dei modi dell’agire cristiano: per la sua efficacia, serve in ogni caso la grazia di Dio. E quando, ha osservato una volta in modo consolante il Pontefice, “il lavoro nella vigna del Signore sembra risultare vano, come la fatica notturna degli Apostoli, non bisogna dimenticare che Gesù è in grado di ribaltare tutto in un momento”:

    “La pagina evangelica, che abbiamo ascoltato, ci ricorda, da una parte, che dobbiamo impegnarci nelle attività pastorali come se il risultato dipendesse totalmente dai nostri sforzi. Dall'altra, ci fa comprendere, però, che il vero successo della nostra missione totalmente è dono della Grazia. Nei misteriosi disegni della sua sapienza, Dio sa quando è il tempo di intervenire. Ed allora, come la docile adesione alla parola del Signore fece sì che si riempisse la rete dei discepoli, così in ogni tempo, anche nostro, lo Spirito del Signore può rendere efficace la missione della Chiesa nel mondo”. (Messa Vigevano, 21 aprile 2007)

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    Mons. Marchetto lascia dopo nove anni il suo incarico al Pontificio Consiglio per i Migranti

    ◊   Il segretario del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti, mons. Agostino Marchetto, lascia il suo incarico dopo nove anni. Intervistato da Fabio Colagrande, mons. Marchetto si sofferma sulle sue dimissioni:

    R. – Il mio pensiero è maturato guardando il mio curriculum vitae e, cioè, tanti anni passati all’estero, più di vent’anni, in Africa, in situazioni molto disagiate, poi nell’Europa orientale e guardando anche la mia salute. Sto bene, fondamentalmente, ma dopo la mia malattia e le cure che mi sono state fatte non mancano strascichi e non sono così libero come lo potevo essere prima. Evidentemente, anche la questione della possibilità di chiedere allo scadere dei 70 anni, questo “privilegio” dei nunzi, tenendo presenti le loro situazioni, ha contribuito, certamente, a spingere un po’ in questa linea.

    D. – Con quale stato d’animo lascia l’incarico?

    R. – Io credo che ciascuno degli ascoltatori può rendersi conto di quale può essere lo stato d’animo di una persona che va in pensione dopo tanti anni. C’è un’abitudine di vita, c’è un ritmo che uno assume e che anche ti aiuta pur essendo a volte un ritmo forsennato, ma ugualmente dà un ritmo e aiuta. Da una parte c’è un po’ di tristezza perché si lascia un campo di lavoro ormai consolidato però, nello stesso tempo, c’è anche una certa serenità, sicuramente, direi quasi una certa contentezza, perché fino a qui ho fatto quello che consideravo il mio dovere e, dunque, un dovere compiuto porta una serenità nello spirito e anche una contentezza che questo non cambia nel libro della vita: quello che uno ha fatto è fatto. Poi, c’è anche questa prospettiva che mi alletta e l’ho già manifestata e, cioè, questa possibilità di dedicarmi un po’ a quello che sono i miei interessi dal punto di vista storico perché io credo che fondamentalmente sono uno storico. Certo mi interesso anche di teologia, mi sono interessato molto di pastorale, anche di diritto canonico, però credo che la mia grande passione è stata la storia. Dunque posso ritornare a questo amore dopo l’amore, veramente, appassionato e, credo, anche generoso in relazione alla pastorale dei migranti e degli itineranti. Sono otto settori … termina uno e comincia un altro, nel senso dell’attività e dell’impegno. Quindi è una prospettiva che mi alletta, che mi arride, di potermi ancora immergere nello studio.

    D. – A proposito dell’attività di questo Dicastero, dal 2001 a oggi la problematica dell’emigrazione è del tutto esplosa con un aumento dei flussi che ha coinvolto soprattutto l’Europa ma non solo: come è cambiata di conseguenza la vostra attività, come ha visto cambiare il suo lavoro presso questo Dicastero in questi anni?

    R. – Io credo che si possa dire che ormai nessun Paese è escluso da questo fenomeno sia come Paese di origine, di passaggio e di destino. Questo ha portato le Conferenze episcopali - perché dobbiamo dire che noi siamo al loro servizio affinché realizzino la pastorale in loco - ad avere delle Commissioni che si occupano o della mobilità umana in generale oppure delle singole categorie specifiche. Quindi c'è una peculiare presenza nel mondo intero di questa rete che noi cerchiamo di nutrire e di supportare e questo dice come nonostante tutto questa pastorale si stia affermando. Noi ci auguriamo che essa sia più conosciuta e realizzata anche se devo dire che è più realizzata che conosciuta.

    D. – Si ha la sensazione che molte istituzioni politiche si siano trovate impreparate di fronte a questo aumento dei flussi migratori. La Chiesa ha avuto un ruolo profetico …

    R. – Sì, credo che si possa dire che in questo campo la Chiesa ha avuto un ruolo profetico, basta che cominciamo a pensare all’inizio del secolo scorso quando c’è stato tutto questo impegno per i nostri emigranti all’estero, che è stato un po’ la fucina per la Chiesa universale, per la Santa Sede, per cercare di dilatare l'attenzione non solo agli italiani ma a tutti i migranti nel mondo. E’ lì che sono cominciati i messaggi per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato; ormai siamo a quota 100, dunque vuol dire che da quasi 100 anni la Chiesa sta bombardando – se mi è permessa la parola – l’opinione pubblica e anche quella ecclesiale, dando un magistero straordinario.

    D. – Qualcuno ha scritto a questo proposito che se la Chiesa non fa distinzione tra immigrati regolari e irregolari gli Stati però devono farla e che voi uomini di Chiesa vi disinteressate dei problemi della sicurezza quando vi occupate di queste vicende ...

    R. - Io credo che abbiamo sempre detto che c’è un binomio tra accoglienza e sicurezza ma la questione è che in molti luoghi si sottolinea solo la sicurezza e non l’accoglienza, l’integrazione. Gli sforzi e i soldi vanno tutti nella linea della sicurezza più che dell’accoglienza. Evidentemente, c’è una distinzione tra regolari e irregolari anche se alcune Convenzioni internazionali non fanno la distinzione nel senso del trattamento, per esempio, dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie; parlano di lavoratori migranti in generale, dunque regolari e irregolari. Quindi, non è la Chiesa sola che fa questo tentativo di metterli insieme per quanto riguarda i diritti di queste persone, che vanno insieme coi doveri, per quanto riguarda il bene comune di questa società che molte volte ha bisogno di loro in un contesto di bene comune universale. (Montaggio a cura di Maria Brigini)

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    Un tifone non ferma il Congresso di Seoul sull'impegno dei laici cattolici in Asia

    ◊   Proseguono a Seoul, in Corea del Sud, i lavori del Congresso dei laici cattolici dell’Asia. L'incontro non è stato fermato da un tifone che si è abbattuto stamani sulla capitale provocando almeno 3 vittime e numerosi danni materiali. Al centro della riflessione odierna, il tema della formazione cristiana dei laici e della loro missione nel mondo. Sulle prospettive e le difficoltà di questa missione nel continente asiatico ci parla dalla capitale sudcoreana il direttore dell’agenzia AsiaNews padre Bernardo Cervellera, al microfono di Sergio Centofanti:

    R. - Questa missione dei laici nel mondo asiatico è talvolta un po' frenata dal clericalismo dei preti e, allo stesso tempo, dal clericalismo dei laici che spesso - visto anche che sono una minoranza all’interno del mondo asiatico - preferiscono stare al chiuso delle parrocchie, non affrontando il mondo. Ci sono state, invece, delle belle testimonianze che dicono che è ormai tempo che questo “gigante dormiente” - rappresentato dai laici cattolici dell’Asia - affronti la testimonianza nel mondo e soprattutto con una umanità nuova, nel mondo del lavoro ed anche nel mondo della politica e, quindi, nella società in genere, in modo tale che vedendo la diversità di vita e lo stile più amabile della vita dei cristiani, si domandino cos’è che li rende così diversi e comincino così ad avvicinarsi alla fede.

    D. - Quali gli interventi più significativi di oggi?

    R. - Ci sono state in particolare tre testimonianze molto importanti. Quella di mons. Josef Clemens, segretario del Pontificio Consiglio per i Laici, che ha evidenziato tutto lo spessore che ha la “Christifideles laici”, l’Esortazione apostolica scritta dopo il Sinodo sui laici 22 anni fa e tuttora molto attuale, evidenziando anche il contributo che Josef Ratzinger, al tempo cardinale, ha dato anche per questo documento. C’è stato poi il primo sacerdote asiatico che ha parlato nel Congresso, mons. Dinh Duc Dao, che ha sottolineato come per i laici sia tempo di impegnarsi proprio nella missione ad gentes, a contatto cioè con il mondo, con il mondo non cristiano. C’è stato, infine, il racconto dell’esperienza di Jess Estanislao, che è membro dell’Opus Dei e che è stato anche membro del governo filippino, che ha parlato proprio della sua vita all’interno della politica e poi come imprenditore, dimostrando che è possibile vivere come laici cattolici, trasformando la società.

    Sull’andamento dei lavori del Congresso, Lisa Zengarini ha intervistato il prof. Thomas Hong Soon Han, membro del Pontificio Consiglio per i Laici, dicastero che ha organizzato l’evento:

    R. - Io penso che questo Congresso sia proprio un momento di grande grazia del nostro Signore per tutto il popolo dell’Asia. Il popolo dell’Asia ha davvero sete della verità, della vita e della via alla salvezza. L’evangelizzazione del Primo millennio era focalizzata sull’Europa, quella del secondo millennio sul continente africano e sull’America. Allora, il Terzo millennio tocca all’Asia: l’Asia sta crescendo a un ritmo rimarchevole; però se noi guardiamo alla Chiesa, siamo solo il 3 % di tutta la popolazione asiatica che rappresenta più dei due terzi della popolazione mondiale. E l’evangelizzazione è iniziata più di 2000 anni fa! Quindi dobbiamo, nel Nuovo millennio, impegnarci a un’evangelizzazione più rapida.

    D. - Qual è lo spazio riservato ai laici nella Chiesa coreana oggi?

    R. - I fedeli laici in Corea sono veramente fieri della storia della loro Chiesa, perché sono stati loro stessi a fondarla. Quindi siamo fieri di questa storia. Ma è stata la grazia di Dio che ci ha condotti a questa via di salvezza. Quindi, i laici coreani cercano di fare del loro meglio per rendere la testimonianza cristiana nella loro vita, nella loro quotidianità, sempre in comunione con i preti e i religiosi e le religiose, per servire meglio la causa dell’evangelizzazione di tutta la Corea.

    D. – Quali altri temi sono al centro dei lavori del Congresso?

    R. - Tratteremo le Piccole comunità di base, diventate popolari soprattutto a metà degli anni Novanta e man mano hanno dato buoni frutti per l’evangelizzazione in Corea. Queste comunità di base soprattutto hanno reso molti fedeli laici partecipi della vita della Chiesa. Quindi, in questo senso siamo riconoscenti per questa attività dei fedeli laici. Poi tratteremo anche il rinnovamento della parrocchia, la partecipazione dei laici al mondo politico, nel mondo del lavoro e dell’educazione cattolica, il loro ruolo nell’inculturazione. Vari campi dell’evangelizzazione saranno oggetto di discussione e condivisione delle esperienze.

    D. - Quale spazio avrà al Congresso il tema del dialogo, che è un aspetto così importante in Asia in questi tempi difficili per la Chiesa in diversi Paesi dove le violenze anti-cristiane sono in drammatico aumento: penso in particolare al Pakistan o all’India?

    R. - Il dialogo è importante e necessario oggi in Asia, soprattutto per promuovere la comprensione reciproca tra i fedeli delle varie religioni. È una cosa molto importante per promuovere la pace. Quindi per noi il dialogo non è altro che una forma di evangelizzazione.

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    Oggi su "L'Osservatore Romano"

    ◊   In prima pagina, il comunicato finale dell’udienza concessa da Benedetto XVI al presidente israeliano, Shimon Peres.

    Israeliani e palestinesi affrontano la sfida della pace: riprendono a Washington i negoziati diretti tra le due parti.

    Nelle pagine culturali, un articolo di Antonio Paolucci sulla conclusione dei lavori di manutenzione della Cappella Sistina.

    Arte e preghiera: Timothy Verdon sul dipinto di Antonello da Messina su san Girolamo che legge e studia nel deserto.

    La resa della rocker ribelle: Silvia Guidi sulla storia della conversione di Nina Hagen.

    Rivoluzione in scatoletta: Maria Maggi sulla conservazione degli alimenti in lattine metalliche.

    Dieci anni fa la beatificazione di Pio IX e Giovanni XXIII: Francesco Valiante e Nicola Gori intervistano Walter Brandmüller, già presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche dal 1998 al 2009, e Loris Francesco Capovilla, per molti anni segretario di Papa Roncalli.

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    Oggi in Primo Piano



    Negoziati di pace israelo-palestinesi tra speranze e timori. La riflessione di padre Jaeger

    ◊   Dopo 20 mesi di stallo, alle ore 16 italiane di oggi riprendono ufficialmente a Washington i negoziati di pace israelo-palestinesi. Fra meno di due ore, dunque, le delegazioni guidate dal premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e dal presidente dell'Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, si riuniranno di fronte al segretario di Stato, Hillary Clinton. Ieri sera, intanto, in occasione di una cena di lavoro con le delegazioni, il presidente statunitense, Barack Obama, si è detto fiducioso che i negoziati potranno portare la pace in Medio Oriente entro un anno. Il servizio di Alessandro Gisotti:

    Due Stati l’uno accanto all’altro, in pace e in sicurezza: la speranza di raggiungere l’obiettivo della pace in Medio Oriente riparte da Washington, nonostante dalla Cisgiordania giungano notizie di nuovi atti di violenza. Dopo l’uccisione di quattro coloni vicino Hebron, martedì scorso, ieri Hamas ha rivendicato un agguato in cui sono rimaste ferite due persone. Attacchi deplorati da Obama, Abu Mazen e Netanyahu uniti nell’affermare che gli estremisti non riusciranno a sabotare il processo di pace. Il presidente americano ha espresso l’auspicio che i negoziati possano concludersi positivamente entro un anno:

    “The goal is a settlement, negotiated between the parties…”
    “L’obiettivo – ha detto Obama – è un accordo negoziato tra le parti che metta fine all’occupazione del 1967 e dia vita ad uno Stato palestinese democratico e indipendente che viva accanto allo Stato israeliano e ai suoi vicini, in pace e sicurezza”. Dal canto suo, il presidente palestinese Abu Mazen ha chiesto “la fine dello spargimento di sangue nella regione” ed ha esortato Israele a mantenere il congelamento degli insediamenti nei Territori Occupati. Netanyahu ha invece tenuto a sottolineare l’intenzione di porre fine al conflitto una volta per tutte. Ed ha quindi definito Abu Mazen un “partner per la pace”. Alla cena erano presenti anche l’inviato del Quartetto per il Medio Oriente, Blair, il presidente egiziano, Mubarak, e il re di Giordania Abdallah II:

    “Time is not on our side…”
    “Il tempo – ha constatato il sovrano hashemita – non è dalla nostra parte. Per questo non dobbiamo disperdere le energie nell’affrontare le questioni più delicate”. L’avvio dei negoziati diretti viene salutata oggi con un certo scetticismo da parte sia della stampa araba che da quella israeliana: pesano soprattutto l’ombra del terrorismo e la questione degli insediamenti. Intanto, stamani, il portavoce di Hamas ha definito i negoziati “illegali” e “destinati al fallimento”. Dei negoziati, parlerà invece stasera il leader del movimento sciita libanese Hezbollah, Hasan Nasrallah.

    Il presidente americano, Barack Obama, ha dunque affermato che è possibile raggiungere la pace in Medio Oriente entro un anno. Alessandro Gisotti ha chiesto a padre David Jaeger, della Custodia di Terra Santa, se questa ipotesi sia realizzabile, nonostante le difficoltà sul terreno:

    R. – E’ possibile certamente, perché non solo i problemi sono conosciuti, ma in sostanza anche le soluzioni. Le bozze dell’accordo di pace si troverebbero nei cassetti ormai da vari anni. Quello che è mancato, finora, soprattutto non sono state le bozze, i testi, le soluzioni o le idee: è la volontà di firmarle, queste risoluzioni.

    D. – Quali sono, secondo lei, i punti su cui le parti possono più facilmente trovare un accordo e dunque cercare di raggiungere una intesa finale?

    R. – Per mettere fine al conflitto storico, c’è naturalmente la questione dei profughi palestinesi delle guerre del 1948 e del 1967, ma soprattutto del ’48; su questo punto, una soluzione non può essere – in realtà – semplicemente bilaterale, perché deve coinvolgere anche gli Stati che effettivamente ospitano grande parte di questi profughi: Giordania, Siria e soprattutto Libano, dove è drammatica la situazione dei palestinesi nei campi profughi. Solo recentemente, la legislatura libanese ha deciso di dare agli abitanti dei campi profughi, che sono già di terza e quarta generazione, la possibilità di cercare lavoro in Libano, sulla stessa base di lavoratori stranieri. Qui ci dovrà essere uno sforzo multilaterale.

    D. – A Washington, ovviamente, c’è un grande assente: Hamas. Quanto complica questa assenza, questa opposizione?

    R. – Il suo dominio di fatto sulla Striscia di Gaza è sintomo dell’assenza di pace. Dal momento in cui ci sarà un Trattato di pace tra Israele e l’Olp, Hamas perderà ogni legittimazione. Per cui è chiaro che si oppone al Trattato di pace e sta facendo di tutto per far fallire i negoziati. Realizzare, ottenere il Trattato di pace priverà gli estremisti – nel caso specifico, Hamas – di ogni legittimazione presso la popolazione. Questo è l’unico modo di farlo, perché è proprio l’assenza di pace, il perdurare del disagio vissuto dalla popolazione palestinese che dà forza all’organizzazione armata.

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    Il cardinale Erdő inaugura il Pellegrinaggio verde delle Chiese europee

    ◊   La custodia del creato per salvare la pace, al centro del Pellegrinaggio verde delle Chiese europee, attraverso Ungheria, Slovacchia ed Austria. Partito ieri pomeriggio dalla città ungherese di Esztergom, diretto a Bratislava, giungerà domani in Austria, dove si concluderà domenica nel Santuario di Mariazell. Il servizio di Roberta Gisotti:

    I cristiani siano i primi, con chiarezza e fermezza, “ad evitare lo sfruttamento dei beni, delle risorse, delle energie del creato e a promuovere con vigore lo sviluppo integrale dell’uomo e del mondo”, nei tempi e nei modi giusti ed efficaci. Cosi, il cardinale Peter Erdő, arcivescovo di Esztergom-Budapers e presidente dei vescovi europei, inaugurando nella sua diocesi il Pellegrinaggio verde, che raccoglie l’invito lanciato dal Papa nella Giornata della pace 2010: “Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato”. In marcia vescovi e responsabili delle Chiese europee per l’ambiente, per testimoniare che “Dio ci ha fatti tutti amministratori dei suoi doni”, ma “dai suoi figli rinati nel Battesimo” – ha sottolineato il cardinale Erdő – Dio si aspetta “senz’altro una presa di posizione decisa”, nella consapevolezza che “curando il bene comune” “si promuove una società giusta e sicura”. Da qui, il richiamo ad una ecologia ambientale sostenuta da un’ecologia umana, dove “la prima creatura a dover essere protetta è proprio l’uomo”, ha ammonito il porporato, ricordando che “un individualismo materialista che non vede altro se non il profitto immediato, genera ingiustizia, distruzione e paura”. Ecco l’importanza per i cristiani d’Europa di ritrovarsi insieme in questo pellegrinaggio nella preghiera, come spiega lo stesso cardinale Erdő al microfono di Marta Vertse, incaricata del programma ungherese della nostra emittente:

    R. – Siamo qui prima di tutto, per pregare: per il nostro continente, per pregare per la conversione dei nostri cuori, perché il deterioramento dell’ambiente dipende anche dall’attività umana. Per tutte le azioni umane, siamo infatti responsabili, perché la moralità vale per tutto ciò che si chiama “atto umano”, per tutto ciò che è consapevole e libero. Per questo, dobbiamo sensibilizzare la gente. Dobbiamo dimostrare che molto dipende anche dal nostro comportamento personale. Non è possibile vivere soltanto in funzione dei vantaggi materiali del momento, per il benessere preso nel senso strettissimo della parola, per 'star bene' in questo momento; ma bisogna pensare alle generazioni future, bisogna valutare la possibilità di sopravvivere di altre persone sul nostro pianeta. Quindi, è una grande responsabilità che dobbiamo affrontare con fede e con speranza.

    D. – Qual è il significato di questo pellegrinaggio dal punto di vista ecumenico?

    R. – Tutti noi cristiani crediamo nella Creazione ed abbiamo rispetto verso la vita del mondo creato proprio perché è una manifestazione della saggezza e dell’amore divino. E quindi, è un punto su cui tutti noi cristiani possiamo essere uniti, sia nel ragionamento, sia nell’azione.

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    Proteste in Mozambico contro il carovita: almeno 6 morti tra cui 2 bambini

    ◊   Almeno sei morti in Mozambico, e oltre una decina di feriti. Questo il bilancio degli scontri scoppiati ieri nella capitale Maputo, fra dimostranti e polizia. Tra le vittime, anche due bambini che tornavano a casa da scuola. A scatenare le proteste di piazza è stato il rincaro del costo della vita, divenuto insostenibile per gli strati più deboli della società mozambicana. Sulla situazione nel Paese sentiamo Valentino Piazza, direttore di “Progetto Mondo Mlal”, raggiunto telefonicamente a Maputo da Stefano Leszczynski:

    R. - La protesta è partita dalle periferie, fondamentalmente con il blocco delle strade: quindi barricate, copertoni bruciati in mezzo alla strada, autobus bloccati ed incendiati e molta, molta gente che cercava di avvicinarsi verso il centro della città.

    D. - Qual è la realtà sociale oggi del Mozambico?

    R. - La situazione è proprio quella che è comune a molti Paesi africani. Se uno sta a Maputo vede dei grandi, grandissimi investimenti, la Cina in particolare sta entrando con investimenti molto, molto pesanti, ma la condizione media del mozambicano è, però, di fortissima povertà.

    D. - Il Mozambico è uscito da una situazione di guerra civile e di instabilità politica molto difficile…

    R. - Sicuramente, fino ad oggi, la pace resta in questo Paese perché si sono mantenute condizioni di sopravvivenza per la popolazione. Questo è solamente l’ultimo passo di una serie di aumenti che colpiscono proprio - come dire - beni e servizi di prima necessità per la popolazione.

    D. - Qual è la situazione in Mozambico per quanto riguarda lo sviluppo democratico delle istituzioni e il rispetto dei diritti umani?

    R. - Ho l’impressione che sia ancora un progetto in corso e che c’è ancora molta strada da fare. Proprio in questi giorni, nel rapporto con le istituzioni, si vede come l’eredità del passato pesa ancora molto. Il sistema è culturalmente ancora un po’ militare. La relazione tra le istituzioni e il cittadino e viceversa risente ancora di quel passato. Quindi, anche se progressi ne sono stati fatti, le Organizzazioni specializzate in diritti umani continuano a rilevare ancora pesanti deficit da questo punto di vista.

    D. - Si può immaginare che si tratti di un peggioramento della situazione economica e di una crisi dovuta agli effetti - ovviamente ritardati, così come ci si aspettava - della crisi economica che ha colpito il mondo occidentale o sono due cose distinte, secondo lei?

    R. - Sicuramente, ed è quello che la gente racconta, si comincia a percepire che c’è un po’ un disincanto ed una disillusione riguardo alla possibilità di sviluppo del Paese e di miglioramento quindi delle condizioni di vita, il fatto che il governo non riesca più ad avere il controllo sulle questioni di costo, di prezzo e di fattori che sono fondamentali per garantirsi poi il consenso della popolazione. C’è da dire anche che ci sono evidentemente delle difficoltà economiche che vengono sicuramente anche dalle congiunture internazionali.

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    Al Festival di Venezia il film "Miral", storia difficile di una bambina in Medio Oriente

    ◊   “Miral” del regista americano Julian Schnabel è in concorso oggi a Venezia e esce domani sugli schermi italiani: non ci sono giorni migliori per offrire al pubblico la storia vera e difficile di una bambina in Medio Oriente raccontata nel libro, parzialmente autobiografico, “La strada dei fiori di Miral” della giornalista palestinese Rula Jebreal, dal quale il film è fedelmente tratto. Il servizio di Luca Pellegrini:

    Nel giorno in cui a Washington eterni belligeranti si ritrovano per parlare nuovamente di pace, Julian Schnabel, con intuito d’artista e cinematografica profezia, arriva in concorso a Venezia con Miral che sugli inapplicati accordi di Oslo del 1993 distende i suoi titoli di coda. E’ rimasto a suo tempo colpito e affascinato, il regista americano nonché pittore che ha al suo attivo la fama di un bizzarro carattere, dal libro autobiografico che la giornalista palestinese Rula Jebreal ha scritto, inserendo le sue personali vicende e esperienze nei fatti tragici che avvolgono il Medio Oriente dal 1948 al 1994. Un mondo fatto di terra arida, acqua preziosa, secolari rivalità, molto sangue versato su entrambi i fronti, cumuli di odio e di rabbia e pochissime sacche di speranza. Un mondo in cui Schnabel, nel corso delle riprese, dice di essere stato testimone “della lotta tra l’umanità e l’ideologia”. Miral, la protagonista, il cui nome è quello di un fiore rosso assai comune che cresce spontaneo e numeroso in Palestina, ha soli sette anni quando la si incontra per la prima volta. Sono i suoi occhi – quindi gli occhi di Rula che, come lei afferma, possono raccontare soltanto ciò che si è visto perché in Medio Oriente non esiste spazio per l’immaginazione – occhi prima di bambina, poi di adolescente e di donna, che ci aiutano a scoprire la storia, tutta vera, attraverso altre donne, palestinesi e israeliane. Un sicuro pregio, questo dell’aspetto femminile della carità e della guerra, della passione e della lealtà. Donne che vivono e soffrono per concedersi almeno il sogno di un futuro vivibile, anche per le generazione a venire. Così si scopre la meravigliosa parabola di Hind Husseini, scomparsa nel 1994, che incontra cinquant’anni prima cinquanta orfani sulla strada di Gerusalemme, prima avvisaglia dei tempi che saranno e, come una samaritana buona, li porta a casa con sé e fonda poi un convitto femminile, la sua eredità, ancora oggi attivo, credendo nell’istruzione come via indispensabile al dialogo, ossia credendo nella purezza dei bambini. Anche se le crepe dell’ostilità si insinuano in tutte le mura ed è difficile, proprio lì, nutrire ogni giorno i cuori di questo ideale. Tanti altri personaggi accompagnano Miral verso la maturità, verso il dolore, verso l’amore e l’odio, attraverso l’Intifada, l’illusione, il carcere, la perdita delle persone care, verso l’Italia, ricollegandosi questo nome di finzione a quello vero della sua creatrice. Eccessivamente autocelebrativo sul finire, meno graffiante e inaspettato rispetto ad altri film cui Schnabel ci ha abituati, forse per la delicatezza, anche politica, del tema trattato e per il rispetto alla verità di una vita, “Miral” è diretto con ragione e sentimento e potrebbe essere un buon inizio proiettarlo in questi giorni alla Casa Bianca.

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    Chiesa e SocietÓ



    Pakistan: è emergenza per bambini e semina, mentre prosegue la raccolta di aiuti

    ◊   È passato un mese dall’inizio dell’emergenza per le alluvioni in Pakistan, ma la situazione resta gravissima: ieri la Fao, l’organizzazione dell’Onu per l’alimentazione e l’agricoltura, ha lanciato l’allarme sul rischio che i contadini perdano l’intero raccolto annuale se entro brevissimo tempo non riusciranno a reperire nuove sementi con le quali sostituire il milione e mezzo di tonnellate che sono andate perdute a causa delle piogge monsoniche. La semina del grano, infatti, in Pakistan si svolge normalmente nei mesi tra settembre e novembre, ma la situazione è drammatica e c’è la concreta possibilità di dover rinunciare alla semina per l’intero anno. Ed è emergenza anche per i bambini: l’associazione umanitaria Save the Children è impegnata nel Paese in una vera e propria corsa contro il tempo con 600 tra medici e operatori, per salvare il numero maggiore possibile di vite umane: allo stato attuale dei fatti circa 2.4 milioni di bambini non sono ancora stati raggiunti dagli aiuti e diarrea, infezioni respiratorie e malattie della pelle come la scabbia, sono ormai all’ordine del giorno. “I campi sono affollati all’inverosimile e circondati da acqua putrida”, dichiara il direttore dell’emergenza in loco, Gareth Owen, che segnala la presenza di oltre 100mila donne in avanzato stato di gravidanza, che entro un mese partoriranno in condizioni igieniche potenzialmente letali per sé e per i nascituri. Continua, comunque, la raccolta di fondi all’estero: la diocesi di Bolzano-Bressanone, in collaborazione con Caritas Pakistan e con la rete internazionale, ha raggiunto la cifra record di 620mila euro, donata da tremila sostenitori, che sarà presto inviata nel Paese asiatico. (R.B.)

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    Villaggi cristiani e indù pakistani allagati intenzionalmente: la conferma ufficiale

    ◊   La notizia era stata data un paio di giorni fa sempre dall’agenzia Fides, che oggi ha avuto nuove conferme: in Pakistan, Paese in ginocchio a causa delle inondazioni provocate dalle piogge monsoniche, alcuni villaggi abitati da cittadini cristiani e indù vengono allagati intenzionalmente per salvare dall’acqua i terreni di notabili e grandi proprietari terrieri. Un fenomeno denunciato dalle Ong che operano nel territorio e che aggiunge sofferenza e frustrazione al dolore della popolazione, già duramente provata. La conferma è arrivata dall’ambasciatore del Pakistan all’Onu, Abdullah Hussain Haroon: “Vi sono prove che i proprietari terrieri hanno fatto costruire barriere che deviano l’acqua verso i villaggi indifesi di poveri agricoltori”, ha dichiarato alla Bbc, chiedendo al governo un’indagine ufficiale. Oltre al caso del villaggio cristiano di Khokharabad, si segnalano i casi di altri quattro villaggi nella provincia del Sindh: Mirpur Bathoro, Jati, Dharo e Laiqpur, abitati da minoranze cristiane e indù e dove circa 2800 famiglie sono rimaste senza casa e senza terra. Drammatica la testimonianza del capo-villaggio di Jati: “Ancora una volta la forza dei potenti schiaccia i poveri – ha detto – siamo trattati come bestie e non riceviamo alcuna considerazione dal governo”. Un caso simile si è verificato a Jacobabad, sempre nella provincia del Sindh: qui i villaggi nei dintorni di Shikapur sono stati allagati per evitare che le acque raggiungessero la città. (R.B.)

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    20 anni fa entrava in vigore la Convenzione Onu per i diritti dell’infanzia

    ◊   “I bambini, a causa della loro immaturità psichica e intellettuale, necessitano di tutele e attenzioni particolari. Nello specifico, di garanzie giuridiche, che li proteggano fin da prima della nascita”. A ricordarlo è l’introduzione della Convenzione, ratificata da oltre 190 paesi, con le eccezioni illustri di Stati Uniti e Somalia ed entrata in vigore il 2 settembre 1990. In 54 articoli e due protocolli opzionali, vengono enumerati i diritti fondamentali di tutti i bambini, dagli 0 ai 18 anni. Il diritto alla vita e alla sopravvivenza, il diritto allo sviluppo, il diritto ad essere protetti e tutelati e infine il diritto a partecipare alla vita familiare, culturale e sociale. A vent’anni dall’adozione della Convenzione, si può tentare un bilancio sommario. I progressi più sensibili si sono registrati nel campo sanitario. Nel 2008 - riporta Euronews - quasi 9 milioni di bambini sono morti prima dei 5 anni. Ma nel 1990 erano 12.5 milioni. L’Unicef smorza gli entusiasmi. Le vaccinazioni hanno consentito di debellare numerose malattie virali, ma l’Aids resta ancora molto diffuso. Oltre due milioni i minori di 15 anni che oggi convivono con il virus dell’Hiv. Una piaga, che si aggiunge a quella della malnutrizione. Per garantire la sopravvivenza a se stessi e alle loro famiglie, oltre 158 milioni di bambini fra i 5 e 14 anni sono costretti a lavorare. Una pratica molto diffusa, soprattutto nell’Africa subsahariana Altro problema è poi la guerra. Circa 300.000 i bambini soldato, che si combattono gli uni contro gli altri nei 30 conflitti ancora in corso. Ishmael Beah viene dalla Sierra Leone. Era uno di loro, prima che l’Unicef lo prendesse in carico e ne facesse uno dei suoi ambasciatori. “Quando si parla con la gente – racconta -, sembra che i diritti siano un concetto astratto. Servono invece a proteggere le vite umane. Ma se non si riesce a tutelarle quando sono più vulnerabili, è difficile che poi si possa davvero parlare di ‘vita’…”. In questo senso molti Stati che approvano l'aborto, sembrano dimenticare questa Convenzione. Matrimoni precoci, infibulazione, nascite non registrate, sfruttamento sessuale… La lista sarebbe ancora lunga. La prova che i principi sanciti dalla Convenzione sono ancora lontani dal potersi considerare affermati. In 20 anni, il numero dei bambini non scolarizzati è sceso da 115 a 95 milioni. Un progresso, sottolinea l’Unicef, che non deve però far dimenticare come a terminare gli studi siano ancora in troppo pochi. (R.P.)

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    Il cardinale indiano Gracias condanna l'iniziativa anti-islamica di una setta evangelica

    ◊   “Un atto di assoluta insensibilità e di mancanza di rispetto per il Corano”. Con queste parole il cardinale Oswald Gracias, arcivescovo di Bombay e presidente della Conferenza episcopale indiana (Cbci) ha condannato l’iniziativa di una setta evangelica statunitense che propone di bruciare in piazza copie del Corano per ricordare le stragi dell’11 settembre. La campagna del “Dove Outreach Center” - questo il nome del gruppo con sede a Gainesville in Florida - ha già suscitato vivaci reazioni di protesta nel mondo musulmano. Il cardinale Gracias si è detto profondamente turbato dalla notizia: “Essa è tanto più scioccante perché tale campagna è totalmente contraria agli insegnamenti di Gesù Cristo” che “sottolineano il rispetto di tutte le religioni e di tutti gli uomini e donne” che cercano sinceramente Dio, - si legge in una dichiarazione diffusa ieri. Nella nota, riportata dall’agenzia Ucan, il porporato sottolinea che tutti i leader cristiani di Mumbai “si dissociano dall’iniziativa” e che “la comunità cristiana si unisce a tutti coloro che vogliono promuovere la pace e l’armonia nella nostra società, già straziata da tanta violenza”. La dichiarazione conclude quindi con l’auspicio e la preghiera che prevalga il buon senso e che l’iniziativa venga annullata. Anche in Indonesia vescovi cattolici e protestanti si sono incontrati a Giakarta con il leader di un gruppo musulmano estremista, per condannare la stessa proposta della setta evangelica per l'11 settembre. Nel corso dell'incontro è stato rinnovato l'invito ad approfondire il confronto e il dialogo. (L.Z.)

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    India. Incontro ecumenico a Mangalore: cristiani uniti contro gli attacchi degli estremisti

    ◊   Per difendersi dagli attacchi degli estremisti i cristiani devono innanzitutto essere uniti. È questo il messaggio di fondo emerso da un incontro promosso dal Karnataka United Christian Forum for Human Rights, un’associazione ecumenica fondata l’anno scorso per coordinare le iniziative in difesa dei diritti dei cristiani nello Stato. L’incontro - il primo organizzato dalla sua fondazione - si è svolto il 31 agosto a Mangalore e – riferisce l’agenzia Ucan - ha visto la partecipazione di una cinquantina di leader delle principali Chiese cristiane locali. “L’unità dei cristiani - ha sottolineato ai partecipanti mons. Lawrence Mukkuzhy, vescovo siro-malabarese di Belthangady - è necessaria per due ragioni: per crescere insieme e per difenderci compatti nei momenti di crisi”. Negli ultimi anni il Karnataka è stato teatro di numerose violenze contro i cristiani che, che secondo fonti della Chiesa locale, hanno subito un’impennata a partire dal 2008, dopo la salita al governo locale del partito nazionalista indù Bharatiya Janata Party. Secondo padre Ronnie Prabhu, segretario della Commissione regionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della Conferenza episcopale indiana (Cbci), per prevenire queste violenze è anche importante evitare di praticare un proselitismo aggressivo: “Noi cristiani dobbiamo evitare ogni forma di aggressività quando vogliamo condividere la nostra fede”, ha detto il sacerdote gesuita all’incontro. Altri partecipanti hanno fatto per altro verso notare il lato positivo del dramma di queste violenze. Per mons. Aloysius Paul D’Souza, vescovo di Mangalore, “c’è una benedizione nascosta in questi attacchi, perché ci hanno unito”. Intanto nel Karnataka non si placano le polemiche sulle recenti dichiarazioni anti-cristiane di Prahlad Remani, esponente locale del Bjp, che lo scorso 15 agosto aveva invitato a “sradicare il cristianesimo” dalla società indiana. Il Primo Ministro dello Stato ha preso le distanze dal parlamentare, impegnandosi a chiedergli di presentare le sue scuse alla comunità cristiana. (L.Z.)


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    Colombia. Settimana per la Pace con lo slogan: “Per me nessuna vittima è sconosciuta”

    ◊   Indetta dalla Conferenza episcopale della Colombia, tramite il Segretariato nazionale della pastorale sociale (Snps/Caritas Colombiana) e la Redepaz (Rete Nazionale d’iniziative per la Pace), la Settimana per la Pace 2010 si terrà dal 5 al 12 settembre sotto lo slogan "Riparazione integrale: per me nessuna vittima è sconosciuta". L'obiettivo è promuovere una solidarietà nazionale impegnata nel processo di recupero integrale delle vittime dei conflitti armati, che permetta il recupero della dignità nel contesto della verità e della giustizia, e assicuri garanzie di non ripetizione, per rendere reale la riconciliazione e la pace. Nella nota inviata all’agenzia Fides dalla Conferenza episcopale colombiana si legge che tra le attività da svilupparsi nell'ambito di questa settimana figura la marcia di apertura, che intende riunire tutte le vittime e le organizzazioni delle vittime il 5 settembre nella chiesa di San Francisco, per raggiungere poi la Cattedrale di Bogotá. Seguirà l'Eucaristia inaugurale, che aprirà le attività programmate per la settimana di questo anno 2010. Aggiornamenti sulle iniziative sono disponibili sul sito della Pastorale Sociale. Il sito Redepaz ha inoltre messo a disposizione una nuova sezione per questa settimana con un programma dettagliato. La forza di questo tipo di evento in un Paese come la Colombia si può misurare dall’adesione delle tante comunità cattoliche che, pur lontane dalla realtà cittadina o dalla capitale, vivono e celebrano le iniziative della vita della Chiesa con dinamismo. Per esempio l’agenzia Adital informa che il comune di Arauquita, nella provincia di Arauca, proprio alla frontiera con il Venezuela, si prepara a celebrare questa Settimana per la Pace con molte attività: incontri, conferenze, testimonianze delle vittime del conflitto armato, veglie di preghiere ed atti culturali. Il comitato comunale ha informato che questa Settimana è l’occasione speciale per ricreare le vie della convivenza e del rispetto fra le comunità che vivono nella stessa zona e che, anche separate dalla frontiera, appartengono alla stessa regione. (R.P.)

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    Kenya: Ong cattolica contro la tratta degli esseri umani

    ◊   Tra le 600mila e i 2 milioni di persone sono vittime ogni anno del traffico di esseri umani. Tra i Paesi colpiti da questo crimine in Africa vi è il Kenya. Secondo il Trafficking in Persons Report (Tip), un rapporto presentato dal governo Usa ogni anno, il Kenya è un punto di origine, di transito e di destinazione di uomini, donne e bambini vittime del traffico di persone, costrette al lavoro forzato, al lavoro minorile e allo sfruttamento sessuale. In particolare, i bambini vittime del traffico vengono impiegati nei lavori domestici, come schiavi sessuali, soprattutto nel turismo sessuale lungo l’area costiera, nel lavoro forzato in agricoltura (per esempio nelle piantagioni di fiori, esportati in Europa), nella pesca, nella pastorizia, oppure sono costretti all’accattonaggio. I trafficanti, che conquistano la fiducia delle famiglie povere attraverso legami familiari, tribali o religiosi, offrono con l’inganno la possibilità di istruire i figli in città, o alle donne un lavoro onesto. Per soccorrere le vittime del traffico di esseri umani e sensibilizzare le autorità e la popolazione su questo problema è stata fondata l’Awareness Against Human Trafficking (Haart), un’organizzazione che rientra nella legge keniana sulle Ong (Ngo Coordination Act of 1990). Secondo una nota inviata all'agenzia Fides, l'organizzazione è costituita da persone che hanno alle spalle anni di esperienza sui temi sociali, sul traffico di esseri umani, sul lavoro minorile e sullo sfruttamento sessuale. Uno dei fondatori più celebri è Suor Maria O'Malley, della congregazione Medico Missionarie di Maria (Medical Missionaries of Mary-Mmm), che da 25 anni lavora su questi temi nella regione. Haart si avvale anche della grande esperienza di Radoslaw Malinowski che ha diretto l’ufficio sul traffico di esseri umani del Center For Social Concern (Cfsc) in Malawi, ed ha coordinato gli studi sulla tratta degli esseri umani e il suo impatto sulla sicurezza in Sudafrica, per il Dennis Hurley Peace Institute, promosso dalla Southern African Catholic Bishops' Conference (Sacbc). Haart intende impegnarsi a sensibilizzare le potenziali vittime della tratta, in particolare donne e bambini, creare dei programmi per aiutare le vittime del traffico, costruire delle alleanze con partner pubblici e privati per elaborare delle politiche di riduzione della povertà, il fattore principale all’origine dello sfruttamento degli esseri umani. (R.P.)

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    Il Sudan si prepara a 101 giorni di preghiera per la pace

    ◊   101 giorni di preghiera per la pace per arrivare come si deve all’appuntamento elettorale del 9 gennaio 2011, quando un referendum deciderà l’indipendenza o meno del sud del Sudan. A promuovere l’iniziativa, riferisce la Zenit, è la diocesi cattolica sudanese di Rumbek, che si è posta l’obiettivo di “unire le varie comunità del sud del Sudan per pregare per un referendum giusto, limpido e pacifico”. L’iniziativa s’inserisce perfettamente nel solco tracciato dai vescovi locali con un messaggio inviato alla popolazione nel luglio scorso, dopo la plenaria straordinaria svoltasi a Juba, in cui esortavano la gente a impegnarsi in prima persona affinché la consultazione possa realmente contribuire al bene comune del Paese. Tra gli appuntamenti salienti di questi 101 giorni, la responsabile del programma, suor Maria Goretti, ricorda l’Eucaristia per la pace del 19 settembre, il Rosario il 7 ottobre, la festa di Cristo Re il 21 novembre, la giornata di adorazione e digiuno prevista per il 3 dicembre e la Giornata mondiale della Pace il primo gennaio 2011. (R.B.)

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    Senegal: per i bambini disabili mancano assistenza e strutture idonee

    ◊   In Senegal molte donne si rifiutano di portare i propri figli mentalmente disabili sui mezzi di trasporto pubblici, le famiglie nascondono i bambini che soffrono di disturbi mentali o neurologici, ed alcuni genitori addirittura li disconoscono. Secondo le ultime statistiche dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, dal 2004, 13.4 milioni di persone in Africa sono state colpite da disturbi depressivi unipolari, 7.7 milioni da epilessia, 2.7 milioni da disturbi affettivi bipolari e 2.1 milioni da schizofrenia. Nella società senegalese avere un figlio affetto da disturbi mentali costituisce uno stigma, è credenza comune che sia una maledizione, una punizione divina per infedeltà della madre del bambino al marito. Non c'è assistenza sufficiente e le strutture per queste persone mentalmente disabili sono precarie; l'unica scuola del paese è l'Education and Training Centre for the Mentally Disabled (Cefdi). Non esistono statistiche nazionali sul numero dei bambini handicappati, nel 2009 l'istituto ha mandato via 54 degli 81 bambini provenienti da tutto il Senegal per mancanza di posti per nuovi studenti. Quando sono state aperte le iscrizioni per l'anno accademico 2010-11, si sono presentate 20 famiglie in due giorni. Nel Paese sono presenti anche 5 istituti privati per bambini mentalmente handicappati, 4 a Dakar ed 1 nella città settentrionale di Saint Louis, tuttavia molte famiglie non hanno le possibilità economiche per frequentarli. Il Cefdi, che accoglie bambini con la sindrome di Down, epilessia, e diversi altri disturbi, ha 2 specialisti e 3 insegnanti, che sono stati formati per insegnare ai 109 studenti dai 4 ai 20 anni di età mentalmente disabili. (R.P.)

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    Slovacchia: Amnesty chiede la fine della segregazione nelle scuole dei bambini rom

    ◊   Amnesty International ha sollecitato il governo slovacco a porre fine immediatamente alla segregazione dei bambini e delle bambine rom nel sistema educativo del Paese. Questa pratica comporta che migliaia di alunni rom ricevano un’istruzione di qualità inferiore in scuole e classi per alunni con ‘lievi disabilità mentali’ o vengano segregati su base etnica nelle scuole e nelle classi principali. In un briefing indirizzato al governo slovacco, intitolato ‘Passi per porre fine alla segregazione nell’istruzione’, Amnesty International indica le gravi lacune esistenti nell’attuazione e nel monitoraggio del divieto di discriminazione e segregazione nel sistema educativo slovacco. ‘I bambini e le bambine rom della Slovacchia restano intrappolati in un sistema scolastico che continua a venir meno ai loro bisogni, a causa di una diffusa discriminazione che priva i bambini e le bambine rom di pari opportunità condannandoli a una vita di povertà ed emarginazione’ – ha dichiarato David Diaz-Jogeix, vicedirettore del Programma Europa e Asia centrale. ‘Il governo slovacco ha molto da fare per porre fine alla segregazione che impatta su un’ampia parte della popolazione del Paese. La segregazione nell’istruzione significa applicare uno stigma indelebile su bambini e bambine, le cui possibilità per il futuro vengono brutalmente limitate. Questa e’ una pratica che non appartiene all’Europa del 21esimo secolo e deve essere eliminata’. La segregazione dei bambini e delle bambine rom assume diverse forme: scuole speciali o classi speciali, previste per gli alunni con ‘lievi disabilità mentali’ nell’ambito del sistema scolastico principale, così come scuole e classi solo per i rom. I rom sono meno del 10% della popolazione della Slovacchia, eppure oltre il 60% degli alunni delle scuole speciali, secondo un sondaggio del 2009, è costituito da rom. Nelle regioni con un numero elevato di persone rom, tre alunni su quattro delle scuole speciali sono rom. L’85% dei bambini nelle classi speciali del sistema educativo principale è costituito da rom. In particolare Amnesty International chiede alle autorità slovacche di introdurre adeguate misure di sostegno per i bambini e le bambine, rom e non, che necessitano di particolare assistenza, in modo che possano raggiungere il massimo delle loro potenzialità nell’ambito del sistema scolastico principale. (R.P.)

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    Australia: conclusa la Conferenza delle Ong sulla salute globale

    ◊   Si è conclusa con un’esortazione ai governi affinché dirottino le spese militari verso i settori della sanità, dell’istruzione e della costruzione di infrastrutture adeguate, la 63.ma Conferenza delle Ong di tutto il mondo, riunite per tre giorni a Melbourne, in Australia, sotto l’egida dell’Onu. L’appuntamento, che invitava alla riflessione sul tema “Avanzare la salute globale”, si è svolto in vista del vertice dei leader mondiali convocato questo mese a New York dal segretario generale delle Nazioni Unite, Ban-ki-moon, per discutere degli obiettivi del millennio, in gran parte disattesi. I 1600 delegati di 300 organizzazioni provenienti da 70 Paesi hanno fatto il punto sugli obiettivi di sviluppo, un piano di 15 anni che dovrebbe cambiare le condizioni di una parte della popolazione mondiale entro il 2015, in particolare per le madri e i neonati in condizioni di indigenza e in tema di prevenzione dell’Aids. I dati forniti sono allarmanti: un miliardo di persone non ha un accesso adeguato al cibo, oltre due miliardi e mezzo non vivono in condizioni igieniche accettabili, nove milioni di bambini muoiono prima dei cinque anni di età e 340mila donne ogni anno muoiono per cause connesse alla gravidanza o all’allattamento. L’appello delle Ong al governo è quello di raddoppiare gli sforzi verso le persone “più povere e politicamente più impotenti” e contribuire a un fondo di 20 miliardi di dollari americani per raggiungere questo obiettivo. (R.B.)

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    Il Coe: prolungare il 'Tempo per il creato' fino alla Campagna per i problemi climatici

    ◊   Il Consiglio Ecumenico delle Chiese (Coe) propone di prolungare il 'Tempo per il creato' fino al 10 ottobre, perché possa coincidere con la Campagna per i problemi climatici nel mondo prevista nello stesso giorno. Lo si apprende sul sito dell’organismo ecumenico www.oikomene.org. Ieri, 1° settembre, per cattolici, ortodossi e protestanti, è stato l’inizio del 'Tempo del creato', un periodo che viene dedicato alla sensibilizzazione al rispetto dell’ambiente, sicché Chiese e parrocchie organizzano diverse iniziative attraverso le quali viene posta un’attenzione particolare alla responsabilità dell’umanità verso la Terra e tutto ciò che vi vive, cresce ed esiste. Poiché il 2010 è anche l’Anno internazionale della biodiversità, il Coe, insieme alla Conferenza delle Chiese di tutta l’Africa (Ceta), lancia inoltre la proposta di pregare in particolare per e con le popolazioni d’Africa, dove la biodiversità e il benessere degli uomini sono minacciati dai cambiamenti climatici. Il 1° settembre, primo giorno dell’anno liturgico ortodosso, è stato proclamato Giornata di preghiera per l’ambiente nel 1989, dal patriarca ecumenico Dimitrios I. Nel suo messaggio per la giornata di quest’anno, il patriarca ecumenico Bartolomeo I ha espresso la speranza che la crisi economica e finanziaria che stanno attraversando numerose società, susciti “un potente cambiamento d’orientamento, al fine di imboccare la strada verso uno sviluppo ambientale possibile e durevole”. (T.C.)

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    Gli attivisti cristiani sud-coreani chiedono di riprendere gli aiuti umanitari per il nord

    ◊   Ripristinare gli aiuti umanitari alla Corea del nord, non dissipare le eccedenze di riso mentre l’altra parte della penisola sta vivendo una grave crisi alimentare e non prestarsi a un gioco politico che “aumenterà la rabbia e provocherà lo scontro”: è questo l’appello rivolto dagli attivisti cristiani della Justice and Peace association of protestant ministers, associazione cristiana della Corea del sud, al presidente Lee Myung-bak. L’appello, riferisce AsiaNews, è stato raccolto dalla National Conference of churches in Korea, che si è unita all’appello al presidente. La Corea del sud ha eccedenze alimentari di riso, e il 31 agosto scorso almeno 500 agricoltori dell’associazione nazionale di categoria hanno manifestato a Nonsan, nella provincia di South Chungcheong, per alzare i prezzi del cereale e riprendere le spedizioni di cibo al nord. I dissapori tra i due Paesi si sono fatti più forti in seguito all’affondamento, da parte della Corea del nord, della corvetta sudcoreana Cheonan nel marzo scorso, ma già dal suo insediamento il presidente Lee aveva usato l’invio di cibo e aiuti come merce di scambio per ottenere lo smantellamento del programma nucleare nordcoreano. “La denuclearizzazione della penisola è importante, ma lo è altrettanto assicurare la vita a tutti i cittadini”, hanno ribadito i rappresentanti delle cinque principali religioni dell’area (cattolici, protestanti, buddisti, ceondoisti e buddisti Won) che il 27 agosto hanno distribuito 300 tonnellate di farina e frumento in Corea del nord. (R.B.)

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    Corea del sud: un concerto per chiedere l’abolizione della pena di morte

    ◊   La Commissione Giustizia e Pace della Conferenza episcopale sudcoreana, attraverso la sotto-commissione contro la pena capitale, ha organizzato oggi un grande concerto per chiedere l’abolizione della pena di morte e accelerare l’iter di approvazione della proposta di legge avanzata dall’Assemblea nazionale, che mira a sostituirla con l’ergastolo. In Corea del sud, ricorda l'agenzia Sir, l’ultima esecuzione risale a oltre 12 anni fa e il Paese viene quindi considerato un abolizionista di fatto. “Contro certi crimini particolarmente efferati occorre applicare punizioni severe – ha affermato il presidente di Giustizia e Pace, mons. Matthias Ri long-hoon – ma una cosa è punire, una cosa è che lo Stato uccida una vita umana”. Da oltre dieci anni i vescovi si battono per l’abolizione definitiva della pena di morte e nel febbraio scorso la Commissione Giustizia e Pace aveva espresso disappunto per la sentenza della Corte Costituzionale che sanciva la costituzionalità dell’attuale legge. (R.B.)

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    Il cardinale Sandri: “Riscoprire il contributo dei melchiti alla Chiesa orientale”

    ◊   Un’esortazione alla Chiesa affinché riscopra il contributo dei melchiti è risuonata durante l’omelia del prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, cardinale Leonardo Sandri, che ha presieduto martedì scorso la celebrazione eucaristica a Córdoba, in Argentina, alla presenza del Patriarca di Antiochia dei greco-melchiti, Sua Beatitudine Gregorios III Laham, di mons. Abdo Arbach, esarca apostolico dei melchiti d’Argentina e dell’arcivescovo di Córdoba, mons. Carlos José Ňáňez. L’esortazione, specifica l’agenzia Zenit, era rivolta in particolar modo ai melchiti cattolici della diaspora presenti in Argentina, in vista del Sinodo del Medio Oriente che avrà luogo a ottobre in Vaticano. “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola – ha detto il porporato – questo è l’impegno di ogni comunità cristiana, in ogni luogo e in ogni tempo della storia cristiana, ma non si deve dare per scontato. Deve, piuttosto, rappresentare uno stimolo al quale non possiamo essere estranei”. Il cardinale Sandri ha insistito molto su questo concetto di comunione: “Noi vescovi non possiamo sottrarci a questo mandato: il mandato della comunione interna alla Chiesa, perché essa si diffonda in modo sempre più deciso. L’unità parte sempre da Cristo – ha sottolineato – ma esige la nostra particolare conversione all’unità. La conversione alla comunione è una croce quotidiana che bisogna portare affinché la Chiesa sia fermento di unità per tutto il genere umano”. La Chiesa orientale cattolica di rito bizantino, nella sua variante greca, è una Chiesa particolare della Chiesa cattolica, che gode di autonomia ed è in piena comunione con il Papa. Essa ha origine in Medio Oriente e attualmente conta un milione e mezzo di fedeli, di lingua araba, e la sede del loro Patriarcato è a Damasco. “I cattolici melchiti sono molto radicati nel mondo orientale – ha ripercorso la loro storia il porporato – ma anche tradizionalmente uniti alla sede di Pietro, alla quale riconoscono la responsabilità che le è propria: quella della comunione”. Infine il cardinale ha fatto presente la priorità della Pastorale familiare, giovanile e vocazionale e l’esigenza di raggiungere una profonda conoscenza dottrinale anche per affrontare il problema delle sette. (R.B.)

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    Congresso dell'opera cattolica tedesca Renovabis sulle sfide ecologiche in Europa

    ◊   L’opera cattolica tedesca Renovabis per la solidarietà con i Paesi dell’Europa centrale e orientale apre oggi il suo 14.mo congresso internazionale a Frisinga introno al tema: “Essere responsabili per il creato. Sfide ecologiche nell’Europa centrale e orientale”. Con l’iniziativa si desidera accrescere la consapevolezza dell’ampia dimensione dei problemi ambientali, quali l’inquinamento idrico, i cambiamenti climatici causati dalla deforestazione o gli incidenti nelle centrali atomiche e guardare alla tutela della Creato con una prospettiva globale, che colleghi il ruolo dei singoli e delle collettività nell’affrontare tali problematiche alla luce della visione della Chiesa secondo il punto di vista cattolico, evangelico e ortodosso. A svolgere le relazioni di fondo saranno, in particolare il cardinale Peter Turkson, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, che terrà un intervento dal titolo “Proteggere la creazione, coltivare la pace: un compito e una sfida per i cristiani” e mons. Ladislav Nemt, vescovo di Zrenjanin (Serbia), dal quale verrà un contributo su “La cura ecclesiale per l’ambiente nella regione danubiana”. Parteciperanno inoltre alla tre giorni di discussioni docenti universitari, esperti e religiosi, provenienti da Ucraina, Austria, Germania, Albania, Bielorussia e Ungheria. Nel pomeriggio del 3 settembre i congressisti si riuniranno nella locale chiesa di San Giovanni per unirsi in un “ponte di preghiera” ai partecipanti al pellegrinaggio ecclesiale da Esztergom a Mariazell promosso dal Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (Ccee). (A cura di Marina Vitalini)


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    Il vescovo di Locri: “Nulla lega il sentimento religioso alla ’ndrangheta”

    ◊   “La storia di Polsi la fanno ogni anno coloro che affrontano di notte il viaggio a piedi o sui camion e giungono qui tra canti e suoni, per esprimere la gioia di incontrare ancora la Madonna e riporre in lei la speranza che nutrono nell’animo di poter superare o almeno sopportare le difficoltà della vita. Se altri vengono qui con l’illusione di poter dare un significato religioso alle loro attività illegali che nulla hanno da condividere con la nostra fede cristiana, o a trasmettere poteri che sono espressione non dell’amore di Dio, è un problema loro e non nostro: questo sia chiaro una volta per sempre”. Ha parlato senza mezzi termini, oggi, mons. Giuseppe Fiorini-Morosini, vescovo di Locri-Gerace, nell’omelia della celebrazione della festa della Madonna della Montagna. Il presule si riferiva allo scorso anno, quando, in contemporanea con la festa, a Polsi si svolse una riunione della ’ndrangheta nel corso della quale il boss di Rosarno, Domenico Oppedisano, fu “incoronato” capo assoluto dell’organizzazione criminale. Le immagini dell’incontro girate dalle forze dell’ordine hanno fatto il giro del mondo e hanno consentito la cattura del boss e di altri esponenti delle ’ndrine. “Non c’è nulla che possa legare il sentimento religioso alla ’ndrangheta - ha ribadito il vescovo rivolgendosi direttamente ai boss e spiegando che d’ora in poi la Madonna della montagna sarà festeggiata come la Madonna della conversione – la Chiesa, come madre amorosa, vi allarga le braccia e vi invita alla conversione, dichiarandovi che anche per voi c’è la misericordia benevola di Gesù Cristo, che è morto per tutti sulla croce. La Chiesa è forse l’unica istituzione che crede nella vostra conversione; nella società generalmente c’è solo la speranza di vedervi in carcere, la Chiesa va oltre, vuole il cambiamento della vostra vita”. A quanti, in questi giorni, chiedevano più o meno direttamente l’abolizione della festa e la chiusura del Santuario, infine, il presule ha risposto così: “Come vescovo non mi sento di interrompere questa tradizione di fede – ha detto – tradirei la mia missione di guida religiosa e umilierei tutti voi, dei quali ogni anno constato la devozione”. (R.B.)

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    Si è spento padre Colombo, per 40 anni missionario a Hong Kong

    ◊   Si è spento il 22 agosto all’età di 94 anni, dopo averne trascorsi 40 in missione a Hong Kong, l’italiano padre Luigi Colombo, del Pontificio Istituto Missioni estere (Pime). Il sacerdote, ricorda la Fides, entrato in seminario in giovane età, era stato ordinato nel 1940 a Milano, ma quasi subito era stato mandato a studiare l’inglese in Inghilterra e da qui era stato spostato negli Stati Uniti. Arrivato a Hong Kong nel 1961, dopo aver imparato la lingua locale, ha prestato servizio pastorale in diverse parrocchie, prima del suo ritiro definitivo, nel 1999. Da allora padre Colombo era tornato in Italia e viveva in una casa di riposo del Pime, ma non aveva mai dimenticato la “sua” Hong Kong. (R.B.)

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    24 Ore nel Mondo



    Altissima tensione a Mogadiscio dopo giorni di scontri e 150 morti

    ◊   Resta alta la tensione a Mogadiscio, dove nell’escalation di violenze degli ultimi giorni sono morte oltre 150 persone. Oltre 300 mila sono i civili che dalla capitale raggiungono i campi per sfollati sorti spontaneamente fuori la città, a causa degli scontri tra il gruppo terrorista di Al-Shabaab e le forze governative del presidente, Sheik Sharif Ahmed. Michele Raviart ha fatto il punto della situazione politica somala con il prof. Raffaele Marchetti, docente di Relazioni internazionali alla Libera università internazionale degli studi sociali (Luiss):

    R. – La situazione è in uno stallo da vent’anni a questa parte, almeno da quando nel ‘91 è scoppiata la guerra civile. Il tessuto sociale si va sempre più disgregando e la comunità internazionale riesce a fare ben poco. Ad oggi, questo governo non ha capacità di controllo territoriale: è in carica soltanto perché fortemente sostenuto dagli attori esterni, dagli attori occidentali. Si ha una tensione continua tra il governo e una serie di gruppi di matrice islamica che riescono a portare minacce fino al cuore delle istituzioni, come appunto abbiamo visto con questi ultimi attentati.

    D. – Tra questi gruppi, il più importante è senza dubbio Al Shabaab. Come agisce?

    R. – È un gruppo ben organizzato che dà precedenza ad affiliazioni di tipo meritocratico, piuttosto che tribale e di clan, e che riesce a garantire una serie di servizi che il governo, oggi come oggi, non riesce più a fornire. E inoltre, si presenta anche come la sezione somala di al Qaeda.

    D. – Il conflitto somalo dura da anni, ma sembra essere in secondo piano nell’agenda internazionale...

    R. – Ultimamente, l’interesse è cresciuto rispetto a questa che è una guerra “invisibile”, probabilmente proprio per la forte presenza pubblicizzata dei collegamenti con al Qaeda. Il governo federale naturalmente ha molto giocato sul discorso del terrorismo, chiedendo alla comunità internazionale aiuto in difesa del proprio governo contro queste azioni terroristiche.

    D. – Negli anni ’90, tuttavia, la comunità internazionale aveva già cercato di intervenire...

    R. – Negli anni, qualche intervento si è avuto, in quanto Nazioni Unite e come governo americano, ma non sono stati interventi decisivi. D’altro canto, c’è anche un lato oscuro. Uno dei problemi di questa situazione somala è certamente la diffusione capillare delle armi, che sono state vendute nel corso degli ultimi decenni dai Paesi occidentali.

    D. – Quali saranno allora le prossime mosse a livello internazionale?

    R. – Si parla di un nuovo intervento, però i termini non sono stati ancora definiti. Bisognerebbe pensare un tavolo di discussione al quale invitare tutte le forze politiche in campo. Mi sembra illusorio risolvere le questioni senza entrare in dialogo anche con i gruppi dell’islam politico. Continuare a parlare soltanto con il governo in carica è una strategia che non paga, questo è sotto gli occhi di tutti.

    Nel Pakistan piegato dalle inondazioni, 35 morti ieri in tre attentati a Lahore
    È salito a 35 morti e 150 feriti il bilancio delle vittime del triplice attentato esplosivo contro una processione di fedeli sciiti, avvenuto ieri a Lahore. L'attacco si è verificato mentre il corteo stava confluendo al luogo di culto sciita di Karbala Gamay Shah ed è stato rivendicato dall'organizzazione estremista Lashkar-i-Jhangvi Al Aalmi. Il luogo del massacro non è lontano dal mausoleo sufi di Data Darbar, dove agli inizi dello scorso luglio un attacco suicida, dalle modalità simili a quello di ieri, causò la morte di oltre 40 fedeli. Sul fronte delle emergenze per le inondazioni, secondo la stampa pakistana la Banca Mondiale ha deciso di elevare a un miliardo di dollari il prestito per aiutare il Pakistan.

    Soldato Isaf ucciso in Afghanistan
    Un soldato dell'Isaf è rimasto ucciso in uno scontro a fuoco con i talebani nell'Afghanistan orientale. Lo riferisce un comunicato della Nato, che non precisa la nazionalità della vittima. Nell'est del Paese, sono schierati soprattutto militari statunitensi. E sempre stamani, tre razzi sono stati sparati su Kabul, senza causare feriti.

    Iran: secondo siti indipendenti, Karrubi è vittima di intimidazioni
    Un gruppo di basiji, i miliziani islamici iraniani, ha preso d'assalto la notte scorsa l'abitazione di uno dei leader dell'opposizione, Mehdi Karrubi, lanciando pietre e scandendo slogan contro il religioso moderato. Lo riferisce il sito web di Karrubi, Sahamnews. Gli assalitori, che hanno anche “rubato le telecamere di sicurezza” del palazzo, “scandivano - si legge - slogan ostili (contro Karrubi) e favorevoli alla Guida” della Repubblica islamica, l'ayatollah Ali Khamenei, dal quale dipendono direttamente i basiji, sempre secondo il sito. L'assalto era teso “a intimidire Karrubi per impedirgli di partecipare alla manifestazione per la giornata di Qods (Gerusalemme), in programma domani a Teheran, accusa il sito. Karrubi, uno dei candidati sconfitti alle presidenziali del giugno 2009, vinte da Mahmud Ahmadinejad e contestate dall'opposizione, subisce regolarmente da un anno aggressioni e intimidazioni, assieme ai suoi familiari.

    Per la quarta volta Sonia Gandhi alla guida il Partito del Congresso
    Sonia Gandhi sarà domani confermata alla guida del partito del Congresso per la quarta volta consecutiva in 12 anni. L'italo-indiana ha presentato questa mattina la sua candidatura, senza rivali. Da quando nel 1998 ha preso le redini del partito ereditato dal marito e dalla suocera Indira, gode di un'autorità indiscussa. Il servizio di Elisa Castellucci:

    La certezza della quarta elezione in 12 anni è arrivata dopo che si sono chiuse le candidature senza altre proposte. Il segretario generale, Janardan Dwidedi, ha affermato che “non sono state necessarie elezioni; la nomina sarà ufficializzata domani”. Il nome di Sonia Ghandi è stato presentato da diversi dirigenti di partito, tra cui il figlio Rahul, il premier Mnmohan Singh e altri rappresentanti di governo. La sessantatreenne italo-indiana è presidente del partito dal 1998, da quando succedette al defunto Sitaram Kesri, con l’autorità che le derivava dall’essere la vedova del premier assassinato, Rajiv, il figlio di Indira Gandhi. Resta alla guida dell’Indian National Congress, lo storico partito della dinastia Nehru-Gandhi, la formazione politica che ha condotto l’India all’indipendenza del 1947. Dal ’98, ha fatto politica appoggiandosi sulla tradizione politica della famiglia Gandhi-Nehru, ma anche lasciandosi ispirare dalla sua personalità. Ha saputo guidare grandi folle, riportando in auge il Partito del Congresso e conquistando la fiducia dei suoi elettori. Dopo le elezioni del 2004, l’India ha saputo ritagliarsi uno spazio in campo internazionale. Ancora una volta, la Gandhi è capo del partito del Congresso, una formazione politica difficilmente etichettabile secondo gli schemi politici occidentali. In un sondaggio del 2009, circa 400 milioni di elettori affermavano di avere fiducia in Sonia Gandhi.

    Imboscata alla polizia nel sud della Colombia: 5 agenti morti
    Cinque agenti colombiani sono morti ed altri tre sono rimasti feriti ieri sera nell'esplosione della loro vettura, in un'imboscata contro la polizia condotta da ignoti nel dipartimento di Caqueta, nel sud del Paese. Lo rendono noto responsabili provinciali. Un potente ordigno è stato fatto esplodere verso le 19.30 ora di ieri locale, al passaggio del mezzo di sicurezza che trasportava gli otto agenti. I tre feriti sono stati portati all'ospedale di Florencia, capitale del dipartimento.

    In Cina sale il numero dei morti accertati per le inondazioni di agosto
    Si aggrava il bilancio delle vittime delle frane e delle inondazioni nel nordovest della Cina. Nella contea di Zhouqu, nella provincia del Guansu, colpita l'8 agosto scorso da disastrose frane e inondazioni, i soccorritori hanno estratto dal fango altri quattro corpi senza vita, portando a 1.471 il bilancio delle vittime. Bilancio che è destinato a crescere, perchè ad oltre 20 giorni dal disastro, mancano ancora all'appello 294 persone per le quali già da dieci giorni sono state interrotte le ricerche. Intanto, è salito a quattro il bilancio dei morti per una frana in un villaggio nella provincia sudoccidentale dello Yunnan. I soccorritori hanno tratto in salvo 23 persone dalle macerie di alcune case nel villaggio di Wama, dove però ci sono ancora 44 dispersi. (Panoramica internazionale a cura di Fausta Speranza e Elisa Castellucci)

    Bollettino del Radiogiornale della Radio Vaticana Anno LIV no. 245

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