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Sommario del 01/09/2010

Il Papa e la Santa Sede

  • Il Papa all'udienza generale: amare la Chiesa anche se ferita dai peccati dei preti e dei laici. Ai giovani: impegnatevi per la pace nel mondo
  • Messaggio del Papa ai cattolici dell'Asia: siate testimoni della bellezza di essere cristiani
  • Aspettando il Papa, i vescovi inglesi raccontano in un video le loro esperienze di fede
  • Riprendono dal 3 settembre le aperture notturne dei Musei Vaticani
  • Oggi su "L'Osservatore Romano"
  • Oggi in Primo Piano

  • Il terrorismo non ferma il processo di pace israelo-palestinese
  • Incertezza in Iraq dopo il discorso di Obama sul ritiro delle truppe da combattimento
  • Testimonianza dal Myanmar: un prete birmano racconta la difficile situazione del Paese
  • Le Chiese d'Europa in pellegrinaggio per la salvaguardia del creato
  • Al via il Festival del Cinema di Venezia
  • Chiesa e SocietÓ

  • Pakistan: l’acqua si ritira ma i soccorsi incontrano ancora molte difficoltà
  • Appello della Caritas Pakistan: “Urgono dottoresse per curare le donne”
  • India: la Chiesa accusa il governo dell’Orissa di inadempienza per le violenze anti-cristiane
  • Messico: al Santuario di Guadalupe i vescovi aprono le celebrazioni del Bicentenario
  • Dichiarazione finale del Simposio latinoamericano e caraibico di Buenos Aires
  • Venezuela: al via domenica il terzo Congresso latinoamericano dei giovani
  • Francia: sull'espulsione dei rom il cardinale Vingt-Trois incontra il ministro dell'Interno
  • Sudafrica: no della Chiesa alla nuova legge sui media, perché contraria alla trasparenza
  • Sudan. I Gesuiti: i politici accettino i risultati del referendum sull'indipendenza del Sud
  • Kenya: verso la formazione di un’agenzia di informazione cattolica per l’intera Africa
  • India: un villaggio indù nel Karnataka boicotta i cattolici perché non pregano i loro dei
  • Papua Nuova Guinea: il governo elogia gli operatori sanitari della Chiesa
  • Terra Santa: il Coe in visita al Patriarcato latino di Gerusalemme
  • Comece: sì alla protezione degli animali ma non a spese della vita umana
  • Parigi: da venerdì il pellegrinaggio Unitalsi "Bambini in missione di pace"
  • Repubblica Dominicana: un concorso per "fotografare un futuro di speranza"
  • 24 Ore nel Mondo

  • Bombardamenti nel nordovest del Pakistan mentre è allerta inondazioni per due città
  • Il Papa e la Santa Sede



    Il Papa all'udienza generale: amare la Chiesa anche se ferita dai peccati dei preti e dei laici. Ai giovani: impegnatevi per la pace nel mondo

    ◊   Una Santa del Medioevo che amò Cristo e servì la Chiesa in un tempo in cui, come oggi, essa è ferita dai peccati “dei suoi preti e dei suoi laici”. Con queste parole Benedetto XVI ha concluso questa mattina una prima catechesi del mercoledì dedicata a Ildegarda di Bingen, monaca claustrale tedesca vissuta nel primo secolo dell’anno Mille. Il Papa ha presieduto l’udienza generale all’esterno del Palazzo apostolico di Castel Gandolfo davanti a oltre 5 mila persone e l’ha conclusa con un invito ai giovani a impegnarsi per la pace e la giustizia nel mondo. Il servizio di Alessandro De Carolis:

    Le ultime parole dell’udienza escono di getto dal cuore del Papa e danno il “tono” a una catechesi tornata a scandagliare le ricchezze spirituali della Chiesa dell’anno mille, antica eppure straordinariamente attuale. Attraverso le parole di Benedetto XVI è rivissuta sulla piazzetta di Castel Gandolfo Ildegarda di Bingen, monaca claustrale del Medioevo, modello ante litteram di quel “genio femminile” che Giovanni Paolo II celebrò compiutamente nella Mulieris dignitatem: donne cioè che edificarono la Chiesa talvolta, sopperendo alle mancanze, anche gravi, della sua gerarchia, come fece Ildegarda...

    “... con la sua coraggiosa capacità di discernere i segni dei tempi, con il suo amore per il Creato (…) il suo amore per Cristo e per la sua Chiesa, sofferente anche in quel tempo, ferita anche in quel tempo dai peccati dei preti e dei laici, e tanto più amata come Corpo di Cristo”.

    Con una logistica inconsueta per l’udienza generale a Castel Gandolfo – con la gente non più stipata all’interno del cortile del Palazzo apostolico, ma raccolta all’esterno sulla piazza e nel corso retrostante e il Papa di fronte alla folla, seduto nella penombra del portone centrale del palazzo – Benedetto XVI ha fornito un primo ritratto della religiosa vissuta nella Germania del XII secolo, tra il 1098 e il 1179. Pienamente aderente alla fisionomia di quelle donne, come scrisse nel 1988 Papa Wojtyla, che hanno svolto e svolgono un “ruolo prezioso” nella vita della Chiesa, Ildegarda di Bingen si distinse almeno per due aspetti: come superiora del monastero di San Disibodo – dove fu avviata fin da giovanissima e dove succedette a quella che per tanti anni fu la sua maestra, suor Giuditta – e come mistica, capace di vivere con umiltà e senso di sottomissione lo straordinario dono delle visioni interiori.

    Nel suo ruolo di superiora del monastero claustrale, ha notato Benedetto XVI, mise a frutto...

    “…le sue doti di donna colta, spiritualmente elevata e capace di affrontare con competenza gli aspetti organizzativi della vita claustrale (…) Lo stile con cui esercitava il ministero dell’autorità è esemplare per ogni comunità religiosa: esso suscitava una santa emulazione nella pratica del bene, tanto che, come risulta da testimonianze del tempo, la madre e le figlie gareggiavano nello stimarsi e nel servirsi a vicenda”.

    Durante i suoi anni a capo del monastero, Ildegarda ebbe delle visioni mistiche che confidò al suo consigliere spirituale e a una consorella e le guadagnarono nel tempo l’appellativo di “profetessa teutonica”. “Come sempre accade nella vita dei veri mistici – ha affermato il Papa – anche Ildegarda volle sottomettersi all’autorità di persone sapienti per discernere l’origine delle sue visioni, temendo che esse fossero frutto di illusioni e che non venissero da Dio”. Lo fece rivolgendosi a una delle massime personalità della Chiesa del suo tempo, San Bernardo di Chiaravalle, che la incoraggiò, e ricevendo in seguito un’altra approvazione da Papa Eugenio III, il quale – ha spiegato il Pontefice – lesse durante un sinodo a Treviri un testo dettato da Ildegarda per poi autorizzare la mistica a scrivere le sue visioni e a parlare in pubblico:

    “È questo, cari amici, il sigillo di un’esperienza autentica dello Spirito Santo, sorgente di ogni carisma: la persona depositaria di doni soprannaturali non se ne vanta mai, non li ostenta e, soprattutto, mostra totale obbedienza all’autorità ecclesiastica. Ogni dono distribuito dallo Spirito Santo, infatti, è destinato all’edificazione della Chiesa, e la Chiesa, attraverso i suoi Pastori, ne riconosce l’autenticità”.

    Tra i saluti in varie lingue, Benedetto XVI si è rivolto a distanza ai ragazzi che prossimamente saranno impegnati nel terzo Congresso latinoamericano in Venezuela. “Cari giovani – ha detto loro il Papa – in questi giorni di convivenza, la preghiera e lo studio vi servano per incontrarvi personalmente con il Signore e ascoltare la sua Parola”:

    “No quedaréis defraudados, pues Él tiene para todos...
    Non sarete delusi, perché Egli ha per tutti un disegno di amore e di salvezza. Il Papa è al vostro fianco e vi rinnova la sua fiducia, mentre chiede a Dio di assistervi perché siate autentici discepoli di Gesù Cristo, viviate i valori del Vangelo, li trasmettiate con coraggio a quelli che sono attorno a voi e vi ispiriate ad essi per costruire un mondo più giusto e riconciliato. Vale la pena impegnarsi in questa bella missione”.

    E, poco dopo, facendo gli auguri in particolare a un gruppo di docenti e di studenti di un liceo ungherese per la ripresa dell'anno scolastico, il Papa ha voluto sottolineare nella loro lingua “l'importanza della scuola cattolica”.

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    Messaggio del Papa ai cattolici dell'Asia: siate testimoni della bellezza di essere cristiani

    ◊   La Chiesa in Asia testimoni sempre più la bellezza dell’essere cristiani: questo, in sintesi, l’auspicio espresso da Benedetto XVI nel messaggio indirizzato al Congresso dei laici cattolici dell’Asia, in corso a Seoul, in Corea del Sud, fino a domenica. Il messaggio papale è stato letto stamani dal nunzio apostolico nel Paese, mons. Osvaldo Padilla. Al centro del documento pontificio anche il richiamo al “ruolo indispensabile dei fedeli laici nella missione della Chiesa”. Il servizio di Isabella Piro:

    Testimoniare l’incomparabile bellezza dell’essere cristiani e annunciare Gesù Cristo come unico Salvatore del mondo: è questo il mandato che Benedetto XVI affida alla Chiesa in Asia. Un continente che accoglie i due terzi della popolazione mondiale, sottolinea il Papa, culla di grandi religioni e tradizioni spirituali, che vede una crescita economica e una trasformazione sociale senza precedenti. Ed è proprio in questo contesto, allora, afferma Benedetto XVI, che i cattolici sono chiamati ad essere un segno e una promessa di quell’unità che solo Cristo rende possibile.

    “I popoli dell’Asia hanno bisogno di Gesù Cristo e del suo Vangelo”, ricorda poi il Santo Padre citando l’Esortazione apostolica post-sinodale “Ecclesia in Asia”, siglata da Giovanni Paolo II nel 1999. Per questo, accompagnati da una “sana formazione spirituale e catechistica”, essi devono essere “incoraggiati a collaborare attivamente, non solo a costruire le loro comunità cristiane locali, ma anche a percorrere nuove strade per il Vangelo in ogni settore della società”. In particolare, il Papa ribadisce l’importanza di testimoniare la verità evangelica nella vita coniugale e familiare, nella difesa della vita dal concepimento fino alla morte naturale, nella cura dei poveri e degli emarginati, nel perdono dei nemici, nella pratica della giustizia e della solidarietà sui luoghi di lavoro.

    “Il numero crescente di laici impegnati, preparati ed entusiasti è un segno di speranza immensa per il futuro della Chiesa in Asia”, continua il Santo Padre, ringraziando il lavoro eccellente svolto da catechisti, movimenti apostolici ed ecclesiali: ognuno nel proprio campo, infatti, porta ad “un incontro più profondo con il Signore Risorto”, promuove la dignità umana e dimostra l’universalità del messaggio evangelico. Sottolineando, quindi, “il ruolo indispensabile dei fedeli laici nella missione della Chiesa”, il Papa esorta ogni cattolico a seguire l’esempio di San Paolo per portare agli altri la verità, la gioia e la bellezza di Gesù, senza scoraggiarsi di fronte alle difficoltà. Infine, il Santo Padre affida il Congresso all’intercessione di Maria.

    In precedenza, durante la Messa di apertura del Congresso ed il successivo discorso inaugurale, il cardinale Rylko, presidente del Pontificio Consiglio per i Laici che ha promosso l’evento, ha sottolineato alcuni punti-chiave del convegno. Innanzitutto, il porporato ha ricordato che l’evangelizzazione costituisce la ragion d’essere della Chiesa e che essa, portata avanti dallo Spirito Santo, non è mai proselitismo, bensì risposta al diritto di ricevere l’annuncio della Buona Novella. Un diritto che però talvolta, in Asia, non viene rispettato poiché non mancano casi di persecuzioni religiose. I cristiani del continente asiatico, ha continuato il cardinale Rylko, pur essendo solo 120 milioni su un totale di 4 miliardi di abitanti, sono però una minoranza creativa, che si trova ad affrontare le sfide della postmodernità, del secolarismo, del fondamentalismo. Centrale, allora, “la formazione di un laicato maturo e responsabile” che sappia trasformare la Chiesa in Asia in qualcosa di veramente partecipativo, in cui ciascuno segue la propria vocazione ed il proprio ruolo.

    Sulla prima giornata dei lavori a Seoul ascoltiamo padre Bernardo Cervellera raggiunto telefonicamente nella capitale sudcoreana da Sergio Centofanti:

    R. – I lavori sono molto appassionanti. Quest’oggi, anzitutto, c’è stato il cardinale Stanisław Ryłko che ha presentato un po’ il quadro della situazione asiatica. Poi, ci sono state due testimonianze molto belle, una del professor Felipe Gomes, gesuita di Manila, che ha mostrato gli alti e i bassi della storia della Chiesa asiatica; lui ha parlato di quelle che ha definito "ondate” di evangelizzazione che ci sono state in Asia, che sono state veramente ricchissime di testimonianze, ma ha parlato anche delle "ondate" di persecuzione e di martirio, tanto che l’Asia, probabilmente, è il continente che ha dato più martiri in tutta la storia della Chiesa. Poi, l’altra testimonianza è stata quella del cardinale Telesphore Placidus Toppo che ha raccontato una storia di successo all’interno dell’India quando i missionari hanno cominciato a evangelizzare i tribali che sono considerati un po’ la feccia della società castale indiana. Invece, questi tribali convertiti al cattolicesimo sono diventati protagonisti sia del loro stesso sviluppo, sia dando un contributo molto importante alla società indiana.

    D. – Come è stato accolto il messaggio del Papa?

    R. – Il messaggio del Papa è stato accolto con entusiasmo dalle persone presenti e, soprattutto, con una grande gioia da parte dei coreani che sentono molto il legame col Papa. La cosa che ha colpito molto è stato lo sguardo di speranza del Papa sul continente asiatico.

    D. – Quali sono le speranze per l’Asia che vengono da questo congresso?

    R. – Le speranze dell’Asia sono nella presenza stessa di questi laici che, naturalmente assieme ai loro sacerdoti e ai loro vescovi, di fatto sono lo strumento di un’evangelizzazione capillare. Io trovo che si stia sottolineando moltissimo come questa evangelizzazione ancora prima di strutture, organizzazioni, ha bisogno di personalità convinte dell’amore che Gesù Cristo ha per loro, di personalità che sappiano mostrare semplicemente la loro umanità cambiata nella vita di tutti i giorni.

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    Aspettando il Papa, i vescovi inglesi raccontano in un video le loro esperienze di fede

    ◊   “Il cuore parla al cuore”: riprendendo il motto del viaggio apostolico di Benedetto XVI nel Regno Unito, nove vescovi del Paese hanno realizzato una serie di video in cui raccontano il loro “viaggio nella fede”. Alcuni presuli hanno raccontato esperienze personali anche dolorose per sottolineare la grande consolazione che hanno ricevuto dalla preghiera e dalla relazione personale con Dio. Il servizio di Alessandro Gisotti:

    Storie di fede dal profondo del cuore, nel segno di Newman e di Benedetto XVI: con questo spirito, nove pastori inglesi hanno raccontato, attraverso dei video clip, le loro esperienze di incontro con il Signore. L’arcivescovo di Liverpool, Patrick Kelly, ha ricordato l’emozione vissuta in un suo pellegrinaggio in Terra Santa ed ha offerto una sua riflessione sul prossimo viaggio del Papa in terra britannica:

    "The context of the visit of the Holy Father is a renewal of that …
    Il contesto della visita del Santo Padre è il ribadire quella convinzione con cui egli ha iniziato la sua prima Lettera Enciclica, la 'Deus caritas est' – Dio è amore. Nell’Enciclica egli insisteva sul fatto che essere cristiano non è, in primo luogo, un’idea elevata, e nemmeno una scelta etica; è piuttosto un incontro con un evento, con una Persona. L’unica Persona la cui morte può riconciliare: Gesù Cristo, il Figlio del Dio vivente".

    Dal canto suo, mons. John Arnold, vescovo ausiliare di Westminster ha confidato ai fedeli i sentimenti provati il giorno della morte della madre. “Sentii che Dio era presente”, afferma, “un’esperienza che mi ha segnato profondamente”. Mons. Kieran Conry, vescovo di Arundel e Brighton ha invece raccontato la toccante esperienza di una Messa celebrata in una catacomba romana. Ricorda le lacrime di commozione al pensiero che in quel luogo fossero sepolti i primi cristiani. “Capii – afferma mons. Conry – che sono parte di una grande storia”. Il vescovo di Wrexham, Edwin Regan, si è soffermato sulla bellezza del creato, segno dell’amore di Dio. Il vescovo di Portsmouth, Crispian Hollis, ha toccato il tema del viaggio, il linguaggio del cuore, esortando gli inglesi a fermarsi, lasciandosi incontrare dal Signore:

    "We live in a world, today, which is full of activity and business. …
    Viviamo in un mondo, oggi, così iperattivo ed impegnato, e questo è molto faticoso e spesso poco produttivo. Il mio suggerimento a chiunque si senta oppresso da questo tipo di pressione è avere il coraggio di riporre fiducia negli altri, soprattutto nel Signore: Dio è il Dio dell’amore e della compassione, del perdono e della comprensione".

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    Riprendono dal 3 settembre le aperture notturne dei Musei Vaticani

    ◊   I Musei Vaticani, dopo la parentesi estiva, riprenderanno le aperture notturne replicate continuativamente tutti i venerdì di settembre (3, 10, 17, 24) e di ottobre (1, 8, 15, 22, 29) con l’ormai consueto orario 19,00 – 23,00 (ultimo ingresso ore 21,30). “Un’esperienza unica e straordinaria – afferma un comunicato dei Musei - per chiunque avrà occasione di essere a Roma in quelle sere”: sarà possibile infatti assistere al tramonto sulla Basilica di San Pietro e sui Giardini Vaticani dal Cortile della Pinacoteca e dalle finestre della Galleria delle Carte Geografiche, scrutare il cielo stellato al di sopra del Cortile della Pigna, visitare nella suggestione vespertina le Stanze di Raffaello e gli affreschi della Cappella Sistina. Eccezionalmente, in queste serate autunnali saranno accessibili le Sale di San Pio V, dove è possibile apprezzare la Collezione di Ceramiche Medioevali e Rinascimentali rinvenute nei Palazzi Papali e la pregevole Collezione di Mosaici Minuti, ambiti souvenirs del Gran Tour in voga nei secoli XVIII-XIX. Per la visita notturna è obbligatoria la prenotazione online – tramite il sito internet ufficiale dei Musei Vaticani (www.museivaticani.va) o quelli della Santa Sede (www.vatican.va; www.vaticanstate.va) – che permette di evitare la fila.

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    Oggi su "L'Osservatore Romano"

    ◊   All’udienza generale Benedetto XVI inaugura un nuovo ciclo di catechesi presentando la vita di santa Ildegarda di Bingen.

    In prima pagina, un articolo di Carlo Bellieni sui vent’anni della convenzione sui diritti dell’infanzia.

    L’ora della pace: Luca M. Possati sui nuovi negoziati diretti tra israeliani e palestinesi.

    Il corpo e la bellezza: stralci da un saggio di Armand Puig i Tàrrech tratto dal catalogo della mostra “Gesù. Il corpo” alla Venaria Reale di Torrino curata da Timothy Verdon.

    Il denaro non si mangia: Pierluigi Natalia sui diritti dei popoli indigeni.

    La fantasia nella musica: Luca Miele sui paradossi dell’improvvisazione musicale.

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    Oggi in Primo Piano



    Il terrorismo non ferma il processo di pace israelo-palestinese

    ◊   Nonostante le tensioni esistenti sul terreno non si ferma il processo di pace in Medio Oriente: domani sono in programma a Washington, alla Casa Bianca, i primi colloqui diretti israelo-palestinesi dopo quasi due anni: protagonisti dei negoziati, insieme col presidente Usa Obama, saranno il premier israeliano Netanyahu e il presidente dell'Autorità palestinese Abu Mazen che oggi hanno incontrato il segretario di Stato statunitense Clinton. Gli Stati Uniti – per bocca dell'inviato speciale americano per il Medio Oriente, George Mitchell – fanno sapere di giudicare ''realistico'' poter arrivare entro un anno ad un esito positivo del dialogo, stimando che esiste una ''finestra di lancio'' per una soluzione a due Stati. A rendere più complicato il clima dei negoziati è tuttavia la tensione che segue l’attentato di ieri in Cisgiordania in cui hanno perso la vita 4 coloni israeliani. L’attacco, rivendicato da 'braccio armato' di Hamas, Brigate Ezzedin el-Qassam, è stato condannato sia da Netanyahu che da Abu Mazen. Sulle speranze che l’incontro di Washington suscita nella popolazione palestinese e in quella israeliana sentiamo padre Ibrahim Faltas, economo generale della Custodia di Terra Santa intervistato da Stefano Leszczynski:

    R. - Il dialogo tra palestinesi ed israeliani ha fatto un grande passo avanti. Secondo me - e questa è una mia opinione personale - questa è l’ultima chance per le due parti. E speriamo di avere veramente una pace vera!

    D. - Che cosa significa per israeliani e palestinesi avere una pace vera?

    R. - Penso che tutti, qui - israeliani e palestinesi - sperano che questo non sia come gli altri incontri, che sono tutti falliti; che questo, al contrario porti frutti, perché questa è l’ultima speranza per tutte e due le parti. E quello che è successo ieri, l’attentato, in realtà ce l’aspettavamo, perché è quello che succede sempre quando si fa un passo avanti: succede qualcosa che fa tornare indietro di tanti anni! Sicuramente la maggioranza delle persone dalle due parti vuole la pace, mentre invece, purtroppo, ci sono poche persone che non vogliono questo accordo, che non vogliono questa pace … Mi viene in mente quella frase che dice Céline: “La guerra è un massacro tra tante persone che non si conoscono nell’interesse di poche persone che si conoscono ma non si massacrano tra di loro!”.

    D. - Resta sempre, ovviamente, il nodo di Gaza: quanto pesa questo, secondo lei, per una ripresa “sincera” del dialogo e un avviarsi verso una strada di riconciliazione, se non di pace?

    R. - Prima di tutto, ci sarà un accordo tra Israele e Palestina, questa volta a Washington. Penso che ci sarà un accordo tra Fatah e Hamas, tra la Cisgiordania e Ramallah, a Gaza. Penso che ci sarà, perché i Paesi arabi si sono impegnati a contribuire alla pace tra le due parti palestinesi, perché veramente è uno scandalo quello che stanno facendo adesso.

    D. - Da più parti, quando si parla del contrasto interno al mondo palestinese, si inizia a mormorare la possibilità che ci siano altre parti interessate a fomentare questo contrasto, in particolare formazioni più vicine ad al Qaeda …

    R. - Purtroppo, c’è anche questo pericolo. Ma io dico che prima o poi dovranno trovare un accordo tra di loro, i palestinesi, se vogliono veramente la pace.

    D. - Quindi, possiamo dire che questo è un primo passo che ci lascia sperare …

    R. - Questa è la speranza di tutti, soprattutto per la gente, qui, perché ormai la gente non ce la fa più! Non dimentichiamo che questo è anche il primo vero incontro tra Abu Mazen e Netanyahu, e speriamo che tutte e due le parti trovino un accordo e quindi risolvano tutti i problemi che ci sono: penso che il problema più complicato, più difficile sarà quello di Gerusalemme …

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    Incertezza in Iraq dopo il discorso di Obama sul ritiro delle truppe da combattimento

    ◊   Non è stato una proclamazione di vittoria il discorso alla nazione con il quale il presidente statunitense Barack Obama ha annunciato, stanotte, la fine della “missione di combattimento” in Iraq. Il capo della Casa Bianca ha ricordato che gli “Stati Uniti hanno pagato un prezzo enorme per mettere il futuro del Paese nelle mani del suo popolo: adesso - ha spiegato - è giunto il momento di voltare pagina”. A rimarcare il momento storico per gli iracheni, è giunto poi stamani nel Paese del Golfo il segretario Usa alla Difesa, Gates, in un periodo in cui è comunque alta - tra la gente - la preoccupazione per il domani, già espressa anche dalla Chiesa locale caldea. Sulle parole di Obama, il servizio di Elena Molinari:

    Non ha detto proprio “missione compiuta” Barack Obama, ieri sera, per non essere smentito dai fatti. Il presidente Usa ha, però, voluto sottolineare che il ritiro di oltre 100 mila soldati americani dall’Iraq è un momento storico. Con il suo discorso, dallo Studio Ovale, il capo della Casa Bianca ha poi voluto evidenziare come, richiamando le truppe da combattimento, abbia mantenuto una promessa elettorale. Il popolo iracheno ha adesso la responsabilità per la sicurezza del suo Paese - ha detto Obama - e dopo sette anni di guerra per gli americani è ora di voltare pagina e concentrarsi su altri fronti. Prima di tutto ha elencato la creazione di posti di lavoro in patria, ma anche la lotta continua ad Al Qaeda in Afghanistan. Obama si è, però, guardato dal dichiarare vittoria in un Paese come l’Iraq, dove rimangono comunque 50 mila soldati Usa che affiancano ogni giorno gli iracheni in operazioni antiterrorismo. “Dobbiamo guadagnare la vittoria attraverso il successo dei nostri partner e la forza della nostra nazione”, ha concluso Obama, invitando poi gli iracheni a formare un governo con urgenza.

    “Mettere fine alla guerra non è solo interesse dell'Iraq: è anche interesse dell'America”, ha detto Obama dopo sette anni di presenza statunitense nel Paese del Golfo e ricordando pure le difficoltà in Afghanistan e la crisi economica ancora in atto. Sul significato del discorso del presidente Usa, ascoltiamo Ferdinando Fasce, americanista e docente di Storia contemporanea all’Università di Genova, intervistato da Giada Aquilino:

    R. - Vuol dire disimpegno e intenzione di tener fede alla promessa di lasciare che la questione irachena sia gestita dagli iracheni medesimi. I termini, però, di questo disimpegno - e queste sono osservazioni critiche che gli sono venute, ad esempio, dalla rivista “The Nation” stamattina - sono ancora tutt’altro che chiari. Ci sono ancora 50 mila soldati statunitensi sul territorio e c’è lo spettro di quella famosa immagine dei cosiddetti “consiglieri” all’epoca di Kennedy per il Vietnam. E’ chiaro comunque che la situazione è profondamente diversa. La cosa più importante del discorso mi pare sia stata, in fondo, la presa d’atto che questa è stata un’avventura mal pensata e che è bene che si cerchi di trovare una soluzione affidata prima di tutto alla capacità degli iracheni di autogovernarsi.

    D. - Obama ha esortato i leader iracheni a formare rapidamente un governo, che finora non è arrivato. Quali ostacoli ci sono?

    R. - Sono legati ad una profonda storia di divisione e di difficoltà, che era ben nota prima dell’intervento. Non bisogna dimenticarlo. Ora comunque non c’è più la dittatura e questo è un elemento da non sottovalutare. Ma i dati indicano che la situazione sul piano materiale è ancora drammatica: ad esempio l’elettricità che hanno a disposizione gli iracheni; durante la giornata hanno una media di elettricità che è di 15 ore e mezza…

    D. - La fine della guerra in Iraq - ha detto Obama - consentirà agli Stati Uniti di investire altrove il denaro speso nel conflitto. E’ un riferimento all’impegno in Afghanistan, per cui è previsto un ritiro a cominciare dal luglio 2011, ma - come ha spiegato sempre Obama - in base alle condizioni sul terreno...

    R. - E’ un riferimento a questo, ma è anche - e non dimentichiamolo - un riferimento all’impegno sul piano interno, perché Obama ha parlato chiaramente. Ora la guerra è in casa; la guerra è la tuttora drammatica situazione economica; la guerra è la recessione che, da più parti si dice, è una depressione. Questo mi è parso l’altro elemento significativo del discorso: il tentativo cioè di passaggio dalla dimensione internazionale a quella interna e la sottolineatura di un merito - che non si può negare - e che è dovuto al fatto che con la nuova legge sanitaria ci sono comunque più coperture e c’è anche una nuova sensibilità nei confronti degli stessi soldati - donne e uomini coinvolti - nei confronti dei quali Obama ha speso una parte consistente del suo discorso.

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    Testimonianza dal Myanmar: un prete birmano racconta la difficile situazione del Paese

    ◊   Un Paese segnato da povertà e da continue restrizioni. Ma anche uno Stato dove il forte sentimento religioso alimenta il seme della riconciliazione e la speranza in un miglioramento delle condizioni di vita. E’ il profilo che un sacerdote birmano ha tracciato del suo Paese, il Myanmar, al recente Meeting di Rimini. L’intervista è di Luca Collodi:

    R. – Noi stiamo attraversando pagine tristi della nostra storia, pagine simili a quelle della storia di alcuni Paesi europei, di altri Paesi asiatici o di Paesi dell’Est. Viviamo una fase in cui, senza l’aiuto della comunità internazionale, le cose potranno andare solo peggio. Mi piacerebbe pensare ad una transizione pacifica che aiuti tutte le parti del Paese. Mi piacerebbe vedere la prosperità prima del cambiamento. Se il cambiamento avviene in una situazione di povertà e di miseria e di malcontento, come quella che stiamo vivendo, ci saranno conflitti tra le parti. Quando invece la gente avrà casa, lavoro, cibo, pace e sicurezza, qualsiasi cambiamento potrà avvenire in un clima segnato dalla tranquillità. Se andiamo a vedere nelle chiese, nei templi buddisti o nelle moschee, sono tutti pieni di gente che va a pregare. In Birmania ci sono tante cose che non si possono ottenere, nemmeno con i soldi! Per esempio, non si può viaggiare liberamente nel mondo. Nemmeno un birmano molto ricco può viaggiare: ci sono tante altre cose di cui ha bisogno …

    D. – In Birmania ... nel Myanmar, c’è il rischio di una guerra civile?

    R. – Se non troviamo una soluzione di riconciliazione, non vedo una prospettiva positiva per noi: questo Paese e questo popolo soffrono ormai da molti anni! Dobbiamo pensare al bene della popolazione. Non vorrei vedere in Birmania quello che è accaduto in Iraq o in Afghanistan, o in Paesi come la Jugoslavia, la Bosnia e Serbia. Questo – sinceramente – non lo vuole nessuno! Vogliamo vivere in pace, anche se siamo poveri!

    D. – Quale è la situazione della Chiesa?

    R. – La Chiesa in Birmania è una Chiesa di minoranza: siamo soltanto l’1 per cento della popolazione. Siamo una Chiesa che però vive veramente la fede: abbiamo vocazioni! Avere un figlio sacerdote o una figlia in un ordine religioso rappresenta ancora un valore molto stimato dai genitori delle famiglie cattoliche.

    D. – Voi come vedete la vita fuori dal vostro Paese?

    R. – Vediamo benessere o qualche miglioramento nei Paesi a noi vicini; però, non possiamo negare che ci siano anche problemi nelle società più sviluppate, più evolute …

    D. – Qual è il messaggio ad un Paese occidentale, come l’Italia, all’Europa?

    R. – Non dimenticateci, perché stiamo vivendo un periodo molto difficile e anche venendo nel nostro Paese come turisti potete vedere con i vostri occhi e quindi sensibilizzare altri.


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    Le Chiese d'Europa in pellegrinaggio per la salvaguardia del creato

    ◊   “Custodire il creato per salvare la pace”: il tema proposto dalla Chiesa in Italia, alla riflessione di tutti i fedeli, nell’odierna Giornata per la salvaguardia del Creato. La custodia del creato al centro anche del Pellegrinaggio verde delle Chiese europee, in partenza oggi pomeriggio che attraverserà Ungheria, Slovacchia ed Austria. Il servizio di Roberta Gisotti:

    “Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato”, il richiamo lanciato da Benedetto XVI nella Giornata mondiale della pace 2010 e ripreso dal Papa all’Angelus domenica scorsa, in vista dell’odierna Giornata. “Abbiamo il dovere di consegnare la terra alle nuove generazioni – ha sollecitato il Santo Padre - in uno stato tale che anch’esse possano degnamente abitarla e ulteriormente conservarla”; un appuntamento – ha aggiunto - “importante anche sul piano ecumenico”. La custodia del Creato vede infatti impegnate tutte le Conferenze episcopali d’Europa, in collegamento con le altre Chiese cristiane del continente. In questa cornice si snoderà il Pellegrinaggio Verde promosso dal Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee). Partenza oggi pomeriggio dalla città ungherese di Esztergom, in Ungheria, dopo la Messa nella basilica presieduta dal cardinale Peter Erdo, presidente dei vescovi europei. Quindi tappa giovedì a Bratislava in Slovacchia, dove venerdì al mattino vi sarà una tavola rotonda con il cardinale Peter Kowdo Appiah Turkson, presidente del Pontificio Consiglio Giustizie e Pace, per raggiungere poi al pomeriggio l’Austria, dove nella cattedrale di St Polten, si svolgerà una celebrazione ecumenica e sarà recitata la “Bridge prayer”, preghiera ponte, in collegamento con i partecipanti a Monaco, in Germania, al 14mo Congresso internazionale Renovabis incentrato sulle “sfide ecologiche nell’Europa centro-Orientale”. Sabato appuntamento a Burgeralpe, e domenica 5 settembre al santuario di Mariazell, dove a concludere le manifestazioni sarà l’arcivescovo di Vienna, cardinale Christoph Schonborn. Un’iniziativa, il Pellegrinaggio Verde che vuole mettere a frutto sei anni di consultazioni in sede di Consiglio degli Episcopati europei su ‘pace, giustizia e cura della terra’, che – come ricorda Benedetto XVI – “possono crescere solo insieme” mentre “la minaccia a una di esse si riflette anche sulle altre”.

    Il Creato dunque un dono per la vita di tutti gli uomini, così come spiega, al microfono di Fabio Colagrande, mons. Angelo Casile, direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e del lavoro della Conferenza episcopale italiana:

    R. – A motivare il nostro impegno di credenti per il Creato è la passione anzitutto verso l’uomo. Quindi, una ricerca della solidarietà a livello mondiale ispirata ai valori della carità, della giustizia, del bene comune, vissuti nella fede e nell’amore di Dio. Per cui la Chiesa esprime la propria responsabilità nei confronti del Creato difendendo beni, poi, santissimi quali la terra, l’acqua e l’aria come doni della Creazione destinati a tutti ma anche nel proteggere l’uomo da se stesso, perché sappiamo, come spesso ci ricorda il Santo Padre e, soprattutto, ce lo ha ricordato la Caritas in veritate, come l’attenzione nei confronti dell’uomo sia fondamentale anche nella custodia del Creato perché se non rispettiamo la persona non rispettiamo, infine, nemmeno il Creato che, appunto, è dono per ogni uomo.

    D. – La Chiesa dice che l’atteggiamento dell’uomo verso il Creato, verso la Natura, deve essere un atteggiamento di riconoscenza di gratitudine a Dio ...

    R. – Guardiamo con gratitudine al Signore e a tutto il Creato perché l’approccio del cristiano è quello che mette Dio creatore al primo posto, poi l’uomo come prima creatura e, infine, il creato come dono di Dio a tutta l’umanità. La visione del cristiano è quella di un camminare insieme dell’uomo e del creato verso Dio. (Montaggio a cura di Maria Brigini)

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    Al via il Festival del Cinema di Venezia

    ◊   Nella storica sala Grande al Lido di Venezia, dinanzi ancora alla voragine dei lavori per il nuovo Palazzo del Cinema di cui si paventano le sorti, si apre questa sera, per la prima volta alla presenza del presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, la 67.ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia: ottima rappresentanza internazionale, più attenzione agli autori che alla superficiale vacuità dei nomi o all’imposizione di interessi commerciali, forse anche alcune sorprese e, si spera, nessuna casalinga polemica. Il servizio di Luca Pellegrini:

    Si scoprirà questa sera, con il film che è stato scelto per la cerimonia inaugurale veneziana, che il palcoscenico ove corpi eterei e ben allenati piroettano e vestono tutù, non è quel luogo di delizie e grazia che la danza classica ci porta a sognare: Black swan di Darren Aronofsky parte dalla leggenda incantata del cigno bianco e del cigno nero, così trasfigurata da Tcaikovsky, per addentrarsi nei lati più oscuri e insidiosi dell’animo, cogliendo paure e gelosie di artisti e non solo. Ma se l’onore dell’apertura, quando sarà anche presentata la giuria presieduta dall’estroso e imprevedibile Quentin Tarantino, è stato dato così all’America, quest’anno assai presente al Lido ma con opere legate più all’indipendenza e all’autorialità che alla produzione glamour hollywoodiana, e se il mondo, tutto il mondo, è assai ben rappresentato nelle decine di titoli nelle diverse sezioni, un dato non è sfuggito a coloro che la Mostra veneziana la conoscono a fondo: tra lungometraggi, medi e corti, i film italiani sono in totale ben quarantuno. C’è chi, per questo, è arrivata a definirla una mostra autarchica, chi ha sollevato problemi economici o condizionamenti politici, per giustificare il dato. Abbiamo chiesto un parere a Gloria Satta, responsabile delle pagine culturali e di spettacolo del “Messaggero”, profonda conoscitrice di festival cinematografici.

    “E’ impossibile che una mostra in Italia non tenga presente la realtà del cinema italiano. Del resto, anche a Cannes la presenza francese è fortissima, a Berlino i film tedeschi sono numerosi. Non trovo che ci sia motivo di scandalizzarsi, trovo anzi che sia un'ottima trovata da parte della Mostra perché è una fotografia della situazione attuale del cinema italiano che ha moltissime anime, che ha parecchie potenzialità, alcune espresse, alcune in via di espressione, alcune ancora da esprimere e, quindi, è giusto che la Mostra ne tenga conto. Definirla, poi, mostra “autarchica” mi sembra un po’ riduttivo; ci sono film da tutto il mondo, sono più di trenta Paesi rappresentati. Quindi, limitarsi alla presenza italiana, mi sembra un po’ ingeneroso”.

    In concorso quattro registi italiani: Ascanio Celestini, Saverio Costanzo, Mario Martone e Carlo Mazzacurati. Quattro stili diversi, quattro anime del cinema. Cosa rappresentano in una vetrina internazionale come la Mostra?

    “Dalle premesse sembra che sia una rappresentazione molto ricca delle varie anime del cinema italiano. C’è il grande affresco storico che è quello di Martone che rivisita il Risorgimento. Siamo in area di celebrazioni del centocinquantenario dell’unità d’Italia, quindi, è assolutamente pertinente. Abbiamo Mazzacurati che racconta una storia drammatica in cui sono in ballo i sentimenti. Abbiamo Costanzo che rifà uno dei titoli della letteratura italiana più fortunati degli ultimi anni, “La solitudine dei numeri primi”: è una storia dura, una storia di giovinezza difficile. E Celestini, da quel che sappiamo, affronta un tema fortissimo come la malattia mentale e il manicomio”.

    Nella sezione Controcampo italiano troviamo ben nove registe: una presenza femminile significativa.

    “Mi sembra un dato molto significativo, molto incoraggiante. E’ vero che il cinema è fatto da uomini e da donne e meno male che almeno la Mostra di Venezia se ne accorge e le prende in considerazione. Devo dire che era ora che il cinema si accorgesse che ci sono tante donne che hanno molte cose da dire”.

    Il cinema italiano riflette, inoltre, sulla sua storia: oltre alla curiosa retrospettiva dedicata al comico e ai suoi protagonisti e all’omaggio, con la preapertura di ieri sera in Campo San Polo a Venezia, a Vittorio Gassman a dieci anni dalla scomparsa, Giuseppe Tornatore ricorda, con un originale ritratto, un grande produttore, Goffredo Lombardo, la cui vita è stata segnata da indimenticabili sfide – basti pensare al Gattopardo viscontiano – da profondi dolori e una provata fede cristiana. Quale valore ha questo documentario?

    “La grande crisi del cinema italiano ha coinciso con la sparizione dei grandi produttori. Quindi, dietro le fortune e l’edificazione del cinema italiano ci sono delle grandissime figure di produttori, non lo dimentichiamo. Quindi, l’omaggio di Tornatore a un grandissimo come Goffredo Lombardo è quanto di più doveroso si possa immaginare. Non é soltanto un tributo scontato, una celebrazione tra le tante: è veramente l’inchino della cultura, non solo italiana, ma mondiale, a un personaggio di rilievo grandissimo”. (Montaggio a cura di Maria Brigini)

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    Chiesa e SocietÓ



    Pakistan: l’acqua si ritira ma i soccorsi incontrano ancora molte difficoltà

    ◊   Nel Pakistan colpito dalle alluvioni resta alto il livello di allerta nelle province meridionali. I funzionari del governo assicurano che il peggio è passato ma la situazione in alcune zone resta ancora critica. Ora occorre pensare ai 17 milioni di sfollati e ricostruire il Paese devastato dalla furia delle acque. Nei giorni scorsi, intanto, il primo ministro Syed Yusuf Raza Gilani, ha affermato che “l’80% degli aiuti esteri arriverà in Pakistan attraverso le ong locali e metà di questi finirà con l'essere dirottata ad altre funzioni”. Il premier ha poi precisato che “il denaro non destinato all’acquisto di aiuti, serve alle organizzazioni locali per pagare le spese e gli stipendi del personale”. Le agenzie umanitarie internazionali hanno subito riferito che “ il governo pakistano stà facendo del suo meglio nella gestione degli aiuti”. Tuttavia, sottolineano la mancanza di una comune fiducia tra autorità e donatori internazionali, che spesso ostacola gli sforzi per far fronte alle inondazioni, diminuendo la fiducia dei donatori. L’emergenza continua: nella provincia di Sindh nei pressi della foce dell’Indo, la città di Thatta e altri villaggi sono ancora sott’acqua. Migliaia le persone costrette ad abbandonare le abitazioni e a fuggire sulle collina che ospita il cimitero cittadino. Fonti locali contattate da AsiaNews denunciano il ritardo dei soccorsi e il caos nella distribuzione degli aiuti. Gli operatori per l’Agenzia dell’Onu per i Rifugiati hanno infine lanciato un accorato appello chiedendo tende per le popolazioni colpite dalle alluvioni. Servono almeno 12 mila tende. Oltre 70 mila bambini, dinne e uomini di Khyber Pakhtunkwa hanno perso tutto. (A.L.)

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    Appello della Caritas Pakistan: “Urgono dottoresse per curare le donne”

    ◊   “Nella tragedia dello sfollamento, le donne sono fra le vittime più deboli. Il pericolo di malattie ed epidemie cresce. Le donne che si ammalano, però, spesso non vengono accompagnate dai medici e non beneficiano di cure per motivi culturali: secondo tradizione e prassi locale, dovrebbero infatti essere visitate solo da medici di sesso femminile. Nonostante l’impegno di tante organizzazioni locali e internazionali nel settore sanitario, le donne medico sono pochissime. Così spesso alle donne vengono negate le cure. Lanciamo un appello alle donne medico in tutto il mondo: venite ad aiutare le donne pakistane”: è quanto dichiara in un colloquio con l’agenzia Fides Anila Gill, la responsabile della Caritas Pakistan, dove ricopre l’incarico di segretario esecutivo. La sig.ra Gill è appena tornata a Lahore dopo una missione di ricognizione in cinque diocesi, dove ha fatto il punto sugli aiuti e sull’opera di assistenza della Caritas Pakistan. Racconta a Fides: “L’obiettivo è raggiungere oltre 3.000 famiglie in cinque diocesi. In quella di Islamabad-Rawalpindi, siamo attivi soprattutto nel Nord, nei pressi di Nochera, dove operiamo in partnership con una Ong locale. A Multan, ci siamo concentrati in tre distretti, a Quetta abbiamo raggiunto numerosi villaggi, a Hyderabad assistiamo i profughi in due distretti. A Karachi il problema più grande è quello delle migliaia di sfollati che si sono riversati nella città, dove siamo presenti con i nostri volontari. La nostra missione consiste attualmente nel consegnare cibo, acqua tende alle persone colpite”, spiega. Il lavoro della Caritas si svolge “tramite le Caritas locali, con oltre 200 volontari sparsi in tutto il paese, e in collaborazione con i partner della Caritas Internationalis: abbiamo lanciato un appello per raccogliere 1,7 milioni di euro necessari per gli aiuti di emergenza. Ne sono arrivati, finora, circa il 45%: per questo invitiamo i donatori a continuare nell’aiuto”. Anila Gill mette in guardia su “speculazioni, corruzione, e false Ong che intendono sfruttare la tragedia per distrarre fondi”, e ribadisce che “la credibilità della Caritas è acclarata e indiscussa, anche in un Paese a maggioranza islamica come il Pakistan. In questi giorni anche i mass media e le istituzioni hanno espresso apprezzamento e fiducia nel nostro lavoro”. Sugli effetti della tragedia, la responsabile Caritas dichiara a Fides: “Non sappiamo quando potrà terminare e come proseguirà il nostro lavoro: attualmente il focus è sull’emergenza alimentare e sanitaria. Ma l’inverno è alle porte e sui profughi si abbatterà il freddo. La gente vorrebbe iniziare a tornare ai propri villaggi, ma le case sono andate distrutte: si tratterà dunque di contribuire alla ricostruzione di case e infrastrutture, specie per i più poveri. Confidiamo nell’aiuto di tutte le comunità cattoliche del mondo”. Il Programma Alimentare Mondiale dell’Onu (PAM) ha parlato di una “tripla minaccia” per i 17 milioni di sfollati: la fame, la mancanza di case, la disperazione. Il lavoro dei volontari Caritas è anche quello di portare conforto e sostegno psicologico alle persone colpite, per non lasciarle nell’angoscia e nella disperazione più nera. (R.P.)

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    India: la Chiesa accusa il governo dell’Orissa di inadempienza per le violenze anti-cristiane

    ◊   A due anni di distanza dai pogrom anticristiani perpetrati dagli estremisti indù nel distretto di Kandhamal, il governo dell’Orissa non ha fatto nulla per “asciugare le lacrime e sanare le ferite” aperte nella comunità cristiana locale. È il duro atto di accusa contenuto in una dichiarazione congiunta dell’arcivescovo di Cuttack-Bhubaneswar, mons. Raphael Cheenath e dell’Orissa Minority Forum, un’associazione per la difesa delle minoranze in questo Stato indiano. Il bilancio delle violenze che sconvolsero Kandhamal e altri distretti tra l’agosto e l’ottobre del 2008 – lo ricordiamo – fu drammatico: più di 80 morti, 450 villaggi colpiti, quasi 5. 000 case distrutte; 236 chiese e 36 fra conventi, istituti e aule religiose demolite. Gli strascichi di quelle violenze continuano ancora oggi. Secondo mons. Cheenath, la speranza di ottenere giustizia e un giusto risarcimento delle vittime si è dimostrata sinora vana: “La comunità cristiana aggredita e impoverita – afferma - è oggi vulnerabile, mentre il governo dell’Orissa continua a negare l’evidenza, rifiutando di riconoscere l’esistenza stessa di una crisi e di intervenire”. Questo mentre da fonti autorevoli giungono notizie “di casi di traffici umani e di violenze sessuali”. A confermare il clima di terrore in cui continua a vivere la comunità cristiana – rileva la nota, ripresa dall’agenzia cattolica indiana Sarnews - è l’intensificarsi dell’esodo di profughi dall’area. Inoltre, le cifre stanziate per risarcire gli enormi danni economici subiti dalle vittime che hanno visto distruggere le loro attività sono risibili. Mentre il Governo dell’Orissa è pronto a risarcire alcune delle imprese danneggiate, “la stessa amministrazione dimostra un atteggiamento abbietto verso le minoranze, che la dice lunga sulle sue intenzioni nei loro confronti”. La nota torna quindi a chiedere alle autorità dell’Orissa la riapertura delle inchieste per assicurare alla giustizia tutti i responsabili e di garantire adeguate protezioni alle vittime e ai testimoni prima, durante e dopo i processi.
    Proprio per ricordare le vittime di questi e di altri massacri contro i cristiani in India, la Chiesa in India – come è noto - ha celebrato il 29 agosto una speciale Giornata nazionale dei martiri indiani, indetta dalla la Commissione per l’Ecumenismo in seno alla Conferenza episcopale. (L.Z.)

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    Messico: al Santuario di Guadalupe i vescovi aprono le celebrazioni del Bicentenario

    ◊   L'episcopato messicano, oggi, a mezzogiorno, le 17 in Europa, con una solenne Concelebrazione eucaristica presso il Santuario nazionale della Madonna di Guadalupe aprirà le celebrazioni del Bicentenario che seguiranno, nelle riflessioni e nelle iniziative ecclesiali programmate, gli orientamenti contenuti nella Lettera pastorale che sarà resa nota sempre oggi nel corso del rito. Fra i primi eventi rilevanti in programma, mons. Carlos Aguiar Retes, arcivescovo di Tlalnepantla, Presidente della Conferenza episcopale, in una nota sottolinea in particolare: la "Giornata nazionale di Preghiera per la Patria, dal 9 al 15 settembre, in tutte le diocesi del Paese, nel corso della quale il centro delle riflessioni sarà proprio la Lettera pastorale intitolata "Commemorare la nostra storia dalla nostra fede per impegnarci oggi con la nostra patria". La Lettera sarà distribuita non solo in tutte le parrocchie del Paese, ma anche pubblicata come sussidio in numerose testate cattoliche e non e sono state previsti anche diversi punti cittadini per la distribuzione del documento nel modo più capillare possibili. Alla presentazione della Lettera, ieri l'altro presso il "Polyforum Cultural Siqueiros", oltre a mons. Carlos Aguiar Retes, l'arcivescovo di Morelia mons. Alberto Suárez Inda ed a numerosi esperti ecclesiastici e laici, era presente il Ministro degli Interni José Francisco Blake. Nella lettera pastorale l’episcopato messicano afferma di “voler servire la nazione collaborando a costruire un progetto culturale a partire dalla fede”. Una prima parte del documento è dedicata a “Uno sguardo alla storia a partire dalla fede” nella quale si sottolinea, in particolare, come la vitalità della fede in Gesù Cristo sia stata un elemento presente nella costruzione graduale dell’identità di nazione messicana. Nella lettera i vescovi evidenziano anche il ruolo della Vergine di Guadalupe, “seme di riconciliazione e di fratellanza che è rimasta presente negli eventi storici più significativi del Messico costituendo un evento fondante dell'identità nazionale”. Nella seconda parte del documento, dal titolo “Servire la nazione, contribuendo a costruire un progetto culturale a partire dalla fede”, si ricorda poi che “il Messico ha bisogno di un progetto al servizio della nazione che favorisca il legittimo anelito di libertà e giustizia”. La terza parte, dal titolo “Protagonisti tutti per costruire un futuro di speranza”, invita a “rinnovare la consapevolezza della responsabilità di fronte alle sfide” del presente. In questo senso, i vescovi ribadiscono il loro impegno a “continuare a cooperare nella costruzione del Paese con rinnovato ardore”. I presuli propongono poi di assumere tre priorità fondamentali nel percorso di sviluppo come nazione: lotta alla povertà, istruzione integrale e di qualità per tutti e rinnovati sforzi per la riconciliazione, l'armonia e l'integrazione delle differenti componenti sociali. In particolare, sottolineano che “la riconciliazione deve essere un servizio della Chiesa in mezzo alla società, attraverso la testimonianza, il rispetto, il perdono e la valorizzazione degli altri, anche quando non ci sono grandi differenze”. Per garantire la giustizia, la libertà, il pluralismo e la prosecuzione della costruzione del Paese, i vescovi messicani invitano tutte le parti interessate a chiudere la porta a qualsiasi tentazione di percorrere strade violente che portano dolore e arretratezza. I vescovi esortano infine a chiedere perdono per le infedeltà dei suoi membri e a chiedere grazia e creatività necessaria nella carità per dare impulso a tutti i messicani a un autentico sviluppo al Paese e a unirsi nella preghiera a Nostra Signora di Guadalupe. (A.L.)

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    Dichiarazione finale del Simposio latinoamericano e caraibico di Buenos Aires

    ◊   Preoccupazione per il crescente disinteresse e la mancanza di rispetto per la tutela dell'ambiente e dei popoli che vi abitano. E’ quanto ha espresso, nei giorni scorsi, il Dipartimento di giustizia e solidarietà del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam), durante un incontro a Buenos Aires al quale hanno preso parte rappresentanti di sedici Paesi dell'America latina e dei Caraibi. “Come discepoli missionari di Gesù Cristo nostro Signore — si legge nel documento finale ripreso dall’Osservatore Romano — estendiamo la nostra preoccupazione e chiediamo un momento di riflessione per tutti coloro che operano a livello decisionale, aziende multinazionali, professori, imprenditori, giornalisti, leader di diverse organizzazioni sociali, le nostre comunità cristiane, il nostro popolo”. “Interpelliamo il crescente processo di concentrazione della proprietà della terra nelle mani di pochi, minacciando il territorio dei popoli. Parte di questa minaccia – si legge ancora nel documento - si deve all'aumento dell'uso da parte delle industrie estrattive e di produzione di agrocombustibili perché prevale la logica economica del semplice interesse o beneficio a scapito del benessere dei popoli. Siamo preoccupati per il frequente verificarsi di atti di corruzione nel processo di concessione di terre senza consultare i popoli che vi abitano”. Secondo il Celam, “l'enorme biodiversità dell'America latina e dei Caraibi offre servizi ambientali all'intero pianeta, fatto che va oltre il significato commerciale attuale e offre benefici reali. Questa biodiversità si sta distruggendo irreversibilmente: solo in Amazzonia, poco più del 17% della foresta è scomparsa e il tasso di estinzione di specie diventa mille volte superiore a quella storica. Vi è una crescente distruzione ambientale causata dalla deforestazione, l'inquinamento da rifiuti industriali e urbani, miniere a cielo aperto, monocoltura estensiva, avanzamento della desertificazione, l'estrazione di idrocarburi, che colpiscono risorse vitali per le popolazioni come l'acqua potabile e l'approvvigionamento naturale degli alimenti, soprattutto per i più poveri”. I vescovi criticano poi gli stili di vita prevalenti di una parte dell'umanità, lo spreco che “causa squilibrio tra la crescente domanda di risorse naturali, risorse rinnovabili e non rinnovabili e la disponibilità della terra, con il rischio di annientamento della biodiversità”. Inoltre, l'esaurimento di energia a basso costo minaccia “lo sviluppo delle società nel medio periodo”. I recenti disastri ambientali verificatisi in tutto il pianeta, sia naturali che provocati dall'uomo, ne sono la prova. “Anche queste catastrofi, come il riscaldamento globale e i suoi effetti meteorologici gravi, l'inquinamento delle acque e del suolo dovuti alla produzione irresponsabile, l'espropriazione forzata dei terreni generano più povertà”. “Oltre a questo — proseguono i vescovi — l'attività economica dominante tecnologicamente sviluppata, secondo la logica dell'efficienza, della massimizzazione del profitto in poche mani e della socializzazione della perdita, è caratterizzata da un disinteresse per la dimensione sacra e spirituale della natura — come parte della creazione amorevole di Dio fonte di Vita — e della gratitudine dei beni e servizi offerti da essa. Di fronte a queste sfide della realtà del nostro continente — conclude il Celam — dobbiamo recuperare l'atteggiamento contemplativo. Il nostro compito è quello di aiutare a risvegliare nelle persone e nelle comunità una coscienza sensibile alla cura responsabile della natura come luogo sacro che suscita la scoperta di Dio per noi e per le generazioni future”. (A.L.)

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    Venezuela: al via domenica il terzo Congresso latinoamericano dei giovani

    ◊   Rivitalizzare il cammino della pastorale giovanile a partire dalla vita dei ragazzi e dall'incontro personale e comunitario con Gesù Cristo e il suo progetto, in modo da assumere il discepolato missionario come stile di vita in Paesi alle prese con una continua trasformazione: è l'obiettivo del terzo Congresso latinoamericano dei giovani che si svolgerà dal 5 al 12 settembre a Los Teques, capoluogo dello stato di Miranda, in Venezuela. L'incontro, dal titolo "Camminiamo con Gesù per dare vita ai nostri popoli", riunirà circa ottocento giovani e responsabili della pastorale della gioventù in America latina. L'assemblea - riferisce L'Osservatore Romano - partirà prendendo in considerazione gli orientamenti emersi nel documento Civiltà dell'amore. Compito e speranza, frutto delle riflessioni fatte al secondo Congresso latinoamericano dei giovani (svoltosi a Punta de Tralca, in Cile, nell'ottobre del 1998) e negli ultimi incontri regionali, il tutto alla luce del Documento di Aparecida e delle sfide presenti nelle diverse realtà del continente. La pastorale della gioventù in America latina — come riferisce l'Agencia informativa católica argentina — subì un'improvvisa accelerazione nel 1968, quando la ii Conferenza generale del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam), riunita a Medellín, spinta anche dalle riflessioni di Paolo VI sulle questioni legate alle nuove generazioni, dedicò il suo documento proprio alla gioventù. Era la prima volta, nel continente, che la Chiesa produceva un documento ufficiale su questo tema. Nel febbraio del 1976 il Celam, rispondendo a una delle quattro priorità stabilite dal suo primo piano globale, creò la Sezione della gioventù, le cui prime azioni furono dirette all'emersione dei problemi e delle tendenze del mondo dei giovani, per realizzare una riflessione teologica che portasse a un orientamento chiaro e coerente della pastorale. Il Congresso si svolse dal 28 dicembre 1991 al 5 gennaio 1992 a Cochabamba, in Bolivia, ed ebbe come tema "Giovani, con Cristo costruiamo una nuova America latina". Vi parteciparono 460 tra giovani e responsabili di diciannove Paesi, 18 vescovi, 59 sacerdoti e 23 religiosi, oltre a delegazioni provenienti da Germania, Spagna, Italia e Vaticano (Pontificio consiglio per i laici). Il secondo Congresso, nel '98 in Cile, dal titolo "Giovani con Cristo, cambiando l'America Latina con giustizia e speranza", ebbe una partecipazione ancora maggiore e si confermò luogo privilegiato di riflessione nell'ambito dei diversi campi d'azione: dalla pastorale giovanile organica alla realtà e alla cultura giovanili, dalla spiritualità e dalla missione ai nuovi mezzi di comunicazione. (R.P.)

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    Francia: sull'espulsione dei rom il cardinale Vingt-Trois incontra il ministro dell'Interno

    ◊   In nome di un “dialogo costante e regolare” si è svolto ieri pomeriggio a Parigi l’atteso incontro tra il ministro dell’interno francese Brice Hortefeux e il cardinale André Vingt-Trois, presidente della Conferenza episcopale di Francia in seguito alle critiche che la Chiesa aveva espresso sulla politica delle espulsioni decisa dal governo. “I nostri interventi – ha detto il cardinale all’uscita dell’incontro – non si situano in ambito politico. Non abbiamo intenzione di attaccare il presidente della Repubblica, né il ministro dell’Interno, né qualsiasi altro ministro. Le nostre preoccupazioni ci arrivano da un certo numero di casi in parecchie regioni della Francia dove le popolazioni Rom vivono in situazioni di miseria e di grave precarietà”. Situazioni verso le quali “i cristiani hanno espresso la loro emozione. Non è nostra intenzione – ha proseguito il cardinale – suscitare scontri politici ma trovare soluzioni giuste per le persone coinvolte. Si tratta quindi di aiutare queste persone a uscire da quelle situazioni”. Nessuna svolta quindi “interventista” nella politica della Chiesa cattolica di Francia rispetto alla vita politica del Paese - riferisce l'agenzia Sir. E’ certo però – ha subito aggiunto l’arcivescovo – che “se l’azione politica riguarda e tocca ambiti importanti per la vita umana, allora noi offriamo la nostra posizione”. (R.P.)

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    Sudafrica: no della Chiesa alla nuova legge sui media, perché contraria alla trasparenza

    ◊   I vescovi sudafricani esprimono “seri dubbi sulla saggezza e la costituzionalità del progetto di legge sulla Protezione delle Informazioni attualmente all'esame del Parlamento, così come sulla necessità di istituire un Tribunale d’Appello per i Media”, afferma una nota inviata all’agenzia Fides dalla Southern African Catholic Bishops’ Conference (Sacbc), a firma del cardinale Wilfrid Napier, arcivescovo di Durban e portavoce della Sacbc. Qualche giorno fa il porporato aveva espresso la sua contrarietà alla legge. “La Sacbc condivide l’opinione espressa da numerosi gruppi della società civile e da rispettabili esperti costituzionali, sul fatto che il disegno di legge minacci alcuni dei nostri diritti più fondamentali: il diritto di ricevere o di comunicare informazioni; il diritto alla libertà di stampa; il diritto di accesso alle informazioni in possesso dello Stato, e il diritto alla giustizia amministrativa” afferma il comunicato. “Riteniamo inoltre che la legge violi lo spirito di apertura e di responsabilità che è così necessario per sostenere le disposizioni della Costituzione sulla buona governance, una componente essenziale di una sana democrazia”. I vescovi sudafricani elencano i pericoli, che a loro parere, derivano dalla riforma della legislazione dei mezzi di informazione. In primo luogo si teme che “virtualmente, qualsiasi informazione sia suscettibile di essere classificata come segreta da funzionari che non sono responsabili nei confronti del pubblico”. In secondo luogo, “che la definizione di interesse e sicurezza nazionali sia talmente ampia da essere usata per mantenere segrete questioni che, di diritto, dovrebbero essere accessibili al pubblico”. Infine si teme che “non vi sia praticamente alcun diritto di ricorso, perché un eventuale ricorso verrebbe discusso da parte di coloro che hanno emesso la sentenza originale. Noi - continuano i vescovi - di sicuro non vogliamo che il governo ci riporti alle pratiche oppressive del passato, contro le quali era stata intrapresa la nostra lotta comune. Ci rendiamo conto che un certo livello di restrizione delle informazioni sia legittimo e necessario. Abbiamo però gravi dubbi circa le modalità con le quali sarà fatto, soprattutto perché esse rischiano di favorire o addirittura radicare una cultura della non-responsabilità e della non-trasparenza tra i funzionari dello Stato a tutti i livelli. Rivolgiamo quindi un pressante invito al governo perché ritiri il disegno di legge per poterlo riscriverle, tenendo conto dei criteri di trasparenza previsti dalla Costituzione e richiesti dalla stragrande maggioranza delle organizzazioni della società civile e dagli esperti legali” conclude il comunicato dei vescovi sudafricani. (R.P.)

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    Sudan. I Gesuiti: i politici accettino i risultati del referendum sull'indipendenza del Sud

    ◊   Il Servizio Gesuita per i Rifugiati (Jrs) ha rivolto un appello alle autorità del Nord e del Sud Sudan a risolvere pacificamente le loro divergenze, quale che sia l’esito del referendum per l’autodeterminazione del 9 gennaio 2011. In base agli accordi di pace siglati nel 2005 per porre fine al ventennale conflitto tra il governo di Khartoum e gli indipendentisti del Sud (il ‘Comprehensive Peace Agreement’), il referendum dovrà decidere sull’indipendenza della parte meridionale del Paese, a maggioranza cristiana, dal Nord prevalentemente musulmano. Il rischio paventato anche dai vescovi e dalle altre Chiese cristiane è che i risultati della consultazione possano non essere accettati dalle parti. Per questo il Jrs chiede che continui il sostegno comunità internazionale per garantire il pieno adempimento dell’accordo. Molte sue clausole non sono state ancora messe in pratica e questo rischia di compromettere i sia pure timidi progressi realizzati in questi cinque anni verso il ritorno alla normalità. Dalla firma del Cpa ad oggi – riferisce Jrs Dispatches - circa 320mila rifugiati e 50mila profughi interni (Idp) sudanesi hanno fatto rientro nelle proprie case. Ricostruire queste comunità – sottolinea la newsletter - non è stata un’impresa facile. A tale impresa il Jrs, che durante il conflitto aveva fornito assistenza nei campi profughi in Uganda e Kenya, ha contribuito con la ricostruzione di scuole, programmi di formazione per insegnanti, la fornitura di materiale didattico, la promozione dell’istruzione delle bambine, ma soprattutto con iniziative tese a rendere queste stesse comunità capaci di prendersi carico del proprio sistema educativo. (L.Z.)

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    Kenya: verso la formazione di un’agenzia di informazione cattolica per l’intera Africa

    ◊   “Oggi la comunicazione è considerata come il primo areopago del mondo moderno, che sta unificando l'umanità trasformandola in un villaggio globale. Così, noi, come comunicatori cattolici ci aspettiamo e vogliamo promuovere e rendere efficace la cooperazione per lo sviluppo pacifico e integrale del nostro continente” ha affermato mons. Alfred Kipkoech Arap Rotich, Ordinario Militare per il Kenya e Presidente della Commissione per le Comunicazioni Sociali della Conferenza episcopale del Kenya, aprendo i lavori di un seminario per la formazione di un’agenzia di informazione cattolica per il continente africano. Come riferisce l’agenzia Cisa, il seminario, che si è aperto ieri, a Nairobi, in Kenya e si chiuderà domani, è stato organizzato dal Simposio della Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar in collaborazione con il Consiglio dei Media Cattolici. Nella sua relazione introduttiva, mons. Rotich ha ricordato che i comunicatori devono fornire informazioni che consentano alle persone di prendere le giuste decisioni su come rispondere ai conflitti e alle sfide, ed ha esortato i comunicatori cattolici a collaborare tra di loro. Mons. Rotich ha sottolineato i pericoli di un mondo dell’informazione dominato dalla tecnica, che rischia di mettere in secondo piano i valori umani. “Viviamo in un mondo che è sempre più interconnesso, una società globale di interazioni comunicative, di scambi e condivisione delle informazioni che stimolano profonde trasformazioni culturali. Il termine “villaggio globale” rappresenta solo il progresso tecnologico, lasciandosi alle spalle le relazioni umane globali”, ed ha quindi ammonito a non dimenticare i pericoli derivanti dal cattivo uso del potere mediatico. Padre Janvier Marie Gustave Yameogo, del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, ha notato che “vi sono diverse iniziative comuni in tutta l’Africa. Agenzie stampa come la Dia (di Kinshasa) e la Cisa (di Nairobi) stanno facendo molto. Ma vi sono troppo poche interazioni e nessuna collaborazione tra queste iniziative. Questa frammentazione è la nostra maggiore debolezza. Come Chiesa dobbiamo condividere le nostre storie attraverso il collegamento in rete”. (R.P.)

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    India: un villaggio indù nel Karnataka boicotta i cattolici perché non pregano i loro dei

    ◊   Il villaggio di Magalawada a Haliyal, diocesi di Karwar, è stato colpito da vari casi di colera e gli anziani hanno deciso di pregare le deità protettrice, durante questo mese “Shravana”, che per l’almanacco indù è un periodo di buon auspicio. Nei giorni di preghiera sono state sospese le attività, dall’agricoltura la commercio. I cattolici all’inizio hanno aderito, ma poi hanno ripreso le ordinarie attività, anche nei giorni di preghiera. I leader indù hanno allora deciso un boicottaggio totale dei cattolici nella vita del villaggio; è proibito per gli indù utilizzare i veicoli dei cristiani, fare acquisto in negozi di cattolici, è inoltre vietato assumere lavoratori cattolici. I bambini devono persino astenersi dal consegnare i quotidiani nelle case cattoliche. Mons. Derek Fernandes, vescovo di Karwar, in una dichiarazione riportata da AsiaNews, dimostra la sua “profonda tristezza per il boicottaggio dei cattolici in questo villaggio; questo ostracismo è soltanto conseguenza del nostro impegno a servire i poveri e gli oppressi e vale solo a rafforzare il nostro impegno a lavorare per creare una società di giustizia, pace e amore”. Tra le circa 250 famiglie del villaggio 2 sono musulmane, circa 30 famiglie Dalit e 108 cristiane. Nella città di Haliyal, a circa 6 chilometri dal villaggio, la diocesi di Karwar conduce scuole in lingua inglese e in Kannada c’è un ospedale ben avviato utilizzato da persone di ogni condizione e ceto sociale. “ La Chiesa – dichiara ancora il vescovo - non discrimina sulla base di casta o di fede, questo boicottaggio sociale rinforza la nostra missione nel dare maggiore dignità e potere sociale ai poveri e agli emarginati della diocesi, senza discriminazioni.”(E.C)

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    Papua Nuova Guinea: il governo elogia gli operatori sanitari della Chiesa

    ◊   Metà degli ospedali e dei servizi sanitari presenti nel paese sono gestiti dalla Chiesa, un quarto da quella cattolica, ma nonostante queste cifre il Ministro per lo Sviluppo Comunitario locale, Carol Kidu, ha dichiarato, in un forum delle Nazioni Unite tenutosi a Melbourne, che suore, preti e altri operatori religiosi impegnati nel settore sanitario in Papua Nuova Guinea sono "eroi non riconosciuti" del Paese. Infatti, grazie ai programmi sanitari gestiti dalla Chiesa - riporta l'agenzia Fides - il numero di nuovi casi di Hiv in Papua si sta contenendo. Il responsabile del Burnet Institute Centre for International Health di Melbourne, dottor Mike Toole, nel corso della conferenza, ha dichiarato che nonostante il massiccio aumento del numero di persone sottoposte ai test per l'Hiv nel Paese, i nuovi contagi hanno raggiunto un limite e possono diminuire. Il nuovo tasso nazionale di prevalenza dell'Hiv, stimato dal test volontario delle donne in gravidanza presso le cliniche prenatali, è fissato allo 0.9%. La rapida espansione dei centri dove si effettuano i test per l'Hiv, passati da 15 a 178 negli ultimi cinque anni, ha visto 250 mila uomini e donne sottoporsi volontariamente al test negli ultimi due anni, con una minore prevalenza di Hiv sia tra la popolazione rurale che urbana. Il forum della conferenza delle Nazioni Unite è stato presentato da due suore che lavorano come infermiere, ostetriche e consulenti per l' Hiv, e da un sacerdote che lavora come chirurgo. Sono tutti impegnati nelle zone più remote delle Highlands, dove la diffusione dell'Hiv è più concentrata, e dove la violenza tribale e domestica sono in proporzione all' epidemia. (R.P.)

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    Terra Santa: il Coe in visita al Patriarcato latino di Gerusalemme

    ◊   Accompagnato da una equipe composta da cinque persone, il segretario generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese (Coe) il pastore Olav Fykse Tveit, ha incontrato nei giorni scorsi il patriarca latino di Gerusalemme Fouad Twal. Come si apprende sul sito del Patriarcato www.lpj.org, con lui ha discusso di temi ecumenici oltre che della situazione della comunità cristiana in Terra Santa. Al pastore Tveit il patriarca ha evidenziato l’importanza dell’ufficio del Coe a Gerusalemme e l’eccellente lavoro che realizza per il coordinamento tra le diverse Chiese di Gerusalemme e della Terra Santa, informandolo anche delle attività del Patriarcato Latino in materia di educazione e salute e ancora dei progetti che riguardano gli alloggi destinati alla comunità locale. Il segretario generale del Coe ha affermato di volersi fare “avvocato” della causa della comunità cristiana in Terra Santa, minacciata dall’emigrazione e ha aggiunto di avere grandi attese dal prossimo Sinodo sul Medio Oriente che si svolgerà a Roma nel mese di ottobre. Il pastore Olav Fykse Tveit, teologo norvegese, 48 anni, era stato eletto quale settimo segretario generale del Consiglio Ecumenico della Chiese nell’agosto dello scorso anno. (T.C.)

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    Comece: sì alla protezione degli animali ma non a spese della vita umana

    ◊   Occorre promuovere la protezione degli animali, ma non a spese della vita umana. E’ quanto ribadisce la Commissione episcopati comunità europea (Comece) in una nota diffusa ieri nella quale si ricorda che il prossimo 8 settembre l’Assemblea plenaria del Parlamento europeo si pronuncerà in seconda lettura su un progetto di direttiva sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici. “Alcuni animali – si legge nella nota ripresa dal Sir – vengono impiegati nella ricerca scientifica per lo sviluppo dei farmaci e la valutazione di tossicità chimica, eco tossicologia e sicurezza di prodotti (pesticidi, additivi alimentari, cosmetici e altre sostanze) che presentano potenziali rischi per la salute umana”. Uno degli obiettivi della direttiva è sostituire i test sugli animali con test alternativi che tuttavia, prosegue la nota dei vescovi, “potrebbero includere test sulle cellule staminali embrionali umane ottenute tramite la distruzione di embrioni umani”. Di qui la profonda preoccupazione della Comece, in particolare per una disposizione del progetto, secondo cui “gli Stati membri potrebbero essere obbligati a utilizzare questi test”. Il Progress Report 2009 “Strategie di test alternativi” della Commissione europea offre esempi di strategie di test alternativi attualmente in sviluppo. “Su un totale di 21 - fa notare la Comece – 5 utilizzano cellule staminali embrionali umane”. Tecnologie che “hanno ricevuto il sostegno finanziario dell’Ue attraverso il sesto e il settimo Programma quadro di ricerca”. Pur concordando con la necessità di proteggere gli animali, la Comece richiama “la differenza fondamentale tra la dignità degli animali e quella degli esseri umani”. Per questo, in linea con le sue precedenti dichiarazioni, la Commissione dei vescovi chiede ai membri dell’Europarlamento di “escludere in modo esplicito dai metodi di test alternativi obbligatori, nel contesto di tale direttiva, i metodi che implicano l’impiego di cellule staminali embrionali umane”. Un approccio che consentirebbe di “promuovere le numerose altre strategie di test alternativi sulle quali c’è ampio consenso”. (A.L.)

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    Parigi: da venerdì il pellegrinaggio Unitalsi "Bambini in missione di pace"

    ◊   Al via venerdì 3 settembre la sesta edizione del pellegrinaggio “Bambini in missione di pace”, iniziativa dell’Unitalsi, in programma fino al 9 settembre a Parigi, Disneland Paris e Nevers. Un corteo composto da oltre 500 bambini di tutta Italia sfilerà a Parigi il prossimo 4 settembre con l’obiettivo di lanciare un messaggio di pace a tutte le persone che incontreranno. I bambini, numerosi i diversamente abili, saranno accompagnati da circa 500 volontari Unitalsi e da tante famiglie: la carica dei 1.200 sfilerà nei giardini Champ de Mars, vicino alla Torre Eiffel, “contro la violenza, le divisioni e l’indifferenza del mondo politico e mediatico verso certi temi”. Il pellegrinaggio - riferisce l'agenzia Sir - si aprirà così, con un’insolita marcia nel cuore della capitale francese. All’iniziativa è prevista la partecipazione anche del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, e di 15 famiglie disagiate che vivono nella periferia della Capitale. Nelle edizioni passate, i bambini dell’Unitalsi erano stati ad Assisi, Lourdes e Terra Santa. Ora la loro “missione” sarà quella di portare la pace in Europa. Dopo la marcia, i piccoli pellegrini incontreranno l’arcivescovo di Parigi, il cardinale André Armand Vingt-Trois, nella basilica di Notre Dame e trascorreranno due giornate a Disneyland Paris. L’ultima tappa sarà la visita a Nevers, dove riposa il corpo intatto di Bernadette. (R.P.)

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    Repubblica Dominicana: un concorso per "fotografare un futuro di speranza"

    ◊   “Territorio, bambini e sviluppo umano: fotografando oggi un futuro di speranza”. È il titolo del concorso fotografico, lanciato nella Repubblica Dominicana dall’associazione “Muchachos y muchachas con Don Bosco” e rivolto agli studenti universitari e ai bambini, con l'obiettivo di celebrare i diritti dell'infanzia e dell'adolescenza “catturando” un'immagine che li rappresenti. C’è tempo fino al 31 ottobre per inviare una fotografia. “Muchachos y muchachas con Don Bosco” è un'associazione educativa costituita dalla famiglia salesiana, che attraverso il lavoro di educatori professionalmente preparati, favorisce il recupero dei ragazzi di strada e di quanti vivono in situazione di disagio. Queste attività -riporta l'agenzia Sir - vengono realizzate attraverso l'operatività di un ufficio centrale e di centri locali. L’associazione ha festeggiato nel 2010 i 25 anni di attività. “Formare integralmente a bambini, bambine, adolescenti e giovani, in situazioni particolarmente difficili, affinché si sviluppi la loro vita cristiana, la loro crescita umana e la capacità lavorativa secondo la pedagogia salesiana e facciano parte della società in modo più degno e produttivo”. Questo l’obiettivo dell’associazione, nelle parole del direttore generale, Juan Linares. (R.P.)

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    24 Ore nel Mondo



    Bombardamenti nel nordovest del Pakistan mentre è allerta inondazioni per due città

    ◊   Continua a salire il bilancio degli intensi bombardamenti avvenuti ieri nella regione tribale pashtun di Khyber, a ridosso del confine afghano, nel nordovest del Pakistan. Secondo fonti locali, almeno 55 persone sarebbero state uccise nei raid contro sospetti covi talebani. Tra le vittime ci sono anche donne e bambine, in base a testimonianze riferite dalla televisione Geo News. L'attacco è avvenuto nella Tirah Valley, una delle principali basi degli estremisti fuggiti dalle altre regioni ora controllate dall'esercito. Intanto, nella nottata, la piena dell'Indo, che sta defluendo in mare, ha allagato parte della fascia costiera e si sta ora dirigendo verso le città di Jati e di Shah Bundar, sulla costa della provincia meridionale del Sindh, dove è scattato l'ordine di evacuazione. Le Nazioni Unite hanno avvertito del rischio di una “seconda calamità” se l'enorme numero di alluvionati non sarà raggiunto dai soccorsi, sottolineando che tra gli alluvionati pakistani ci sono mezzo milione di donne incinte che partoriranno nei prossimi sei mesi. Dall'inizio della calamità, i medici dell'Onu hanno assistito 5.600 partorienti. Si stima che il 70% degli oltre 17 milioni di pakistani colpiti siano donne e bambini e che 8,6 milioni di bambini siano a rischio di malattie causate dall'acqua contaminata.

    Nel 2010 già 323 soldati Usa morti: è l'anno più nero
    Dopo otto mesi, il 2010 è già l'anno più nero per i soldati americani in Afghanistan: sono morti 323 militari. Nella sola giornata di ieri hanno perso la vita sei soldati Usa: il sesto, ucciso in un attacco talebano nel sud del Paese, è stato annunciato stamattina in un comunicato dell'Isaf. In particolare, agosto è stato il mese più cruento dall'inizio dell'Operazione Enduring Freedom nel 2001.

    Morte 11 persone in Grecia per il virus del Nilo occidentale
    Si aggrava in Grecia il bilancio delle vittime affette dal virus del Nilo occidentale, che si trasmette attraverso la puntura delle zanzare infettate dal sangue di uccelli migratori. Il numero dei morti, come informa il Centro malattie infettive (Keelpno), è salito a 11 ed i casi registrati a 150: 35 persone sono tuttora ricoverate, nove delle quali in terapia intensiva. Da poche ore è partita una campagna di disinfestazione aerea, nella regione settentrionale del Paese. Il virus del Nilo occidentale, così chiamato per essere stato individuato per la prima volta nell’omonima regione dell’Uganda nel 1937, colpisce il sistema nervoso centrale e può provocare encefalopatiti e eningoencefaliti. Viene trasmesso esclusivamente dalle zanzare. Non esiste alcun vaccino.

    Scontri a Maputo: 4 morti di cui due bambini
    E' di almeno quattro morti, tra cui due bambini e decine di feriti, il bilancio di disordini in corso da questa mattina in varie zone di Maputo, la capitale mozambicana. Ne danno notizia fonti dell'agenzia Misna. Migliaia di persone sono scese in strada per protestare contro il rincaro dei prezzi di alcuni beni di prima necessità. Gruppi di giovani armati di pietre e agenti di polizia e delle forze di intervento rapido si stanno affrontando da ore in molti quartieri della città. I due bambini, secondo le fonti, stavano tornando a casa da scuola quando sono rimasti coinvolti negli scontri. Gruppi di manifestanti stanno saccheggiando negozi, banche e grandi magazzini. I posti di blocco della polizia e le barricate erette da gruppi di giovani armati, che hanno dato fuoco a copertoni, hanno di fatto isolato Maputo. Bloccati anche l'aeroporto internazionale e la strada che porta verso il Sudafrica. Il rincaro dei beni di prima necessità come riso e olio, causa della protesta, è stato del 30% dell'inizio dell'anno.

    La Nord Corea rafforza i rapporti militari con la Cina
    A pochi giorni dalla visita del leader nordcoreano, Kim Jong, in terra cinese, la Corea del Nord ha promesso oggi di rinsaldare i propri rapporti militari con la Cina. Le dichiarazioni di Kim Yong-nam, seconda carica della Corea del nord, hanno sottolineato gli sforzi di Pyongyang e di Pechino per migliorare le loro relazioni in un momento di crescenti tensioni nella regione. Nel frattempo, Usa e Corea del Sud hanno in programma di tenere delle esercitazioni militari congiunte sulla costa orientale della penisola coreana, manifestando l’impegno americano a proteggere ed assistere Seul. Nel 1961, Pechino e Pyongyang hanno firmato un trattato che prevede il mutuo soccorso nel caso uno dei due Paesi venisse attaccato. Il trattato è ancora in vigore, ma non sono chiari possibili ambiti d’applicazione.

    Sei anni fa la strage di Beslan: 3000 persone oggi alla commemorazione
    Circa 3000 persone si sono riunite questa mattina a Beslan per commemorare l'assalto alla scuola elementare, avvenuto sei anni fa, nel quale morirono oltre 300 persone, fra cui molti bambini. Il primo settembre del 2004, giorno del rientro a scuola, un commando che rivendicava la fine della guerra in Cecenia tenne in ostaggio più di 1.000 persone per tre giorni prima che le forze dell'ordine ordinassero l'assalto. Il bilancio fu gravissimo: 300 morti tra cui 186 bambini. Con i fiori in mano, sopravvissuti e parenti delle vittime si sono riuniti oggi davanti alle rovine della scuola teatro della tragedia. Una campana ha battuto le 7.15, ora in cui i ribelli ceceni armati fecero irruzione nell'istituto dove in quel momento i bambini e i genitori stavano partecipando alla cerimonia per il primo giorno di scuola. Numerose persone hanno deposto fiori e candele vicino alle foto delle vittime all'interno della palestra in rovina, dove furono tenuti sequestrati gli ostaggi.

    Ancora tensione per il Nagorno-Karabakh
    Il Ministero della difesa azero ha accusato oggi l'Armenia di aver attaccato le sue postazioni in Nagorno-Karabakh, territorio separatista sostenuto da Ierevan. Nello scontro sono morti tre soldati armeni e due azeri.

    Messico, da gennaio oltre duemila i morti della guerra dei narcos a Ciudad Juarez
    Dopo l’arresto del boss del narcotraffico, Edgar Valdez Villarreal, detto "La Barbie", rimane preoccupante il numero delle vittime provocato dalla terribile guerra dei narcos, che dall’inizio dell’anno ha provocato a Ciudad Juarez, la città più colpita dalla faida, oltre duemila morti. Il mese appena finito, è stato il più sanguinoso per la città dello Stato di Chihuahua, con 327 morti. A sorvegliare la linea di confine tra Stati Uniti e Messico arriveranno i droni americani. L'intera frontiera per circa 2.000 miglia sarà ancora più blindata, grazie al lancio di un quarto aereo senza pilota. E per l'inizio dell'anno, il Dipartimento di Sicurezza nazionale americano ha disposto sei Predator equipaggiati con telecamere per la visione notturna, capaci di volare per 30 ore consecutive. "E' un altro passo decisivo che abbiamo preso per proteggere la sicurezza del nostro confine", ha detto Janet Napolitano, segretario alla Sicurezza nazionale Usa. Migliaia di soldati al momento pattugliano quelle regioni per bloccare il traffico di armi e di droga dei Cartelli messicani, ma anche per intercettare il flusso di immigrati clandestini negli Stati Uniti. Intanto, il segretario del Consiglio di sicurezza messicano, Alejandro Poiré Romero, ha dichiarato che l’80% dei 28.353 morti per la guerra al narcotraffico sono derivati da sette conflitti attualmente in corso tra i vari cartelli della droga.

    Per il Giappone l’estate 2010 è la più torrida da quando si fanno rilevazioni
    L'estate 2010 è la più torrida nella storia recente del Giappone, mentre il bilancio dell'afa e del clima torrido si aggrava, contando 158 morti. Lo sostiene l'Agenzia meteorologica nazionale (Jma), secondo cui la temperatura media tra giugno e agosto ha segnato il livello più alto dal 1898, anno della prima rilevazione confrontabile con i dati di oggi. Il fenomeno è stato riscontrato in maniera uniforme sul territorio nazionale. A conferma della situazione eccezionale arriva anche l'ultimo bilancio dell'Agenzia nipponica per la gestione delle calamità naturali e incendi, per la quale dalla fine di maggio sono 158 le persone morte per i colpi di calore, mentre sono 46.728 quelle che hanno ricevuto cure ospedaliere. (Panoramica internazionale a cura di Fausta Speranza e Elisa Castellucci)

    Bollettino del Radiogiornale della Radio Vaticana Anno LIV no. 244

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