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Sommario del 26/10/2010

Il Papa e la Santa Sede

  • Messaggio del Papa per la Giornata del migrante e del rifugiato: tutti hanno diritto ai beni della terra per condurre una vita dignitosa
  • Mons. Vegliò: l'accoglienza non è un atto di generosità, ma un dovere verso i membri della stessa famiglia umana
  • Nomina
  • Sinodo, padre Samir: lavoriamo perché le società del Medio Oriente rispettino la libertà di culto e la giustizia
  • Santa Messa presieduta stamani dal cardinale Angelo Comastri per il 70.mo anniversario di fondazione della Lumsa
  • Mons. Ravasi e il sindaco di Roma Alemanno all'apertura della plenaria del dicastero della Cultura, il 10 novembre
  • Oggi su "L'Osservatore Romano"
  • Oggi in Primo Piano

  • Il Dossier Caritas Migrantes: quasi 5 milioni gli stranieri regolari in Italia, ma persistono ostilità e discriminazioni
  • Haiti e Nigeria, aumentano i casi di colera. Sull'isola 3.500 contagiati
  • La presentazione del libro di Franco Mandelli "Ho sognato un mondo senza cancro". Intervista con l'autore
  • Chiesa e SocietÓ

  • In India accuse di “conversioni forzate”: cristiani percossi e arrestati
  • Poliomielite: la lotta alla malattia tra successi e speranze. Altri casi in Afghanistan
  • Cuba: delegazione di vescovi Usa per l’inaugurazione del nuovo Seminario dell’Avana
  • Messico: la Chiesa chiede di intervenire dinanzi all’emergenza di sicurezza sociale
  • Perù: missionari solidali con padre Mario Bartolini
  • Diritti degli indigeni: in Venezuela gesuita interrompe lo sciopero della fame
  • Bolivia: veto del governo all'articolo che legalizza i rapporti sessuali a 12 anni
  • Preoccupazione della comunità internazionale per la pena di morte in Guatemala
  • Filippine: la Chiesa offre la sua mediazione nei negoziati governo-guerriglia
  • Alluvioni nel Benin: appello della Caritas per viveri e medicinali
  • Congo: i missionari temono una nuova guerra nel Nord Kivu
  • Dal 29 al 30 gennaio in 2000 città, Giornata di preghiera per la pace in Terra Santa
  • Avsi: progetto di sostegno scolastico per 3 mila studenti palestinesi
  • Cina: la cattedrale di Pechino ritorna al suo originario splendore del 1887
  • Ucraina: i cristiani chiedono di poter costruire una chiesa greco-cattolica a Odessa
  • Nuovo centro di spiritualità carmelitana in Bulgaria
  • A Mumbai celebrato il 125.mo dell’Istituto cattolico per sordomuti
  • Australia: il cardinale Pell riflette sulla canonizzazione di Mary MacKillop
  • Slovenia: la Chiesa invita a garantire lo Stato di diritto e lo Stato sociale
  • Svizzera: mons. Brunner sulla campagna contro il crocefisso nei luoghi pubblici
  • A Milano la prima chiesa dedicata a don Gnocchi
  • Roma: i Centri di servizio per il volontariato tracciano il rapporto della loro attività
  • 24 Ore nel Mondo

  • Tarek Aziz condannato a morte: l’Ue fa sapere che chiederà di bloccare l’esecuzione
  • Il Papa e la Santa Sede



    Messaggio del Papa per la Giornata del migrante e del rifugiato: tutti hanno diritto ai beni della terra per condurre una vita dignitosa

    ◊   “Una sola famiglia umana”. E' stato presentato stamani, in Sala Stampa Vaticana, il Messaggio del Papa per la prossima Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, che verrà celebrata domenica 16 gennaio 2011. Il servizio di Roberta Gisotti:

    “Una sola famiglia umana”, “migranti e popolazioni locali”, “in società sempre più multietniche e interculturali, dove “tutti hanno lo stesso diritto ad usufruire dei beni della terra, la cui destinazione è universale”. Chiede Benedetto XVI, nel suo Messaggio per la Giornata del migrante e del rifugiato, di riflettere su questa realtà e “di pregare affinché i cuori si aprano all’accoglienza cristiana e di operare perché crescano nel mondo la giustizia e la carità”, “colonne” per “una pace autentica e duratura”.

    Ricorda il Papa “il diritto ad emigrare”, che la Chiesa “riconosce ad ogni uomo”, quale, “possibilità di uscire dal proprio Paese” e “di entrare in un altro alla ricerca di migliori condizioni di vita". “Al tempo stesso - sottolinea il Santo Padre - gli Stati hanno il diritto di regolare i flussi migratori e di difendere le proprie frontiere, sempre assicurando il rispetto dovuto alla dignità di ciascuna persona umana”. Da parte loro, gli immigrati, “hanno il dovere di integrarsi nel Paese di accoglienza, rispettandone le leggi e l'identità nazionale”. "Si tratterà allora di coniugare - come già sollecitava Giovanni Paolo II - l'accoglienza che si deve a tutti gli esseri umani, specie se indigenti, con la valutazione delle condizioni indispensabili per una vita dignitosa e pacifica per gli abitanti originari e per quelli sopraggiunti”.

    Particolare riguardo va dato poi alla “situazione dei rifugiati e degli altri migranti forzati”, che sono “parte rilevante del fenomeno migratorio”. “Nei confronti di queste persone, che fuggono da violenze e persecuzioni - rammenta Benedetto XVI - la Comunità internazionale ha assunto impegni precisi”. E se “il rispetto dei loro diritti, come pure delle giuste preoccupazioni per la sicurezza e la coesione sociale, favoriscono una convivenza stabile ed armoniosa”, per questo vanno “aiutati a trovare un luogo dove vivere in pace e sicurezza, dove lavorare e assumere i diritti e doveri esistenti nel Paese che li accoglie, contribuendo al bene comune, senza dimenticare la dimensione religiosa della vita”.

    Raccomanda, infine, Benedetto XVI particolare attenzione agli studenti esteri, “futuri dirigenti nei Paesi d’origine”, “‘ponti’ culturali ed economici” tra le loro nazioni e quelle di accoglienza e tutto ciò – conclude il Messaggio – va propruio nella direzione di formare ‘una sola famiglia umana’”.

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    Mons. Vegliò: l'accoglienza non è un atto di generosità, ma un dovere verso i membri della stessa famiglia umana

    ◊   Il Messaggio per la 97.ma Giornata del Migrante e del Rifugiato è stato dunque presentato stamani in Sala Stampa vaticana. Ad illustrare il documento, mons. Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti e il sottosegretario del dicastero, padre Gabriele Ferdinando Bentoglio. Il servizio di Alessandro Gisotti:

    Ogni rifugiato possiede diritti inalienabili che devono essere sempre rispettati: è l’appello vibrante lanciato alla presentazione del Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Un documento, ha rilevato l’arcivescovo Antonio Maria Vegliò, nel quale il Papa sottolinea l’importanza del dialogo e “promuove il riconoscimento dei diritti umani per tutti, combattendo contro le nuove forme di razzismo e discriminazione”. Mons. Vegliò ha quindi sottolineato che rispetto agli schemi classici riguardanti i flussi migratori, il Papa ne propone uno nuovo, ovvero “l’integrazione sociale, accompagnata dalla sintesi culturale”. Il capo dicastero vaticano ha così messo l’accento sul significato del tema della prossima Giornata del Migrante e del Rifugiato “Una sola famiglia umana”:

    “La solidarietà umana e la carità non devono escludere nessuno dalla ricca varietà delle persone, delle culture e dei popoli e, ancora, condividere con gli altri non è un atto di gentilezza o di generosità, ma un dovere verso i membri della medesima famiglia”.

    Dal canto suo, il sottosegretario del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti, padre Gabriele Bentoglio ha ribadito che siamo tutti chiamati a “vedere nel volto del rifugiato una persona umana” che ha bisogno di aiuto. Un atteggiamento, ha constatato con amarezza, che viene spesso disatteso:

    “In effetti, l’atteggiamento attuale di molti Paesi sembra contraddire gli accordi sottoscritti, manifestando talvolta comportamenti dettati dalla paura dello straniero e, non di rado, anche da mascherata discriminazione. Così, emerge una disparità sempre più accentuata tra gli impegni presi e la loro attuazione. È sotto gli occhi di tutti il ricorso a vari modi per eludere la responsabilità di accogliere e sostenere coloro che cercano rifugio e protezione umanitaria”.

    Rispondendo, dunque, alle domande dei giornalisti, mons. Vegliò ha ribadito il ruolo della Chiesa nel sensibilizzare i governi nei confronti dei migranti che vanno accolti, nel rispetto delle leggi del Paese di arrivo. In particolare, si è riferito alla questione dei rom in Francia e al recente incontro tra il Papa e il presidente Sarkozy, che, ha detto, si sono “aiutati vicendevolmente”:

    “Il Papa ha parlato in un certo modo. Credo siano due persone che hanno buona volontà per cercare di risolvere i problemi che in questo momento anche la Francia - dico anche la Francia - conosce e che sono problemi sensibili anche per la politica italiana”.

    Sempre sulla questione dei rom, mons. Vegliò ha risposto ad una domanda sull’atteggiamento dei cattolici e della Chiesa nei loro confronti:

    “Chi vuole assimilare i Rom? Non credo la Dottrina della Chiesa. Nessuno li vuole assimilare. Li si vuole controllare un po’, questo, sì, perché non si può pretendere che ci siano delle etnie o dei gruppi che sfuggono ai controlli di chi deve assicurare la sicurezza”.

    Padre Bentoglio si è invece soffermato sulla difficile condizione in cui vivono migranti e rifugiati nei campi profughi in Libia, dopo aver affrontato veri e propri “viaggi della disperazione”. Una situazione, ha osservato, che mette in luce le difficoltà che i governi hanno nel rispettare i diritti fondamentali di queste persone:

    “Non sempre uno Stato riesce ad equilibrare correttamente il diritto sovrano alla regolamentazione dei flussi migratori e nello stesso tempo a mantenere fede a quei diritti che sono stati sottoscritti e che riconoscono anzitutto la dignità di ogni persona umana”.

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    Nomina

    ◊   In Argentina, Benedetto XVI ha nominato vicino vescovo di Oberá mons. Damian Santiago Bitar, finora ausiliare di San Justo. Il presule, 47 anni, ha studiato Filosofia e Teologia nel Seminario Metropolitano di Córdoba. Dopo essere stato ordinato sacerdote, è stato parroco e responsabile dell’Opera vocazionale nella sua diocesi. . In seguito è stato vicario generale di tre vescovi e per un breve periodo economo diocesano e delegato episcopale della Vita consacrata femminile. E’ stato eletto ausiliare di San Justo il 4 ottobre del 2008 e ordinato l’8 dicembre successivo.

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    Sinodo, padre Samir: lavoriamo perché le società del Medio Oriente rispettino la libertà di culto e la giustizia

    ◊   Dialogo con i musulmani per una società non condizionata dalla diversità religiosa, ma armonizzata dal contributo che ogni singolo credo può arrecare a una pacifica convivenza. E’ una delle piste di “lavoro” ribadita al recente Sinodo della Chiesa del Medio Oriente, terminato domenica scorsa. Fabio Colagrande ha chiesto una valutazione dell’assise a uno degli esperti che vi hanno partecipato, il gesuita padre Samir Khalil Samir, docente di Storia della Cultura araba e d'Islamologia presso l'Università “Saint Joseph” di Beirut, in Libano:

    R. – I Padri sinodali sono riusciti ad affrontare tutta la varietà dei problemi del Medio Oriente, che incidono sulla vita dei cristiani e che li spingono a emigrare - quelli possono farlo. Si è cercato di vedere sia il rapporto con lo Stato, sia la questione della pace nella regione, sia la questione della violenza e, soprattutto, la questione della comunione interna alla Chiesacattolica, tra i cristiani con l’ecumenismo, e con i nostri fratelli musulmani.

    D. – Quali affermazioni ha fatto il Sinodo sulla cooperazione e il dialogo con i concittadini musulmani?

    R. – Per il musulmano, in modo spontaneo - essendo gli islamici la maggioranza assoluta, più del 90 per cento della popolazione della regione – va da sé l'annunciare il Corano in tutte le circostanze. Il cristiano ha solo il permesso di pregare nella sua chiesa, ma non deve testimoniare fuori la sua fede. Ora, noi diciamo che questo è inaccettabile: vogliamo una società fatta di cittadini, punto e basta, non di drusi, cristiani, musulmani sciiti o sunniti. Tutti siamo d’accordo nel dire che anche la fede fa parte della vita sociale, questo non lo neghiamo. Non vogliamo una società laica, atea, ma vogliamo dire che la religione è un fatto personale, che incide sulla società e, dunque, abbiamo il diritto e il dovere, come i musulmani, di proclamare la nostra fede. Questo, dunque, è stato detto chiaramente.

    D. – Padre Samir, nel messaggio finale del Sinodo c’è un appello alla comunità internazionale, perché si applichino le risoluzioni dell’Onu per ridare la pace al Medio Oriente...

    R. – La pace è la condizione di fondo. Come si può fare la pace, se non con il diritto e la giustizia? Ora, il diritto, a livello politico, non è un affare personale, non è neppure semplicemente un accordo tra due: deve essere un accordo con la comunità internazionale, la quale è rappresentata dall’Onu. Noi diciamo, con il Santo Padre e con la gente di buona volontà: la pace non può esserci che nel rispetto del diritto. Anche se poi tutti siamo consapevoli che l’Onu non è esente da pressioni.

    D. – Come fare perché questo Sinodo dia dei frutti che restino nella storia?

    R. – Penso che adesso cominci il vero lavoro: riflettere, agire, e non viceversa. Adesso comincia, dunque, la fase più difficile, quella di imparare a dialogare tra musulmani, cristiani, ebrei, atei: imparare a fare giustizia, imparare come trattare gli immigrati, imparare a accettare il pluralismo. Come ha detto il Papa, nel discorso finale, si tratta adesso di imparare a captare una polifonia. Noi affrontiamo questa sfida. Siamo molto variegati. Io sono ottimista, perché sono credente.

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    Santa Messa presieduta stamani dal cardinale Angelo Comastri per il 70.mo anniversario di fondazione della Lumsa

    ◊   Il cardinale Angelo Comastri, vicario generale di Benedetto XVI per lo Stato della Città del Vaticano, ha presieduto stamani la liturgia eucaristica all’Altare della Cattedra della Basilica di San Pietro, a chiusura delle celebrazioni per il settantennale della Libera Università Maria Santissima Assunta (Lumsa). Il servizio di Amedeo Lomonaco:

    (canto)

    A conclusione del 70.mo anniversario di fondazione della Lumsa, il cardinale Angelo Comastri rivolgendosi al rettore, ai docenti, agli studenti e al personale ha espresso questo auspicio per il futuro dell’ateneo:

    “Vi auguro che questo significativo appuntamento sia l’inizio di una nuova giovinezza recuperando le ragioni e l’entusiasmo dell’inizio”.

    Il porporato ha poi osservato che fino a non molti anni fa era diffusa l’opinione che i credenti, con l’avanzata della modernità, fossero “una razza in rapida estinzione”. “I nostri avi, di gran lunga più ignoranti di noi – scriveva lo psicoanalista Sigmud Freud nel 1927 – hanno creduto cose che oggi sarebbe impossibile accettare”. Ma l’avanzata della modernità in realtà non porta ad un oscuramento di Dio da parte dell'uomo:

    “Ebbene, gli avi ignoranti ma credenti, di cui parla Freud, sono Alessandro Volta, Louis Pasteur, Soren Kirkegaard, Biagio Pascal e ancora Leonardo da Vinci, Duns Scoto, Tommaso d’Aquino, Bernardo di Chiaravalle, Agostino di Ippona e tantissimi altri, ben dotati di intelligenza e di altrettanta cultura. La fede e la non-fede, infatti, non dipendono dalla cultura ma dall’atteggiamento del cuore”.

    Riferendosi al Vangelo di oggi, il cardinale Comastri ha quindi ricordato che il Regno di Dio rassomiglia ad un granellino di senapa e ad un pugno di lievito:

    “Cosa significa questo? Significa che Dio non si trova sedendosi sulla torre del proprio orgoglio, ma abbassandosi umilmente per scorgere le sue orme delicate e silenziose nella nostra personale storia e nella storia dell’umanità”.

    Il porporato ha infine sottolineato che la ragione e la fede non sono in contrasto e devono far leva sull’umiltà per dar luce alla verità. Il cardinale Angelo Comastri ha quindi ricordato la missione della Lumsa:

    “Carissimi, la missione della vostra università sta nel farsi esempio per tutti del vero atteggiamento interiore di cui deve essere dotato ogni cercatore della verità e ogni amante della scienza aperta alla sapienza. Vi facciano da guida queste parole sapienti di Pascal: E’ necessario evitare due eccessi: escludere la ragione e non ammettere altro che la ragione”.

    (canto)

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    Mons. Ravasi e il sindaco di Roma Alemanno all'apertura della plenaria del dicastero della Cultura, il 10 novembre

    ◊   L’uso dei vari linguaggi comunicativi – da quelli narrativi a quelli figurativi per studiare l’attuale situazione culturale e proporre delle linee di azione per la missione evangelizzatrice della Chiesa. E’ l’obiettivo principale della plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura, in programma dal 10 al 13 novembre prossimi. Nel pomeriggio del 10, la plenaria avrà eccezionalmente inizio al Comune di Roma, nella Sala della Protomoteca, per una tavola rotonda sul tema “Nella città in ascolto dei linguaggi dell’anima”. Vi parteciperanno, tra gli altri, il futuro cardinale, Gianfranco Ravasi, presidente del dicastero della Cultura, e il sindaco della capitale, Gianni Alemanno.

    Successivamente, informa un comunicato, le sessioni di lavoro continueranno nell’ambito del Dicastero “con uno sguardo ai nuovi linguaggi, in particolare il cinema, la musica, l’arte figurativa e plastica, internet e le possibilità multimediali per rintracciare le parole, i colori, i suoni e le immagini capaci di presentare la vita cristiana come esperienza valida oggi e per tutti”. Proprio per favorire la comunicazione interpersonale, non ci saranno testi scritti da leggere o da seguire, ma conversazioni con esperti quali Ennio Morricone, Dario Viganò, Robert Barron e l’amministratore delegato della Microsoft Italia. “La Chiesa – prosegue la nota – ha una lunga tradizione nell’usare diverse forme linguistiche nelle sue comunicazioni rivolte sia al proprio interno che all’esterno”. I linguaggi attuali saranno passati in rassegna durante i lavori della plenaria, con uno sguardo particolare alle “caratteristiche dell’interattività e della partecipazione, della chiarezza e della semplicità – evitando però la semplificazione – e i linguaggi figurativi e narrativi per poter meglio trasmettere ai nostri contemporanei in maniera comprensibile ciò che abbiamo ricevuto”.

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    Oggi su "L'Osservatore Romano"

    ◊   Tutti hanno diritto a emigrare e a usufruire dei beni della terra: il messaggio del Papa per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2011.

    Il mondo a due binari: in prima pagina, Carlo Bellieni su genetica e dignità umana.

    Sono quasi 5 milioni gli immigrati regolari in Italia: nell'informazione internazionale, Marco Bellizi sul dossier 2010 di Caritas e Migrantes.

    Un uomo di pace tra i segreti del monte Nebo: in cultura, Raffaele Alessandrini ricorda, a due anni dalla morte, Michele Piccirillo, archeologo francescano.

    Un articolo di Tarcisio Stramare dal titolo "Il muto che faceva parlare i colori": un volume celebra il centenario della nascita dell'artista piemontese Pietro Maria Ivaldi.

    Piero Benvenuti e Maria Maggi sui risultati del progetto dell'Agenzia spaziale europea che evidenziano l'inadeguatezza dei tradizionali modelli fisico-razionali del cosmo.

    Nell'informazione religiosa, l'omelia dell'arcivescovo Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, in occasione della messa di ringraziamento per la canonizzazione di Giulia Salzano.

    L'arcivescovo emerito di Algeri, monsignor Henri Teissier, sul film "Uomini di Dio".

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    Oggi in Primo Piano



    Il Dossier Caritas Migrantes: quasi 5 milioni gli stranieri regolari in Italia, ma persistono ostilità e discriminazioni

    ◊   Un immigrato su 12 residenti, per un totale di circa 5 milioni di stranieri regolari in Italia. Roma e Milano sono i comuni che ne accolgono il numero maggiore. La comunità più numerosa è quella romena, seguita da albanesi e marocchini. Gli immigrati rappresentano il 10% degli occupati, incidono per l'11,1% sul Prodotto interno lordo (pil). Eppure, gli italiani li guardano con diffidenza e chiusura. Sono i dati resi noti oggi da Caritas/Migrantes che hanno presentato il XX Dossier statistico sull’immigrazione, quest’anno dal titolo “Per una cultura dell’altro”. Ce ne parla Francesca Sabatinelli:

    Venti anni fa nasceva il Dossier Caritas Migrantes, da allora la popolazione immigrata è cresciuta di quasi 20 volte, arrivando alla soglia dei 5 milioni. Ad aumentare, però, anche le chiusure e le paure. Il Dossier 2010 “Per una cultura dell’altro”, spiega nel dettaglio che a “predisporre negativamente gli italiani verso la presenza immigrata” è stata la crisi mondiale. Sugli immigrati, ritenuti erroneamente anche una causa di ciò, sono ricaduti gli effetti: molti sono stati licenziati, sono stati costretti a lasciare il Paese o a “scivolare nell’irregolarità”. Franco Pittau è il coordinatore del Dossier, intervistato da Fabio Colagrande:

    “Da un lato, le esigenze demografiche, occupazionali del Paese richiedono un continuo afflusso di forza lavoro supplementare. Dall’altro, la nostra sensibilità nei confronti dei nuovi venuti diminuisce. Quindi, ne abbiamo bisogno, ma non li vogliamo. Questo, non per dire che un grande fenomeno come l’immigrazione non comporti dei problemi, serve però per togliere l’Italia dalle “secche”, poter pensare al futuro e lo si può fare solo avendo gli immigrati vicini”.

    E’ invece il sistema economico Italia ad essere in difficoltà, perché all’immigrazione sono connesse molte opportunità. Gli immigrati, si chiede il dossier, sono il problema o piuttosto la soluzione? Ancora Pittau:

    “Secondo noi, Caritas Migrantes, per la soluzione del problema possiamo vedere quanto paghiamo per gli immigrati e quanto ci danno gli immigrati. Costano al sistema pubblico italiano 10 miliardi di euro. Quanto danno gli immigrati ogni anno? Danno 11 miliardi di euro. Non bisogna dire che gli immigrati gravano troppo e non abbiamo fondi: loro mettono più fondi di quanto consumino”.

    Gli immigrati sono sempre più attivi nel lavoro imprenditoria e autonomo, sono titolari del 3,5% delle imprese, dichiarano al fisco un imponibile di oltre 33 miliardi di euro. Come dipendenti percepiscono stipendi di gran lunga inferiori a quelli degli italiani. Sono poi “un fattore di particolare riequilibrio demografico”. 240 mila i matrimoni misti tra il ’96 ed il 2008, oltre mezzo milione le persone che hanno acquisito la cittadinanza, circa 600 mila gli stranieri nati direttamente in Italia:

    “In Italia, sembra quasi che si voglia parlare di integrazione senza dedicare dei soldi per sostenere l’integrazione. Questa politica non si fa con gli slogan, ma si fa coinvolgendo le energie verso gli stessi obiettivi, dedicando un po’ più di soldi, superando le discriminazioni. Per esempio, molti si sono onorati di non dare il bonus bebè alle mamme immigrate, ma questa è una cosa bruttissima. L’immigrazione comporta dei problemi, però è un’opportunità. Quindi, ci vuole un’ideologia positiva. E quanti oggi hanno un’ideologia positiva dell’immigrazione?”

    E infatti, continua la stigmatizzazione degli albanesi, dei romeni, ma sono soprattutto dei rom, il gruppo “maggiormente discusso”. A questo, però, risponde però il dato che "gli italiani e gli stranieri in posizione regolare hanno un tasso di criminalità simile". Gli irregolari sono tra i 500-700 mila, in calo, grazie all’ultima regolarizzazione, ma anche perché la crisi attrae meno gli arrivi. Contro ogni idea, all’origine dell’illegalità non vi sono gli sbarchi, ma l’entrata legale: arrivi per turismo, per affari, per visite, che si tramutano in clandestinità. Se resta necessario controllare le coste, non si può però dimenticare il diritto d’asilo e la protezione umanitaria, “l’Italia è paese di snodo e meta forzata per donne, uomini e minori, vittime della tratta” a vario titolo. Dalla sindrome dell’invasione, conclude il Dossier, bisogna passare alla mentalità del dialogo e dell’incontro.

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    Haiti e Nigeria, aumentano i casi di colera. Sull'isola 3.500 contagiati

    ◊   Allarme colera in Nigeria. Almeno 1.500 persone sono morte dall'inizio dell'anno. Lo rende noto l'Unicef, secondo cui si è verificato un aumento considerevole dei casi, triplicati rispetto allo scorso anno. E’ salito, invece, a 259 il numero dei morti dell’epidemia di colera che sta colpendo Haiti, mentre oltre 3.500 sarebbero i contagiati in tutta l’isola. Una situazione che potrebbe diventare drammatica, in un Paese già in ginocchio dopo il terremoto dello scorso gennaio, che provocò 250 mila morti. Per un ultimo aggiornamento sulla situazione nel Paese caraibico, Salvatore Sabatino ha raggiunto telefonicamente a Bruxelles Rosa Crestani, del pool emergenze di Medici senza frontiere (Msf):

    R. – Per il momento, posso dire che le autorità locali hanno dichiarato l’epidemia, nel nord i casi continuano ad aumentar … Per il momento non c’è un’esplosione di casi in altre zone.

    D. – Si parla anche di primi casi di contagio a Port au Prince, nella capitale?

    R. - Sì, sono stati confermati alcuni casi a Port au Prince e i casi che sono stati confermati vengono dal nord per cui, per il momento, i focolai confermati si trovano nella regione settentrionale, dell’Artibonite.

    D. – Ci sono anche altre emergenze colera in giro per il mondo. Sono stati segnalati per esempio 1.500 morti dall’inizio dell’anno in Nigeria. Voi siete presenti anche nel Paese africano…

    R. – Sì, siamo presenti in Nigeria dall’inizio dell’emergenza colera e anche per altre urgenze. Quest’anno, Medici senza frontiere sta rispondendo all’epidemia di colera in Camerun, in Ciad, in Niger, in Nigeria e anche in Papuasia e in Zambia.

    D. – C’è un’emergenza particolare anche in Pakistan, dopo le alluvioni?

    R. – Abbiamo avuto casi di diarrea acuta nel nord, siamo arrivati più o meno a quattromila casi. Questo tipo di epidemia è stata meno aggressiva e ha portato meno morti. Per il momento in Pakistan, per questo tipo di epidemia, la situazione è sotto controllo, non abbiamo più casi nel nord e nel sud. Abbiamo un alto numero di diarree legate all’igiene, diciamo così, normali, ma non casi di colera.

    D. – Cosa chiedete voi alla comunità internazionale? Come si può aiutare Medici senza frontiere che è impegnata su vari fronti internazionali?

    R. – Noi siamo molto contenti della risposta che i nostri donatori ci hanno dato per tutte le urgenze che stiamo seguendo. Chiediamo di continuare a seguirci, di darci il supporto che continuano a darci. Bisogna che la comunità internazionale, per quello che riguarda Haiti, cerchi di aumentare tutto il sostegno possibile a livello di igiene e soprattutto nei campi. Le persone che vivono ancora nelle baracche e nei campi profughi dopo il terremoto di Haiti vivono ancora in condizioni poco igieniche e negative a livello sanitario, per cui c’è un grosso rischio. Bisogna che la comunità internazionale faccia di più per questa gente e che si arrivi a una situazione normale, quello che non è dall’inizio di gennaio.

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    La presentazione del libro di Franco Mandelli "Ho sognato un mondo senza cancro". Intervista con l'autore

    ◊   Raccogliere fondi per la ricerca sulle leucemie e dare ai malati una speranza sul futuro: sono gli obiettivi del libro “Ho sognato un mondo senza cancro”, che sarà presentato questo pomeriggio a Roma e che documenta i progressi realizzati nella cura della malattia. Al microfono di Alessandra De Gaetano, sentiamo l’autore, Franco Mandelli, presidente dell’Ail, Associazione italiana contro le leucemie – linfomi:

    R. - “Sognare il mondo senza cancro” non vuol dire non avere più il cancro, ma avere i tumori del sangue curabili, avere cioè la possibilità che nella stragrande maggioranza dei casi, si arrivi ad una cura che consenta ai nostri malati di vivere bene.

    D. - Professore, quali progressi sono stati compiuti negli ultimi anni nella diagnosi e nella cura delle leucemie?

    R. - Io ho cominciato a curare le leucemie acute del bambino quando non guariva nessuno. Oggi, di quegli stessi bambini guarisce l’80 per cento. Nel libro ci sono alcune storie relative ai primi bambini guariti, quando ottenevamo una buona risposta e vedevamo che il bambino stava bene, ma non avremmo mai sperato che quello star bene corrispondesse ad una vera guarigione. Come, invece, poi è stato. Così, sono cambiate le cose per tante altre malattie: per esempio, per quanto riguarda i linfomi che una volta avevano possibilità di cura in pochi casi, mentre oggi possono guarire in alcune forme addirittura nella stessa percentuale in cui guariscono i bambini. Devo dire che ci stiamo occupando molto della qualità di vita dei malati, cercando cioè, anche se il malato non guarisce, di farlo convivere con la malattia, ma senza avere grossi problemi e quindi conducendo una vita normale, convivendo con la malattia anche per decenni. Questo non è un sogno, ma è già realtà.

    D. - Quali sono gli obiettivi di questa pubblicazione?

    R. - Sono diversi. Il primo è certamente quello di cercare di raccogliere fondi con i diritti d’autore e tutti proventi andranno all’Ail. Vengono elencate le iniziative dell’Ail, fra cui due straordinarie: la prima relativa all’assistenza domiciliare, che consente quindi di mandare a casa il malato e non tenerlo ricoverato quando non serve. La seconda è la realtà delle case alloggio per quei malati che vivono lontani dai centri di trattamento e che possono quindi essere alloggiati gratuitamente. L’obiettivo più importante, forse, è quello di non far sentire i malati soli.

    D. - Quali sono le prossime sfide nell’ambito della ricerca scientifica?

    R. - Fare ricerca clinica indipendente, come noi facciamo con un gruppo, che si chiama “Gimema”, mettendo a disposizione dei Protocolli comuni senza che ci sia la dipendenza dell’industria farmaceutica.

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    Chiesa e SocietÓ



    In India accuse di “conversioni forzate”: cristiani percossi e arrestati

    ◊   Fedeli cristiani che operano nel sociale, nelle scuole o che predicano il Vangelo sono l’obiettivo privilegiato di gruppi estremisti indù, ma anche buddisti, che li accusano di “conversioni forzate e fraudolente”. Recenti episodi riferiti all’agenzia Fides riguardano gli stati di Karnataka e Jammu e Kashmir. Il 24 ottobre a Bengaluru, in Karantaka, un insegnante cristiano, impiegato nella scuola cattolica della Santa Croce è stato assalito da membri di gruppi estremisti indù che lo accusavano di operare conversioni fra gli studenti. Gli estremisti lo hanno bloccato all’uscita di scuola e lo hanno percosso con violenza. L’insegnante si trova in ospedale. Alcuni esponenti del “All India Christian Council”, forum che riunisce leader cristiani di tutte le confessioni, lo hanno visitato e hanno sottolineato che le motivazioni dell’aggressione sono pretestuose e che l’assalto è dovuto solo alla sua fede cristiana. Sempre in Karnataka, un grave atto di intimidazione ha colpito il pastore protestante Andrew Mallappa Hanumanthappa, nel villaggio di Bellakatte. Il 20 ottobre scorso sei persone lo hanno fermato per strada e lo hanno malmenato. Successivamente, si sono recati presso la sala liturgica utilizzata dalla piccola comunità cristiana locale e l’hanno bruciata. La polizia ha arrestato 4 uomini che poi sono poi stati rilasciati. In Jammu e Kashmir, sei membri della “Sunehara Kal” (“Futuro dorato”), organizzazione non governativa di ispirazione cristiana, sono poi stati arrestati il 23 ottobre scorso con l’accusa di aver rapito dei bambini e di volerli convertire al cristianesimo. I piccoli, fra i quali alcuni orfani, sono vittime delle alluvioni che hanno colpito la zona di Leh, e i membri dell’Ong se ne stavano prendendo cura. Come riferisce Global Council of Indian Christians, associazione che difende i diritti dei cristiani in India, sono stati i membri buddisti della “Ladakh Buddhist Association” a denunciare l'Ong cristiana alla polizia. Questi hanno convinto alcuni fra i genitori dei ragazzi a dichiarare che i bambini erano stati presi senza il loro consenso. Fonti locali hanno ricordato che la “Ladakh Buddhist Association” in passato ha già accusato ingiustamente i fedeli cristiani. (A.L.)

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    Poliomielite: la lotta alla malattia tra successi e speranze. Altri casi in Afghanistan

    ◊   Grazie alla diffusione di un nuovo vaccino e a campagne più efficaci, il numero dei casi di poliomielite è diminuito di oltre il 90% su base annua in alcuni tra i paesi più colpiti: lo sottolineano i ricercatori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), in uno studio pubblicato dalla rivista “Lancet”. Secondo la ricerca, - riferisce l'agenzia Misna - un contributo importante è arrivato da un vaccino orale introdotto in modo diffuso in India, Afghanistan e Nigeria. In India i casi accertati quest’anno sarebbero 39, molti di meno dei 464 dello stesso periodo del 2009. Progressi decisivi, sottolineano gli studiosi, sono stati realizzati anche in Nigeria: qui il numero dei casi sarebbe diminuito da 400 ad appena otto. La poliomielite è una malattia molto contagiosa, che colpisce spesso i bambini. Attacca il sistema nervoso e può provocare paralisi nell’arco di poche ore. È ancora endemica in quattro paesi: India, Afghanistan, Pakistan e Nigeria. In Afghanistan infatti, - riporta l'agenzia Fides - sono stati segnalati recentemente alcuni casi di polio nella provincia settentrionale di Kunduz, a distanza di un decennio dall'ultima epidemia. Il virus paralizzante era stato eliminato nella maggior parte del Paese, ad eccezione delle province meridionali ed orientali. Inizialmente, gli ufficiali sanitari hanno presunto che il virus potesse essere arrivato dal vicino Tajikistan dove sono stati riportati oltre 450 casi. Il virus di tipo 1 presente in Tajikistan è legato ad un ceppo visto anche nella provincia indiana dell'Uttar Pradesh. (R.P.)

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    Cuba: delegazione di vescovi Usa per l’inaugurazione del nuovo Seminario dell’Avana

    ◊   Dal 3 al 6 novembre prossimo una delegazione dell’episcopato statunitense, guidata da mons. Thomas G. Wenski, arcivescovo di Miami, visiterà l’Avana e poi la diocesi di Pinar del Rio. La delegazione, ospite speciale della conferenza dei vescovi cattolici di Cuba, prenderà parte ad un evento storico e del tutto inedito da oltre 50 anni: l’inaugurazione e l’apertura ufficiale del nuovo Seminario dell’arcidiocesi dell’Avana, distante 48 chilometri dal centro della capitale. Il nuovo seminario, la cui costruzione è durata diversi anni, oggi è una realtà grazia alla tenacia del cardinale Jaime Ortega e dei suoi confratelli nell’episcopato. Determinante anche il sostegno economico di numerose diocesi statunitensi, dei Cavalieri di Colombo e di alcune Conferenze episcopali europee. Della delegazione americana fanno parte secondo il comunicato ufficiale, padre Andrew Small, direttore dell’ufficio dell’episcopato per il sostegno e la solidarietà con le chiese latinoamericane e Thomas Quigley, consultore del comitato dell’arcidiocesi di Miami. Il programma è molto intenso: nella capitale la delegazione visiterà diverse realtà parrocchiali che danno vita a varie attività pastorali con l’aiuto di Chiese statunitensi. Un’altra tappa della visita comprende la diocesi di Pinar del Rio nella parte orientale del Paese. Il nuovo seminario porterà lo stesso nome del vecchio, "San Carlo e Sant'ambrogio", che si trova nel centro storico dell'Avana, un’aerea dichiarata patrimonio culturale dell'umanità da parte dell'Unesco. Il vecchio seminario diventerà un Centro culturale cattolico intitolato a "Padre Félix Varela". Nella curia dell'Avana c'è molta soddisfazione non solo per il carattere storico dell'evento, ma anche perché sono stati rispettati i tempi previsti grazie anche al sostegno amministravo e burocratico dato delle autorità del Paese. In particolare è stata mantenuta la "promessa" fatta a Giovanni Paolo II che, nel 1998, benedì la prima pietra. Il nuovo seminario potrà ospitare oltre 100 candidati al sacerdozio. (A cura di Luis Badilla)

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    Messico: la Chiesa chiede di intervenire dinanzi all’emergenza di sicurezza sociale

    ◊   “Abbiamo bisogno che le autorità prendano in mano la situazione dimostrando leadership e la responsabilità in questa lotta, perché si tratta di una vera emergenza di sicurezza sociale e di sopravvivenza per molti cittadini di Oaxaca” afferma mons. José Luis Chávez Botello, arcivescovo di Antequera-Oaxaca, in una lettera pastorale, che è stata inviata all'agenzia Fides. Come riferisce la stampa locale, tutta la cittadinanza condanna l'omicidio nella città di Tuxtepec, di Catarino Torres Pereda, leader del Comitato di Difesa dei Cittadini (Codeci) e di Heriberto Pazos Ortiz leader del Movimento di unificazione Triqui (Mult) nella città di Oaxaca. Si tratta di due leader politici assassinati per le loro attività per il movimento sociale e in difesa del movimento indigeno del Paese. “I vescovi delle diocesi dello Stato di Oaxaca - continua il testo - ritengono che sono tre le cause profonde della corruzione, dell'ingiustizia e della violenza: la povertà opprimente dell'ingiustizia sociale, la vergognosa bassa qualità dell'istruzione; la divisione e i continui scontri tra le comunità, gruppi e settori della nostra società”. L’arcivescovo di Antequera-Oaxaca aggiunge: “Come vescovi della diocesi di Oaxaca, ci siamo impegnati a collaborare in questi settori della nostra missione ecclesiale; ed esortiamo tutti i cattolici a partecipare attivamente e costruttivamente con la loro abilità ed esperienza ognuno nel proprio campo d'azione. E' impossibile godere della libertà e crescere nella democrazia se come società non facciamo nulla per ridurre la povertà, aumentare la qualità dell'istruzione e promuovere la riconciliazione sociale a Oaxaca”, conclude mons. Chávez Botello. La violenza in Messico è aumentata terribilmente in questi ultimi anni: proprio ieri sono stati seppelliti 14 giovani assassinati da un gruppo di sicari a Ciudad Juarez, forse la città più violenta del Paese, dove solo negli ultimi 3 anni sono stati compiuti più di 6 mila omicidi da parte del crimine organizzato. (R.P.)

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    Perù: missionari solidali con padre Mario Bartolini

    ◊   I missionari italiani manifestano la loro solidarietà a padre Mario Bartolini, della Congregazione dei padri passionisti, da 35 anni in Perù a San Martin Barranquita, nella foresta amazzonica. Padre Bartolini è accusato di “istigazione alla ribellione contro l’ordine pubblico” nell’ambito della maxi mobilitazione indigena del mese di maggio 2009, culminata nei sanguinosi scontri di Bagua tra manifestanti e polizia. La mobilitazione era stata promossa per protestare contro una multinazionale che vuole sottrarre terre alla popolazione locale per destinarle alla produzione di biodiesel. Padre Bartolini, insieme con altre tre persone, rischia 12 anni di carcere e l’espulsione dal Perù. Oggi è prevista la sentenza di un secondo processo. Il primo – ricorda il Sir – si è concluso con l’assoluzione del missionario. Don Alberto Brignoli, incaricato per l’America Latina del Centro di animazione missionario, auspica che anche la sentenza di oggi “si concluda con un’assoluzione”. In caso contrario – aggiunge – si rischia di creare un “precedente pericoloso”. Tutti i missionari “che difendono i diritti delle popolazioni indigene potrebbero” potrebbero subire le stesse accuse. I missionari peruviani sottolineano poi che il processo a Padre Bartolini “rispecchia un’alleanza “tra gli interessi economici e politici a discapito dei più poveri”. Anche la rivista del Pime “Mondo e Missione” presenterà nel prossimo numero un ampio reportage su questi fatti, con un’intervista a padre Bartolini. Secondo la rivista si tratta “di un processo di natura chiaramente politica, voluto da alcuni esponenti della maggioranza di governo per rompere l’unità del movimento indigeno e rimuovere gli ostacoli allo sfruttamento arbitrario della foresta”. (A.L.)

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    Diritti degli indigeni: in Venezuela gesuita interrompe lo sciopero della fame

    ◊   “Grazie al dialogo che abbiamo avuto con diversi dirigenti del governo, abbiamo visto che la ragione principale dello sciopero ha ricevuto una risposta”. Così fratel José María Korta, gesuita, 81 anni, ha annunciato alla stampa di Caracas, la sospensione dello sciopero della fame intrapreso il 18 ottobre per chiedere all’esecutivo l’applicazione della Costituzione in materia di diritti dei popoli indigeni e la scarcerazione del ‘cacique’ (capo indigeno) Sabino Romero della comunità nativa Yukpa e di due suoi collaboratori. Questi ultimi - riferisce l'agenzia Misna - erano stati arrestati alla fine dello scorso anno per presunto coinvolgimento in una sparatoria in cui il 13 ottobre 2009, nella zona della Sierra de Perijá (nord-ovest) erano rimasti uccisi due indigeni. Un episodio, secondo fratel Korta, fondatore dell’Università Indigena del Venezuela (Uiv), provocato dalla mancata demarcazione del territorio ancestrale degli Yukpas; il gesuita ha chiesto anche che sia applicata la norma costituzionale che dà facoltà alle comunità autoctone di esercitare “le istanze di giustizia previste dalle loro tradizioni ancestrali” nel caso di Romero e dei suoi collaboratori. Come frutto del negoziato avviato durante lo sciopero della fame del gesuita, il ministero dell’Ambiente ha reso noto di “aver ripreso i processi di demarcazione del territorio indigeno, con l’aiuto di un gruppi di nativi esponenti di una commissione parlamentare” ha riferito all’agenzia ‘Efe’ Julio Ávalos, della ‘Fundación Causa Amerindia’, che ha accompagnato fratel Korta nella sua mobilitazione, elogiandone la “resistenza ammirevole”. Anche il Tribunale supremo di giustizia (Tsj) si sarebbe impegnato a “riesaminare con attenzione” il caso di Romero affinché possa essere giudicato presso la sua comunità. Il vice-presidente Elías Jaua ha annunciato a fratel Korta la disposizione del presidente Hugo Chávez a un incontro, in data ancora imprecisata. Per Lusbi Portillo, dell’organizzazione indigenista “Sociedad Homo et Natura”, è necessario stilare ora un’agenda che contenga soluzioni per i problemi di fondo”. Popolazione di circa 12.000 individui, raggruppati in dozzine di comunità, gli Yukpas sono uno dei cinque popoli nativi residenti nel nord-ovest del Venezuela tra la Sierra de Perijá, che traccia parte del confine con la Colombia e il lago Maracaibo, 700 chilometri a ovest di Caracas. (R.P.)

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    Bolivia: veto del governo all'articolo che legalizza i rapporti sessuali a 12 anni

    ◊   Álvaro García Linera, Presidente ad interim della Bolivia, nel corso di una conferenza stampa ha annunciato la decisione del governo di porre il veto sull'articolo 15 della discussa legge sulla salute sessuale e riproduttiva che depenalizza i rapporti sessuali dai 12 anni sino alla maggiore età (18 anni). In concreto, la legge non è stata promulgata ed è stata invece rinviata all'Assemblea nazionale che ora dovrà rivedere l'articolo che ha suscitato molte polemiche e una ferma condanna della Chiesa cattolica. Garcia Linera, in questi giorni con funzioni di presidente essendo Evo Morales in viaggio in Iran, ha affermato - riferisce l'Ansa - che ''un governo democratico deve stare attento a raccogliere le critiche'', ma ha anche definito ''ipocriti, farisei e demagoghi'' quelli che non hanno apprezzato la norma in questione. Il governante ha poi aggiunto: ''Sebbene lo Stato debba sanzionare chi commetta delitti, non è suo compito regolare le relazioni sessuali''. Intanto, ha precisato García Linera, "mentre si discute e si approva una versione definitiva della legge 497, in questa materia resta vigente l'articolo 308 del Codice penale che vieta i rapporti sessuali prima della maggiore età". La posizione assunta del governo boliviano, nelle ultime ore, sembrava quasi scontata poiché poche volte - dal giorno della sua elezione - il Presidente Evo Morales si era trovato ad una così vasta, ampia e trasversale protesta, in particolare proprio da parte dei quei settori sociali che lo sostengono, fra cui le etnie aborigine del Paese. D'altra parte Garcia Linera ha anche anticipato l'intenzione del governo di chiedere al Parlamento un indurimento delle pene per le persone colpevoli di atti di pedofilia e parlando specificamente dei membri del clero che si sono macchiati con questo reato, ha aggiunto che in questi casi la realtà è più grave poiché si "abusa della fiducia spirituale". (L.B.)

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    Preoccupazione della comunità internazionale per la pena di morte in Guatemala

    ◊   La comunità internazionale ha espresso la propria preoccupazione per una risoluzione del Congresso del Guatemala, che lascia nelle mani del Presidente della Repubblica l'applicazione o meno della pena di morte tramite iniezione letale, per quanti sono stati condannati dai tribunali della giustizia. L'Unione Europea (Ue), uno dei maggiori partner per lo sviluppo del Guatemala, è stata tra i primi a deplorare la risoluzione dei deputati guatemaltechi, considerandola come un "segnale preoccupante" inviato alla comunità internazionale, proprio quando si registra un consenso globale a sostegno dell'abolizione universale della pena di morte. In Guatemala, che ha cercato di realizzare senza risultati la riforma del sistema giudiziario e della sicurezza pubblica, sono 41 i prigionieri condannati a morte per sequestro di persona ed omicidio. Il Paese del Centro America, Cuba e gli Stati Uniti, sono i soli Paesi in America che hanno ancora la pena di morte in vigore, ma in Guatemala era di fatto sospesa dal governo del Presidente Alfonso Portillo (2000-2004). La possibile ripresa della pena di morte, con l'iniziativa della grazia presidenziale adottata lo scorso 5 ottobre da parte dei deputati del Guatemala, passa adesso sotto la responsabilità del Presidente Alvaro Colom. L'Unione Europea ha ammesso che la violenza e la criminalità organizzata sono un problema in Guatemala, tuttavia ha insistito sul fatto che le autorità del Paese dell'America centrale dovrebbero lavorare per la "progressiva abolizione" della pena di morte. Il Presidente Colom ha già affermato di rifiutare la responsabilità di decidere se somministrare o meno l'iniezione letale ad una persona condannata. La restituzione al Presidente del potere di concedere o negare la grazia ai detenuti condannati a morte per iniezione letale - riferisce l'agenzia Fides - è stata proposta da vari partiti politici con la motivazione della lotta alla criminalità che affligge la nazione. I difensori dei diritti umani hanno giudicato il provvedimento come una trovata elettorale. La Chiesa cattolica del Guatemala, per mezzo della Conferenza episcopale, si è espressa più volte a favore della vita, in quanto è stato sempre uno dei punti chiave dell’impegno pastorale. Nella Lettera pastorale “La Gloria di Dio è la vita dell’uomo”, del 20 aprile 2007, i vescovi affermano: “La Chiesa, con la sua benefica presenza in tutti gli strati della società, non può rinunciare alla sua missione chiara di essere, come il suo fondatore Gesù Cristo, fedele difensore della vita”. (R.P.)

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    Filippine: la Chiesa offre la sua mediazione nei negoziati governo-guerriglia

    ◊   La Chiesa filippina è pronta ad offrire la sua mediazione per la ripresa dei negoziati di pace tra il governo e la guerriglia comunista. Lo ha detto mons. Emmanuel Celeste Trance, vescovo di Catarman, rispondendo così ad una espressa richiesta dei ribelli dopo la nomina, la settimana scorsa, di una nuova squadra di negoziatori governativi. “La Chiesa continua a sostenere gli sforzi sinceri per arrivare alla pace”, ha dichiarato il presule ai microfoni di Radio Veritas, aggiungendo che le due parti devono dimostrare “buona volontà”. La notizia della nomina da parte del presidente Benigno Aquino dei nuovi negoziatori – riferisce l’agenzia Ucan - è stata salutata positivamente dalla Piattaforma ecumenica filippina per la pace (Pepp), un’associazione che raccoglie esponenti di primo piano di diverse Chiese cristiane, tra cui quella cattolica. “Questo sviluppo è benvenuto”, ha dichiarato il segretario generale dell’associazione mons. Deogracias Iñiquez Jr., vescovo di Kalookan, esprimendo l’auspicio che i negoziati “aprano la strada a politiche che permettano una più equa distribuzione delle ricchezze del Paese e la valorizzazione delle sue risorse naturali”. L’Ordinario militare delle Filippine, mons. Leopoldo Tamulak, ha sottolineato, da parte sua la necessità che il governo e i ribelli discutano anche dei bisogni concreti della gente. “Ascoltare la voce della gente aiuterà a realizzare le sue aspirazioni”, ha detto il presule. La pacificazione con i ribelli comunisti, attivi da più di 40 anni nelle Filippine, è una delle priorità indicate dal Presidente Aquino dopo la sua investitura. Un altro fronte su cui si è impegnato il nuovo governo è il processo di pace con i separatisti islamici nella provincia meridionale di Mindanao. (L.Z.)

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    Alluvioni nel Benin: appello della Caritas per viveri e medicinali

    ◊   “Abbiamo bisogno urgente di medicinali e di viveri per soccorrere la popolazione colpita dalle alluvioni” dice all'agenzia Fides suor Léonie, segretario generale della Caritas Benin. “La Caritas ha mobilitato le Caritas parrocchiali per distribuire i viveri agli sfollati. La Caritas del Benin, insieme ad altre organizzazioni, è stata incaricata dal governo di coordinare gli aiuti nelle zone colpite” dice suor Léonie. “Abbiamo lanciato un appello tramite la rete di Caritas Internazionalis per l’invio in Benin di medicinali e di viveri. Caritas Germania e il Secours Catholique della Francia hanno promesso di aiutarci. Abbiamo registrato finora 846 casi di colera, di cui 7 mortali. Vi sono inoltre malaria e diarrea. Abbiamo bisogno di farmaci per curare questa malattie, degli insetticidi e delle reti di protezione contro le zanzare anofele” dice suor Léonie. Secondo l’Ufficio per gli Affari Umanitari dell’ONU, le inondazione in Africa occidentale e centrale hanno provocato almeno 400 morti e colpito 1 milione e mezzo di persone, dall’inizio delle stagioni delle piogge a giugno. (R.P.)

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    Congo: i missionari temono una nuova guerra nel Nord Kivu

    ◊   Una nuova guerra nell’est della Repubblica Democratica del Congo è alle porte? È quanto si chiedono i missionari della “Rete Pace per il Congo” che riferiscono all'agenzia Fides alcune indicazioni apparse sulla stampa internazionale su una possibile inedita alleanza tra forze dissidenti rwandesi e milizie congolesi per rovesciare il governo del Presidente Paul Kagame in Rwanda. “Incrociando le informazioni apparse sia sulla ‘Libre Belgique’ sia sul ‘Congo Tribune’, nel nord Kivu, nell’est della Rdc, si starebbero concentrando le forze della coalizione composta dai dissidenti del Cndp rimasti fedeli a Nkunda, dalle Fdlr e dai Mai Mai congolesi” spiegano a Fides i responsabili della Rete. Il Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (Cndp) è un movimento ribelle congolese, guidato da Laurent Nkunda, che agisce nel Kivu. Dopo l’arresto di Nkunda da parte del Rwanda (dove è stato posto agli arresti domiciliari), il Cndp ha raggiunto un accordo con il governo di Kinshasa, e una parte dei suoi uomini sono stati integrati nell’esercito nazionale congolese. Le Forze Democratiche per la Liberazione del Rwanda (Fdlr) sono un gruppo ribelle rwandese, composto in maggioranza di hutu, che dopo il 1994 si oppone al governo di Kigali. Opera però nel Kivu, così come i Mai Mai, una serie di milizie di autodifese congolesi, che si oppongono alla presenza straniera sul loro territorio. La coalizione anti Kagame sarebbe guidata dal generale Faustin Kayumba Nyamwasa, ex capo di Stato Maggiore dell’esercito rwandese, e compagno d’armi di Kagame, da qualche tempo rifugiatosi in Sudafrica, dove è sfuggito ad un tentativo di assassinio. Il governo rwandese lo accusa di essere il mandante di una serie di attentati commessi a Kigali. Per bloccare sul nascere questa coalizione, il governo del Rwanda e quello della Rdc starebbero preparando un’offensiva militare nel nord Kivu contro le Fdlr e gli uomini di Nkunda. Vi sono voci non confermate dell’invio nell’est del Congo di truppe rwandesi in preparazione della nuova offensiva in coordinamento con l’esercito congolese. “Il generale Nyamwasa - ricordano le fonti di Fides - è figlio di genitori tutsi e hutu. Questo potrebbe essere visto da qualche potenza, che vorrebbe sostituire Kagame, come un fattore di riconciliazione nazionale, in vista forse di nuovi scenari geopolitici regionali e internazionali”. “Nyamwasa, però - aggiungono le stesse fonti - ha un grave handicap. È ricercato dalla giustizia spagnola per la morte dei frati maristi spagnoli, uccisi a Bukavu nel novembre 1996”. (R.P.)

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    Dal 29 al 30 gennaio in 2000 città, Giornata di preghiera per la pace in Terra Santa

    ◊   Questa iniziativa di preghiera “possa salire fino al cuore del Signore e riportare la pace nella Sua terra”. E’ l’auspicio degli organizzatori della terza Giornata internazionale di intercessione per la pace in Terra Santa che si terrà il 29 e 30 gennaio prossimi. In questa edizione si prevede il coinvolgimento di 2000 città unite nella preghiera. La terza Giornata internazionale di intercessione per la pace in Terra Santa, nata dalla volontà di alcune associazioni cattoliche giovanili, è patrocinata dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Sulla scia dell’Assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi, le 24 ore di preghiera ininterrotta inizieranno in concomitanza con la Quinta Preghiera straordinaria di tutte le Chiese per la riconciliazione, l’unità e la pace. Tra le realtà che hanno promosso la Giornata – riferisce l’agenzia Zenit - ci sono l’associazione Papaboys, l’Apostolato “Giovani Per La Vita”, le Cappelle di Adorazione Perpetua in tutta Italia e nel mondo e i gruppi di Adunanza Eucaristica (A.L.)

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    Avsi: progetto di sostegno scolastico per 3 mila studenti palestinesi

    ◊   Sostenere l'emergenza educativa nei territori dell'Autonomia Palestinese, di Betlemme, Gerico e Gerusalemme est. Questo l’obiettivo del nuovo progetto triennale promosso da Fondazione Avsi, Ats Pro Terra Sancta e Custodia di Terra Sancta dell’Avsi che, cofinanziato dal ministero degli Affari esteri italiano, prenderà il via il primo novembre. “Nello specifico – spiega da Gerusalemme Alberto Repossi, responsabile di Avsi - verranno sostenute cinque scuole di Terra Santa e l'istituto Effetà di Betlemme per un totale circa di 3.160 studenti, 300 tra insegnanti e assistenti sociali e 550 famiglie”. Le attività – ricorda il Sir - riguardano la formazione di insegnanti e assistenti sociali, la fornitura di attrezzature scolastiche, il sostegno allo studio per bambini delle primarie e secondarie, borse di studio per l'università, attività extra scolastiche e opere di riabilitazione delle strutture. “Un forte impegno della cooperazione italiana” che, conclude Repossi, realizzerà “un intervento di grande impatto sul sistema educativo palestinese e in particolare sulle giovani generazioni”. (A.L.)

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    Cina: la cattedrale di Pechino ritorna al suo originario splendore del 1887

    ◊   La cattedrale di Pechino, dedicata a san Salvatore (è stata chiamata spesso Bei Tang o la chiesa di Xi shi ku), ritorna al suo antico splendore del 1887, e ritornerà anche ad essere il centro della vita della comunità cattolica di Pechino. Secondo quanto riferito all'agenzia Fides da fonti locali, il lavoro di restauro del complesso (di circa 7,000 mq) della chiesa più grande di Pechino, che è anche monumento nazionale, è durato due anni ed è terminato ufficialmente il 23 ottobre 2010, con un investimento di 30 milioni di Yuan, circa 6 milioni di euro. La sua origine risale al 600, quando, l'imperatore Kang Xi guarito dalla malaria grazie ai farmaci occidentali offerti dai missionari gesuiti padre Jean de Fontaney (1643-1710) e padre Claude de Visdelou (1665-1737), per ricompensarli donò loro un terreno vicino alla Città Proibita per costruire la chiesa e altri edifici. Inaugurata il 9 dicembre 1703, viene dedicata a san Salvatore con un Osservatorio e Biblioteca. Con lo scioglimento dei gesuiti, la chiesa passò nella mani dei padri lazzaristi nel 1773. Durante la persecuzione del 1827 venne distrutta e ricostruita nel 1860, sempre nelle vicinanze della Città Proibita, e dal qual momento divenne anche cattedrale. Con l'ampliamento del palazzo imperiale, la chiesa e il suo complesso (vescovado, seminario, orfanotrofio, convento) sono stati spostati di qualche centimetro verso ovest, ma con una spazio più grande. Durante la rivoluzione di Box, il campanile è stato distrutto, ma la cattedrale è stata il rifugio di oltre 3 mila cattolici grazie al coraggioso vescovo mons. Pierre Marie Alphonse Favier. Fino al 1949, vi hanno vissuto 8 vescovi diocesani, compreso il primo cardinale cinese Tomasso Tian Geng Xin (1946-1949). Nel corso della rivoluzione culturale cinese, la cattedrale è stata colpita gravemente come l'intera comunità cattolica cinese. E' stata ricostruita il 12 febbraio 1985 ed inaugurata a Natale dello stesso anno. Due anni fa, è iniziato il suo più grande restauro dell'ultimo secolo con investimento di denaro senza precedenti. (R.P.)

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    Ucraina: i cristiani chiedono di poter costruire una chiesa greco-cattolica a Odessa

    ◊   In una lettera inviata al sindaco di Odessa, in Ucraina, e al presidente dell'amministrazione provinciale, i responsabili di diciotto Chiese cristiane della città ucraina chiedono ai politici di fare da intermediari con le autorità statali per arrivare all’assegnazione di un appezzamento di terreno dove poter costruire un luogo di culto della Chiesa greco-cattolica ucraina. Nella lettera, ripresa dall’Osservatore Romano, si sottolinea che le sostanziali differenze esistenti tra le varie Chiese, nel credo e nell'insegnamento pastorale, non possono diventare pretesto di discriminazione di una particolare comunità religiosa. Lo scorso primo settembre l'eparchia di Odessa della Chiesa ortodossa ucraina - Patriarcato di Mosca, guidata dal vescovo Ahafanhel Savin, aveva invitato le autorità a non concedere l'autorizzazione a costruire una chiesa greco-cattolica a Odessa in quanto espressione, in questa provincia, di una piccola minoranza di fedeli. “Il nostro appello congiunto — scrivono i rappresentanti cristiani — è maturato in conseguenza del clima di pericolosa aggressione artificialmente creata in città da alcuni gruppi riguardo l'edificazione a Odessa di un luogo di culto della Chiesa greco-cattolica ucraina”. “Come fratelli in Cristo dei greco-cattolici di Odessa – si legge nella lettera - non possiamo restare indifferenti davanti a questo”. Il documento — riferisce il Religious information service of Ukraine (Risu) — è firmato, tra gli altri, da vescovi, pastori e responsabili della Chiesa cattolica, della Chiesa apostolica armena, della comunità luterana evangelica tedesca in Ucraina e di associazioni evangeliche, riformate e battiste. Nei giorni scorsi il cardinale Lubomyr Husar, arcivescovo maggiore di Kyiv-Haly, è intervenuto per sgomberare il campo dalle polemiche, precisando in particolare che la Chiesa greco-cattolica non è contraria all'assegnazione, da parte delle autorità, di un terreno per costruire una cattedrale della Chiesa ortodossa - Patriarcato di Mosca a Lviv, dove è forte la presenza dei cattolici in Ucraina. In un’intervista rilasciata al giornale “Day”, il porporato ha detto che questa decisione non spetta alla Chiesa greco-cattolica ucraina ma allo Stato. Per il cardinale Husar le vicende di Odessa e di Lviv non possono essere messe in correlazione e, soprattutto, non si può parlare di ritorsione in conseguenza di un presunto mancato rispetto del principio di reciprocità. Secondo il porporato, la cosa grave della vicenda di Odessa è che qualcuno, deliberatamente, rifiuta di capire che la Costituzione e i diritti costituzionali devono essere assicurati a tutti, indipendentemente dal numero dei fedeli delle singole comunità ecclesiali. Il cardinale Husar ricorda anche che, dopo la presa di posizione dell'eparchia di Odessa della Chiesa ortodossa ucraina - Patriarcato di Mosca, la Chiesa greco-cattolica ucraina ha scritto al presidente della Repubblica, Viktor Janukovi, chiedendogli di non consentire che si risveglino nel Paese l'intolleranza e la restrizione dei diritti dei cittadini a causa della loro confessione. (A.L.)

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    Nuovo centro di spiritualità carmelitana in Bulgaria

    ◊   In Bulgaria è stato inaugurato, nei giorni scorsi, il nuovo centro di spiritualità dei carmelitani scalzi “Beato Papa Giovanni XXIII”. In occasione dell’inaugurazione, avvenuta lo scorso 14 ottobre alla vigilia della festa di Santa Teresa di Gesù, Benedetto XVI ha inviato un telegramma attraverso il segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, e letto dal nunzio in Bulgaria, mons. Bolonek Janusz. Nel centro di spiritualità - rende noto l'agenzia Zenit - saranno attivati corsi di teologia per laici e verranno anche accolti alcuni studenti della capitale bulgara che vogliono vivere in un’atmosfera di preghiera. La storia dell’edificio è particolarmente legata alla figura di Papa Roncalli. Negli anni Venti e Trenta del Novecento la struttura, che oggi ospita il centro di spiritualità, è stata la sede della nunziatura apostolica. In quel periodo il nunzio era l’allora arcivescovo Angelo Giuseppe Roncalli, futuro Papa Giovanni XXIII. Dopo il trasferimento della nunziatura in un’altra zona di Sofia, si sono stabilite nell’edificio le monache carmelitane scalze. Successivamente, negli anni ’50, il monastero è stato occupato dalla milizia popolare. La struttura è stata poi affidata ai carmelitani scalzi di Croazia. Grazie al loro impegno e a quello di numerosi benefattori, l’antica nunziatura è stata completamente rinnovata. Il complesso di edifici comprende, oltre al centro di spiritualità, anche il convento con la chiesa. (A.L.)

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    A Mumbai celebrato il 125.mo dell’Istituto cattolico per sordomuti

    ◊   L’Istituto per sordomuti di Mumbai, la più antica organizzazione asiatica per diversamente abili, ha festeggiato il suo 125° anniversario. Per l’occasione, l’arcivescovo di Mumbai Oswald Gracious ha celebrato lo scorso 23 ottobre un’eucarestia di ringraziamento. L’istituto è stato fondato nel 1885 dal vicario apostolico Leo Meurin, per aiutare i diversamente abili a condurre una vita nell’autostima, nel rispetto e nell’indipendenza. Il cardinale parlando all'agenzia AsiaNews ha dichiarato di essere "molto orgoglioso che la diocesi di Mumbai abbia questo centro, che come sappiamo è il più antico di tutta l’Asia. Prego davvero per i miei predecessori, pionieri in quest’attività. All’epoca c’erano senz’altro meno possibilità e meno aiuti professionali, ma loro hanno avuto il coraggio di andare avanti e fondare questo istituto. La scuola della Chiesa cattolica presta i suoi servizi a tutti i componenti della società, senza alcuna discriminazione di casta o credo religioso”. Jennifer Alexander è stata docente per l'istituto di scienze sociali, lingua inglese e religione dal 1972, preside dal 1996 al 2007. L’ex insegnante ha dichiarato ad AsiaNews che "insegnare a questi bambini speciali è un dono immenso". L’istituto è stato fondato per identificare e sviluppare le potenzialità dei singoli studenti in numerosi settori, permettendo loro di raggiungere le migliori qualifiche possibili. L’istituzione incoraggia i suoi studenti a impegnarsi in attività come programmi di sensibilizzazione e corsi di formazione professionale per imparare un mestiere: legatoria, serigrafia e ricamo. Inoltre, l’ente fornisce programmi di consulenza e sensibilizzazione per i genitori, educando il nucleo familiare del bambino sui bisogni e le aspirazioni di un piccolo diversamente abile. La scuola dispone di tre lingue: inglese, hindi e marathi. Gli studenti sono in tutto 145, di cui 65 musulmani, 77 indù e solo 3 cristiani. (R.P.)

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    Australia: il cardinale Pell riflette sulla canonizzazione di Mary MacKillop

    ◊   Riflettendo sulla canonizzazione, avvenuta la scorsa settimana, della prima santa australiana, il cardinale George Pell, arcivescovo di Sydney, ha affermato che ha “riscaldato il cuore” vedere l'immagine di Santa Mary MacKillop sulla facciata della Basilica di San Pietro. Domenica scorsa a Sydney, il cardinale ha fornito un breve resoconto dell'evento, che ha riunito circa 8.000 australiani a Roma per la Messa di canonizzazione della fondatrice delle Suore di San Giuseppe, e molti altri pellegrini da luoghi come Nuova Zelanda, Scozia, Perù e Timor Est, dove le suore di questa Congregazione lavorano attualmente. Nella stessa celebrazione, il Papa ha canonizzato anche Stanislaw Soltys (Polonia), André Bessette (Canada), Cándida María de Jesús Cipitria y Barriola (Spagna), Giulia Salzano e Battista Camilla Varano (Italia). Il cardinale Pell - riferisce l'agenzia Zenit - ha lodato “l'ampia approvazione nella comunità australiana”, e in particolare “la commissione parlamentare bipartisan guidata dal Ministro degli Esteri e dal viceleader dell'opposizione giunta a Roma”. Ha anche lodato Tim Fischer, il primo ambasciatore australiano a tempo pieno presso la Santa Sede, non solo per aver assistito a tutti gli eventi, ma anche per aver organizzato “una serie di celebrazioni di successo”. Il cardinale ha anche ricordato che “Kanga Two” - una roulotte di sostegno per fornire aiuto e informazioni agli australiani – ha stazionato di fronte a San Pietro, e che l'ambasciata australiana è stata molto utile per risolvere i problemi dei pellegrini. (R.P.)

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    Slovenia: la Chiesa invita a garantire lo Stato di diritto e lo Stato sociale

    ◊   Garantire lo Stato di diritto e lo Stato sociale. È questa la strada per uscire dalla crisi e garantire la ripresa in Slovenia. È quanto si legge in una nota della Commissione Giustizia e Pace della Conferenza episcopale slovena dedicata all’analisi dell’attuale congiuntura economica negativa e alle sue pesanti ripercussioni sociali nel Paese. Una crisi – afferma la nota firmata da mons. Anton Stres, arcivescovo di Lubiana – a cui la politica ha sinora dato una risposta “troppo lenta” e inadeguata. Ad esserne penalizzate – rileva il testo - sono in primis le categorie sociali più vulnerabili: i giovani che vivono “nell’incertezza e nella paura del futuro”; i ceti medi sempre più esposti al rischio povertà; i pensionati ingiustamente additati dall’opinione pubblica come “quella parte della popolazione che svuota le casse dello Stato” e gli stranieri i più soggetti al rischio del licenziamento e spesso costretti a lavorare in nero. Per uscire dall’attuale stasi, Giustizia e Pace avanza sette proposte a cominciare dal ripristino del pieno rispetto dello Stato di diritto che, afferma, “è inseparabilmente connesso con i valori fondamentali della giustizia e della responsabilità, e con il rilancio dell'etica nell'ambito dell'istruzione, della politica, dell'economia e dell'amministrazione della giustizia”, perché il potere politico ed economico non diventi appannaggio di poche oligarchie. Occorre poi responsabilizzare lo Stato, che “non è il monopolio di un gruppo particolare, ma di tutti i cittadini”; promuovere il dialogo con le parti sociali; riformare il welfare, compreso il sistema pensionistico , per renderlo più giusto ed equo; garantire pari dignità giuridica a tutte le organizzazioni impegnate in attività assistenziali a fianco dello Stato; sostenere e tutelare la famiglia tradizionale. È inoltre importante, afferma nell’ultimo punto la dichiarazione che i media sloveni rafforzino il loro ruolo di coscienza critica della società. “Tutti – sottolinea il testo - sono chiamati a portare solidalmente il peso di questa crisi e devono rendersi conto che le riforme dell’attuale sistema sono necessarie e doverose”. Di qui in conclusione l’appello ai responsabili politici a prendere quanto prima le misure necessarie a sostegno dello sviluppo del Paese. (L.Z.)

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    Svizzera: mons. Brunner sulla campagna contro il crocefisso nei luoghi pubblici

    ◊   Il divieto dell’esposizione dei crocefissi e di altri simboli religiosi nei luoghi pubblici è “un attentato alla libertà di credo e di coscienza di un determinato gruppo di persone”. Lo ha affermato mons. Norbert Brunner, presidente della Conferenza episcopale svizzera (Ces), intervenendo nel dibattito aperto dalla campagna lanciata da un' associazione di cosiddetti liberi pensatori per fare togliere tutti i simboli religiosi nelle scuole elvetiche. A scatenare la polemica in queste settimane due casi: uno a Triengen, nel Cantone di Lucerna, dove le autorità hanno sostituito i crocefissi con delle croci su richiesta di un genitore, e uno a Stalden, nel Valais, dove un insegnante è stato licenziato per avere rifiutato di rimettere un crocifisso che aveva fatto togliere dalla sua aula. “La libertà di fede e di coscienza comprende il diritto di ciascuno di vivere e professare la propria fede”, ha dichiarato da parte sua mons. Brunner sulle pagine del giornale « Sonntag » del 24 ottobre, ripreso dall’agenzia Apic. Il presule ha quindi sottolineato come i simboli religiosi siano un’espressione del “carattere pubblico” di ogni religione. E proprio per sensibilizzare l’opinione pubblica elvetica sul tema della libertà religiosa, la sezione svizzera dell’“Aiuto alla Chiesa che Soffre” organizza il 31 ottobre la quarta Giornata nazionale di preghiera per i cristiani vittime di discriminazioni e persecuzioni. Secondo l’Opera di diritto pontificio, “sono circa 200 milioni le persone che vivono in aree dove il primo diritto umano, la libertà religiosa, è parzialmente o totalmente negato”. Diverse le iniziative in programma che occuperanno le giornate dal 29 ottobre al 1° novembre. Per l’occasione i fedeli di tutte le parrocchie svizzere saranno invitati ad accendere una “candela di speranza” per chi è perseguitato a causa della propria fede. Tra gli ospiti d’onore il vescovo sudanese di El Obeid Macram Gassis, che concelebrerà tre messe il 30 e 31 ottobre e il 1° novembre e parteciperà sabato a una processione aux flambeaux nel Cantone del Tessin. (L.Z.)

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    A Milano la prima chiesa dedicata a don Gnocchi

    ◊   “Il beato Carlo Gnocchi ha mostrato il volto materno della Chiesa soprattutto sotto un duplice aspetto: quello della Chiesa madre impegnata nell'educazione dei suoi figli e della Chiesa madre al servizio dei suoi figli più fragili, provati e sofferenti”. Lo ha sottolineato, sabato scorso, il cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, durante la celebrazione eucaristica di dedicazione al beato, nel capoluogo lombardo, della nuova chiesa del Centro Santa Maria Nascente. Don Gnocchi, il “padre dei mutilatini”, è stato proclamato beato il 25 ottobre 2009 in piazza Duomo. “In particolare come Chiesa ambrosiana — ha detto il porporato durante l'omelia — dobbiamo rendere grazie a Dio, lodarlo e invocarlo perché ci ha regalato, anche solo in quest'ultimo secolo, santa Gianna Beretta Molla e diversi beati, ultimo dei quali è, per ora, il beato Carlo Gnocchi”. “Don Carlo – ha aggiunto - ci è vicino nel tempo e anche per questo si fa più forte e persuasivo il suo richiamo alla vocazione a quella santità che costituisce il vero grande e unico destino che Dio assegna a tutti e a ciascuno di noi”. La maternità della Chiesa trova come suo referente privilegiato — ha continuato il cardinale — “l'uomo provato, malato, sofferente, disperato al quale rivelare e donare l'amore compassionevole e operoso di Gesù, il buon Samaritano”. È l'aspetto più noto dell'opera caritatevole e santa di don Gnocchi: “il suo prendersi cura dei mutilatini, dei poliomielitici, dei portatori di disabilità, dei malati, dei sofferenti d'ogni genere”. Proprio in questo ambito così delicato e misterioso del dolore umano — ha evidenziato l'arcivescovo di Milano le cui parole sono state riprese dall’Osservatore Romano — “è brillata la maternità della Chiesa attraverso l'intelligenza e il cuore del beato Carlo, la sua lungimiranza, l'audacia e la tenacia delle iniziative concrete da lui intraprese, la convinta valorizzazione dei dati delle scienze e delle tecniche, le più moderne per il recupero e lo sviluppo della piena umanità del sofferente, sino a giungere al segreto evangelico che trova nel dolore — in specie nel dolore innocente — un formidabile valore di salvezza e di redenzione per il mondo”. È questo — secondo il cardinale Tettamanzi — un aspetto essenziale del carisma di don Gnocchi che ci interpella oggi “in modo quanto mai esigente in un contesto sociale e culturale fortemente secolarizzato, che fatica o si rifiuta ad aprirsi all'interpretazione religiosa e spirituale della sofferenza umana”. (A.L.)

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    Roma: i Centri di servizio per il volontariato tracciano il rapporto della loro attività

    ◊   Supporto, consulenza e assistenza alle organizzazioni di volontariato e una costante educazione alla solidarietà. Sono le attività principali svolte dai 78 Centri di Servizio per il Volontariato italiani - nati su stimolo della “Legge quadro sul volontariato” del 1991 e gestiti dalle stesse associazioni non profit, proprio allo scopo di sostenere l’attività di queste associazioni sul territorio. Circa 60 mila gli utenti dei Centri nel solo 2009, in base alla fotografia scattata nel Report presentato oggi a Roma da Csvnet, la rete che riunisce questi 78 centri di servizio per il volontariato in Italia. La loro attività in numeri è rappresentata da 74 mila consulenze, 54 mila ore di formazione, 19 mila attività di orientamento e accompagnamento al volontariato. I Csv si occupano in maniera costante di istituire iniziative per la promozione del volontariato, ma anche di assistere e formare gli operatori delle diverse organizzazioni, offrendo inoltre informazioni e dati sulle attività di volontariato locale e nazionale. Tali centri sono diffusi in maniera capillare in tutte le regioni italiane e articolati in oltre 400 sportelli distribuiti su tutto il territorio. In totale gli utenti dei Csv nel 2009 sono stati 60 mila: un terzo di questi, circa 19 mila, sono singoli cittadini, in genere interessati a ottenere informazioni sul mondo del volontariato, mentre quasi la metà, circa 27 mila, sono organizzazioni non profit. Restano poi le associazioni di promozione sociale, gli enti pubblici e le altre realtà della società civile. Parola chiave del rapporto è infine la promozione del volontariato nelle scuole, attività che i Csv hanno svolto nel 2009 in 1824 istituti, tra elementari, medie e superiori, mediante stage che hanno coinvolto oltre 2800 organizzazioni di volontariato. (L.G.)

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    24 Ore nel Mondo



    Tarek Aziz condannato a morte: l’Ue fa sapere che chiederà di bloccare l’esecuzione

    ◊   L’Alta Corte penale dell’Iraq ha condannato a morte per impiccagione l’ex vice premier Tareq Aziz. Media locali riferiscono che i giudici hanno emesso l’ordine di esecuzione per il suo ruolo nell’eliminazione dei partiti religiosi durante il regime di Saddam Hussein. La pena di morte “non è accettabile” per l’Unione Europea e un portavoce dell’Alto Rappresentante della politica estera dell’Unione, Catherine Ashton, ha fatto sapere che la stessa Ashton chiederà alle autorità irachene di sospendere l’esecuzione. Dal canto suo, il portavoce della Comunità di Sant’Egidio, Mario Marazziti, in un’intervista, ha affermato che un atto di clemenza potrebbe rappresentare un “forte gesto di riconciliazione” per il Paese.

    Questione nucleare iraniana aperta. Si discute del ruolo di Teheran in Afghanistan
    L’Iran ha cominciato ad immettere combustibile nel reattore della centrale nucleare di Bushehr. La costruzione dell’impianto è stata completata con l’aiuto della Russia: l'uranio arricchito per alimentare la centrale è stato fornito da Mosca in base a un accordo che prevede la restituzione del materiale una volta utilizzato, in modo da evitare eventuali impieghi per ordigni atomici. Intanto, Teheran ha ammesso pure di aver fornito finanziamenti all'Afghanistan, ma solo per la "ricostruzione" del Paese. Ieri il presidente Karzai aveva parlato degli aiuti da parte della Repubblica islamica e gli Stati Uniti si erano detti “preoccupati” per quelli che avevano definito “tentativi di Teheran di esercitare un'influenza negativa sull'Afghanistan”. Per un commento, ascoltiamo Antonello Sacchetti, profondo conoscitore della realtà iraniana, intervistato da Giada Aquilino:

    R. - L’Iran ha tradizionalmente una secolare influenza sull’Afghanistan. La ha dal punto di vista culturale e non solo da quello politico. Basti pensare che la lingua ufficiale dell’Afghanistan è il dari, che è una variante del persiano. Sfido chiunque a trovare un Paese - tra quelli che sono intervenuti in Afghanistan - che non abbia dato soldi all’Afghanistan, in particolare anche ai governanti di quel Paese. Ci sono tanti motivi che legano poi questa situazione degli interessi nazionali dell’Iran: ci sono migliaia di chilometri di frontiere tra i due Paesi, ma tra i due Paesi c’è anche una continua - e mai interrotta - disputa riguardo alle responsabilità sul traffico di droga. Al di là di questo, però, diciamo che l’Iran esercita la sua naturale vocazione a potenza media regionale, a Paese cioè che comunque influisce sulle sorti degli Stati vicini.

    D. - A livello interno, l’Iran si sta concentrando sul reattore di Bushehr, dove avvierà la produzione di energia elettrica all’inizio del 2011. Bushehr che capitolo rappresenta del programma nucleare iraniano?

    R. - Direi che forse è il primo capitolo di una storia veramente infinita, perché Bushehr è il reattore che si cominciò a costruire addirittura nel 1975. Di fatto, i lavori in questo reattore avvengono sotto la supervisione dell’Aiea, in un momento in cui forse si sta saggiando il terreno in vista di una ripresa dei colloqui sul nucleare del Gruppo 5+1.

    Aspri scontri nella regione tribale nord occidentale di Orakzai in Pakistan
    Sei sospetti militanti islamici e un soldato pachistano sono stati uccisi nel corso di una battaglia nella regione tribale nord occidentale di Orakzai, teatro di recente di un aumento delle violenze talebane. Lo riferisce il quotidiano "The Dawn" citando una fonte del governo locale. I ribelli avevano attaccato una base militare provocando lo scontro a fuoco. Intanto sempre secondo il quotidiano, dalle conclusioni di un'inchiesta condotta dall'Agenzia federale investigativa (Fia) emerge che l'ex premier Benazir Bhutto è stata uccisa dai talebani pachistani. Il quotidiano anticipa un rapporto previsto per la fine del mese. La leader del Ppp (Partito Popolare pachistano) è stata vittima di un attentato suicida avvenuto il 27 dicembre del 2007 mentre si trovava a bordo di un veicolo dopo un comizio a Rawalpindi. La violenza in Pakistan non si è mai interrotta neanche di fronte all’emergenza, sottolinea al microfono di Linda Giannattasio, Daniele Scaglione, direttore campagne di "Actionaid", associazione presente da oltre 18 anni sul territorio pakistano:

    R. - Le tensioni in questa regione del Paese rimangono alte. Sicuramente un’aggravante è nel contesto delle situazioni di emergenza che sta vivendo il Paese, però, non è un dato nuovo.

    D. – Voi siete storicamente presenti sul territorio pakistano. Qual è il volto del Pakistan oggi a 10 settimane dalle alluvioni?

    R. – È un Paese sicuramente compromesso nella sua possibilità di sviluppo. Ci sono delle stime che fanno pensare a un Paese che dipenderà fortemente dagli aiuti, almeno fino al novembre del 2012. Il numero di persone che ancora non solo sono uscite dal circuito produttivo, quindi non aiutano più il Paese a crescere e a svilupparsi ma, al contrario, hanno bisogno di aiuti, è un numero ancora nell’ordine di vari milioni. Qualcosa come oltre un milione di persone si trova ancora in 6.300 campi. Sta arrivando l’inverno, la situazione non è migliorata in questi ultimi giorni; regioni come quelle del Sindh ancora vivono una situazione molto problematica e, quindi, c’è da preoccuparsi rispetto a tutto quello che occorre come sforzi per aiutare queste persone ancora senza casa.

    D. – Come si stanno muovendo le autorità locali dal punto di vista della ricostruzione?

    R. - Si stanno muovendo in modo indubbiamente diverso a seconda delle regioni però stanno cercando di fare tutto quello che è possibile, compatibilmente con una situazione di un Paese comunque difficile, in difficoltà, e con le situazioni classiche di un Paese in via di sviluppo, per quanto il Pakistan abbia già dimostrato la capacità di crescere molto valida. Il problema forte da affrontare da parte delle autorità locali è un problema sicuramente anche logistico. Le comunicazioni sono piuttosto malmesse e gli spostamenti sono molto difficili. Quello che si sta cercando di fare veramente è di integrarsi tra organizzazioni non governative e istituzioni governative. Certo laddove la situazione è di violenza evidentemente la situazione è ancora più complicata.

    D. – Di cosa c’è più bisogno?

    R. – C’è più bisogno di progetti che diano un pò di respiro al Paese che affrontino non solo l’emergenza immediata ma che riescano, in qualche modo, a considerare quegli elementi che sono necessari perché il Paese riparta. Noi non possiamo pensare che le scuole possono essere utilizzate ancora a lungo come posti dove mettere le persone, non solo perché le persone hanno diritto a ritornare nelle loro case, ma anche perché le scuole servono per poter tornare alla normalità, per poter far crescere un Paese che altrimenti, a distanza ancora di anni e anni, patirà le conseguenze dell’alluvione.

    D. – C’è qualcosa che può fare anche la gente comune? C’è una raccolta di fondi in questo momento?

    R. – “Agire” continua a raccogliere fondi. Chi voglia trova tutte le informazioni su agire.it. Continuiamo a raccogliere fondi perché davvero - questo non è stato detto a sufficienza - è la più grave emergenza umanitaria con cui ci troviamo ad avere a che fare negli ultimi anni: molto più grande di quello che è accaduto in Haiti, molto più grande di quella che è stata l’emergenza Tsunami. C’è un’area paragonabile all’intera Inghilterra che è stata colpita e che praticamente ha necessità di aiuti.

    L’Ue chiede alla Serbia di arrestare Mladic
    Nelle ricerche di Ratko Mladic, uno dei due ultimi criminali di guerra serbi ricercati dalla giustizia internazionale, sono stati impegnati finora non meno di 10 mila uomini. Lo scrive oggi il quotidiano belgradese "Blic", precisando che tale numero comprende sia coloro che lavorano sul terreno sia il personale logistico di appoggio. L’arresto è stato posto ieri come condizione dalla Ue per ulteriori progressi della Serbia sulla strada verso l'integrazione nella Ue. Mladic è l'ex capo militare dei serbi di Bosnia accusato di genocidio e crimini contro l'umanità in primo luogo per l'assedio di Sarajevo nella guerra di Bosnia (1992-1995) e per il massacro di ottomila musulmani a Srebrenica nel luglio 1995. L’Ue chiede anche l’arresto di Goran Hadzic, ex capo politico dei serbi di Croazia. I ministri degli Esteri dei 27 hanno infatti accettato di inoltrare all'esame della Commissione europea la domanda della Serbia di adesione all'Unione, ma hanno al tempo stesso sottolineato che ogni ulteriore passo avanti di Belgrado nel processo negoziale sarà condizionato alla constatazione unanime dei 27 di progressi nella sua collaborazione con il Tribunale penale internazionale dell'Aja (Tpi).

    Continua il dibattito sulle nuove sanzioni in tema di questioni finanziarie nell'Ue
    Le conseguenze per i Paesi che deviano dalle regole del Patto Ue devono essere “più automatiche e meno soggette alle decisioni politiche”: lo afferma il commissario Ue agli affari economici e monetari, Olli Rehn, spiegando che questo è lo spirito della proposta avanzata dalla Commissione Ue a fine settembre. Proposta dalla quale per Rehn si dovrà ripartire al tavolo dei negoziati nel Consiglio Ue e al Parlamento europeo. In alternativa, c’è la proposta del rapporto finale della task force guidata dal presidente Ue, Herman Van Rompuy. Rapporto che è stato molto criticato, soprattutto dalla Bce che lo ritiene troppo debole sul fronte delle sanzioni rispetto alla proposta della Commissione Ue.

    In Francia sciopero degli studenti alla vigilia del voto in Senato
    In Francia oggi sciopero degli studenti contro la riforma delle pensioni, che domani passa in Senato per l’ultimo voto. Secondo l’Eliseo l’ondata di manifestazioni non inciderà sulla crescita del 2010, stimata intorno all’1,5 per cento.

    In Nigeria epidemia di colera
    Emergenza colera in Nigeria. Oltre 1.500 persone sono morte in Nigeria dall'inizio dell'anno. Lo rende noto l'Unicef, precisando che i casi sono triplicati rispetto all’anno scorso. Intanto, le autorità hanno scoperto 13 cadaveri bruciati. Si tratta di un episodio legato alle recenti violenze generate da un conflitto sul possedimento di terre che ha anche provocato l’incendio di decine di abitazioni e di chiese.

    Si parla di 40 morti per il terremoto di ieri in Indonesia
    È salito a 40 morti e 380 dispersi il bilancio del terremoto di magnitudo 7.7 che ieri ha colpito Sumatra, in Indonesia. Ed è cresciuto a 167 il numero di persone disperse dopo l'onda di tsunami che ha colpito la costa. Almeno 10 villaggi situati su isole isolate sono stati spazzati via dallo tsunami. Non risultano italiani coinvolti. Lo rendono noto fonti della Farnesina, in seguito agli accertamenti svolti dall'Unità di Crisi che ha immediatamente attivato tutti i canali in contatto con l'ambasciata locale.

    Almeno 56 vittime per inondazioni in Thailandia
    Hanno fatto almeno 56 vittime le inondazioni che da due settimane sconvolgono la Thailandia, le peggiori da decenni per certe regioni del nordest. Circa 2,8 milioni di persone sono state colpite dalle intemperie, perdendo la casa, la terra o il bestiame. A Bangkok, a sud delle regioni inondate, le autorità si preparano dopo molti giorni alla tracimazione del fiume Chao Praya, che potrebbe comportare una grande esondazione e inondare certi quartieri. Migliaia di sacchi di sabbia sono state installate nelle zone più esposte, ma fino ad ora non è stata segnalata alcuna esondazione nella capitale.

    Negoziati per la riforma del Consiglio di Sicurezza Onu
    I negoziati per la riforma del Consiglio di Sicurezza dell'Onu riprenderanno l'11 novembre con un dibattito all'Assemblea Generale. Lo ha annunciato Zahir Tanin, ambasciatore dell'Afghanistan alle Nazioni Unite e responsabile per le trattative tra i delegati del Palazzo di Vetro. La scorsa settimana Tanin, d'intesa con il presidente dell'Assemblea Generale, lo svizzero Joseph Deiss, aveva presieduto una prima sessione informale dedicata alla riforma, nel corso della quale è emersa una conferma delle posizioni degli anni scorsi. Da un lato i Paesi del cosiddetto G4 (Germania, Giappone, India e Brasile), premono per nuovi seggi permanenti. Dall'altro il gruppo Uniting for Consensus, che include anche l'Italia punta su nuovi seggi, con mandati lunghi e rinnovabili, da assegnare su base regionale. Tre dei G4 (Germania, India e Brasile) siederanno in Consiglio nel biennio 2011-12, e probabilmente sfrutteranno l'occasione per rilanciare la loro candidatura per un futuro seggio permanente. Il Portogallo (eletto anch'esso per il biennio 2011-12), con una mossa inedita, ha proposto dal canto suo di ospitare nella sua delegazione in Consiglio un rappresentante dell'Unione europea. L'obiettivo è accrescere la visibilità dell'Ue dopo i cambiamenti intervenuti con il Trattato di Lisbona. I delegati europei all'Onu avevano tentato di rafforzare lo status di osservatore dell'Unione, chiedendo che l'Ue potesse intervenire in quanto tale nel cuore e non in coda ai dibattiti come succede per gli osservatori. L'Assemblea aveva bocciato la richiesta.

    Nuovi scontri a Mogadiscio
    Nuovi scontri ieri a Mogadiscio con almeno due morti e tre feriti nei quartieri di Hawl-wadag, Wardigley e nel centrale mercato di Bakara. Secondo quanto riferiscono le emittenti locali che citano testimoni i combattimenti si sono verificati fra i ribelli Shabaab, legati ad al Qaeda e i peacekeeper dell'Unione africana (Ua) che hanno bombardato postazioni degli integralisti. Intanto, continua lo stallo all'interno del Parlamento somalo per il voto di fiducia al neo premier Mohamed Abdullahi Mohamed 'Farmajo', designato dal presidente Sheikh Sharif Sheikh Ahmed. Le votazioni di ieri, interrotte per una disputa che ha contrapposto il presidente e lo speaker Sharif Hassan Aden, sono state nuovamente e rimandate ad oggi.

    In Yemen 15 presunti terroristi si consegnano alle autorità
    Quindici presunti appartenenti alla rete terroristica di al Qaeda si sono arresi alle autorità yemenite nella provincia meridionale di Abyan, in seguito ad una mediazione tribale. Lo hanno annunciato i servizi di sicurezza secondo i quali i 15 uomini si sono consegnati al Governatore di Abyan in presenza di dignitari tribali e di loro parenti. Secondo le fonti tutti erano entrati nella rete un anno fa ed “alcuni hanno svolto un importante ruolo nei recenti scontri tra militanti di al Qaeda ed esercito a Loder e Munia”, due città della provincia del sud. La resa sarebbe stata ottenuta attraverso le pressioni delle famiglie e delle autorità tribali; inoltre “sei dei 15 uomini che si sono arresi sono molto pericolosi e figurano tra i più ricercati dello Yemen”.

    Cerimonia ufficiale di ringraziamento in Cile per la conclusione positiva della difficile vicenda dei 33 cileni
    Dopo l'incubo della miniera, sono tornati alla vita i 33 cileni usciti da San José dopo oltre due mesi di permanenza forzata sotto terra. E proseguono le cerimonie di ringraziamento per il positivo esito della loro vicenda. Il servizio di Francesca Ambrogetti:

    Una messa di ringraziamento, una cerimonia nella sede della presidenza, una partita di calcio con funzionari del governo: così i minatori cileni hanno vissuto ieri la loro giornata più importante dopo il riscatto. Il presidente Sebastián Piñera ha voluto rendere omaggio ai lavoratori della miniera di San José che per 70 giorni sono rimasti sepolti a 700 metri di profondità nel deserto di Atacama, ma anche alla squadra di soccorso e a tutti coloro che hanno partecipato alle operazioni di salvataggio. “E’ stata la più grande dimostrazione che la fede muove montagne”, ha detto il presidente, che ha ricordato al frase di uno dei minatori: “Là sotto non eravamo 33 ma 34, Dio non ci ha lasciato mai soli”. Dopo l’esperienza limite vissuta per 70 giorni il gruppo è apparso in buona forma; per uno solo di loro è stato necessario un nuovo ricovero, ma secondo gli psicologi altri problemi potrebbero emergere quando torneranno alla vita normale.

    15 Premi Nobel scrivono al G20 per il caso Liu
    Pechino deve rilasciare Liu Xiaobo e la moglie Liu Xia: lo chiedono quindici premi Nobel in una lettera ai leader del G20. Lo riferisce la Ong con base a Washington Freedom Now in un comunicato. "Avrete occasione di incontrare il presidente Hu Jintao al vertice di Seul del 10 e 11 novembre e l'opportunità di discutere del caso di Liu Xiaobo. La sua liberazione non solo sarebbe benvenuta ma è necessaria", hanno scritto, tra gli altri, Desmond Tutu, Jimmy Carter, Shirin Ebadi, il Dalai Lama, Rigoberta Menchù e Lech Walesa, chiedendo anche la liberazione "immediata" di Liu Xia, moglie del premio Nobel per la pace 2010. (Panoramica internazionale a cura di Fausta Speranza)

    Bollettino del Radiogiornale della Radio Vaticana Anno LIV no. 299

    E' possibile ricevere gratuitamente, via posta elettronica, l'edizione quotidiana del Bollettino del Radiogiornale. La richiesta può essere effettuata sulla home page del sito www.radiovaticana.va/italiano.

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