Logo 50Radiogiornale Radio Vaticana
Redazione +390669883674 | +390669883998 | e-mail: sicsegre@vatiradio.va

Sommario del 25/10/2010

Il Papa e la Santa Sede

  • Non esiste storia slegata da Dio: così il Papa a 50 anni dalla morte del teologo Erik Peterson
  • Famiglia, educazione e ambiente al centro dell’incontro del Papa con il presidente delle Seychelles
  • Altre udienze
  • Verso il Sinodo 2012 sulla Nuova Evangelizzazione. Mons. Fisichella: riportare Cristo all’uomo di oggi
  • Mons. Béchara Raï sul Sinodo per il Medio Oriente: ora non ci sentiamo più minoranza
  • Padre Lombardi: per comprendere il Sinodo occorre attenersi al Messaggio
  • I testi del Sinodo tradotti in ebraico sul sito web della Radio Vaticana: intervista con Hana Bendcowsky
  • Il futuro cardinale Robert Sarah: non la politica o l’economia, ma Cristo salverà l’Africa
  • Oggi su "L'Osservatore Romano"
  • Oggi in Primo Piano

  • Epidemia di colera ad Haiti: 250 morti, a rischio i bambini
  • La guerra della droga in Messico ad un punto di non ritorno: violenze inaudite contro i civili
  • A Roma la Settimana dell'accoglienza degli universitari fuori sede
  • La diocesi di Roma si prepara alla Gmg 2011 di Madrid
  • Festival di musica e arte sacra: i Wiener nella Basilica di San Paolo fuori le Mura
  • Chiesa e SocietÓ

  • Indonesia: escalation di attacchi e violenze contro le Chiese: allarme dei cristiani
  • Emergenza alluvioni in Pakistan: ancora 7 milioni le persone bisognose di aiuti
  • A Rawalpindi la polizia blocca la Messa davanti alla cappella del Gordon College
  • Iraq: l’impegno della Chiesa per rispondere all’emergenza educativa
  • Sudan: i leader cristiani pregano per il pacifico svolgimento del referendum di gennaio
  • Alta tensione in Guinea Conakry dopo il rinvio del ballottaggio
  • Messa di mons. Amato a Santa Maria Capua Vetere città natale di Santa Giulia Salzano
  • Uruguay: per i vescovi alcuni regolamenti statali facilitano l’aborto
  • Bolivia: preoccupazione della Chiesa per la legge che legalizza i rapporti sessuali a 12 anni
  • In Bolivia la Conferenza Sudamericana sulle migrazioni
  • Laos: la prima ordinazione sacerdotale nel nord del Paese dopo 40 anni
  • Cina: cinque sacerdoti ordinati nella diocesi di Ji Nan per la Giornata Missionaria mondiale
  • Indonesia: nuovo progetto per la cura pastorale dei giovani cattolici
  • Canada: al centro della plenaria dei vescovi, il dialogo interreligioso
  • Campagna Noppaw: da domani un seminario in Senegal sulle donne africane
  • Mons. Romeo: i comportamenti mafiosi sono antievangelici
  • Il superiore dei Gesuiti: occorre un linguaggio nuovo per esprimere oggi l’esperienza cristiana
  • Anglicani: una nuova associazione chiede il rinvio del voto sulle donne vescovo
  • India: diarrea e colera continuano a provocare morti nello Stato di Orissa
  • Yemen: campagna di vaccinazione contro il tetano rivolta ad oltre 1,7 milioni di donne
  • Onu: campagna sulla condizione dei rifugiati palestinesi
  • 24 Ore nel Mondo

  • Attentato ad un mausoleo sufi in Pakistan: almeno 6 morti
  • Il Papa e la Santa Sede



    Non esiste storia slegata da Dio: così il Papa a 50 anni dalla morte del teologo Erik Peterson

    ◊   Il 26 ottobre 1960 si spegneva ad Amburgo, all’età di 70 anni, il teologo tedesco, Erik Peterson, un evangelico convertitosi nel 1930 al cattolicesimo. Questa mattina, in Vaticano, Benedetto XVI ha ricevuto in udienza i partecipanti al Simposio che, tra ieri e domani, alcune istituzioni pontificie hanno dedicato a questo studioso a 50 anni dalla morte. Rimasto per molto tempo nell’ombra, il lavoro di Peterson è da tempo oggetto di una attenta riscoperta che ha posto in risalto il valore della sua riflessione alla quale sono debitrici molti celebri teologi del Novecento. Il servizio di Alessandro De Carolis:

    Un “outsider”, lo aveva definito con simpatia il grande teologo Karl Barth, e con questo appellativo il Simposio ricorda e celebra, in questi giorni, i meriti scientifici e culturali di Erik Peterson. Alla sua famiglia, lo stesso teologo Joseph Ratzinger è da tempo legato, come testimoniato dai figli e dalle rispettive famiglie presenti all’udienza in Vaticano. Ricordando un episodio nel 1990 – quando in occasione dell’80.mo compleanno della moglie di Peterson, ebbe modo di regalarle una pergamena autografa di Giovanni Paolo II – Benedetto XVI ha poi scandagliato la vicenda umana e professionale di Peterson, al quale “in tutta la sua vita – ha osservato – non gli era riuscito di trovare quel posto nel quale gli fosse dato riconoscimento e fissa dimora”. Peterson, che negli Anni Trenta si trasferirà a Roma, si trova coinvolto nei “rivolgimenti” sociali e politici che agitano la Germania dopo il primo conflitto mondiale e che mandano in crisi anche il “dilagante ottimismo” che permeava all’epoca la teologia liberale. Peterson sceglie di lavorare in campo storico e di “affrontare nello specifico – ha ricordato il Papa, citando passi dello studioso – i problemi legati alla storia delle religioni, perché non era riuscito a farsi la strada nel groviglio delle opinioni che regnavano nella teologia evangelica del tempo”:

    “Dabei kommt immer mehr zu der Gewissheit …
    Sempre più si fa strada in lui la convinzione che non esista storia slegata da Dio e che, in questa storia, la Chiesa occupi un posto speciale ed abbia un significato particolare. Cito ancora: ‘Il fatto che esista la Chiesa e che la Chiesa si costituisca in un modo tutto particolare è strettamente legato al fatto che esiste una storia determinata specificamente dalla teologia. La Chiesa riceve da Dio il compito di condurre gli uomini da un’esistenza limitata e individuale in una comunità universale’, dal naturale al soprannaturale, dall’effimero alla completezza alla fine dei tempi’”.

    Il Papa ha quindi sottolineato uno dei fulcri della riflessione di Peterson, ovvero quello della corrente vitale che dalle Sacre Scritture percorre la Chiesa in un continuo rinnovamento fondato sulla tradizione apostolica:

    “Durch die in der apostolischen Sukzession stehenden Bischöfe …
    Attraverso i vescovi, ha affermato Benedetto XVI, la testimonianza delle Scritture rimane viva nella Chiesa e viene a formare il fondamento delle convinzioni di fede perennemente valide della Chiesa che ritroviamo soprattutto nel Credo e nei dogmi. Esse si manifestano nella Liturgia, nell’ambito vissuto della Chiesa, nella lode a Dio. La celebrazione eucaristica celebrata sulla terra si trova, in questo contesto, in un rapporto indissolubile con Gerusalemme (…) lì si offre il vero ed eterno sacrificio di lode a Dio e all’Agnello, di cui la celebrazione terrena è solo immagine. Chi partecipa alla santa Messa si ferma, in un certo senso, sulla soglia del Cielo”.

    Il Papa ha poi rievocato un ricordo personale di quando, giovane parroco a Bogenhausen, ebbe modo di leggere un volume appena pubblicato appena pubblicato di Petersen, “Theologische Traktate” (“Trattati teologici”). Era, ha confidato Benedetto XVI, “la teologia che stavo cercando”:

    “Die Theologie die einerseits den ganzen historischen Ernst …
    Quella teologia che, da un lato, manifesta la serietà storica di comprendere ed analizzare i testi, di analizzarli con una seria ricerca storica e che pure non rimane ferma nel passato, ma compiendo il superamento di se stessa nella lettera (…) entra in contatto con Colui dal quale essa proviene: con il Dio vivente”.

    La storia personale di Peterson, ha proseguito il Papa, si intreccia col destino di ogni cristiano, che non ha sulla terra “una città permanente”. Il teologo visse la precarietà della perdita della cattedra dopo la conversione al cattolicesimo, l’incertezza di venire “sradicato” e di restare “fino alla fine dei suoi giorni senza un fondamento certo e senza una patria sicura”. Eppure, la penuria di mezzi non gli impedì di sposarsi dando così, ha osservato Benedetto XVI, “espressione concreta alla sua certezza interiore che, nonostante siamo stranieri – e lui lo era in maniera particolare – possiamo trovare sostegno nella comunità dell’amore e che nell’amore rimane qualcosa che dura per l’eternità”:

    “Er hat diese Fremdheit des Christen erfahren, er war der evangelischen …
    Egli ha sperimentato l’essere straniero del cristiano: era diventato estraneo alla teologia protestante ed era rimasto in qualche modo forestiero anche alla teologia cattolica, per com’era allora. Oggi, sappiamo che egli apparteneva ad ambedue, che ambedue hanno molto da imparare da lui: tutto il dramma, il realismo, la rivendicazione esistenziale, umana della teologia”.

    Il Papa ha concluso ringraziando il cardinale Lehmann, per l’iniziativa di pubblicare l’opera omnia di Petersen, che attualmente può vantare traduzioni in italiano, francese, spagnolo, inglese, ungherese e perfino in cinese. “Speriamo – è stata la chiosa finale del Pontefice – che attraverso questa pubblicazione si possa ulteriormente diffondere il pensiero di Peterson, che mai si ferma al dettaglio, ma guarda sempre all’insieme della teologia”.

    inizio pagina

    Famiglia, educazione e ambiente al centro dell’incontro del Papa con il presidente delle Seychelles

    ◊   Benedetto XVI ha ricevuto stamani in udienza James Alix Michel, presidente della Repubblica di Seychelles. Dopo aver manifestato vivo compiacimento per le cordiali relazioni bilaterali, informa una nota della Sala Stampa vaticana, le due Parti hanno avuto uno scambio di opinioni su temi di comune interesse. Al riguardo, si legge nel comunicato, “ci si è soffermati in modo particolare sull’impegno e sulla collaborazione per la promozione della dignità umana, soprattutto in ambiti di grande rilievo sociale come la famiglia, l’educazione della gioventù e la protezione dell’ambiente”. Dopo l’incontro con il Papa, il presidente delle Seychelles ha incontrato il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, e mons. Dominique Mamberti, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati.

    inizio pagina

    Altre udienze

    ◊   Benedetto XVI ha ricevuto questa mattina anche mons. Robert Zollitsch, arcivescovo di Freiburg im Breisgau e presidente della Conferenza Episcopale Tedesca.

    inizio pagina

    Verso il Sinodo 2012 sulla Nuova Evangelizzazione. Mons. Fisichella: riportare Cristo all’uomo di oggi

    ◊   Un Sinodo per la Nuova Evangelizzazione nel 2012: è l’importante annuncio fatto, ieri, da Benedetto XVI al termine della Messa, che ha chiuso il Sinodo per il Medio Oriente. Il Papa ha ribadito l’“urgente bisogno” di una nuova evangelizzazione soprattutto “nei Paesi di antica cristianizzazione”. Alessandro Gisotti ha chiesto all’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del neonato dicastero per la “Nuova Evangelizzazione” di raccontare con quali sentimenti ha accolto la notizia:

    R. – Un duplice sentimento. Innanzitutto, una grande meraviglia, un grande stupore per la rilevanza che il Papa riserva a questo tema che diventa sempre più importante come nota stessa del suo Pontificato. Quindi, una meraviglia unita a un senso di profonda gioia nel sapere che il Papa, oltre ad avere istituito poche settimane fa il nuovo Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, adesso pensi anche a coinvolgere tutto quanto l’episcopato nel mondo per il Sinodo del 2012. E’ inevitabile, insieme a questo, anche una profonda responsabilità. Noi stiamo nascendo adesso come Pontificio Consiglio e il 2012 è dietro l’angolo. E’ inevitabile che il peso più grande sarà portato dalla Segreteria del Sinodo; ciò non toglie che, proprio per la natura stessa dei contenuti che verranno trattati, questo Pontificio Consiglio sarà direttamente coinvolto.

    D. – Ci saranno due anni di lavoro davvero intenso per questo grande evento ecclesiale. C’è però qualcosa, in fondo, già una linea che lei intravede anche pensando al tema scelto dal Papa per questo Sinodo?

    R. – La linea l’ha già indicata il Papa nella sua Lettera apostolica “Ubicumque et semper”. Il Papa lo ha indicato già diverse volte in ripetuti interventi. Credo che ci siano alcuni punti fondamentali che tornano alla mente e, in primo luogo, direi, l’esigenza di rinnovare tutto quello che è la capacità della Chiesa di dover essere in grado di riportare ancora il Vangelo di Gesù Cristo all’uomo di oggi. Per molti versi si è parlato anche di un deserto in cui vive il nostro uomo contemporaneo: perché? Perché allontanatosi da Dio, non ha trovato quello che cercava e, quindi, si è rinchiuso sempre di più in se stesso e non è stato in grado di poter corrispondere ai suoi "desiderata". L’uomo ha bisogno di Dio. Il Papa ancora una volta riporta in primo piano questa dimensione che è il centro della sua vita. Come poi poterlo fare è sempre Benedetto XVI che lo ha ribadito più volte: facendo comprendere nel giusto e corretto modo - in una società sempre più secolarizzata - il tema del rapporto tra fede e ragione e, quindi, in che modo una ragione coerente con se stessa può riuscire a raggiungere veramente l’obiettivo della sua ricerca che è la verità. E da questa verità non si può escludere la presenza di Dio nella propria vita. Ci sono, dunque, tanti elementi. Inevitabilmente c’è il grande tema della secolarizzazione e da qui la Chiesa non è esclusa, tutt’altro. La secolarizzazione non tocca solo la Chiesa; la secolarizzazione come fenomeno tocca la cultura, in primo luogo e, quindi, tocca tutte quelle dimensioni di cui l’uomo vive e, quindi, è tutto questo che fa della secolarizzazione un fenomeno che deve essere guardato - come è stato fatto anche nel passato - e studiato con attenzione. Adesso viene però anche il momento di dare una risposta positiva.

    D. – L’annuncio di un Sinodo dei vescovi, l’istituzione di un dicastero vaticano ad hoc. Ma come i fedeli - lo chiedo al pastore - possono essere promotori di una nuova evangelizzazione nei contesti della loro vita dalla famiglia al lavoro? Come stare - per riprendere il titolo di un suo libro - nel mondo da credenti?

    R. – E’ quanto emergerà anche dallo stesso Sinodo dove, appunto, i pastori saranno presenti. Ci saranno anche tanti laici e tante persone consacrate che saranno presenti e daranno il loro positivo apporto ma è inevitabile che il laicato in prima persona è coinvolto in questo. Come insegnava il Concilio Vaticano II, i laici giungono in quei luoghi dove solo loro possono arrivare e, quindi, è inevitabile che la loro capacità di trasformare il tessuto sociale, culturale, politico, è loro piena responsabilità. Dobbiamo essere capaci, però, di trovare un denominatore comune; dobbiamo essere capaci di superare quella condizione di frammentarietà di cui vive la cultura contemporanea. Penso che la grande sfida alla fine sia proprio questa: come cercare di avere un contenuto unitario e, quindi, anche dei contenuti che consentano di esprimere pur in linguaggi diversi, in tradizioni diverse, in riti diversi, in discipline diverse, l’unico centro della nostra fede, quella fede in Gesù morto e risorto.

    inizio pagina

    Mons. Béchara Raï sul Sinodo per il Medio Oriente: ora non ci sentiamo più minoranza

    ◊   Torniamo in Medio Oriente con coraggio e fiducia per testimoniare la fede nelle nostre terre: è quanto afferma mons. Béchara Raï, vescovo di Jbeil dei Maroniti in Libano, che ai nostri microfoni traccia un bilancio del Sinodo appena concluso. Ieri mattina il Papa ha presieduto nella Basilica di San Pietro la solenne celebrazione al termine dell’assemblea speciale per il Medio Oriente, invitando i cristiani di questa regione a farsi portatori della Buona Novella dell’amore di Dio per l’uomo. Ascoltiamo mons. Béchara Raï, al microfono di Paolo Ondarza:

    R. – Noi torniamo, come bilancio personale e collettivo, con molta fiducia, con molto coraggio. Non parliamo più di minoranza di cristiani in Medio Oriente: parliamo piuttosto di una parte della Chiesa universale che si trova in Medio Oriente, a nome di tutta la Chiesa universale, quindi forti nella consapevolezza di essere sostenuti dalla Chiesa universale, e siamo lì, attingiamo la nostra forza dalla Chiesa e testimoniamo la nostra fede. Il numero non conta più. Quindi, con coraggio, con molta speranza, con molte idee, con molte iniziative noi torniamo a lavorare nelle nostre diocesi e parrocchie, con i nostri concittadini musulmani o con i nostri connazionali nella Terra Santa, o in Iran o anche in Turchia.

    D. – Sono emersi, oltre che dei punti di forza, anche delle distanze che forse restano ancora da colmare, per una piena comunione?

    R. – Sì, c’è un cammino nella nostra vita ecclesiale. Questo scopo richiede un’unità – quindi, comunione, collaborazione, cooperazione, solidarietà – per testimoniare, in tutti gli ambiti della vita: dobbiamo testimoniare. Siamo lì per testimoniare.

    D. – E questo è l’atteggiamento da assumere per quanto riguarda il confronto, il dialogo con l’islam?

    R. – Certamente! Dobbiamo testimoniare ai nostri concittadini, connazionali, coloro con i quali viviamo, con ancora maggiori difficoltà, perché siamo due culture diverse. Siamo sempre convinti del fatto che noi dobbiamo portare il messaggio evangelico ai nostri fratelli musulmani, i quali lo ricevono, non perché noi diciamo loro: voi dovete diventare cristiani! Noi dobbiamo annunciare Cristo, e la Chiesa ci ha insegnato – in particolare il Vaticano II – che ogni essere umano che, secondo la propria coscienza illuminata crede in Dio e vive nella verità, nella bontà, nella giustizia e nei valori, è salvato da Gesù Cristo. Questo discorso noi lo rivolgiamo ai musulmani: siamo fratelli nella Creazione, ma siamo salvati tutti da Cristo. Tu sarai un ottimo musulmano e io sarò un ottimo cristiano: così possiamo comporre la convivialità umana. Perché nell’islam non esiste la libertà di coscienza, cioè la libertà di credere. Se un giorno un musulmano esprimesse il desiderio, secondo la sua coscienza illuminata, di diventare – per esempio – cristiano, non lo può fare perché viene ucciso. Noi dobbiamo capire questa realtà. A me interessa dire al mio fratello musulmano: tutti e due siamo redenti da Cristo. Questo è un discorso che io ho già fatto ai musulmani e quando lo faccio capiscono bene che non si tratta, qui, di proselitismo, ma di esortare a vivere nel timore di Dio, e il timore di Dio è per tutti gli uomini.

    D. – E per conseguire questo rapporto di convivialità, di vicinanza, è stata invocata la Vergine Maria, come figura riconosciuta dall’islam …

    R. – Questo è vero. Maria Santissima è riconosciuta come la benedetta tra tutte le donne, come colei che “è la migliore di tutte le donne della Creazione”, e anche loro lo dicono. Hanno avviato un’iniziativa, in Libano, quando musulmani e cristiani hanno creato una festa nazionale il 25 marzo: la Festa dell’Annunciazione a Maria. Per dire: ecco un punto che ci lega.

    D. – Il suo augurio al termine di questi lavori del Sinodo …

    R. – Per me – e penso per tutti! – è stata provvidenziale questa convocazione da parte del Papa Benedetto XVI, perché sono certo che abbia acceso una luce nei cuori della gente del Medio Oriente, una luce di speranza, di sguardo verso l’avvenire e di fiducia in se stessi e nel loro avvenire. Noi ringraziamo il Signore.

    inizio pagina

    Padre Lombardi: per comprendere il Sinodo occorre attenersi al Messaggio

    ◊   Il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, rispondendo alle domande dei giornalisti, è intervenuto su quanto detto da un esponente del governo israeliano che, prendendo spunto da singole affermazioni di Padri sinodali, ha accusato il Sinodo di aver avuto posizioni anti-israeliane. “Se si vuole avere una espressione sintetica delle posizioni del Sinodo - ha sottolineato padre Lombardi - attualmente bisogna attenersi al ‘Messaggio’, che è l’unico testo scritto comune approvato dal Sinodo nei giorni scorsi. Vi è poi - ha aggiunto - una grandissima ricchezza e varietà di contributi dati dai Padri, che però come tali non vanno considerati ognuno come la voce del Sinodo nel suo insieme. La valutazione complessiva del Sinodo e dei suoi lavori nelle parole del Santo Padre e nell’opinione comune dei partecipanti e degli osservatori – conclude padre Lombardi - appare grandemente positiva”.

    inizio pagina

    I testi del Sinodo tradotti in ebraico sul sito web della Radio Vaticana: intervista con Hana Bendcowsky

    ◊   Una delle novità a margine del Sinodo dei vescovi del Medio Oriente appena concluso è stata la presenza dell’ebraico tra le lingue con le quali la Radio Vaticana ha tradotto e offerto, nella sezione speciale del suo sito web, molti dei testi prodotti dall’assise. Un lavoro certosino, curato in prima persona da Hana Bendcowsky, ebrea di Gerusalemme, e una delle responsabili del "Jerusalem Center for Jewish-Christians Relations". Al microfono della collega della sezione inglese della nostra emittente, Linda Bordoni, Hana Bendcowsky racconta modalità e intenzioni che hanno guidato il suo lavoro nelle ultime due settimane:

    R. – The idea was that the Israeli public would be able to be informed about …
    Il concetto alla base era che l’opinione pubblica israeliana potesse essere informata di quel che stava accadendo in seno alla Chiesa cattolica, dal momento che si è trattato in particolare di un evento così vicino al Medio Oriente: il Sinodo dei vescovi che affronta i problemi che riguardano quest’area. Credo sia anche collegato al fatto che in passato tutto ciò che accadeva in Vaticano, nella Chiesa cattolica, e che veniva riportato dai media al mondo israeliano in modo, diciamo, non corretto, era poi male interpretato dagli israeliani stessi. E siccome i rapporti tra ebrei e cristiani, in particolare con la Chiesa cattolica, sono così delicati, penso sia stato molto importante per la Chiesa cattolica assicurarsi che questa volta le informazioni su questo evento fossero corrette, che venissero direttamente dalla Chiesa e in ebraico, in modo che si potessero evitare malintesi o errori di traduzione o interpretazioni errate degli eventi, e che quindi gli israeliani potessero comprendere cosa stesse succedendo all’interno della Chiesa cattolica.

    D. – Quindi si tratta di un lavoro sostanzialmente linguistico: lei assicura che il linguaggio sia corretto…

    R. – It’s a mediator and cultural job, because it’s the language of the Catholic Church…
    E’ un lavoro culturale e di mediazione, perché si tratta del linguaggio della Chiesa cattolica, del suo modo di esprimersi, della sua terminologia che devono essere trasposti non soltanto nella lingua ebraica, ma anche nel modo di pensare israeliano. Nello stesso Instrumentum Laboris, che è il testo fondamentale sul quale il Sinodo ha lavorato, ci sono state alcune parti sulle quali ho ragionato per ore, chiedendomi come tradurlo in maniera che gli israeliani riuscissero a comprendere il vero significato delle parole. Non è soltanto una questione di “lingua”, perché è sufficiente attivare il traduttore di Google e la traduzione è fatta. Ma si tratta di comprendere il significato dei concetti espressi, il significato delle idee, il significato dei problemi.

    D. – E questo è possibile?

    R. – It’s a lot of work. I’m not sure I did excellent or the best work, but…
    E’ un grande lavoro. Non sono sicura di aver fatto un lavoro eccellente, né il migliore, ma è sicuramente un primo passo per creare comprensione tra la Chiesa cattolica e gli israeliani.

    D. – Lei ha partecipato a tutte le sessioni del Sinodo? Cosa fa, esattamente?

    R. – Yes, I sit in all the Synod sessions, which is fascinating, for me, because …
    Sì, io sono stata presente a tutte le sessioni sinodali e questo per me è stato affascinante. Io conosco i problemi delle Chiese nel Medio Oriente, eppure entrare nel dettaglio ed ascoltare vescovi, con i quali non avrei mai avuto l’occasione di parlare, raccontare dei loro Paesi – dell’Iraq, della Siria, del Libano – ascoltarli elencare i loro problemi, le loro difficoltà, tutto questo mi ha consentito di imparare tantissime cose sulla Chiesa cattolica. E’ stata un’esperienza incredibile incontrare tutti questi vescovi, parlare con loro, ragionare degli argomenti più diversi… Poi, alla fine degli incontri, correvo al computer e traducevo gli articoli, i discorsi.

    D. – E gli articoli che ha tradotto, dove sono stati pubblicati?

    R. – In the website of the Synod there are six languages: the four official languages …
    Nel sito del Sinodo della Radio Vaticana, dove sono rappresentate sei lingue: le quattro ufficiali del Sinodo, più l’armeno e l’ebraico. E questa è l’unica lingua che non è rivolta ai cattolici. E io scrivo tutto in ebraico.

    D. – Ma gli israeliani lo leggeranno? Forse dalla stampa?

    R. – The Israeli press is not very interested in what’s happening in the Synod. …
    La stampa israeliana non è molto interessata a quel che succede al Sinodo. Ho incontrato una giornalista di una delle più importanti testate israeliane che mi ha detto di aver scoperto il “nostro” sito web in ebraico: questo mi ha reso euforica. Lei ha scritto un articolo sul giornale israeliano, nel quale ha parlato del sito in ebraico. Penso che, più che il contenuto, sia importante il messaggio: il messaggio al pubblico israeliano è molto forte e spero che gli israeliani comprendano questo messaggio e lo raccolgano. Credo che questo sia il mio compito, insieme con quello di altre persone della Chiesa che lavorano per lo stesso scopo in Israele: usare questo messaggio e ripeterlo per far capire agli israeliani che si vuole siano più vicini alla Chiesa. Non c'è la volontà di evangelizzare gli israeliani, si vuole soltanto che sappiano che la Chiesa ha cura degli ebrei come di una religione che è sorella maggiore.

    inizio pagina

    Il futuro cardinale Robert Sarah: non la politica o l’economia, ma Cristo salverà l’Africa

    ◊   Fra meno di un mese, il 20 novembre, il Papa creerà 24 nuovi cardinali nel terzo Concistoro del suo Pontificato. Tra i futuri porporati c’è anche il presule africano mons. Robert Sarah, della Guinea Conakry, presidente del Pontificio Consiglio “Cor Unum”. In questa intervista di Olivier Bonnel, mons. Sarah racconta le sue emozioni e il significato di questa scelta del Papa per il continente africano:

    R. - Sono molto commosso per essere considerato in modo così sorprendente dal Santo Padre, perché non sono degno di essere chiamato ad essere cardinale. Mi sento onorato e cercherò di servire la Chiesa, di servire Dio e soprattutto di mostrarmi sempre più disponibile ad un maggior impegno, affinché la Chiesa sia più raggiante, più brillante. Sono molto contento e di questo ringrazio il Signore e ringrazio il Santo Padre, nonostante la mia indegnità e prometto di essere un servo per la Chiesa e per il Signore.

    D. - E’ un grande segno, secondo lei, per il continente africano?

    R. - E’ una chiamata per la Chiesa in Africa ad essere più presente nella società africana, per portare il Vangelo, per portare Cristo e per impiantare la Croce che salva, perché soltanto la Croce potrà salvare il continente africano: non la politica, non l’economia, ma Cristo salverà la Chiesa e la società africana. Io penso che questa chiamata alla Chiesa africana debba tradursi in un impegno più forte, affinché questa Chiesa sia più presente nella nostra società così difficile.

    inizio pagina

    Oggi su "L'Osservatore Romano"

    ◊   L'urgenza della pace: in prima pagina un editoriale del direttore a conclusione del Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente.

    In rilievo, nell'informazione internazionale, l'epidemia di colera ad Haiti.

    In cultura, l'udienza di Benedetto XVI ai partecipanti al convegno internazionale su Erik Peterson. Sul rapporto fra il teologo tedesco e san Paolo, Thomas Soding e Barbara Nichtweib. Con un contributo di Stephan Heid sul concetto di testimonianza fra protestantesimo e cattolicesimo.

    Georg Ratzinger e Domenico Bartolucci premiati dalla Fondazione per Musica e Arte Sacra.

    Nell'informazione religiosa, intervista di Tania Mann a Eboo Patel, musulmano e fondatore di Interfaith Youth Core.

    inizio pagina

    Oggi in Primo Piano



    Epidemia di colera ad Haiti: 250 morti, a rischio i bambini

    ◊   E’ salito ad oltre 250 il numero dei morti dell’epidemia di colera che sta colpendo Haiti mentre 3.000 sarebbero i contagiati, 5 dei quali nella capitale Port-au-Prince. In particolare sono i bambini i più a rischio. Una situazione drammatica, in un Paese già in ginocchio dopo il terremoto dello scorso gennaio, che provocò 250mila morti. Le notizie che giungono dall’isola, però, sono piuttosto contrastanti: se da una parte si teme che l’epidemia possa espandersi a dismisura, dall’altra le autorità locali parlano di una situazione stabilizzata e sotto controllo. Salvatore Sabatino ne ha parlato con Gianfranco De Majo, responsabile medico di Medici senza Frontiere Italia:

    R. - Le autorità hanno subito ammesso che si tratta di colera. In genere, i Paesi fanno grosse resistenze ad affermare che ci sono queste epidemie. L’anno scorso abbiamo avuto una grande epidemia in Zimbabwe che è stata negata per tantissimo tempo e questo ha aumentato il numero dei morti. L’epidemia in corso non ha niente a che fare con il terremoto, nel senso che il focolaio si trova nella zona del centro del Paese e poi i casi registrati a Port au prince sono ancora sospetti, nel senso che non sono stati ancora confermati, però, trattandosi di persone provenienti dall’Artibonite, quindi da questa zona centrale del Paese, è probabile che siano casi di colera.

    D. – Di allarmi per possibili epidemie si era parlato già nei mesi scorsi perché secondo lei non si è riusciti a bloccarle?

    R. – Durante il terremoto si è parlato un po’ a sproposito del rischio di epidemie perché l’epidemia c’è quando ci sono dei casi endemici già presenti. Il ministero della Salute di Haiti dice che da 100 anni non si registravano casi di colera; noi possiamo testimoniare che dal 1981, da quando siamo presenti nel Paese, non abbiamo mai registrato casi di colera. Quindi, evidentemente, siccome il contagio è solo interumano, il vibrione è stato portato negli ultimi tempi da qualche portatore sano, come è successo, del resto, negli anni ’90 in America Latina. L’America Latina era libera completamente dal colera, lo è stata per secoli: i contagi sono cominciati negli anni ’90.

    D. – Quanti sono attualmente gli operatori di Medici senza frontiere ad Haiti e di cosa hanno urgentemente bisogno?

    R. – Dunque, noi siamo in 20, adesso, nella zona di Artibonite, in particolare nell’ospedale di Saint Marc dove abbiamo lavorato fino al 2004 in pianta stabile e, quindi, conosciamo le autorità che subito ci hanno riaperto le porte. Siamo anche nell’Ospedale di Cange che si trova un po’ nell’interno e dove però c’è anche un’organizzazione americana che lavora e lì già ci sono 20 casi. Il colera in realtà è una malattia assolutamente mortale se non viene riconosciuta ma nel momento in cui i casi vengono identificati la terapia è facilissima, è solo con acqua e sale. Siamo pronti ad affrontare anche fino a trecento casi a Port au prince e, quindi, abbiamo predisposto i letti adatti, il campo, perché ci vuole un isolamento, ci vogliono delle tende particolari. Diciamo che i nostri operatori sono centinaia ancora in Haiti tra staff nazionale e staff espatriato e questa del colera per noi, purtroppo, non ad Haiti, ma in altri Paesi africani, è una costante per cui una volta che il problema è riconosciuto da un punto di vista medico, e lo Stato non lo nega, l’epidemia in genere si controlla facilmente.

    inizio pagina

    La guerra della droga in Messico ad un punto di non ritorno: violenze inaudite contro i civili

    ◊   La guerra della droga continua a far scorrere sangue nel nord del Messico. Due le stragi tra sabato e domenica: esecuzioni collettive e di inaudita violenza secondo la prassi voluta dai trafficanti. A Tijuana 13 ospiti di una struttura per la disintossicazione sono stati messi al muro e uccisi, mentre a Ciudad Juarez, la città più violenta del Paese, un commando armato ha fatto irruzione in una festa sparando all’impazzata su donne, uomini e bambini. 14 i morti ed una ventina i feriti. Gabriella Ceraso ne ha parlato con Alessandro Grandi esperto dell’area latino-americana per l'associazione Peace reporter:

    R. – E’ assolutamente un messaggio che la criminalità organizzata sta lanciando al governo centrale messicano e ai governi dell’area. Questi commando armati, che sono dei veri gruppi paramilitari, vogliono dimostrare una volta per tutte la loro potenza di fuoco, la loro determinazione e non hanno problemi – come abbiamo visto – a commettere omicidi di ragazzini di 13-14 anni. Sono metodi molto forti che danno segnali ovviamente anche alla popolazione, che si spaventa molto e diventa quasi schiava di questo sistema.

    D. – Dunque, un messaggio chiaro; ma sotto c’è una lotta di 'cartelli' che si contendono un territorio?

    R. – Può esserci una vendetta trasversale tra bande, ma non credo che sia più una questione di divisione del mercato, perché – e lo dico con amarezza – il mercato della droga è talmente vasto che credo che ce ne sia un po’ per tutti. Più che altro, io lo vedo come un segnale forte di gruppi che dicono: noi ci siamo, non abbiamo paura. E purtroppo, sembra che oggi stiano vincendo loro. I governatori degli Stati della zona hanno alzato quasi le mani: non sono in grado di porre un limite alla situazione di violenza.

    D. – Non sta facendo passi avanti la politica del presidente Calderón nel contrasto al narcotraffico? Ultimamente sono stati compiuti degli arresti eccellenti …

    R. - A mio avviso la linea adottata fino ad ora ha fallito da tutti i lati, anche la militarizzazione dell’area, fondamentalmente, non ha portato a nessun risultato. Ecco, vogliamo dire che è positivo l’arresto di qualche super boss, però sappiamo benissimo che l’organizzazione è in grado subito di sostituirlo, forse non è quello il punto principale, sono ben altri - secondo me - i metodi che devono essere utilizzati. Innanzi tutto sono metodi che devono arrivare dalla politica centrale, sembra anche che si siano un po’ dimenticati del nord del Messico, perché – diciamo che in questo momento – in quell’area del Paese, comanda la criminalità organizzata, che – attenzione – non è solo ed esclusivamente quella che porta marijuana negli Stati Uniti. E’ la stessa criminalità che poi dà le coperture ai grandi latitanti mondiali, che gestisce anche il traffico di esseri umani..

    D. - Quindi servono nuove leggi, nuove misure preventive …

    R. - Ma, assolutamente sì, quella è una zona di frontiera, è molto particolare. Ci vorrebbe molta più cooperazione con il Governo degli Stati Uniti.

    inizio pagina

    A Roma la Settimana dell'accoglienza degli universitari fuori sede

    ◊   A Roma lo scorso anno si sono immatricolati 230.000 nuovi universitari. Tra questi, il 45 per cento è fuori sede. Facendo riferimento a quest’ampia fetta della popolazione universitaria, è iniziata ieri la Settimana dell’accoglienza sul tema “Nessuno a Roma è fuori sede: l’accoglienza dell’intelligenza”. L'iniziativa è organizzata dall’Ufficio per la Pastorale Universitaria del Vicariato di Roma. Tra gli appuntamenti, è previsto la mattina del 28 ottobre un seminario di studio in programma al Campidoglio. La sera al Teatro Argentina ci sarà poi la grande festa dell’accoglienza delle matricole. Marina Tomarro ha intervistato mons. Lorenzo Leuzzi, direttore dell’ufficio per la Pastorale Universitaria.

    R – L’iniziativa della Settimana di accoglienza è un momento importante. Vuole sensibilizzare la città ma anche le istituzioni accademiche a impegnarsi ancora di più per realizzare quelle condizioni necessarie per quei giovani che iniziano la loro esperienza universitaria per la prima volta. Sono dunque matricole che si inseriscono in una esperienza di vita completamente nuova e che necessita, proprio per questa novità, di occasioni di incontro, di sostegno, di incoraggiamento ma soprattutto di condivisione della loro esperienza formativa che li dovrà portare pure ad essere protagonisti della storia delle proprie città.

    D. – Il 45 per cento degli studenti universitari che studiano a Roma sono fuori sede. Qual è il modo migliore per farli sentire concretamente a casa?

    R. – Anzitutto offrendo occasioni di abitazione favorevoli e credo che Roma offra in questo momento una grande possibilità, non solo per la presenza di numerosi convitti cattolici ma anche perché si va potenziando sempre di più la residenza universitaria promossa dalle università. Poi, soprattutto, creando quel terreno di disponibilità a condividere insieme con loro questa esperienza. Penso che il grande problema che emerge in maniera molto forte sia la questione della solitudine. In questo senso la Chiesa cattolica può aiutare i giovani a proseguire quel rapporto ecclesiale di impegno formativo che già si realizzava nell’esperienza delle diocesi di provenienza.

    D. – Le cappellanie universitarie in che modo possono ulteriormente aiutare questi ragazzi?

    R. – Credo che il primo grande aiuto sia quello di offrire i sacerdoti che sono a disposizione per loro, oltre, evidentemente, alle strutture delle cappellanie. Ma sopratutto il sapere che possono davvero incontrare la Chiesa in università attraverso la presenza costante di tanti preti. Sacerdoti che possano permettere loro di poter davvero affrontare questa nuova sfida con serenità e, soprattutto, con entusiasmo.

    inizio pagina

    La diocesi di Roma si prepara alla Gmg 2011 di Madrid

    ◊   Per i giovani di diverse diocesi il nuovo anno pastorale appena cominciato sarà un cammino di preparazione alla Giornata mondiale della Gioventù del 2011 in Spagna. A Roma sono già cominciate diverse iniziative che prevedono il coinvolgimento di ragazzi di diverse fasce d’età in momenti di formazione, preghiera e attività ricreative. Ma come ha organizzato il vicariato della capitale le attività giovanili? Tiziana Campisi lo ha chiesto a don Maurizio Mirilli, direttore del servizio diocesano per la pastorale giovanile:

    R. - Siamo tutti proiettati verso Madrid, verso la Gmg del prossimo anno. Come diocesi ci siamo organizzando, ci stiamo preparando su quattro pilastri, su quattro parole-chiave: l’organizzazione, la catechesi, la preghiera e la fraternità. In particolare, con uno sguardo più ampio, ci prepareremo a Madrid ogni giovedì, attraverso la preghiera dell’Adorazione Eucaristica a Roma, a Sant’Agnese in Agone, a Piazza Navona. Pregheremo affinché i ragazzi sparsi per il mondo - e non solo romani - possano rispondere “sì” alla chiamata a partecipare alla Gmg.

    D. - Con quale bagaglio cominciano questa nuova stagione gli animatori di pastorale giovanile e che cosa intendono aggiungere a questo loro bagaglio?

    R. - Gli animatori di pastorale giovanile sono dei ragazzi cresciuti nelle varie parrocchie e che adesso hanno la responsabilità di gestire, di guidare, di accompagnare altri giovani più piccoli. Hanno un bagaglio notevole di attività, di attività di oratorio, di gruppi di post Cresima, di adolescenti, di esperienze di Gmg, che vogliono mettere a disposizione anche di altri. Cosa manca o cosa cercano in questo momento? Probabilmente cercano sicurezze, forse anche risposte alle loro paure. Molti di questi giovani, che si impegnano e che si danno da fare nelle varie parrocchie, hanno anche problemi relativi alla costruzione della propria vita, sia affettiva che lavorativa e professionale. Hanno poche certezze, soprattutto sul piano del lavoro. C’è bisogno di aiutarli anche ad affrontare questi problemi con serenità. Come Chiesa siamo chiamati a rispondere, in qualche maniera, anche a questi bisogni, ad aiutare questi giovani ad affrontare queste paure, soprattutto per il futuro.

    D. - Gli animatori di pastorale giovanile della diocesi di Roma in che modo intendono porsi di fronte alle nuove correnti giovanili?

    R. - Direi che il modo è quello di proporre Gesù Cristo che si fa vicino, che si fa prossimo ai giovani. La modalità quindi è quella della “compagnia affidabile”, come dice Papa Benedetto, mostrando sempre che questa compagnia affidabile c’è. Rispondere anche ai bisogni, ai vuoti, alle solitudini di tanti ragazzi, i quali - come sappiamo - si cercano, si esprimono, si manifestano anche attraverso i media di oggi, attraverso Facebook e altri strumenti. Per cui c’è la possibilità, da parte di chi ha vissuto magari esperienze bellissime e positive all’interno dei gruppi giovanili delle parrocchie, di poter dire ai ragazzi più lontani o ai più piccoli che c’è un modo di vivere l’esperienza giovanile bello ed affascinante che è quello di Gesù Cristo. E lo si può vivere non in modo virtuale, come si fa davanti ad un computer, ma in modo reale, in modo fraterno e all’interno di un gruppo che cresce insieme con l’aiuto di qualche educatore, di qualche “compagno affidabile”, di qualche fratello maggiore.

    inizio pagina

    Festival di musica e arte sacra: i Wiener nella Basilica di San Paolo fuori le Mura

    ◊   C’è grande attesa tra gli appassionati di musica e gli specialisti per il concerto di questa sera alle 21.00 alla Basilica di San Paolo fuori le Mura dove tornano a suonare i Wiener Philarmoniker, una delle più note e prestigiose orchestre al mondo. Si tratta dell’evento centrale del Festival internazionale di musica e arte sacra, di cui i Wiener sono ospiti fissi e che porta ogni anno a far risuonare nelle Basiliche pontificie la grande musica sacra, dal gregoriano al Novecento. Guidati da Andris Nelsons, trentenne artista lettone considerato tra i più promettenti direttori del nostro tempo, i Wiener eseguiranno la sinfonia n.103 di Haydn e la K 319 di Mozart insieme al Preludio del I atto dal Parsifal di Wagner. In questa occasione riceveranno oggi il Premio per la conservazione e la promozione della musica sacra quattro personalità: mons. Georg Ratzinger, protonotario apostolico e maestro di Cappella emerito; mons. Domenico Bartolucci, direttore perpetuo emerito della Cappella Musicale Pontificia "Sistina"; Clemens Hellsberg, presidente dei Wiener Philharmoniker, in rappresentanza dei Wiener Philharmoniker, per il pluriennale sostegno al Festival Internazionale di Musica e Arte Sacra e Hans Urrigshardt, mecenate tedesco, per il continuo sostegno generosamente dato alle finalità istituzionali della Fondazione. Sul Festival Gabriella Ceraso ha sentito lo stesso presidente dei Wiener Clemens Hellsberg:

    R. – We are very happy that we have the possibility ...
    Siamo molto felici di avere la possibilità di venire ogni anno a Roma e in Vaticano. Siamo convinti, infatti, che Festival di questo tipo siano necessari e che non ci sia un posto migliore di questa città per una manifestazione di musica sacra. Noi lo abbiamo inaugurato e siamo orgogliosi di farne parte dopo tanti anni.

    D. – Lei questo pomeriggio in rappresentanza di tutta l’orchestra riceverà insieme ad altre personalità tra cui mons. Georg Ratzinger e Domenico Bartolucci, il premio per la conservazione e la promozione della musica sacra. Ecco, quanto è importante a suo parere suonare questa musica, farla conoscere alla gente oggi?

    R. – I have to answer in two directions. One is, as a musician I would say ...
    Devo rispondere su due fronti. Come musicista, innanzitutto, credo che la musica sacra occupi un posto di grande rilievo nella storia musicale, sia per l’aspetto vocale che strumentale. I più grandi compositori ne hanno scritto. Quindi, per un musicista si tratta di confrontarsi con opere di alto livello. Dall’altro canto, ritengo che la musica sacra debba essere ascoltata anche dalla gente comune e non solo nelle sale da concerto dove a volte si può sentire un Te Deum o qualcosa del genere, ma penso che sia estremamente importante ascoltare questa musica ad alti livelli artistici nelle chiese per le quali è nata.

    D. – La musica sacra, secondo lei, può contribuire a salvare la religione, così come diceva Wagner, un autore che voi questa sera suonerete?

    R. – I’m convinced that music is an art which expresses some of our feelings ...
    Sono convinto che la musica sia un’arte che ci aiuta ad esprimere ciò che non sappiamo dire con le parole, esprime i sentimenti fra le persone, ma esprime anche sentimenti spirituali che vanno al di là di noi stessi. Quindi, sono d’accordo quando si dice che la musica apre i cuori delle persone, apre il cuore degli esseri umani ad altri esseri umani; ma la musica, anche la musica sacra, è capace di aprire il cuore alla religione e alle cose spirituali.

    inizio pagina

    Chiesa e SocietÓ



    Indonesia: escalation di attacchi e violenze contro le Chiese: allarme dei cristiani

    ◊   “La violenza e gli attacchi contro le Chiese cristiane, di tutte le confessioni, nell’area di Giacarta e nella parte occidentale dell’isola di Giava è cresciuta negli ultimi anni e negli ultimi tempi. Siamo sempre più preoccupati”: è quanto riferisce all’agenzia Fides mons. Johannes Maria Trilaksyanta Pujasumarta, vescovo di Bandung e segretario generale della Conferenza episcopale dell’Indonesia. “I responsabili sono piccoli gruppi islamici radicali che stanno seminando il panico fra i nostri fedeli, soprattutto nelle diocesi di Giacarta, Bandung, Boghor”. “E’ vero – aggiunge il presule - che si tratta di gruppi minoritari, ma occorre fermarli. La violenza aumenta anche per l’indifferenza delle autorità civili e della polizia, che prendono sottogamba le violenze. Chiediamo maggiore attenzione e protezione per le comunità cristiane e che tali atti non restino impuniti”. Il vescovo di Bandung ribadisce poi l’importanza del dialogo per promuovere la pace. “In Indonesia – sottolinea - tutti siamo chiamati a difendere l’idea e il modello di una società armoniosa e pluralistica. Per questo il dialogo resta la via maestra: continueremo soprattutto a cercare appoggio e solidarietà dai gruppi musulmani moderati che rappresentano la larga maggioranza dell’islam indonesiano”. Un rapporto documentato e circostanziato, che descrive gli ultimi incidenti, è stato inviato inoltre all’agenzia Fides dall’Indonesia Christian Communication Forum (Iccf), organizzazione che riunisce leader di diverse confessioni cristiane. Lo studio, diffuso ieri durante una conferenza pubblica a Giacarta, ricorda che il 17 ottobre scorso gruppi radicali islamici hanno minacciato di attaccare una chiesa cattolica a Karanganyar. Giorni prima, a Sukoharjo, 12 militanti in motocicletta hanno appiccato il fuoco ad una chiesa protestante. Il 12 ottobre un medesimo tentativo, fortunatamente con pochi danni, ha colpito la chiesa cattolica di San Giuseppe a Klaten. Si ricorda poi che nel settembre scorso una chiesa cattolica è stata colpita anche nella provincia di Pasir, nel Borno indonesiano: quest’ultimo episodio mette in guardia sul possibile contagio di attacchi estremisti in altre province della nazione, anche se la maggior parte degli episodi di violenza si registrano nei sobborghi di Giacarta e nella parte occidentale e centrale dell’isola di Giava. Gli attacchi contro edifici religiosi cristiani non islamici sono in costante aumento dall’indipendenza dell’Indonesia (1945) ad oggi: fra il 1945 e il 1967, due chiese sono state incendiate; fra il 1967 e il 1969 (dopo l’ascesa al potere di Suharto) ne sono state colpite 10. Fra il 1969 e 1998 il bilancio si è impennato fino a 460 attacchi. Ma, anche dopo l’avvio della nuova era di riforme, la situazione non sembra migliorata: nell’ultimo decennio oltre 700 attacchi, che portano il totale degli episodi di violenza contro le chiese, fra il 1945 e il 2010, alla drammatica cifra di 1.200. (A.L.)

    inizio pagina

    Emergenza alluvioni in Pakistan: ancora 7 milioni le persone bisognose di aiuti

    ◊   In Pakistan sono ancora sette milioni le persone che hanno urgente bisogno di assistenza nelle province colpite dalle alluvioni. In particolare le situazioni più drammatiche riguardano Sindh, Balochistan e Punjab. Lo riferisce l’Ufficio dell’Onu per il coordinamento degli aiuti umanitari (Ocha) secondo cui sono insufficienti le risorse a disposizione. Nella provincia di Sindh, in particolare, rimangono preoccupanti le condizioni degli sfollati nei distretti di Dadu e Thatta. In molti in queste zone hanno trovato riparo in aree tuttora circondate dall’acqua. Nella regione di Sindh il numero dei senzatetto è di oltre un milione di persone suddivise in 3100 strutture di accoglienza. In Balochistan, la diminuzione della presenza dei militari arrivati per far fronte all’emergenza sta lasciando poi un vuoto da colmare. Sempre più famiglie cercano inoltre di avvicinarsi ai rispettivi luoghi di origine nella speranza di ricevere assistenza. Nel Punjab, gran parte della popolazione ha potuto far ritorno alle proprie case. Secondo diverse stime – ricorda l’agenzia Misna - le alluvioni hanno colpito complessivamente oltre 20 milioni di pachistani. Anche la comunità cristiana locale è stata pesantemente colpita dal dramma delle inondazioni. Una delle situazioni più critiche è quella del villaggio cristiano di Khushpur, dove vivono oltre 1300 famiglie. "Almeno mille case - riferiscono all'agenzia Fides due missionari camilliani - sono state danneggiate dalle piogge torrenziali". Mancano inoltre cibo, medicine e acqua potabile. Caritas Faisalabad sta cercando di distribuire gli aiuti ma la situazione resta critica. L'acqua è contaminata e i casi di epatite e di tubercolosi sono in aumento. Per far fronte all'emergenza sono stati allestiti dei campi sanitari. (A.L.)

    inizio pagina

    A Rawalpindi la polizia blocca la Messa davanti alla cappella del Gordon College

    ◊   A Rawalpindi (nel Punjab) continua la tensione tra cristiani e autorità locali per l’occupazione abusiva da parte di un gruppo integralista musulmano, della cappella cristiana del Gordon College, università della Chiesa presbiteriana. Ieri, la polizia ha fermato la celebrazione di una messa organizzata dalla comunità protestante nell’area antistante la cappella. Per impedire la riunione le autorità locali hanno applicato la legge 144/c, che vieta qualsiasi assembramento superiore a due individui. Oltre 20 camion delle forze dell’ordine sono giunti sul posto, disperdendo la folla. Lo scorso 19 ottobre, un gruppo di 20 persone armate ha occupato la cappella e da giorni è barricato al suo interno. Questi sono fedeli musulmani che con l’appoggio del governo rivendicano con falsi documenti la proprietà dell’edificio. Il gesto ha suscitato le proteste di cristiani e musulmani. Nei giorni scorsi l’All Pakistan Christian Action Commitee (Apcac), comunità cristiana locale e organizzazioni non governative di Rawalpindi sono scesi in piazza per chiedere giustizia e la libertà di culto per i cristiani. Nina Robinson Asghar, responsabile dell’Apcac, afferma: “I colpevoli hanno fatto documenti falsi per giustificare la proprietà della cappella e la vogliono demolire per costruire un centro commerciale”. “Noi – aggiunge - non permetteremo mai che questo accada”. La cappella del Gordon College è stata riaperta nell’aprile del 2010, dopo 8 anni di chiusura. Attualmente essa appartiene a un fondo fiduciario governativo, che dovrebbe renderla alla comunità cristiana: tuttavia, secondo la legge pakistana, la chiesa potrebbe anche essere venduta a un terzo. L’occupazione illegale è un tentativo di appropriarsi di fatto dell’edificio: un episodio simile si verificò nell’aprile scorso, ma la polizia intervenne arrestando i colpevoli. (R.P.)

    inizio pagina

    Iraq: l’impegno della Chiesa per rispondere all’emergenza educativa

    ◊   La missione della Chiesa in Iraq è sempre più attenta all’emergenza educativa e alla necessità dell’accesso all’istruzione per le fasce più povere e svantaggiate della popolazione. Alla vigilia della Giornata Missionaria mondiale, l’agenzia Fides si sofferma sulla situazione dell’Iraq, dove la Chiesa, con il suo impegno, contribuisce al bene e alla crescita della società. Il nuovo Iraq rischia l’analfabetismo di massa: un iracheno su cinque, nella fascia di età compresa fra 10 e 49 anni, non sa né leggere né scrivere. Ad affermarlo è un recente studio della “Inter Agency Information and Analysis Unit” (Iau) delle Nazioni Unite. Fra le donne la percentuale di analfabeti è oltre il doppio di quella degli uomini (24% contro l’11%). Notevole la disparità anche fra le zone urbane (14%) e quelle rurali (25%). Si sottolinea poi che i tassi di alfabetizzazione hanno un impatto determinante su tutti gli aspetti della vita: occupazione, salute, partecipazione alla vita pubblica, e attitudini sociali. Chi è analfabeta è svantaggiato e le famiglie il cui capofamiglia non sa leggere né scrivere hanno più probabilità di vivere in condizioni di forte disagio. Fra i giovani, in particolare, quelli che non sanno leggere e scrivere hanno molta più difficoltà a far sentire la propria voce nelle istituzioni politiche e sociali. Lo studio rileva anche l’assenza di una strategia nazionale globale e l’insufficienza di fondi per programmi di alfabetizzazione. La struttura amministrativa inoltre è inefficiente per lottare contro il fenomeno dell’analfabetismo. La mancanza di coordinamento fra governo, società civile, organizzazioni non governative e settore privato è un altro grave ostacolo. Per questo la Chiesa cattolica irachena continua a impegnarsi nel settore dell’istruzione: l’arcivescovo caldeo di Mossul, mons. Emil Shimoun Nona, ha annunciato ad esempio che a gennaio inizierà la costruzione di una nuova scuola come segno di speranza. Il presule ha precisato che la diocesi si impegnerà a costruire una nuova scuola nell’antico villaggio cattolico caldeo di Karmless. La nuova scuola diocesana, con il nome del patrono “Mar Adday”, “si propone di accogliere studenti di tutte le religioni: cristiani, musulmani e yazidi, di Karmless e dintorni”, nell’autunno 2011. Il presule ha espresso la speranza che questo progetto aiuti le persone creando più posti di lavoro. “L’istruzione – ha concluso – è stata un carisma della nostra Chiesa fin dalla sua fondazione. Nel 350 d.C., nella città di Nisibis, i nostri antenati diretti fondarono la prima università del mondo. Da allora abbiamo creato centinaia di scuole e università, e sono state riconosciute per i loro apporti significativi alla cultura e alla società irachene”. (A.L.)

    inizio pagina

    Sudan: i leader cristiani pregano per il pacifico svolgimento del referendum di gennaio

    ◊   Una preghiera ecumenica per lo svolgimento pacifico del referendum del 6 gennaio 2011 sull’indipendenza del Sud Sudan si è tenuta sabato scorso a Rumbek (capoluogo dello Stato dei Laghi, nel Sud Sudan), alla presenza dei leader religiosi locali e dei funzionari del governo. Mons. Cesare Mazzolari, vescovo di Rumbek, ha invitato il popolo del Sud Sudan ad accettare Gesù come la “vera, unica fonte di una pace duratura”. Il presule - riferisce l'agenzia Fides - ha inoltre esortato il popolo sudanese a desistere dalla tentazione di vendicarsi e di ripagare il male con il male, aggiungendo che in vista del referendum, la popolazione deve restare fedele all’insegnamento di Cristo sulla pace e sul perdono. I capi delle diverse confessioni cristiane hanno pregato lo Spirito di Dio perché discenda sul popolo del Sudan e conceda che il referendum si svolga nella pace. L’incontro di preghiera è stato organizzato dai capi delle diverse Chiese, tra i quali, la diocesi cattolica di Rumbek, la Chiesa episcopale del Sudan (Ecs), la Chiesa pentecostale e la Chiesa Battista. Un funzionario delle Nazioni Unite presente all’incontro ecumenico, James Fandus, ha assicurato che la Missione delle Nazioni Unite in Sudan (Unmis) sta fornendo il supporto al referendum, che ha accumulato diversi ritardi a causa delle dispute politiche tra i partiti del nord e del sud. “Il popolo del Sud Sudan ha il diritto di partecipare al referendum in un contesto sereno” ha detto Fandus, che ha dato atto dell’impegno per la promozione della pace da parte dei funzionari di governo e dei leader cristiani dello Stato dei Laghi. (R.P.)

    inizio pagina

    Alta tensione in Guinea Conakry dopo il rinvio del ballottaggio

    ◊   “Si sta cercando di trasformare il confronto politico-partitico in scontro etnico, sfruttando il presunto tentativo di avvelenamento ai danni di alcuni sostenitori di Alpha Condé”. E’ quanto dichiara all’agenzia Fides una fonte della Chiesa locale della Guinea Conakry, che ha chiesto l’anonimato per motivi di sicurezza. La tensione nella Repubblica di Guinea è salita dopo il rinvio sine die del ballottaggio per le elezioni presidenziali che si sarebbe dovuto tenere ieri In diverse zone della Guinea sono avvenuti scontri che hanno opposto malinké e peule, le due principali etnie del Paese. Ad accrescere la tensione vi sono poi notizie incontrollate, come quella su un presunto avvelenamento di un centinaio di sostenitori di Alpha Condé. Su questo episodio la fonte di Fides afferma che “alcune persone di nostra fiducia si sono recate all’ospedale di Donka dove sarebbero state ricoverate le vittime del presunto avvelenamento. I medici hanno affermato che non vi sono vittime né indizi di avvelenamento”. I due contendenti alle presidenziali sono Cellou Dalein Diallo (di etnia peul) e Alpha Condé (di etnia malinké). “Finora - afferma la fonte di Fides - la maggior parte della popolazione era rimasta abbastanza tiepida nel seguire il confronto politico tra i due contendenti alle elezioni presidenziali. Con la diffusione di voci non confermate, come quella sul presunto avvelenamento, si cerca di trascinare la popolazione in uno scontro di carattere etnico, con tutte le conseguenze che questo comporta”. “È preoccupante che gli scontri si siano estesi alle zone dell’interno, perché il rischio di una deriva etnica degli scontri diventa concreto. Per questo occorre organizzare prima possibile il ballottaggio prima che la situazione sfugga di mano” conclude la fonte. Al rinvio del ballottaggio ufficialmente si è arrivati per gravi carenze riscontrate nella preparazione elettorale. Il Presidente della Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni), il generale Siaka Toumani Sangaré, si è impegnato a fissare al più presto la nuova data delle elezioni (A.L.)

    inizio pagina

    Messa di mons. Amato a Santa Maria Capua Vetere città natale di Santa Giulia Salzano

    ◊   “Santa Giulia Salzano fu pervasa dalla missione di insegnare i precetti della carità divina”. “E’ infatti questa sorgente che ci fa conoscere la vita giusta da percorrere, dandoci anche la forza per perseverare nel rispetto e nella carità verso il prossimo. Chi perde questa luce divina si espone a vivere male e, spesso, a commettere azioni perverse”. Sono alcuni dei passi dell’omelia pronunciata stamani a Santa Maria Capua Vetere, città natale di Santa Giulia Salzano, canonizzata a Roma lo scorso 17 ottobre, da mons. Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi e prossimo cardinale. Il carisma proprio della nuova Santa – ha aggiunto – fu “quello di insegnare il bene e la giustizia, imprimendo nella memoria dei giovani le eterne parole del Salmista: Beato chi cammina nelle vie del Signore, che sono sentieri di verità, di giustizia, di carità”. Fu anche “una missionaria entusiasta del Vangelo mettendo in pratica quel comando eterno del Signore Gesù: Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura”. Il Vangelo – ha detto inoltre mons. Angelo Amato – è una buona notizia: “Chi vive il Vangelo cambia la sua vita, la valorizza in pieno, la rende più bella e serena”. E la vita di Giulia Salzano, nata il 13 ottobre 1846, è scandita dall’amore per Gesù e per l’insegnamento. Da giovane, dopo essere rimasta orfana, si distingueva per il suo fervore eucaristico e per la sua inclinazione a parlare di Gesù. Dopo aver conseguito il diploma magistrale nel 1864 ricevette l’incarico di insegnare nella scuola elementare di Casoria, in provincia di Napoli. “Animata da un’intensa devozione al Cuore di Gesù – ha ricordato mons. Angelo Amato – Giulia potè sviluppare il suo carisma non solo di educatrice ma soprattutto di catechista, collaborando con dedizione nella catechesi parrocchiale ai bambini della Prima Comunione e organizzando laboratori di cucito”. Nacque così in lei l’intenzione di fondare un istituto religioso che avesse come precipua finalità l’educazione religiosa delle fanciulle. Il suo sogno si realizzò nel 1905 con la fondazione della Congregazione delle Suore Catechiste del Sacro Cuore. Obiettivo di quest’Opera “è di formare un centro, una famiglia, una Comunità che s’istruisca positivamente nelle cognizioni della Cattolica Religione per insegnare ad ogni classe di persone la Santa legge di Dio, i doveri del cristiano e richiamare tutti alle verità eterne, alle massime del Vangelo”. Oggi le Suore Catechiste del Sacro Cuore svolgono la loro missione evangelizzatrice in diversi Paesi, tra cui Italia, Canada, Colombia, Brasile, India e Indonesia. (A.L.)

    inizio pagina

    Uruguay: per i vescovi alcuni regolamenti statali facilitano l’aborto

    ◊   I vescovi dell’Uruguay con un comunicato esprimono “profonda preoccupazione di fronte alla situazione che si è venuta a creare nel Paese con alcuni regolamenti riguardanti l’applicazione della recente legge sulla salute sessuale e riproduttiva”. In concreto i presuli denunciano che tali regolamenti “introducono pratiche che nei fatti facilitano l’aborto”. In Uruguay l’aborto è illegale e sulla depenalizzazione in certi casi se ne discute da tempo, in particole in queste ore. In tutta l’America Latina si celebra la cosiddetta Giornata in favore della depenalizzazione. Per i presuli questa realtà “crea una situazione difficile per numerosi poliambulatori parrocchiali e alcune istituzioni sanitarie vincolate alla Chiesa cattolica che lavorano in difesa della vita umana sin dal suo concepimento”. Una legge così regolamentata, rileva la Conferenza episcopale uruguaiana, nei fatti e nella sostanza “costringe” queste istituzioni d’ispirazione cattolica “a contraddire i propri principi e la propria identità”. I vescovi ricordano le numerose prese di posizione dell’episcopato in difesa della vita sin dal suo concepimento e ribadiscono che ormai “è dimostrato scientificamente che la vita umana ha inizio nel momento del suo concepimento”. Quando si dichiara dunque di voler proteggerla “si deve tener conto che la vita va rispettata da quel preciso momento sino al suo termine naturale”. Proprio per queste importanti ragioni, i vescovi ricordano l’esistenza di un diritto che “consente di agire, sia personalmente sia come istituzione, in armonia e in accordo con le proprie convinzioni di coscienza” e i propri principi. I presuli dell’Uruguay infine chiedono per il Paese e per le istituzioni sanitarie cattoliche la protezione della “Virgen de los Treinta y Tres”. Sottolineano infine che la nazione deve essere capace “di fondare le proprie definizioni legali nonché la convivenza su principi dell’umanesimo che difende, come valore irrinunciabile, la sacralità della vita umana dal suo inizio sino alla fine naturale”. (A cura di Luis Badilla)


    inizio pagina

    Bolivia: preoccupazione della Chiesa per la legge che legalizza i rapporti sessuali a 12 anni

    ◊   Mons. Cristóbal Białasik, vescovo di Oruro e presidente della “Fondazione Vita e Famiglia”, ha espresso preoccupazione per la legge approvata lo scorso 21 ottobre che riforma il Codice penale e introduce la legalizzazione, sotto forma di depenalizzazione, dei rapporti sessuali all’età di 12 anni. Il presule ricorda che si tratta di una materia molto delicata, in particolare in un Paese dove le gravidanze in età adolescenziale sono molto diffuse. E’ una materia anche molto complessa che non può essere esaurita con semplici dibattiti parlamentari. Oltre agli aspetti propriamente psicologici, mons. Cristóbal Cristóbal Białasik, ricorda anche il contrasto con le tradizioni e con la cultura nazionale di tutte le etnie presenti nel Paese. Una depenalizzazione di questo tipo secondo il presule, si trasformerà in “attacco alla stabilità della famiglia”, che già oggi è minata da numerose insidie. La depenalizzazione – aggiunge - “potrebbe rompere il nucleo familiare giacché i genitori perderanno ogni tipo di autorità e, nei fatti, saranno privati di qualsiasi potestà in particolare nell’ambito dell’educazione dei figli, educazione che include anche quella sessuale e affettiva”. D’altra parte il vescovo ricorda anche la dimensione morale dichiarando di temere che si arrivi “al permissivismo sessuale, in particolare ad una età molto giovanile, dando origine a delle conseguenze veramente deleterie nel campo della formazione dei valori, dello sviluppo integrale completo e integrale”. Infine, mons. Cristóbal Bialasik sottolinea che si tratta “di una legge che attenta contro i principi cristiani che professa la maggioranza della popolazione boliviana”. Principi, ricorda il presule citando il Catechismo della Chiesa cattolica, che si riassumono nel fatto che “i genitori sono i primi responsabili dell’educazione dei loro figli”. (L.B.)

    inizio pagina

    In Bolivia la Conferenza Sudamericana sulle migrazioni

    ◊   E’ in corso in Bolivia la decima Conferenza Sudamericana sulle migrazioni incentrata sul piano sudamericano di Sviluppo Umano per le Migrazioni. Ad ospitare gli incontri, oggi e domani, sono le città di Tiquipaya e Cochabamba. Tra i temi in agenda sono anche i rapporti con l’Unione delle nazioni sudamericane e le proposte per il Forum globale. Verrà anche scelta la sede dell’XI Conferenza. La Conferenza Sudamericana sulle migrazioni – ricorda l’agenzia Fides - è un organismo regionale per il dialogo e la consultazione in materia di migrazione. I Paesi partecipanti sono, per il Cono Sud: Argentina, Brasile, Cile, Paraguay e Uruguay; per la regione andina: Bolivia, Colombia, Ecuador, Perù e Venezuela. La Conferenza Sudamericana sulle migrazioni è un organismo regionale per il dialogo e la consultazione in materia di migrazione. I Paesi partecipanti sono, per il Cono Sud: Argentina, Brasile, Cile, Paraguay e Uruguay; per la regione andina: Bolivia, Colombia, Ecuador, Perù e Venezuela; e ancora Guyana e Suriname. La questione delle migrazioni in Bolivia è molto seguita dalla Chiesa cattolica: nel giugno 2008 i vescovi della Bolivia, insieme con quelli del Brasile, hanno organizzato il X Incontro dei vescovi di Frontiera Brasile-Bolivia nella città de Guajara Mirin (Brasile), per trattare il problema migrazione-narcotraffico, diventato sempre più complesso. In Bolivia la migrazione interna coinvolge 2 milioni di persone. Secondo i dati del rapporto Mondiale dello Sviluppo Umano 2009 del programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, un boliviano su 5 è un emigrante internazionale. Negli ultimi 30 anni la Bolivia è passata da una società prevalentemente rurale (64%) ad una urbana, con il 62% delle persone che vive nelle città. Il 48% degli immigrati hanno tra 15 e 29 anni. Tre su quattro migranti interni sono in età lavorativa, l'81% parla due lingue (castigliano e una lingua nativa) e circa il 60% dei migranti ha un’istruzione secondaria. (A.L.)

    inizio pagina

    Laos: la prima ordinazione sacerdotale nel nord del Paese dopo 40 anni

    ◊   La prima ordinazione sacerdotale in quarant’anni nel Laos del nord sarà celebrata il 12 dicembre. Lo ha annunciato con comprensibile gioia ed emozione l’amministratore apostolico di Luang Prabang, mons. Tito Banchong. Il nuovo sacerdote si chiama Pierre (Pietro) Buntha Silaphet, ha a trent’anni, ed è nato a Phomvan, (Sayaboury - Nord Laos). Appartiene al gruppo etnico K’hmu’. La festa per l’ordinazione, la prima da 40 anni nel vicariato di Luang Prabang, si svolgerà nel villaggio di Phomvan. Il futuro nuovo sacerdote - riferisce l'agenzia AsiaNews - si chiama Buntha, come il primo sacerdote della zona, padre Jean Bosco Buntha, anch’egli di etnia K’hmu’, che fu ordinato il 22 febbraio 1970 da monsignor Alessandro Stacciali, vicario apostolico dal febbraio 1968 al 1975; in quell’anno il governo decise l’espulsione di tutti i missionari stranieri, senza possibilità di rientrare nel Paese. L’amministratore apostolico, monsignor Tito Banchong, ha avuto tutti i permessi necessari dalle autorità per celebrare questo evento. In maniera non ufficiale, è stato fatto capire agli interessati che la cerimonia dell’ordinazione non deve avere troppo risalto, e assumere la forma di una festa di villaggio. Dal 1975 il vicariato di Luang Prabang non ha cattedrale, ma solo piccole cappelle sparse sul territorio. Il governo segue con attenzione la vita e l’attività della chiesa e delle minoranze cristiane. La Chiesa cattolica è presente sul territorio con 4 vicariati apostolici: Luang Prabang, Paksé Savannakhet e Vientiane. I cristiani sono 39.725, pari allo 0,65% della popolazione. (R.P.)

    inizio pagina

    Cina: cinque sacerdoti ordinati nella diocesi di Ji Nan per la Giornata Missionaria mondiale

    ◊   La diocesi di Ji Nan nella provincia dello Shan Dong ha celebrato la Giornata Missionaria mondiale con una solenne ordinazione presbiterale. Secondo quanto Faith ha riferito all’agenzia Fides, l’ordinazione si è svolta venerdì scorso nella cattedrale di Hong Jia Lou della diocesi di Ji Nan. I sacerdoti che hanno concelebrato con il vescovo del luogo erano 49, provenienti dalla provincia dello Shan Dong, dalla Mongolia Interna, dallo Shan Xi, dall’He Bei e dalle tre province del nord-est della Cina dove si trovano i paesi o le diocesi di origine dei 5 nuovi sacerdoti: Ji Nan, Yi Dou e Yan Tai. Dieci diaconi, una ventina di religiose e più di 1.500 fedeli hanno preso parte al solenne rito.Il giorno seguente l’ordinazione, i neo sacerdoti erano già nel posto di missione assegnatogli per celebrare insieme ai fedeli la Giornata Missionaria. Sabato tre di loro hanno concelebrato in occasione della celebrazione per i cento anni di evangelizzazione della parrocchia dedicata a S. Francesco. Nell’occasione i nuovi presbiteri hanno incoraggiato i loro coetanei a rispondere alla chiamata del Signore con determinazione, diventando testimoni di Cristo. (R.P.)

    inizio pagina

    Indonesia: nuovo progetto per la cura pastorale dei giovani cattolici

    ◊   In Indonesia la cura pastorale dei giovani cattolici è una pratica comune e regolare nelle scuole cattoliche, dove almeno una volta al mese un sacerdote viene invitato per l’eucarestia. Nelle scuole statali tale pratica è poco diffusa, dal momento che la maggior parte di studenti e insegnanti sono musulmani. Nella diocesi di Purwokerto – riferisce AsiaNews - è nata nei giorni scorsi la Comunità degli studenti cattolici di San Luigi Gonzaga. Il progetto è quello di una Santa Messa mensile alla quale possano prendere parte gli studenti cattolici. Già tre insegnanti hanno dato il loro impegno per partecipare a questa nuova comunità. L’impegno verso i giovani cattolici nelle scuole statali è iniziato con i gesuiti. Nel 1984, a Jakarta, i religiosi hanno fondato l’Associazione degli studenti cattolici dei licei (Persink – Persatuan Siswa-Siswi Katolik), e organizzano funzioni religiose ogni fine settimana in cappelle e chiese parrocchiali. A Purwokerto un’iniziativa simile era stata tentata già nel 1989, quando era stata fondata l’Associazione della fratellanza degli studenti cattolici. Mons. Julianus Kemo Sunarko, vescovo di Purwokerto, si è detto entusiasta di questa iniziativa: “Sostengo con forza questo progetto e spero che possa essere portato anche in altre città della diocesi”. (A.L.)

    inizio pagina

    Canada: al centro della plenaria dei vescovi, il dialogo interreligioso

    ◊   La Conferenza episcopale del Canada tiene la sua Assemblea plenaria annuale da oggi al 29 ottobre a Cornwall, nell’Ontario, con la partecipazione di circa 90 vescovi di tutte le diocesi ed eparchie del Paese e di alcuni osservatori ed esponenti religiosi invitati alla sessione pubblica di oggi. Ospite di spicco dell’assemblea è il cardinale preconizzato Gianfranco Ravasi, a capo del Pontificio Consiglio della Cultura, che terrà due riflessioni su uno dei temi al centro dell’incontro: “Principi di evangelizzazione nella cultura contemporanea”. Alla prima sessione dei lavori interverrà Alia Hogben, direttrice generale del Consiglio canadese delle donne musulmane, che toccherà la questione dei rapporti con le comunità islamiche. Seguirà uno spazio di animazione pastorale sullo stesso argomento, affidato alla Commissione episcopale per l’unità cristiana, i rapporti religiosi con gli ebrei e il dialogo interreligioso, in collaborazione con il Comitato nazionale di collegamento cristiano-musulmano. Nel corso delle sessioni i presuli prenderanno in esame il lavoro svolto dai diversi organi della Conferenza episcopale e affronteranno alcuni temi pastorali; i dibattiti verteranno in particolare sul ruolo dei vescovi a difesa della vita e sull’Organizzazione cattolica canadese per lo sviluppo e la pace. I vescovi avranno anche modo di condividere esperienze e punti di vista sulla vita della Chiesa e su eventi socialmente rilevanti accaduti nell’anno pastorale appena trascorso. (M.V.)

    inizio pagina

    Campagna Noppaw: da domani un seminario in Senegal sulle donne africane

    ◊   Un’immersione nella vita africana per analizzare i diversi ambiti in cui le donne sono protagoniste attive, dalla salute all'economia, dalla difesa dei diritti umani alla costruzione della pace. Si terrà da domani al 31 ottobre a Dakar, in Senegal, il seminario di studio e confronto sulla Campagna Noppaw (Nobel Peace Prize for African Women). I promotori della campagna - Solidarietà e Cooperazione Cipsi e ChiAma l'Africa insieme a Chiama il Senegal - propongono questo momento di riflessione e dibattito sulla Campagna Noppaw, che chiede di attribuire il Premio Nobel per la Pace 2011 alle donne africane. Un Nobel collettivo che riconosca il loro protagonismo in tutti gli ambiti della società e in tutti i settori della vita. “Perché l'Africa – sottolineano i promotori della campagna - ha un volto: quello delle donne, che ogni giorno riproducono il miracolo della sopravvivenza in un Continente dove spesso è difficile vivere”. Donne comuni, che “con la loro forza, la loro dignità, il loro attivismo scrivono quotidianamente la storia del Continente africano”. In particolare gli ambiti che verranno approfonditi e intorno ai quali verrà elaborato il dossier di candidatura da presentare nel febbraio 2011 alla Commissione che assegna il Nobel, saranno l'economia, il ruolo fondamentale delle donne africane nell'agricoltura, nel piccolo commercio, nel microcredito. (A.L.)

    inizio pagina

    Mons. Romeo: i comportamenti mafiosi sono antievangelici

    ◊   “I comportamenti mafiosi sono antievangelici ed è assolutamente inutile, oltre che offensivo, sfoderare Bibbia e santini, invocazioni varie, se poi si sceglie il male nella quotidianità della vita”. Sono le parole pronunciate da mons. Paolo Romeo, arcivescovo di Palermo, prossimo cardinale, e presidente della Conferenza episcopale siciliana (Cesi), a margine della sessione autunnale a Palermo. Il riferimento del presule - riferisce l'agenzia Sir - è, tra le altre cose, a “quanto visto e sentito nel corso dell’ultima operazione delle forze dell’ordine che ha permesso, ad Agrigento, l’arresto di Gerlandino Messina, superlatitante ricercato per vari reati collegati al suo presunto ruolo di capomafia”. Sulle dichiarazioni della madre del boss, la Chiesa siciliana parla di “un gesto giustificabile da parte di una madre ma non possiamo non dire che i frequenti collegamenti verbali e non solo verbali, che uniscono mafiosi e religione sono ben più che fuoriposto”. E mons. Romeo aggiunge: “Ce lo insegna Cristo e ce lo dice il Vangelo e ce lo hanno ribadito prima Giovanni Paolo II nel suo anatema dalla Valle dei Templi, proprio ad Agrigento, e qualche giorno fa Benedetto XVI da Palermo, quando ha evidenziato come ‘la mafia è una strada di morte’ e che è ‘incompatibile con il Vangelo’ – conclude il vescovo -, ed è per questo che non è possibile alcuna conciliazione tra questo grave fenomeno che offende Dio e gli uomini, con il cristianesimo”. (R.P.)

    inizio pagina

    Il superiore dei Gesuiti: occorre un linguaggio nuovo per esprimere oggi l’esperienza cristiana

    ◊   La società europea è sempre più “vecchia” e “arrogante”. L’Europa impressiona per “l’antichità” delle persone, degli edifici, delle culture, della storia, “delle dispute e delle diffidenze tra le nazioni”. E’ quanto afferma padre Adolfo Nicolás, preposito generale della Compagnia di Gesù, in un’intervista rilasciata al servizio elettronico d’informazione dei gesuiti. Ad impressionare – aggiunge - è anche la grande “sicurezza” che gli europei hanno di se stessi e delle loro opinioni. In Asia, dove il preposito generale della Compagnia di Gesù ha svolto gran parte della propria missione pastorale, questi atteggiamenti sono considerati “arroganti”. Sono “comprensibili” nel contesto europeo – fa notare – ma “ingiustificabili” in quello mondiale. “E’ vero che l’europeo conosce molte cose però non conosce tutto”. Conosce poco di altri mondi “altrettanto reali quanto la vecchia Europa”, afferma inoltre padre Nicolás le cui parole sono state riprese dall’Osservatore Romano. Il preposito generale della Compagnia di Gesù, che recentemente ha visitato diversi Paesi europei, ricorda poi le sfide che attendono i gesuiti e i cristiani d’Europa: la secolarizzazione, il dialogo con un islam numericamente sempre più forte e la necessità di trovare un linguaggio nuovo per esprimere e comunicare adeguatamente l’esperienza cristiana. La prima sfida – spiega Nicolás - consiste nel cogliere il significato della vita cristiana in una società sempre più secolarizzata. Occorre poi comprendere le modalità della relazione con i fedeli musulmani, a partire “dalla fraternità, dall’accoglienza, dall’aiuto necessario” perché tutti possano camminare “in una nuova armonia, in modo creativo”. La terza sfida consiste nell’esigenza di adottare un nuovo linguaggio più flessibile e capace di esprimere la ricchezza “dell’esperienza religiosa per l’umanità di oggi”. Le differenze che si possono riscontrare nei vari Continenti, pur essendo importanti, non sono determinanti per la fede. “Tutti soffriamo allo stesso modo – osserva padre Nicolás – e tutti cresciamo come persone”. “E in questa mescolanza di uguaglianze e differenze, come religiosi e come gesuiti, tutti ci troviamo ad affrontare le stesse sfide per crescere nella statura di Cristo”. In questo senso “la chiamata di Cristo è ugualmente difficile e ugualmente attraente per tutti i popoli”. Il preposito generale della Compagnia di Gesù ricorda infine la lezione di fede che giunge dalle comunità cristiane mediorientali al centro del Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente, conclusosi ieri con la Santa Messa presieduta da Benedetto XVI. La diversità di molte comunità sparse nel mondo – conclude – è un invito “a riflettere sulla grande profondità di fede e d’esperienza che ci unisce”. “Ed è finalmente un invito a scoprire cammini cristiani di comunione, di servizio e di speranza”. (A.L.)

    inizio pagina

    Anglicani: una nuova associazione chiede il rinvio del voto sulle donne vescovo

    ◊   Una nuova associazione di anglicani conservatori inglesi intende proporre un nuovo modello di riforma regolamentare per la Chiesa d’Inghilterra. L’obiettivo è di consentire ai fedeli, che non accettano per il futuro la guida di donne vescovo, di rimanere in comunione con gli altri fedeli ma sotto il governo dei vescovi attuali. La nuova associazione, riferiscono l’agenzia Reuters e l’Osservatore Romano, nasce all’interno del gruppo evangelico “Reform” che nei giorni scorsi ha tenuto la propria assemblea annuale. Il presidente di Reform, Rod Thomas, ha dichiarato che il modello di riferimento trae spunto dalla spiritualità di Sant’Agostino. Il nome della nuova associazione – ha aggiunto - potrebbe essere proprio legato a quello del dottore della Chiesa. Rod Thomas ha sottolineato poi che i gruppi tradizionalisti e conservatori anglicani stanno accrescendo il loro seguito tra i fedeli della Chiesa d'Inghilterra. “Attualmente - ha affermato - vi è un reale incentivo a trovare il giusto modo di arrivare a un provvedimento sul tema della consacrazione di donne vescovo che possa evitare nuove divisioni”. Secondo Rod Thomas i tempi per decidere sulla consacrazione di donne vescovo non sono ancora maturi. Il termine del prossimo 14 novembre per il dibattito e le votazioni nelle singole diocesi sulle mozioni presentate al sinodo generale di York, tenutosi dal 9 al 13 luglio scorsi, è ormai troppo vicino per un’approfondita discussione. Sarebbe quindi opportuno un rinvio. Il progetto di riforma del regolamento per la consacrazione di donne vescovo, approvato dalla maggioranza dei membri delle tre camere del sinodo generale di York, dovrebbe ritornare presso l’Assemblea sinodale entro il termine di diciotto mesi per poi essere nuovamente votato. Tuttavia, la prossima votazione dei membri del sinodo prevede una maggioranza dei due terzi nelle tre assemblee composte da laici, clero e vescovi. Questa maggioranza dovrà essere raggiunta per trasmettere la proposta di modifica del regolamento ai membri del parlamento di Londra. Per il presidente di “Reform” è ormai certo che la maggioranza dei due terzi sulla consacrazione di donne vescovo non possa essere raggiunta nell’assemblea dei laici. In quella per il clero lo scarto è ridotto ad un solo voto. Nell’assemblea dei vescovi, infine, la larga maggioranza dei membri sono per la consacrazione di donne vescovo. (A.L.)

    inizio pagina

    India: diarrea e colera continuano a provocare morti nello Stato di Orissa

    ◊   In India diverse persone dello Stato dell’Orissa continuano ad essere colpite da malattie alimentate anche dalla stagione delle piogge e dalla contaminazione dell’acqua. Diarrea e colera, in particolare, rendono sempre più grave il bilancio delle vittime. Secondo fonti locali, 39 persone sono morte nel distretto di Rayagada, 27 in quello di Nuapada, 10 in quello di Nabarangpur e 8 in quello di Malkangiri. Il bilancio più pesante riguarda la zona di Rayagada, dove negli ultimi due mesi sono morte, a causa del colera, almeno 140 persone. I dati più allarmanti riguardano soprattutto i bambini. Secondo il rapporto 2009 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il 38% delle morti infantili al di sotto dei cinque anni di età avviene in Asia del Sud. In India, in particolare, si registra il più alto numero di decessi di bambini per diarrea. Sono oltre 386 mila ogni anno. In questo periodo, poi, la situazione è sempre più preoccupante. Durante la stagione delle piogge – ricorda l’agenzia Fides – l’acqua è facilmente inquinabile e se la popolazione non ha possibilità di accedere all’acqua potabile, i contagi sono più rapidi e frequenti. I rischi maggiori riguardano i bambini poveri e malnutriti. (A.L.)

    inizio pagina

    Yemen: campagna di vaccinazione contro il tetano rivolta ad oltre 1,7 milioni di donne

    ◊   Il ministero della Sanità dello Yemen ha lanciato una campagna di vaccinazione contro il tetano, della durata di sei giorni, rivolta a donne in 13 dei 21 governatorati del Paese. Organizzata in cooperazione con l'Unicef, è rivolta ad oltre 1,7 milioni di donne e ragazze tra 15 e 45 anni. L'Unicef ha fornito 3.4 milioni di dosi di vaccino da somministrare in tutto il Paese. Ad operatori sanitari si aggiungeranno supervisori che monitoreranno l'andamento della campagna. Nello Yemen – ricorda l’agenzia Fides - il 77% delle nascite avviene in casa e il 93% delle morti materne sono dovute a complicazioni legate al parto in casa. Secondo i dati dell'Unicef del 2000, il 7% dei decessi neonatali sono stati causati dal tetano, con un tasso di mortalità tra il 70 e il 100%. Tuttavia non sono disponibili cifre esatte sul numero di casi nello Yemen. Una delle sfide principali consiste nella scarsa consapevolezza: migliaia di donne nelle zone rurali rifiutano di vaccinarsi per paura di rimanere sterili. Sono necessari quindi programmi di educazione sanitaria per aiutare le madri che partoriscono in casa, spesso in condizioni igienico sanitarie molto precarie. Alcuni membri del consiglio locale e circa 2.000 predicatori della moschea nei quartieri interessati, si sono impegnati per aiutare a far capire alle donne l'importanza del vaccino ed incoraggiarle a recarsi presso i centri di vaccinazione. (A.L.)

    inizio pagina

    Onu: campagna sulla condizione dei rifugiati palestinesi

    ◊   L’Agenzia delle Nazioni unite per il Soccorso e l’Occupazione dei profughi (Unrwa) ha lanciato ieri il sito multimediale www.peacestartshere.org che illustra le condizioni di circa 5 milioni di rifugiati palestinesi. La campagna, chiamata “La pace comincia qui”, è stata lanciata in contemporanea a Gerusalemme e a Bruxelles per la Giornata che festeggia le Nazioni Unite e la collaborazione tra l’Onu e l’Unione Europea. “Questa campagna è tutto ciò che l’Unrwa vuole essere - spiega il commissario generale Filippo Grandi - e mostra le opportunità che esistono in un mondo che a volte sembra privo di speranza”. L’iniziativa consiste in una serie di video sulle cinque aree in cui opera Unrwa: Gaza, West Bank, Giordania, Siria e Libano. Il sito – riferisce il Sir - si apre con quattro storie: la demolizione di una casa a Gerusalemme, un ragazzo orfano a Baqa’a in Giordania, un artista a Shatila in Libano e un giovane volontario a Gaza. Quindici storie, in totale, si alterneranno in un periodo di tre mesi, accompagnate da informazioni e fotografie sui luoghi e sui temi trattati. (A.L.)

    inizio pagina

    24 Ore nel Mondo



    Attentato ad un mausoleo sufi in Pakistan: almeno 6 morti

    ◊   È salito ad almeno sei morti il numero delle vittime dell'esplosione avvenuta stamattina davanti a un mausoleo sufi nella provincia centrale del Punjab. La deflagrazione ha parzialmente danneggiato il luogo religioso che sorge nella città di Pakpattan, a circa 190 chilometri dal capoluogo di Lahore. Di recente integralisti islamici sunniti legati ad al Qaeda hanno intensificato gli attacchi contro i gruppi dell'Islam da loro considerati “eretici”, tra cui c'è anche la minoranza sufi. Lo scorso luglio circa 40 fedeli sono stati uccisi da due kamikaze entrati nel santuario di Data Ganj Bakshar, famoso luogo di preghiera di Lahore. All'inizio di ottobre, almeno otto persone sono morte in un altro attentato suicida a un sito religioso sufi nella città portuale meridionale di Karachi. Intanto nella regione tribale nord occidentale pachistana di Orakzai, almeno tre persone sono state uccise dall'esplosione di una mina. Il distretto di Orakzai ha visto di recente un aumento degli attacchi e agguati dei militanti islamici e anche una ripresa dei bombardamenti degli elicotteri di Islamabad contro sospetti covi talebani.

    Ucciso soldato Isaf in Afghanistan: sale a 600 il numero dei militari morti nel 2010
    Un soldato dell'Isaf è stato ucciso nell'est dell'Afghanistan. Lo ha annunciato la forza internazionale, precisando che sale così a 600 il numero dei militari stranieri della coalizione morti nel conflitto dall'inizio dell'anno.

    Scambi di artiglieria al confine tra India e Pakistan: un soldato indiano morto
    Scambio di artiglieria ieri sera tra gli eserciti di India e Pakistan schierati lungo la cosiddetta “linea di controllo” che divide la regione contesa del Kashmir. Nello scontro è morto un soldato indiano. Si tratta di una nuova violazione del cessate il fuoco in vigore dal 2003, ma ignorato in più occasioni dai due Paesi rivali che hanno congelato il loro processo di pace in seguito all'attentato di Mumbai del 2008. L'incidente è avvenuto nel distretto di Poonch (a nord ovest della città di Jammu) e sarebbe stato “provocato” dalle truppe pachistane, secondo una fonte indiana. Sembra diretto a far salire la tensione alla vigilia della visita del presidente Barack Obama prevista tra circa due settimane. Le autorità indiane temono inoltre che la ripresa delle scaramucce lungo la cosiddetta “linea di controllo” possa favorire l'infiltrazione di militanti islamici pronti a organizzare attentati in territorio indiano in coincidenza con la festività induista del Diwali e dell'arrivo della missione americana.

    Morales a Teheran
    Il presidente boliviano, Evo Morales, è arrivato la notte scorsa a Teheran per una visita di tre giorni durante la quale avrà colloqui con il suo omologo iraniano Mahmud Ahmadinejad ed altri dirigenti della Repubblica islamica. Durante gli incontri, scrive il sito della televisione iraniana in inglese PressTv, Morales discuterà anche di un investimento iraniano di 287 milioni di dollari in Bolivia di cui dovrebbero beneficiare in particolare l'industria mineraria e quella tessile. È questa la seconda visita del presidente boliviano in Iran, mentre Ahmadinejad si è recato a La Paz nel 2007. Nei cinque anni da quando è diventato presidente, Ahmadinejad si è fatto promotore di una politica di stretta cooperazione con i Paesi dell'America Latina che si oppongono agli Stati Uniti, soprattutto con Venezuela, Cuba e Bolivia. Il presidente venezuelano Hugo Chavez ha compiuto la settimana scorsa la sua ottava visita a Teheran.

    Colloqui tra Ahmadinejad e Talabani per rafforzare i legami Iran-Iraq
    Il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad e il suo omologo iracheno Jalal Talabani hanno avuto ieri sera un colloquio telefonico per rafforzare i legami tra i due Paesi. Lo hanno reso noto oggi i mezzi d'informazione iraniani, una settimana dopo una visita compiuta a Teheran dal primo ministro uscente iracheno Nuri al Maliki, che sta cercando di farsi rieleggere e mettere così fine a una crisi politica che dura da quasi otto mesi. “Spero che con la formazione del nuovo governo, le relazioni bilaterali, in particolare nei settori politico ed economico, si rafforzeranno”, ha detto Ahmadinejad. Mentre Talabani ha espresso la speranza di recarsi in visita a Teheran dopo la formazione del nuovo governo. Dal 7 marzo, giorno delle legislative, in Iraq si è creato uno stallo politico perchè il Blocco iracheno, un'alleanza laica sostenuta da una parte dei sunniti e guidata dall'ex premier Iyad Allawi, è risultato il primo partito, ma con soli due seggi di vantaggio sull'Alleanza dello Stato di diritto, movimento sciita guidato da Maliki, e nessuno dei due è riuscito finora a formare una coalizione che sostenga il nuovo governo.

    Ancora combattimenti a Mogadiscio
    Sono almeno 20 le vittime di intensi combattimenti avvenuti nel fine settimana a Mogadiscio tra i ribelli Shabaab legati ad al Qaeda e i soldati del governo transitorio somalo (Tfg), supportati dai peacekeeper dell'Unione africana (Ua). Venti le persone ferite. Gli scontri sono iniziati nel quartiere di Boondere nella zona settentrionale della capitale somala e poi si sono propagati nel quartiere che ospita Villa Somalia, il palazzo presidenziale.

    Ancora forti disagi per i rifornimenti di benzina in Francia
    Il 40% delle stazioni di servizio sono ancora prive di carburante nell'Ovest della Francia, il 35% nell'Ile-de-France, la regione di Parigi: questa la situazione sul terreno dopo il blocco dei rifornimenti di ieri, che ha ancora aggravato la situazione. Non si annunciano miglioramenti per oggi alle pompe di benzina. La situazione più grave resta quella di sette dipartimenti, Eure, Calvados, Loira Atlantica, Indre-et-Loire, la Val de Marne, l'Oise e l'Allier. Stamattina i manifestanti hanno nuovamente bloccato il deposito petrolifero di Fos-sur-Mer (Marsiglia), che era stato liberato dalla polizia alcuni giorni fa. Circa 200 lavoratori e camionisti impediscono da stanotte alle 4 il rifornimento dei camion. Si tratta del deposito più importante della regione. Sbloccato invece stanotte dalla polizia, senza incidenti, il deposito di Saint-Pierre-des-Corps, vicino a Tours, nel centro, paralizzato da una settimana.

    Italia-questione rifiuti: a Terzigno, nella notte aggrediti due poliziotti
    Due pattuglie della polizia sono state aggredite da alcuni sconosciuti la scorsa notte nel centro di Terzigno, il paese del sud Italia al centro della difficile questione dello smaltimento rifiuti. Un agente è rimasto ferito ad un occhio. Tre persone sono state fermate con l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e violenza. I poliziotti erano a bordo di due autocivette. L'aggressione è avvenuta lontano dalla rotonda Panoramica, diventata il quartier generale dei manifestanti. Ferma la reazione del ministro dell’Interno, Maroni, che sottolineando che a “Terzigno ci sono stati atti di vera e propria violenza nei confronti delle forze dell'ordine, ha rivolto un invito a tutti a deporre le armi, affermando che altrimenti “sarà necessario intervenire in modo piu' duro di quanto non sia stato fatto finora”. Maroni ha detto che le forze dell'ordine si stanno comportando con grande prudenza e grande responsabilità. Proprio a proposito del confronto per trovare una soluzione, il ministro dell'Interno ha dichiarato che “c'è una trattativa in corso gestita per conto del governo dal sottosegretario Bertolaso” e si è mostrato certo “che presto si troverà una soluzione adeguata”.

    Appello delle "dame in bianco" cubane alla Ue
    Le "dame in bianco", le congiunte di un gruppo di prigionieri politici a Cuba, hanno chiesto alla Ue di non modificare la Posizione comune sui rapporti con l'isola caraibica in un appello diffuso ieri alla vigilia dell'incontro dei ministri degli Esteri dei 27 in programma per oggi a Lussemburgo. “Possono magari esserci aggiustamenti minori ma non cambiamenti radicali perchè di cambiamenti qui a Cuba non ve ne sono stati”, ha detto ieri alla stampa Laura Pollan, una delle dirigenti del gruppo. “I diritti umani non sono rispettati come dovrebbero essere, tutti i prigionieri politici non sono stati liberati come promesso, non possiamo dire quindi che tutto va bene e che la Ue ora può anche cambiare linea”, ha aggiunto. Nella riunione di oggi, i ministri degli Esteri comunitari devono affrontare tra gli altri anche il problema della Posizione comune su Cuba e della eventuale normalizzazione dei rapporti con l'isola. Secondo fonti diplomatiche, i ministri potrebbero decidere un leggero ammorbidimento della linea decisa nel 1996, ma qualsiasi cambiamento dovrà essere approvato all'unanimità. I Paesi ex comunisti dell'est europeo continuano tuttavia ad essere a favore della linea dura nei confronti di Cuba.

    In Guatemala il crimine organizzato continua a mietere vittime ogni giorno
    La polizia guatemalteca ha localizzato i corpi di cinque persone, tra le quali anche una bambina di due anni di età, a Puerto Iztapa, nel sud del Paese. Il corpo è stato rinvenuto a fianco di quello di una donna, presumibilmente la madre, e a un uomo con una ferita da proiettile in testa, apparentemente anche lui della famiglia. Nessuno è stato però identificato. A due chilometri di distanza sono stati trovati altri due corpi con ferite d'arma da fuoco, in mezzo a una strada. Sul caso è stata aperta un'inchiesta. Anche a nord della capitale guatemalteca, nel comune di Chinautla, sono stati trovati i cadaveri di cinque uomini uccisi con armi da fuoco. Quattro di questi erano all'interno di un'automobile a noleggio, il quinto a 100 metri di distanza. Le organizzazioni sociali hanno indicato di recente che in Guatemala sono tra le 16 e le 20 al giorno le vittime della violenza e del crimine organizzato.

    In Guyana abolita la obbligatorietà della pena di morte per i reati di omicidio
    Il parlamento della Guyana ha votato il 14 ottobre scorso l’abolizione dell’obbligatorietà della pena di morte per le persone condannate per omicidio. I legali di circa 40 condannati a morte si sono appellati ai funzionari perché sia commutata la pena dei loro assistiti, dopo il voto dell’Assemblea nazionale. Diverse nazioni occidentali hanno invitato la ex colonia britannica ad abolire la pena di morte definitivamente. La pena di morte scontata per i reati di omicidio e di tradimento era stata ereditata dal sistema giudiziario della Gran Bretagna al momento dell’indipendenza della Guyana nel 1966. (Panoramica internazionale a cura di Fausta Speranza)

    Bollettino del Radiogiornale della Radio Vaticana Anno LIV no. 298

    E' possibile ricevere gratuitamente, via posta elettronica, l'edizione quotidiana del Bollettino del Radiogiornale. La richiesta può essere effettuata sulla home page del sito www.radiovaticana.va/italiano.

    inizio pagina