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Sommario del 16/11/2010

Il Papa e la Santa Sede

  • Tecnologia al servizio della Chiesa: nuova regia mobile per il Ctv per le riprese in alta definizione
  • Nomina
  • Il 23 novembre la presentazione del libro-intervista di Peter Seewald con Benedetto XVI
  • Irrinunciabile l'impegno per l'unità dei cristiani: così mons. Koch alla plenaria del dicastero per l'ecumenismo
  • Incontro sulle migrazioni in America Latina. Mons. Vegliò: contrastare razzismo e xenofobia
  • Comunicato finale del Colloquio cattolico-islamico a Teheran
  • Cor Unum: mons. Robert Sarah presenta i prossimi appuntamenti del dicastero
  • Oggi su "L'Osservatore Romano"
  • Oggi in Primo Piano

  • Salvare Asia Bibi: cresce la mobilitazione contro la legge sulla blasfemia in Pakistan
  • Crisi economica in Europa: il caso Irlanda allarma l'Ue
  • Violenza in Iraq: 2 cristiani uccisi nelle loro case a Mossul
  • Il Concilio Vaticano II, bussola del Terzo millennio

  • Chiesa e SocietÓ

  • Il cardinale George: gli Usa hanno l’obbligo morale di proteggere i cristiani iracheni
  • I vescovi del Sudan in vista del referendum sull'indipendenza: "la pace è possibile”
  • Iraq. Mons. Najim: riconoscere i cristiani uccisi 'confessori della fede'
  • Il cardinale Schönborn: l’islam condanni chiaramente le violenze anticristiane
  • Giornata internazionale della tolleranza per “Costruire ponti tra le popolazioni”
  • Portogallo: sulla crisi economica i vescovi invitano a "ripensare i comportamenti etici e civili"
  • Haiti: protesta contro i “caschi blu” per l’epidemia di colera
  • Nicaragua: la Chiesa preoccupata per la tensione con il Costa Rica
  • Cile: aperti i lavori della 100.ma Assemblea plenaria dei vescovi
  • Colombia: migliaia di genitori, insegnanti e studenti contro la "cattedra di aborto"
  • El Salvador: commemorazioni per il 21.mo anniversario del massacro dei gesuiti
  • Filippine: un milione di rosari per combattere la legge pro-aborto
  • La Chiesa indiana chiede che il sito di Ayodhya diventi un luogo di pace
  • Indonesia: cattolici in aiuto ai profughi di Mentawai e alle vittime del vulcano Merapi
  • India: Centro di animazione missionaria per rilanciare la vocazione evangelizzatrice di Goa
  • Celebrati domenica i martiri vietnamiti: “il loro seme fruttifichi nella società di oggi”
  • Germania: mons. Zollitsch invita i politici a salvaguardare la vita
  • Romania: cattolici in strada per difendere la cattedrale di San Giuseppe
  • Mons. Crepaldi inaugura l’anno accademico dell’Università Europea
  • 24 Ore nel Mondo

  • Italia. Berlusconi e Bossi: senza la fiducia si va al voto anticipato
  • Il Papa e la Santa Sede



    Tecnologia al servizio della Chiesa: nuova regia mobile per il Ctv per le riprese in alta definizione

    ◊   “Nuove tecnologie al servizio delle comunicazioni della Santa Sede”. E’ stato questo il tema della conferenza stampa tenutasi stamani nella Sala Stampa della Santa Sede in occasione della presentazione della nuova regia mobile del Centro Televisivo Vaticano (Ctv) per riprese televisive in alta definizione. Sono intervenuti, tra gli altri, mons. Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali e padre Federico Lombardi, direttore generale del Centro Televisivo Vaticano. Il servizio di Amedeo Lomonaco:

    Il Centro Televisivo Vaticano, il cui compito è quello di assicurare la ripresa e la registrazione televisiva delle attività del Papa e degli altri principali avvenimenti che hanno luogo in Vaticano, garantisce anche grazie all’uso della diretta, “tempestività di informazione e vastità di diffusione”. Con la nuova regia mobile per riprese televisive in alta definizione, si adeguano “capacità operativa e qualità di offerta” agli sviluppi delle comunicazioni televisive. Si tratta del maggior investimento compiuto negli ultimi anni dal Ctv grazie anche a condizioni di favore della Sony e al considerevole contributo della Fondazione dei Cavalieri di Colombo. Perché è stato assunto questo rilevante impegno economico? Mons. Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali e del Consiglio di Amministrazione del Centro Televisivo Vaticano:

    “La risposta più vera a questa legittima domanda, si trova credo, in un passo della recente Esortazione Apostolica di Benedetto XVI, Verbum Domini, dove si legge che ‘Al rapporto tra Parola di Dio e culture si connette anche l’importanza dell’utilizzo attento ed intelligente dei mezzi, vecchi e nuovi, di comunicazione sociale’ (n.113). Ecco il motivo vero di questo investimento”!

    L’acquisto della nuova regia è anche una risposta alla richiesta di qualità sempre più elevata del segnale, come sottolinea padre Federico Lombardi, direttore generale del Centro Televisivo Vaticano:

    “Era una scelta obbligata. A volte ora dobbiamo difendere questa spesa di fronte a chi pensa che sia stata ambiziosa o eccessiva. Ma noi non potevamo non farla. Se no l’immagine del Papa nei prossimi anni sarebbe gradualmente uscita dal mondo televisivo”.

    Il presidente di Sony Italia, Gildas Pelliet, ha poi ricordato alcune caratteristiche del nuovo mezzo, interamente realizzato in Italia, e dotato delle migliori strumentazioni offerte oggi dalla tecnologia:

    “E’ suddiviso in 4 aree operative, ovvero zona audio, sala apparati, regia primaria e regia secondaria Vtr e controllo camere. Le 16 videocamere impiegate hanno connessione in fibra ottica in alta definizione e consentono performance ottimale in fase di ripresa e avanzata ergonomicità operativa”.

    E’ stato quindi annunciato che Benedetto XVI domani, al termine dell’udienza generale, benedirà il nuovo mezzo che sarà operativo a partire da Natale. La nuova regia, già pronta per future applicazioni anche in 3d, sarà poi il “motore” di ulteriori, importanti novità: l’intero archivio televisivo vaticano sarà integrato, d’ora in poi, da riprese in alta definizione. Entro qualche mese, gli eventi vaticani verranno inoltre trasmessi in diretta dal Ctv sull’area di Roma in alta definizione sul canale digitale terrestre assegnato, in base ad accordi internazionali, alla Città del Vaticano. Altri due importanti progetti annunciati da mons. Claudio Maria Celli, sono infine il rinnovamento del sito internet “Pope 2 you”, realizzato dal Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, e la creazione di un nuovo portale che vedrà confluire, in maniera anche multimediale, le varie notizie vaticane diffuse da Ctv, Radio Vaticana, Sala Stampa e Osservatore Romano. Tutte tappe di un cammino di una Chiesa sempre più consapevole che “la Parola divina è capace di penetrare e di esprimersi in culture e lingue differenti”.

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    Nomina

    ◊   Benedetto XVI ha nominato vescovo di Mahagi-Nioka (Repubblica Democratica del Congo) il rev. Sosthène Ayikuli Udjuwa, attualmente amministratore diocesano di Mahagi-Nioka. Il rev. Sosthène Ayikuli Udjuwa è nato il 7 luglio 1963 a Faradje (diocesi di Isiro-Niangara). È stato ordinato sacerdote il 15 luglio 1993. Dopo l’ordinazione sacerdotale, ha svolto i seguenti incarichi: 1993-1997: professore al Seminario Minore Jean XXIII di Vida (Mahagi-Nioka); 1997-1999: studi di Diritto Canonico alle Facoltà Cattoliche di Kinshasa; 1999-2001: professore al Teologato Saint Cyprien di Bunia; 2001-2002: vicario parrocchiale ad Ariwara; 2002-2009: studi a Roma per il Dottorato "in utroque iure" alla Pontificia Università Lateranense; vicario parrocchiale nella diocesi suburbicaria di Palestrina. Dal 2009 è amministratore diocesano di Mahagi-Nioka.

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    Il 23 novembre la presentazione del libro-intervista di Peter Seewald con Benedetto XVI

    ◊   Martedì prossimo 23 novembre, alle ore 10.30, nella Sala Stampa della Santa Sede, si terrà la conferenza stampa di presentazione del libro: “Luce del Mondo. Il Papa, la Chiesa, i segni dei tempi. Una conversazione di Benedetto XVI con Peter Seewald” (Libreria Editrice Vaticana). Interverranno mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova Evangelizzazione, e il giornalista Luigi Accattoli. Saranno presenti il dott. Peter Seewald, autore dell’intervista e don Giuseppe Costa, direttore della Libreria Editrice Vaticana.

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    Irrinunciabile l'impegno per l'unità dei cristiani: così mons. Koch alla plenaria del dicastero per l'ecumenismo

    ◊   La Chiesa cattolica è impegnata “in modo irreversibile a percorrere la via della ricerca ecumenica”: è quanto affermato, ieri pomeriggio, da mons. Kurt Koch all’apertura della Plenaria del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani, che celebra 50 anni di fondazione. Il presidente del dicastero ha ripercorso la storia del dialogo ecumenico dal Concilio Vaticano II in poi, auspicando che i cristiani possano essere uniti nel testimoniare il Vangelo nel mondo di oggi. Il servizio di Alessandro Gisotti:

    “Senza la ricerca dell’unità, la fede cristiana rinuncerebbe a se stessa”: è il monito di mons. Kurt Koch, che nella sua articolata prolusione ha messo in luce difficoltà e progressi nelle relazioni tra Chiesa cattolica, Chiesa ortodossa e comunità ecclesiali nate dalla Riforma. Il presule ha constatato che esistono oggi due tendenze: da una parte c’è un ecumenismo che continua a ricercare l’unità visibile della Chiesa, dall’altra c’è un ecumenismo che ritiene sufficiente ciò che è stato già raggiunto.

    E’ allora necessario, ha affermato mons. Koch, dare nuovo slancio al movimento ecumenico, specie in un tempo contraddistinto dalla frammentazione ecclesiale, dal pluralismo e del relativismo che guardano con sospetto ogni tentativo di raggiungere l’unità. Una meta che la Chiesa deve invece perseguire con amorevole determinazione. Il futuro cardinale non ha poi mancato di sottolineare quanto l’ecumenismo sia necessario alla missione, che viene ostacolata dalla divisione dei fedeli. La nuova evangelizzazione, ha concluso, può avere successo “solo se viene rivitalizzato l’obiettivo originario del movimento ecumenico, ovvero l’unità visibile dei cristiani”.

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    Incontro sulle migrazioni in America Latina. Mons. Vegliò: contrastare razzismo e xenofobia

    ◊   Le migrazioni economiche e forzate in America Latina e nei Caraibi, al centro di un Incontro continentale, organizzato a Bogotà in Colombia dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i migranti e gli itineranti, in collaborazione con il Consiglio episcopale Latino-americano (Celam). I lavori, che impegneranno delegazioni di 19 Paesi, si apriranno domani e proseguiranno fino a sabato 20 novembre. Il servizio di Roberta Gisotti:

    “La dignità e i diritti di tutti e di ciascuno degli uomini e delle donne migranti, l’integrazione e il razzismo, la discriminazione, il dialogo, il bene comune”. Questi i temi evidenziati dal presidente del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, Antonio Maria Vegliò, nel saluto e relazione di apertura, anticipati alla stampa. “Scopo” di questa riunione – scrive il presule – è “individuare modi e strategie” per una pastorale che risponda alle esigenze dei migranti, ascoltando le esperienze già realizzate per migliorarle e renderle più efficaci, valorizzando la “collaborazione tra le Chiese del Nord e del Sud del Continente, tra le Conferenze episcopali e le diocesi di origine e di destinazione e tra i migranti e le comunità locali”. Questo incontro – ricorda mons. Vegliò – giunge a cinque anni dall’Istruzione “Erga migrantes caritas Christi”, emanata a conclusione del VI Congresso mondiale della Pastorale dei migranti e rifugiati, ‘pietra miliare’ del rinnovato impegno della Chiesa, ad ogni livello locale e universale, in questo importante ambito pastorale. Da qui alcune raccomandazioni: che “nella formazione dei sacerdoti, religiosi e religiose, dei membri dei movimenti ecclesiali, associazioni e gruppi laicali, siano inseriti corsi specifici, che offrano una migliore conoscenza e comprensione del macrofenomeno della migrazione e delle sue implicazioni pastorali”, e che “la visibilità dell’azione della Chiesa in materia di migrazioni aumenti”. Si tratta – spiega il presidente del Dicastero vaticano - di porre in pratica l’Istruzione “Erga migrantes caritas Christi”, attraverso “la promozione di campagne internazionali per contrastare pubblicamente la discriminazione, la xenofobia e il razzismo; la promozione di incontri interculturali e di progetti per neutralizzare le paure razziali e culturali, come il sospetto e la sfiducia; il sostegno ai migranti in modo tale che diventino sostenitori della loro identità culturale e dei loro diritti, manifestando segnali concreti di rispetto delle leggi, della cultura e della tradizione dei Paesi che li accolgono”. Ad approfondire in particolare il tema “Diritti umani e dignità del migrante” sarà giovedì prossimo padre Gabriele Bentoglio, sottosegretario del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti. La tutela delle persone che emigrano - sottolinea nella sua relazione, anch'essa anticipata alla stampa – “è un fattore essenziale di stabilità internazionale”, tenendo presente che nell’incontro tra identità diverse è possibile trovare l’integrazione coerente, che non significa assimilazione, più o meno forzata e destinata al fallimento nel medio termine. Padre Bentoglio auspica da parte della Chiesa “un’azione pastorale che voglia contribuire alle decisioni e alla politiche nell’ambito della mobilità umana in nome di una coerente sussidiarietà”.

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    Comunicato finale del Colloquio cattolico-islamico a Teheran

    ◊   “Credenti e comunità religiose, sulla base della loro fede in Dio, hanno un ruolo specifico da svolgere nella società, su un piano di parità con gli altri cittadini”: inizia così il comunicato finale congiunto emesso al termine del settimo Colloquio promosso dal Centro per il Dialogo Interreligioso dell’Organizzazione per la Cultura e le Relazioni Islamiche di Teheran e il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. L’incontro si è svolto nella capitale iraniana dal 9 all’11 novembre, sotto la presidenza congiunta del dott. Mohammad Baqer Khorramshad, presidente dell’Organizzazione per la Cultura e le Relazioni Islamiche, e del cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. “La religione – si afferma - ha un’intrinseca dimensione sociale che lo Stato ha l’obbligo di rispettare; perciò, anche nell’interesse della società, la religione non può essere confinata nella sfera privata”. “I credenti – si legge nel comunicato - sono chiamati a cooperare alla ricerca del bene comune, sulla base di una solida relazione tra fede e ragione”. In questo contesto “è necessario che cristiani e musulmani, come pure tutti i credenti e le persone di buona volontà, cooperino nel rispondere alle sfide odierne promovendo i valori morali, la giustizia, la pace, e difendendo la famiglia, l’ambiente e le risorse naturali”. Nel comunicato si sottolinea poi che “la fede, per la sua stessa natura, esige la libertà. Perciò la libertà religiosa, come diritto intrinseco alla dignità umana, deve essere sempre rispettata dagli individui, dagli agenti sociali e dallo Stato. Nell’applicazione di questo principio fondamentale dovrà essere preso in considerazione lo sfondo storico-culturale di ogni società che non sia in contraddizione con la dignità umana”. Inoltre “l’educazione delle giovani generazioni si deve basare sulla ricerca della verità, sui valori spirituali e sulla promozione della conoscenza”. “I partecipanti – conclude il comunicato lieti del clima amichevole dell’incontro, riconoscendo le somiglianze e rispettando le legittime differenze, hanno sottolineato la necessità di continuare sulla via di un dialogo genuino e fruttuoso”. Gli Atti dei Colloqui svolti dal 1994 saranno pubblicati in inglese e in farsi. Il prossimo Colloquio avrà luogo a Roma tra due anni e sarà preceduto da un incontro preparatorio.

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    Cor Unum: mons. Robert Sarah presenta i prossimi appuntamenti del dicastero

    ◊   Le organizzazioni e le attività caritative promosse dalla Chiesa sono “espressione dello slancio del cuore di Dio verso l’uomo che soffre”. Nella loro attività “sono guidate dalla fede”. Da qui la necessita “di una formazione del cuore” per chi vi opera. Nella guida del dicastero a me affidato, “intendo lasciarmi guidare da tale visione, contenuta nella ‘Deus Caritas Est’ di Benedetto XVI”. Così questa mattina, in una conferenza stampa, mons. Robert Sarah, neo presidente del Pontificio Consiglio “Cor Unum”, dicastero che coordina l’attività caritativa delle istituzioni cattoliche in tutto il mondo. Nell’incontro sono stati presentati gli esercizi spirituali con i direttori e i presidenti delle Caritas di tutta Europa, in programma a Czestochowa, inPolonia, dal 28 novembre al 3 dicembre prossimi. Presenti mons. Giampietro Dal Toso, segretario “Cor Unum”, e mons. Antony J.Figueiredo che ha illustrato nei dettagli gli esercizi. “L’amore di Cristo spinge i cristiani verso i terremotati o coloro che sono nell’indigenza – ha detto mons. Sarah che nel Concistoro di sabato prossimo sarà creato cardinale – e nella ‘Deus Caritas Est’ si afferma che ‘la competenza professionale non basta, bisogna educare il cuore, perché l’uomo ha bisogno di attenzione del cuore’”. Gli esercizi sono “un’occasione per condurre gli operatori di carità all’incontro con Dio, fonte per aiutare i sofferenti. Dobbiamo lavorare per manifestare che la Chiesa è vicina ai soffrenti con il cuore di Dio”.

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    Oggi su "L'Osservatore Romano"

    ◊   Uguaglianza e dignità: in prima pagina, un fondo di Lucetta Scaraffia sull'essere umano e la malattia.

    In rilievo, nell'informazione internazionale, la crisi economica nell'Eurozona.

    In cultura, l'arcivescovo Gianfranco Ravasi e Sandro Barbagallo sull'incontro tra arte e fede, ineludibile anche nell'era contemporanea.

    Quando il tram si chiamava circolare: Silvia Guidi intervista, nel suo sessantesimo compleanno, Carlo Verdone.

    Alle radici del diritto: Andrea Gianni e Silvano Petrosino su giustizia e carità quali concetti inseparabili.

    Nell'informazione vaticana, intervista di Mario Ponzi all'arcivescovo Zygmunt Zimowski alla vigilia della conferenza su "Caritas in veritate per una cura della salute equa e umana".

    Il clarettiano Josep M. Abella, vice presidente dell'Unione superiori generali, sulle sfide della società secolare.

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    Oggi in Primo Piano



    Salvare Asia Bibi: cresce la mobilitazione contro la legge sulla blasfemia in Pakistan

    ◊   In Pakistan prosegue la protesta della società civile contro la condanna a morte per blasfemia di Asia Bibi, la donna cristiana di 45 anni e madre di 5 figli. Intanto nel Paese sono molteplici le richieste di abolizione della legge sulla blasfemia. Ce ne parla Marco Guerra:

    Appelli, pressioni, raccolte di firme e offerte di assistenza giuridica. In Pakistan si allarga il fronte trasversale di protesta contro la condanna a morte di Asia Bibi. La mobilitazione vede l’impegno di organizzazioni umanitarie, attivisti per i diritti umani, movimenti religiosi cattolici e protestanti e di moltissimi esponenti di spicco del mondo musulmano. Il coro che sale da più parti è unanime: “Cancellare la condanna e abrogare la controversa legge sulla blasfemia che incoraggia l’estremismo islamico e costringe le minoranze a vivere sotto una costante minaccia”. I rappresentati pachistani di Human Rights Watch e di Life for All sottolineano che le condanne per blasfemia quasi sempre vengono cancellate in appello dalle Corti più alte. Questo perché la norma è spesso utilizzata come uno strumento per risolvere questioni personali. Il vescovo cattolico di Islamabad - Rawalpindi, mons. Rufin Anthony, afferma che la legge è abusata e manipolata con motivazioni grette e che è tempo di eliminarla per rendere il Pakistan un Paese moderno. Già da un anno la Commissione Giustizia e pace in Pakistan ha chiesto l’abolizione della legge sulla blasfemia, raccogliendo oltre 75 mila firme di cristiani e musulmani. Aiuto alla Chiesa che Soffre ha lanciato una raccolta di firme in Francia e in Italia. Altre associazioni hanno varato campagne in India e negli Stati Uniti e Alexander John Malik, vescovo anglicano di Lahore, assicura il sostegno della sua comunità per la raccolta delle adesioni. Critiche alla sentenza contro Asia Bibi e alla legge sulla blasfemia si diffondono anche nel mondo musulmano. Muhammad Hafiz, accademico musulmano ribadisce che “l’islam insegna a proteggere le minoranze religiose”. Non meno significativa la manifestazione delle organizzazioni delle donne pakistane tenutasi ieri davanti ai palazzi delle istituzioni governative a Nankana. “Pakistan Catholic Women Organization” ha denunciato la mancanza di una seria indagine sia della polizia sia del tribunale che ha emesso la sentenza. Intanto i legali di Life for All hanno incontrato ieri Asia Bibi in carcere per stilare la richiesta di appello contro la sentenza. Prima di essere eseguita, la condanna ha bisogno di essere confermata dall’Alta corte di Lahore. Gli avvocati confidano sul fatto questo tipo di crimini difficilmente riescono ad essere provati davanti alle corti federali.

    Ma perchè si assiste in Pakistan ad un aumento di violenze e discriminazioni contro le minoranze religiose? Emanuela Campanile ne ha parlato con Paolo Affatato, dell’agenzia Fides:

    R. – Secondo un recente rapporto della Commissione giustizia e pace dei vescovi pakistani, il trend delle violenze ai danni delle minoranze religiose, fra i quali i cristiani, è in netta crescita. Questo dà un quadro della situazione. Uno degli elementi che più danneggiano le minoranze religiose è la cosiddetta legge sulla blasfemia, che prevede l’ergastolo o anche la pena capitale per tutti coloro che dissacrano il nome di Maometto o il libro sacro dell’Islam, che è il Corano. Il punto è che questa legge viene abusata e costituisce uno strumento per colpire i più deboli, anche - e soprattutto - i cristiani e le minoranze religiose.

    D. - Perché questo accanimento nei confronti di minoranze religiose, che, oltre ad essere indifese, non rappresentano nemmeno una minaccia dal punto di vista politico?

    R. - Le minoranze sono discriminate. Questa è una prassi sociale che avviene fin dalla prima infanzia, nelle scuole, laddove i cristiani - per esempio - non possono accedere ad alcuni servizi, non possono addirittura bere allo stesso rubinetto o andare allo stesso negozio, dove possono invece accedere i musulmani: sono casi di vera e propria apartheid quelli si registrano. I cristiani - ma anche le minoranze indù sono spesso emarginate - appartengono, tra l'altro, alle fasce più deboli e non hanno spesso accesso all’istruzione. In questo quadro c’è anche, appunto, una volontà di sopraffazione.

    D. - Dal sito della vostra agenzia spesso arriva la denuncia di violenze inaudite contro i cristiani nel silenzio generale. Il silenzio di chi?

    R. – Prima di tutto c’è un silenzio delle istituzioni. Per questo la comunità cristiana si rivolge spesso alla Comunità internazionale o fa appello alla Chiesa universale, al Santo Padre, a tutti coloro che possono alzare la voce e fare pressione a tutti i livelli per tutelare e difendere i diritti dei cristiani.

    D. – La Comunità internazionale come risponde?

    R. – Devo dire che ultimamente c’è stata una mobilitazione a partire da quest’ultimo caso di questa donna, Asia Bibi, ma anche in passato, riguardo altri casi che hanno visto i cristiani vittime di violenze, anche atroci. Ci sono stati governi europei che hanno alzato la voce e hanno cercato di tutelare e di compiere anche passi politici. Il Parlamento europeo ha approvato una Risoluzione per la tutela delle minoranze religiose in Pakistan e di recente anche le Nazioni Unite. Il punto è che a queste voci bisognerà poi unire dei passi concreti e far sì che il governo pachistano possa cambiare strategia e fare dei passi avanti per la difesa della libertà e dei diritti delle minoranze.

    D. – Per quanto riguarda Asia Bibi, ci sono stati anche dei musulmani che hanno preso le sue difese?

    R. – Questa legge antiblasfemia colpisce anche i musulmani. Fra i mille casi che negli ultimi vent’anni sono stati ufficialmente registrati, la maggior parte riguarda musulmani. Questa legge viene utilizzata per colpire un avversario, chiunque esso sia: basta una testimonianza e si può registrare una denuncia. Questa legge non prevede l’onere della prova a carico dell’accusa. Ci sono larghi settori della società civile musulmana che oggi sono contrari a questa legge e chiedono che la legge venga abrogata. Questo a testimonianza che c’è anche una ‘intellighenzia’ musulmana nel Paese, che è illuminata e moderata che difende i diritti anche delle minoranze. (bf)

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    Crisi economica in Europa: il caso Irlanda allarma l'Ue

    ◊   Sempre in primo piano la situazione economica in Europa. Il presidente della Commissione Ue Barroso ha espresso delusione per il mancato via libera al bilancio dell’anno prossimo, mentre altri esponenti di Bruxelles si sono detti preoccupati per le conseguenze a livello della crescita dei Paesi membri. Oggi, intanto, al centro del vertice Ecofin ci sarà soprattutto il caso dell’Irlanda: i conti pubblici di Dublino stanno preoccupando gli analisti che paventano il rischio di una nuova crisi. Ma cosa sta succedendo nel Paese? Eugenio Bonanata ha intervistato Carlo Altomonte, docente di Economia dell’integrazione europea all’Università Bocconi di Milano:

    R. – Sostanzialmente l’Irlanda, quest’anno, ha dichiarato un deficit superiore al 10 per cento nel rapporto debito-pil. Quindi, è stato mandato un segnale di potenziale instabilità dei suoi conti pubblici per l’anno a venire, il 2011. Il governo ha già varato un’importante manovra di rientro dal debito pubblico. Ricordiamo che in Irlanda sono stati tagliati i salari pubblici per oltre il 20 per cento e in più sono state avviate tutta una serie di altre manovre. E’ evidente che, al momento, tutti questi tagli non hanno ancora avuto un impatto sul deficit pubblico: quindi il segnale che l’Irlanda manda al mercato è che l’aggiustamento è in corso, ma non è ancora avvenuto. Questo pone l’Irlanda sotto osservazione da parte degli operatori finanziari internazionali.

    D. – Gli analisti sembrano essere preoccupati anche della situazione delle banche dell’isola...

    R. – Esatto. C’è proprio un altro canale possibile di trasmissione e cioè che il governo abbia fatto i conti sul deficit pubblico effettivo, ma non abbia tenuto conto delle difficoltà del sistema bancario irlandese, che adesso sta realizzando una serie di “perdite” sui prestiti fatti, in particolare nel settore immobiliare. Nel momento in cui queste perdite dovessero essere tenute in considerazione, evidentemente il deficit aumenterebbe ancora di più e, quindi, questi tagli potrebbero essere giudicati non sufficienti. A questo punto, l’Irlanda può farcela da sola, come vuole il suo primo ministro, o deve ricorrere ad un meccanismo di aiuto? La questione è politica. Il primo ministro dice: “Ce la possiamo fare da soli; non abbiamo bisogno dell’aiuto di nessuno”. Bruxelles, invece, dice: “No, iniziate a prendere un po’ di soldi, perché questo tranquillizza i mercati e, nel caso in cui il vostro settore bancario dovesse poi realizzare delle perdite aggiuntive, potrete tranquillamente continuare a prendere a prestito”. Quindi, il messaggio fondamentale da mandare è che attualmente non c’è - e lo sottolineo più volte - nessun rischio di default dell’Irlanda, del Portogallo o della Grecia, perché sono stati tutti – il caso Grecia – o potrebbero essere - nel caso dell’Irlanda e del Portogallo - interessati da queste linee di credito che l’Unione Europea ha già stanziato.

    D. – Queste linee di credito dell’Unione Europea potrebbero bastare?

    R. – Nel caso dell’Irlanda, del Portogallo e, in parte della Spagna, potrebbero bastare per le esigenze di rifinanziamento dei prossimi due anni. Nel caso in cui i Paesi non facessero i compiti a casa e non iniziassero oggi a tagliare il deficit, per arrivare tra due anni con i conti pubblici in ordine, evidentemente non basterebbero. Nessuno - spero - è tanto irresponsabile da mettersi in questa situazione!

    D. – Si può creare un effetto domino: dall’Irlanda la situazione di crisi o presunta crisi può passare e contagiare anche altri mercati? Si parla, appunto, del Portogallo…

    R. – Assolutamente sì, nel senso che il sistema bancario europeo ha in portafoglio i titoli irlandesi, i titoli portoghesi, i titoli greci, i titoli spagnoli e così via. Nel momento in cui uno di questi Paesi avesse delle difficoltà a collocare i propri titoli del debito, questi titoli - nella pancia delle banche - varrebbero molto di meno e, quindi, non potrebbero essere usati come garanzia per il funzionamento delle normali operazioni del sistema bancario.

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    Violenza in Iraq: 2 cristiani uccisi nelle loro case a Mossul

    ◊   Sette persone, fra cui due cristiani, sono rimaste uccise oggi in diversi attentati a Mossul e a Qaim, ad ovest di Baghdad. 5 persone sono morte per l’esplosione di autobombe e ordigni, mentre nel caso dei due cristiani si è trattato di un’esecuzione. Nella parte orientale di Mossul sconosciuti sono entrati nell’abitazione dei due e li hanno uccisi con armi automatiche, prima di fuggire. Si teme una nuova ondata di attacchi di al Qaeda contro la comunità cristiana, già duramente colpita nelle scorse settimane. Il 31 ottobre, quasi 60 cristiani, tra cui bambini, donne e due preti, sono stati uccisi in un attentato compiuto durante la Messa da un commando di al Qaeda nella cattedrale siro-cattolica a Baghdad. Altri attacchi hanno preso di mira i cristiani la scorsa settimana. Marina Tomarro ha intervistato Padre Aysar Saaed, nominato nuovo parroco di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso a Baghdad:

    R. – Dopo l’attentato del 31 ottobre scorso, alla chiesa di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso, la situazione è brutta. I nostri fedeli cristiani hanno tanta paura per la situazione nel Paese e per la mancanza di sicurezza.

    D. – Dall’ultimo Sinodo per il Medio Oriente sono emerse tante prospettive di pace. Quante di queste possono essere realmente messe a frutto in questo momento, in Iraq?

    R. – La pace … da dove viene, questa pace? E chi sono gli autori della pace? Questa è una domanda importante. Oggi noi stiamo soffrendo le conseguenze della guerra. Manca la tolleranza politica, la tolleranza etnica, anche. E secondo me, è questo ciò che crea i problemi maggiori al popolo iracheno ed ai cristiani – perché noi siamo minoranza in questa terra! Il fatto è che oggi, uccidere la gente da noi è diventato il sistema più facile, perché la vita umana non vale niente. Ecco perché oggi non dobbiamo aspettare che la pace, la tolleranza, la riconciliazioni arrivino da fuori. Noi dobbiamo impegnarci tutti per costruire e ri-costruire una società capace di vivere nel rispetto, in pace e in fratellanza.

    D. – Dove si trova il coraggio di affrontare i pericoli?

    R. – Se oggi il popolo iracheno ed il popolo cristiano resistono, in questa terra, è un miracolo di Dio. Ringraziamo il Signore perché nonostante tutto quello che sta accadendo in Iraq, nonostante la grande paura, sono rimasti legati alla Chiesa. E’ quello che hanno dimostrato anche all’interno della Chiesa, in modo particolare i nostri fratelli, i martiri sacerdoti che hanno chiesto di lasciare andare le persone, i fedeli, e di prendere soltanto i sacerdoti in ostaggio. I terroristi non hanno accettato, e loro sono stati uccisi per primi. A questo punto io chiedo a tutti i capi religiosi di usare il loro peso morale per educare, per fare crescere la nuova generazione secondo la volontà di Dio: cioè, insegnare il valore della vita umana, che è un dono di Dio, e anche che noi tutti – cristiani e musulmani – siamo chiamati a dare il nostro contributo per lo sviluppo della vita umana! (gf)

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    Il Concilio Vaticano II, bussola del Terzo millennio

    ◊   Nella nostra rubrica dedicata al Concilio Vaticano II oggi parliamo della questione della riforma della Chiesa. Un argomento che continua a suscitare vivaci dibattiti. Benedetto XVI afferma che il “sempre necessario rinnovamento della Chiesa” deve avvenire nella continuità: la Chiesa “è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino”. Ascoltiamo in proposito la riflessione del padre gesuita Dariusz Kowalczyk, docente di Teologia dogmatica alla Pontificia Università Gregoriana:

    Dopo che Papa Giovanni XXIII aveva convocato il Concilio e lo aveva spinto al famoso “aggiornamento” della fede, tra i Padri conciliari “era maturata – come ha detto Joseph Ratzinger – una forte volontà di rischiare qualcosa di nuovo, uscendo dagli schemi scolastici già avviati, rischiando anche una nuova libertà”. Si sentiva la speranza e il desiderio di rinnovare la Chiesa, di fare una riforma secondo la locuzione latina “Ecclesia semper reformanda”, cioè la Chiesa è sempre bisognosa di riforme. Ma in che cosa consiste la riforma della Chiesa? Il padre Yves Congar pubblicò nel 1950 il famoso testo: “Vera e falsa riforma nella Chiesa”. Dunque, non ogni riforma porta frutti buoni. Non ogni cambiamento (o novità) è per il bene della Chiesa. Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Vaticano II ricordò che “altra è la sostanza dell’antica dottrina del depositum fidei e altra è la formulazione del suo rivestimento”. Le parole del Papa fanno pensare a quel detto evangelico “il padrone di casa estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13,52). Ogni vera riforma della Chiesa consiste nel ritrovare un equilibrio tra ciò che si può e dovrebbe cambiare e ciò che è inalterabile, tra novità e ciò che va ripreso e continuato. Congar nel suo testo sulla riforma della Chiesa, ri-edito nel 1968, scrisse: Si richiede che l'aggiornamento conciliare [...] si spinga fino ad un totale radicalismo evangelico e all'invenzione, ad opera della Chiesa, d'un modo d'essere, di parlare d'impegnarsi, che risponda alle esigenze di un totale servizio evangelico al mondo”. Ecco, la riforma consiste – e così la comprendevano i Padri conciliari – in una radicalizzazione della fede nel servizio al mondo che cambia. Purtroppo in alcuni ambienti della Chiesa la riforma è stata compresa in maniera sbagliata, cioè limitata semplicemente alle facilitazioni e agli adattamenti. Joseph Ratzinger parlava addirittura di un “annacquamento della fede”. Allora, se torniamo al Vaticano II e ci interroghiamo sulla riforma iniziata dal Concilio, la questione non è come mettersi comodi e rendere il cattolicesimo più facile, ma come vivere ancor di più la fede cattolica.

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    Chiesa e SocietÓ



    Il cardinale George: gli Usa hanno l’obbligo morale di proteggere i cristiani iracheni

    ◊   Il presidente della Conferenza episcopale statunitense, il cardinale Francis E. George, ha chiesto al governo di Washington di “raddoppiare i propri sforzi per proteggere la popolazione irachena”, ed in particolare la minoranza cristiana. Aprendo i lavori della Plenaria dei vescovi americani, ieri a Baltimora, il porporato ha sottolineato che "avendo invaso" l'Iraq, gli Stati Uniti hanno l’obbligo morale di non abbandonare gli iracheni. Il cardinale George, il 9 novembre scorso, aveva indirizzato una lettera al presidente Barack Obama, esprimendo il dolore dei cattolici americani per la strage nella chiesa siro-cattolica di Baghdad, avvenuta il 31 ottobre, e chiedendo con forza alla Casa Bianca di garantire la sicurezza della comunità cristiana dell’Iraq. Nella sua prolusione, l’ultima da presidente dell’episcopato Usa, il cardinale George si è soffermato lungamente sull’approvazione della riforma sanitaria all’inizio di quest’anno. Un avvenimento, ha ammesso, che ha rappresentato “una ferita” all’unità della Chiesa americana per le differenti opinioni sull’iniziativa legislativa. La Conferenza episcopale si oppose al passaggio della legge, avvertendo che avrebbe permesso l’utilizzo di fondi federali per finanziare l’aborto, non avrebbe garantito adeguatamente la libertà di coscienza degli operatori sanitari e avrebbe lasciato senza cure sanitarie buona parte degli immigrati. “Gli sviluppi dopo l’approvazione della riforma”, ha detto il cardinale George, “hanno confermato che la nostra analisi della legislazione era giusta e che i nostri giudizi morali erano appropriati”. Al tempo stesso, l’arcivescovo di Chicago ha criticato quanti considerano “utile” la Chiesa nel momento in cui offre sostegno ad un progetto politico, sia esso di destra o di sinistra. La Chiesa cattolica, ha avvertito, “non deve temere l’isolamento politico”, qualcosa che è già avvenuto “in politica e nella diplomazia”. Il cardinale George ha quindi messo l’accento sul ruolo dei vescovi per la comunità dei fedeli. “I presuli – ha affermato – parlano a nome della Chiesa quando si tratta di temi di fede, di morale e delle leggi che le riguardano. Tutto il resto è opinione, anche importante e ben informata, che merita un ascolto attento e rispettoso”. Ma, ha avvertito, “si tratta pur sempre di opinioni”. Nella prima giornata di lavori, i vescovi statunitensi hanno affrontato anche il tema degli aiuti alla popolazione di Haiti, ribadendo il proprio impegno ad una solidarietà fattiva nei confronti dell’isola caraibica. L’episcopato Usa ha inoltre indirizzato una lettera al Pontefice nella quale lo ringrazia per i suoi “continui sforzi tesi a promuovere l’unità all’interno della Chiesa” e si unisce a Lui nell’impegno per la pace nel mondo e in particolare in Terra Santa. (A cura di Alessandro Gisotti)

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    I vescovi del Sudan in vista del referendum sull'indipendenza: "la pace è possibile”

    ◊   “La pace è possibile” affermano i vescovi del Sudan in una dichiarazione pubblicata al termine della loro Assemblea plenaria che si è tenuta a Rumbek dall’8 al 15 novembre. Il documento sottolinea che i due referendum di gennaio, sull’autodeterminazione del sud Sudan e della regione di Abyei, contesa tra nord e sud Sudan, sono “una questione nazionale” e sono volti “a curare la nazione, a risolvere le annose differenze che hanno causato lunghi decenni di conflitti”. I vescovi lamentano i ritardi nella preparazione dei due referendum e denunciano le tensioni tra nord e sud Sudan, legate anche allo schieramento di truppe da entrambi i lati del confine tra le due aree del Paese. La Conferenza episcopale - riferisce l'agenzia Fides - deplora pure che le popolazioni del Southern Kordofan and Blue Nile (altre due regioni contese tra nord e sud) non potranno decidere del proprio destino che verrà invece stabilito “dai legislatori dello Stato e dalla Presidenza, e sono stati espressi dubbi sul fatto che verranno soddisfatte le aspirazioni di tutte le popolazioni di queste zone. Anche questo può portare a tensioni e alla fine a conflitti, che potrebbero diffondesi nel resto del Paese”. I vescovi invitano i fedeli a pregare per la pace e concludono il messaggio con un appello perché la consultazione “sia libera e trasparente” e il risultato sia accettato da tutti. (R.P.)

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    Iraq. Mons. Najim: riconoscere i cristiani uccisi 'confessori della fede'

    ◊   Il procuratore caldeo a Roma, padre Philip Najim, ha chiesto di designare i cristiani uccisi in Iraq “confessori della fede”. Il religioso ha parlato al Sir ieri, al margine della visita al policlinico Gemelli di Roma ai 26 feriti della strage del 31 ottobre scorso nella chiesa siro-cattolica di Baghdad ed ai loro accompagnatori. “Ci stanno massacrando, i terroristi uccidono, attaccano chiese, colpiscono casa per casa, rapiscono, insultano – afferma il procuratore – ma i nostri cristiani restano saldi nella fede. Nessuno ha mai rinunciato alla propria professione di fede nemmeno davanti alla minaccia delle armi – aggiunge – il fedele iracheno è attaccato alla Chiesa, è unito ad essa fino al sacrificio”. Dunque, secondo padre Philip Najim, "riconoscere i cristiani iracheni uccisi dalla violenza fondamentalista 'confessori della fede' vuole dire accogliere la loro testimonianza cristiana proponendoli come esempio alla venerazione della Chiesa”. (M.G.)

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    Il cardinale Schönborn: l’islam condanni chiaramente le violenze anticristiane

    ◊   “Da parte islamica mi aspetto parole chiare di distanza dalla violenza contro i cristiani", a chiedere questa netta presa di posizione al mondo musulmano è il cardinale Christoph Schönborn, presidente della Conferenza episcopale austriaca, ieri in apertura dell'assemblea plenaria che si concluderà il 18 novembre. La situazione dei cristiani perseguitati in Medio Oriente è infatti uno dei principali temi di questa plenaria. Schönborn – citato dall'agenzia Sir – ha quindi auspicato che il governo austriaco intervenga rapidamente “come la Francia e l’Italia”, per accogliere le vittime cristiane e ha rivolto un appello ai responsabili religiosi dell'Islam: “Mi attendo parole con cui si dica chiaramente che la violenza e gli attentati non sono compatibili con il Corano e con la religione”. Il porporato si è pronunciato anche sul sostegno alle famiglie numerose, manifestando l’auspicio dei vescovi che il governo federale migliori, anziché peggiorare, la situazione delle famiglie con molti figli: “Tagliare i fondi in questo caso sarebbe un grave errore”, ha ammonito il cardinale. Il presidente della conferenza episcopale austriaca ha infine menzionato il tema degli abusi sessuali, su cui si consulteranno i vescovi, lodando il lavoro della Commissione indipendente presieduta da Waltraud Klasnic, incaricata di vigilare sulla tutela delle vittime. (M.G.)

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    Giornata internazionale della tolleranza per “Costruire ponti tra le popolazioni”

    ◊   “La tolleranza è il fondamento del rispetto reciproco tra individui e comunità ed è fondamentale per la costruzione di un’unica società globale, fondata su valori comuni”. Così il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, nel messaggio diffuso oggi in occasione della Giornata internazionale della tolleranza. Nella nota Ban Ki-moon esorta a “tendere la mano al prossimo e guardare alle differenze non come barriere, ma come opportunità di dialogo e comprensione. La tolleranza è in particolar modo necessaria - prosegue il Segretario dell’Onu - per mantenere alta la guardia contro le politiche di polarizzazione, in un’epoca in cui gli stereotipi, l’ignoranza e i rancori minacciano di creare fratture nella fabbrica di una società sempre più diversa”. Il numero uno del “Palazzo di vetro” pone poi l’accento sulla necessità di affrontare le sfide della società contemporanea segnata dalle “divisioni interne alle comunità, esasperate dalla povertà, dall’ignoranza e dai confitti”. Inoltre, poiché la comunicazione sempre più rapida offusca il confine tra globale e locale, “le tensioni che nascono in una parte del mondo possono espandersi rapidamente ad altre zone”. Secondo Ban Ki-moon “la tolleranza consente di far fronte a parte di queste sfide, costruendo ponti tra le popolazioni e aprendo canali di comunicazione. La tolleranza non presuppone l’accettazione indifferenziata di tutti modi di fare e di pensare. Al contrario, il suo valore principale consiste nello stimolare la consapevolezza e il rispetto per i diritti umani universali e le libertà fondamentali”. In questo quadro è fondamentale il ruolo delle Nazioni Unite nel “combattere gli estremismi e promuovere il dialogo interculturale, attraverso partenariati con i media e programmi di scambi giovanili. Lo scorso mese d’agosto – riferisce ancora il segretario delle Nazioni Unite -, l’Onu ha lanciato l’Anno Internazionale della Gioventù, nell’ambito del tema “dialogo e comprensione reciproci”, e la tolleranza costituisce uno dei temi al centro dell’Anno Internazionale per il Riavvicinamento delle Culture, un’iniziativa dell’Unesco”. Ma la tolleranza non è data per scontata, per questo motivo Ban Ki-moon rinnova l’impegno “al dialogo e alla comprensione tra tutti i popoli e le comunità”. “Concentriamo le nostre menti ed i nostri cuori sulle vittime della discriminazione e dell’emarginazione – afferma in conclusione -. Un unico popolo, significa vivere e lavorare insieme sulla base del rispetto reciproco per la ricchezza della diversità umana”. (M.G.)

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    Portogallo: sulla crisi economica i vescovi invitano a "ripensare i comportamenti etici e civili"

    ◊   Nel comunicato finale della 176ª Assemblea Plenaria della Conferenza episcopale portoghese (Cep), tenutasi a Fatima dall’8 all’11 novembre scorsi, i vescovi hanno manifestato la loro forte preoccupazione di fronte all’aggravamento delle difficoltà economiche del Paese, criticando in particolare, “l’attribuzione di remunerazioni, pensioni e rimborsi esorbitanti, comparate alla situazione di persone che si trovano private di minime e dignitose condizioni di vita. Le misure di austerità che sono state prese dal governo, per ottenere l’accoglimento favorevole dei cittadini, devono essere accompagnate da un serio intervento correttivo di disequilibri economici inaccettabili e di provocatorii attentati alla giustizia sociale: guadagni indebiti, meri profitti elettorali e opportunistici comportamenti non sono affatto utili al recupero nazionale” si legge nel documento, ripreso dall'agenzia Sir. Per la Cep “è giunto il momento di ripensare i comportamenti etici e civici con vigorosa lucidità, e con il coraggio capace di congregare le energie necessarie in uno sforzo di riforma profonda dello stile di vita orientato dal consumismo, fondata invece sulla speranza di un umanesimo aperto alla trascendenza, che si ponga l’obiettivo di una vita felice per tutti”. I vescovi invitano tutte le forze politiche, gli agenti economici, gli organismi sociali, i movimenti culturali, gli organi di comunicazione ed ogni cittadino ad “un atteggiamento patriottico di coesione responsabile e di attiva partecipazione”. Da parte sua, la Chiesa portoghese annuncia “un intenso lavoro di coordinamento e articolazione degli organismi ecclesiastici di ogni diocesi per dare risposta alle persone che si trovano in situazioni di maggiore sofferenza”. “Tutte le nostre organizzazioni si impegneranno in una risposta assistenziale concernente l’alimentazione, la salute, i vestiti e la casa, con offerte di promozione umana e d’intervento sociale” assicura la nota finale dei vescovi. Il documento della Cep giunge in un momento in cui il Portogallo rischia di dover ricorrere al fondo anticrisi europeo a causa dell’instabilità provocata dal caso Irlanda. (R.P.)

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    Haiti: protesta contro i “caschi blu” per l’epidemia di colera

    ◊   Migliaia di persone sono scese in piazza in tante zone del centro nord dell’isola di Haiti per protestare contro i “caschi blu” nepalesi della missione di stabilizzazione dell’Onu (Minustah), accusati di aver provocato l’epidemia di colera che conta ormai più di 900 decessi. Secondo notizie ancora confuse, tutto sarebbe iniziato nella mattinata di ieri a Cap-Haieten , dopo che il cadavere di una persona, presumibilmente vittima del colera, è stato rinvenuto da alcuni passanti. Molte persone si sono di seguito riversate in strada, hanno eretto barricate, incendiato pneumatici e lanciato pietre contro i veicoli della Minustah, intervenuta insieme alla polizia per disperdere un altro gruppo di manifestanti che aveva dato fuoco ad un commissariato. L’agenzia Misna rende noto che dopo lo scoppio dell’epidemia nell’est e nel nord del Paese, a metà ottobre, il contingente nepalese della Minustah è stato accusato di aver favorito la propagazione del batterio: la Rete nazionale per la difesa dei diritti umani (Rnddh) ha chiesto un’indagine esaustiva, già archiviata a seguito di una verifica che avrebbe escluso qualsiasi responsabilità dei “caschi blu”. Incisivo il messaggio della Commissione episcopale nazionale Giustizia e pace (Jilap) su questa grave situazione: “La gente non sa più chi, o quale istituzione è incaricata di ascoltarla o di soddisfare le sue richieste. La povertà e le cattive condizioni di vita aprono le porte alle grandi Organizzazioni non governative (Ong) internazionali; nuove associazioni nascono solo per fare lucro. Apprezziamo quindi il coraggio e la solidarietà internazionali, ma deploriamo la mancanza di leadership locale. Oggi il Paese sembra un deserto senza Stato”. In riferimento all’epidemia di colera che da metà ottobre ha causato molte vittime, la Jilap chiede con urgenza al governo di determinare le origini dell’epidemia e le eventuali responsabilità. Questo nuovo dramma che colpisce Haiti, sottolinea la Jilap, mette in evidenza una situazione che da tempo andava affrontata dalle autorità: “L’assenza di acqua potabile è cosa molto diffusa in molti luoghi di Haiti, e il semplice bere può diventare un pericolo letale. E’ ora che il governo migliori le condizioni della popolazione per frenare questa epidemia di colera”. (C.P)

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    Nicaragua: la Chiesa preoccupata per la tensione con il Costa Rica

    ◊   Il vescovo ausiliare dell'arcidiocesi di Managua, mons. Silvio Baez, ha affermato che la Chiesa cattolica in Nicaragua è estremamente preoccupata per la tensione che si è creata con il Costa Rica. “E’ vero che in Costa Rica esiste da tempo un sentimento di odio e di xenofobia nei confronti della gente del Nicaragua, ma è una cosa che fa parte della tradizione” ha detto il vescovo. “Tuttavia penso che stiamo andando oltre il limite, credo che il Costa Rica dovrebbe sedersi a dialogare, e rispettare i trattati internazionali che segnano chiaramente il confine” ha aggiunto. Secondo le informazioni pervenute all’agenzia Fides, tra due settimane i vescovi dell'America Centrale si riuniranno in Costa Rica, per una sessione di lavoro già programmata da tempo, durante la quale è possibile che i presuli parlino anche della situazione di tensione che si sta creando tra quel Paese e il Nicaragua, dopo l'inizio delle operazioni di dragaggio del fiume San Juan. L'incontro si svolgerà a Cartago, nel santuario de Los Ángeles. Mons. Baez si è detto sorpreso per questo contrasto, “perché la sovranità del Nicaragua è indiscutibile, e penso che la Chiesa, come tutto il popolo del Nicaragua, difenda la sovranità e l’appartenenza al nostro Paese del fiume San Juan, che è nicaraguense". Il Costa Rica sostiene che il suo vicino settentrionale abbia danneggiato l'ambiente e anche violato le leggi ed i trattati internazionali. (R.P.)

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    Cile: aperti i lavori della 100.ma Assemblea plenaria dei vescovi

    ◊   Con la Santa Messa presieduta da mons. Gonzalo Duarte, vescovo di Valparaiso e vice presidente dell’episcopato cileno, si sono aperti ieri, a Punta de Tralca, località sul litorale pacifico, i lavori della centesima Plenaria dei vescovi, presenti, oltre al nunzio apostolico mons. Giuseppe Pinto, 52 ospiti speciali tra cui vescovi emeriti, sacerdoti, religiose e laici. Il presidente dell’episcopato, mons. Alejandro Goic, vescovo di Rancagua, parlando con i giornalisti ha spiegato che la plenaria numero 100 rappresenta un traguardo rilevante per la vita della chiesa in Cile e perciò, ha aggiunto, “abbiamo voluto avere tra noi alcuni ospiti speciali che ci possono aiutare ad approfondire il movimento ecclesiale, le azioni pastorali, e l’applicazione delle conclusioni della Conferenza di Aparecida” (maggio 2007, Brasile). In merito ad alcuni casi sotto indagine di sacerdoti coinvolti in abusi sessuali, il presule ha ribadito: “Non c’è posto nella Chiesa per simili comportamenti. Ogni qualvolta una persona, sacerdote o laico che sia, fa del male a un’altra persona, è da condannare. Dobbiamo nutrire sempre nei nostri cuori la misericordia poiché sappiamo che il peccato annida nel cuore umano. Sono episodi, ha precisato, che causano dolore alla Chiesa. D’altra parte però non dobbiamo dimenticare le tante cose belle, che accadono ogni giorno, e che non fanno notizia”. Nella sua introduzione ai lavori, mons. Goic è tornato su alcuni di questi punti e guardando ai piani pastorali per il futuro ha sottolineato: “Seguendo la luce dello spirito possiamo aprire sentieri per crescere nella comunione, nella corresponsabilità, nella santità e anche nello sforzo necessario per una maggiore presenza evangelizzatrice nel mondo”. Fra le sfide principali, il presidente dell’episcopato ha rilevato come urgente una maggiore crescita della comunione, a partire di un’ecclesiologia che mette al centro il concetto di Popolo di Dio. Al medesimo tempo, ha precisato il presule, “deve crescere anche la consapevolezza di essere testimoni dell’universalità e della gratuità del Vangelo di Cristo”. Se la Chiesa è credibile perché fedele al mandato del suo Signore, allora, ha precisato mons. Goic “sarà anche efficace nelle sue azioni in favore di una maggiore uguaglianza sociale che possa superare le odierne enormi differenze di consumo tra i settori sociali per abbattere la povertà di molti cileni”. Mons. Goic ha anche incluso nell’elenco delle sfide pastorali urgenti la formazione dei sacerdoti e dei laici così come il dialogo e la collaborazione nel campo ecumenico. Infine, il presidente della Conferenza episcopale cilena ha annunciato un documento finale dei vescovi alla chiusura dei lavori prevista per la sera di venerdì prossimo. (A cura Luis Badilla)

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    Colombia: migliaia di genitori, insegnanti e studenti contro la "cattedra di aborto"

    ◊   Migliaia di colombiani, politici, insegnanti, genitori, ragazzi, sono scesi in piazza a Medellín e a Bogotá per protestare contro la cosiddetta «cattedra di aborto», un progetto che mira a insegnare ai bambini e ai giovani della Colombia che «l'aborto è un diritto». La manifestazione, organizzata dalla Pro Antioquia Red Life, è stata scandita dal «sì alla vita, no all'aborto» e da momenti di riflessione sulla «sacralità della vita, dono meraviglioso e irrinunciabile che non può essere manipolato nè sopresso in nome della libertà e dell'eugenetica». In particolare i manifestanti, nel riaffermare il diritto alla vita e all'integrità di ogni essere umano dal concepimento alla morte, hanno espresso dissenso su alcune proposte «ispirate a una prospettiva di genere che attuano una presunta educazione sessuale che visibilmente sta portando ad abusi per quanto riguarda la contraccezione, a un diffuso disordine sessuale tra gli adolescenti, che ormai considerano la pratica dell'aborto come un evento normale, legato a scelte personali, egoistiche e di comodo». I manifestanti hanno rivolto un appello agli operatori sanitari che per la loro professione hanno la responsabilità di essere «custodi e servitori della vita umana». A ogni medico - riferisce L'Osservatore Romano - è chiesto di impegnarsi «per il rispetto assoluto della vita umana e della sua sacralità. Lo scorso anno la Corte costituzionale colombiana ha dato il via libera a una sentenza che permette l'adozione di nuove misure che promuovono la pratica dell'aborto, la cui depenalizzazione è stata approvata nel 2006 per i casi di stupro, malformazione genetica e incesto. Nella sentenza, i magistrati hanno dato un limite di tre mesi ai ministeri dell'Istruzione e della Protezione Sociale perché includano nei programmi educativi la promozione dei diritti sessuali e riproduttivi, tra cui l'aborto, che devono essere presentati in «termini semplici e chiari». La sentenza indica anche che la sovrintendenza per la Salute dovrà assicurare che tutte le entità che prestano servizi sanitari «rispettino il diritto delle donne di abortire». Per questo, hanno abolito il permesso giudiziario che finora era necessario per effettuare l'aborto in qualunque struttura. Il segretario della Conferenza episcopale colombiana, monsignor Juan Vicente Córdoba Villota, aveva respinto la nuova sentenza: «Noi educatori cattolici non insegneremo questo. Insegneremo il rispetto della vita. Un popolo cattolico e cristiano, un popolo che non accetta l'aborto, non può permettere che cinque persone, sei persone decidano per 43 milioni di colombiani. Questa non è democrazia». (R.P.)

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    El Salvador: commemorazioni per il 21.mo anniversario del massacro dei gesuiti

    ◊   Sono cominciate sabato e si concluderanno domani le diverse cerimonie in omaggio ai sei gesuiti, a una loro collaboratrice e a sua figlia adolescente, assassinati nel 1989 dai militari in un’irruzione armata nell’ateneo di San Salvador. Il sacerdote Josè Maria Tojeira, rettore della Uca (Università centroamericana) li ha ricordati così nella celebrazione principale: “Essi generano forza , solidarietà, allegria e speranza nelle nostre vite, mentre i loro assassini diventano ombre verso l’oblio”. Secondo quanto riferisce l'agenzia Misna, Tojeira è ottimista circa la possibilità di trovare giustizia, in riferimento al nuovo governo del presidente Mauricio Funes, eletto nel marzo 2009 con il Frente Farabunto Martì para la Liberacion Nacional (Fmln), dopo 20 anni al potere, seguiti alla fine della guerra civile, della “Alianza Republicana Nacionalista”. Il rettore della Uca ha poi aggiunto un dato significativo: nel Paese soffrono la fame quasi il 20% dei bambini fino ai 5 anni e questo è “un vero atto di aggressione”. Nel 1991, tra denunce di cancellazione massiccia di prove, furono processati nove militari, per responsabilità nella strage: di questi solo due furono condannati a 30 anni di carcere. Con la fine della guerra civile il caso fu di fatto archiviato ma la Uca ha continuato a chiedere giustizia appellandosi alla Corte interamericana dei diritti umani, con sede a Washinghton. (C.P.)

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    Filippine: un milione di rosari per combattere la legge pro-aborto

    ◊   Continua la battaglia tra Chiesa cattolica e governo filippino sulla legge per il controllo delle nascite, in fase di approvazione. In questi giorni il cardinale Ricardo Vidal, arcivescovo di Cebu e altri prelati hanno invitato tramite Youtube, tutti i cattolici del mondo a recitare un rosario a sostegno della vita e della famiglia. L’obiettivo è raccogliere oltre un milione di preghiere, inviate via mail e posta, per costringere il parlamento a fermare la proposta di legge. La campagna dal nome “Crociata dei Rosari” è stata lanciata nelle parrocchie il 31 ottobre scorso (Rosary Christ Crusade) e durerà fino al 16 gennaio 2011. Non tutti i cattolici sono però concordi sulla linea portata avanti dai prelati. Secondo questi gruppi la Chiesa dovrebbe accogliere la proposta di mediazione fatta dal governo, che di recente si è detto disposto a eliminare quelle parti considerate a favore dell’aborto. “Con questo movimento – afferma il cardinale Vidal su Youtube – vogliamo offrire a Dio le nostre preghiere autentiche per la difesa della famiglia e della vita, affidando a Lui e alla Madonna il destino del nostro Paese”. Su esempio dell’arcivescovo di Cebu, hanno pubblicato il loro messaggio diversi tra prelati, sacerdoti e laici. Tra essi anche mons. Paciano Basilio Aniceto arcivescovo di S. Fernando a capo della Commissione episcopale per la vita e la famiglia, che definisce la legge “un enorme pericolo, perché diffonde la cultura della morte”. Il dibattito sulla Reproductive Health è in corso da quattro anni. La legge rifiuta l’aborto clinico, ma promuove un programma di pianificazione familiare, che impedisce alle coppie di avere più di due figli e favorisce la sterilizzazione volontaria. Chi non si attiene alla legge rischia il pagamento di una sanzione e in alcuni casi il carcere. Chiesa e associazioni cattoliche sostengono invece il Natural Family Programme (Nfp), che mira ha diffondere tra la popolazione una cultura di responsabilità e amore basata sui valori cristiani. Il prossimo 20 novembre gruppi di laici cattolici e associazioni pro-life terranno una veglia di preghiera a Lipa City (Batangas) per protestare contro la legge e sostenere la campagna mediatica lanciata dai vescovi. (R.P.)

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    La Chiesa indiana chiede che il sito di Ayodhya diventi un luogo di pace

    ◊   I gruppi musulmani hanno presentato un ricorso in appello contro la sentenza di primo grado sull’assegnazione del controverso sito di Ayodhya, rivendicato dalla comunità indù e musulmana, e diviso da un verdetto dell’Alta Corte di Lucknow. La Chiesa indiana, temendo che la controversia “sia infinita e porti nuovi disordini nella società indiana” chiede, in un appello affidato all’agenzia Fides, che “il sito di Ayodhya sia sottratto alla contesa e diventi, com’era desiderio di Madre Teresa, un luogo di pace, sacro a tutte le religioni”. Secondo il gruppo “Jamiat-Ulama-i-Hind”, che ha presentato il ricorso, il giudizio in primo grado “non è basato sulle prove ma sulle credenze degli indù”. La Corte aveva diviso il sito in tre parti stabilendo che la moschea Babri Masjid, rasa al suo da estremisti indù, non fosse ricostruita. Di fronte a un possibile trascinarsi della disputa, fr. Charles Irudayam, segretario della Commissione “Giustizia, Pace e Sviluppo”, in seno alla Conferenza episcopale, ha detto alla Fides: “Chiediamo al governo di depotenziare la contesa, che Ayodhya diventi terra comune, un luogo sacro a tutti, com’era desiderio di Madre Teresa. Che diventi sede di un monumento nazionale per la pace, per i credenti di tutte le comunità religiose, e simbolo della volontà comune di abbandonare l’odio e la violenza e di costruire la pace e l’armonia. Desideriamo che il sogno di Madre Teresa possa avverarsi”. (R.P.)

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    Indonesia: cattolici in aiuto ai profughi di Mentawai e alle vittime del vulcano Merapi

    ◊   “E’ un grande segno spirituale vedere che tanti donatori inviano aiuti ai sopravvissuti a Mentawai”. La dottoressa Irene Setiadi, membro del gruppo cattolico Kelompok Bakti Kasih Kemanusiaan (Kbkk), racconta all'agenzia AsiaNews il loro impegno e la diffusa generosità verso gli abitanti delle isole Mentawai, colpite dallo tsunami che il 26 ottobre ha ucciso almeno 451 persone e causato migliaia di sfollati. La Setiadi, dermatologa lureata in Germania, spiega che 2 grandi autocarri pieni di vario materiale sono già stati inviati a Padang (Sumatra Ovest) per andare poi a Mentawai. "Nei prossimi giorni – dice – partirà per Mentawai un altro gruppo di Kbkk, comprendente 3 medici e 2 volontari”. “Il gruppo di soccorso lavorerà sul luogo per almeno 4 settimane, sotto la supervisione di padre Augustine Mudjihartono, capo della Caritas della diocesi di Padang”. La Caritas della diocesi organizza gli aiuti umanitari a Mentawai insieme al Kbkk. Sarà la seconda missione umanitaria del Kbkk a Mentawai, dopo quella del 2008. La Setiadi spiega che il suo gruppo sta organizzando un’altra missione di aiuto per le vittime del vulcano Merapi nella Java Centrale, sotto la guida del medico e attivista del Kbkk Andreas Gunawan. Ad AsiaNews egli spiega che “ci occorrono con urgenza diversi generatori elettrici, acqua, abiti usati, medicinali, riserve di cibo, biancheria per i profughi di Merapi che ancora a centinaia si sono riparati in rifugi provvisori”. Il gruppo cattolico Kbkk si dedica ad aiutare gli altri, soprattutto la gente meno fortunata, le vittime di disastri naturali e di conflitti politici. Presente in Indonesia da 10 anni, il Kbkk ha svolto missioni di aiuti in oltre 20 diocesi in tutto il Paese. Tra l’altro ha portato aiuti e servizi sanitari e alimentari ai rifugiati di Timor Est a Atambua nella provincia di East Nusa Tenggara, poco dopo il massacro a Dili del 1999; come pure alle vittime della violenza settaria a Ambon e Poso, alla popolazione colpita dallo tsunami ad Aceh, ai sopravvissuti dei terremoti di Padang, Yogyakarta, Tasikmalaya. Hanno portato servizi sanitari ai papuani in zone remote della provincia di Papua, come a Nabire. Il gruppo conta almeno 250 attivisti, tra cui specialisti come medici e architetti e decine di sacerdoti e suore, guidati dal vescovo di Palangkaraya mons. Sutrisnaatmaka. (R.P.)

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    India: Centro di animazione missionaria per rilanciare la vocazione evangelizzatrice di Goa

    ◊   Rilanciare la tradizione missionaria dell’arcidiocesi di Goa, per secoli avamposto dell’evangelizzazione in India. Questo l’obiettivo del nuovo Centro diocesano di animazione missionaria inaugurato nei giorni scorsi nella città indiana. L’iniziativa – riferisce l’agenzia Ucan - è uno dei frutti del Congresso missionario diocesano organizzato nel 2009 in vista di quello nazionale svoltosi un anno fa a Mumbai e sulla scia delle indicazioni emerse dal Congresso Missionario Asiatico del 2006 in Thailandia. “La nostra idea – spiega il direttore del Centro padre Saturnino Dias – non è solo di annunciare la Buona Novella, ma anche di seguire le orme degli Apostoli, ispirandoci agli esempi di San Francesco Saverio e del Beato Joseph Vaz”, originario proprio di Goa. Una grande opportunità di evangelizzazione è data dal gran numero di turisti che ogni anno visitano l’Antica Goa per vedere le reliquie di San Francesco Saverio nella Basilica Bom Jesus: “Molti hanno una visione distorta di Gesù, della Chiesa e del cristianesimo, ma chiedono anche di saperne di più”, ha detto padre Dias. Per questo sarà allestito un centro informazioni che oltre ad offrire chiarimenti ai dubbi dei fedeli, presenterà schede informative sul cristianesimo e organizzerà anche corsi per corrispondenza sulla Bibbia. (L.Z.)

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    Celebrati domenica i martiri vietnamiti: “il loro seme fruttifichi nella società di oggi”

    ◊   Sono state centinaia di migliaia le persone che, in tutto il Vietnam, domenica scorsa hanno celebrato la festa dei martiri vietnamiti, come semi dati da Dio per farli fruttificate nella società di oggi. “Noi - ha detto l’ex arcivescovo di Hanoi, mons. Ngo Quang Kiet – ammiriamo davvero molto i nostri martiri. Hanno sacrificato vantaggi materiali, posizioni di prestigio e gloria nella società dei re, hanno voluto morire per la fede. Oggi, noi mostriamo la loro stessa fede vivendo secondo la religione e testimoniandola nella società. Seguendo il loro buon esempio, vogliamo avere il coraggio di rinunciare alla tentazione del denaro, della gloria e dei vantaggi materiali del mondo per seguire la chiamata di Dio. L’amore di Gesù è sempre con e in noi”. L’anniversario, quest’anno, è caduto durante il Giubileo della Chiesa vietnamita, che ricorda i 350 anni dalla creazione delle due diocesi di “Đàng Trong and Đàng Ngoài” (Chiesa del Nord e del Sud) e i 50 anni dell’istituzione della gerarchia cattolica nel Paese. La festa dei martiri mostra la forte fede di 117 vietnamiti – 8 vescovi, 50 sacerdoti, un seminarista e 42 fedeli – che insieme ad altre 130mila persone furono fatte uccidere dai re tra il 1638 e il 1886. Il 19 giugno 1988, Giovanni Paolo II decise di canonizzarli e celebrarli in un’unica festa annuale, i nomi dei quali sono conosciuti e sconosciuti. Essi, come ha detto il vescovo ausiliare di Ho Chi Minh City, mons. Peter Nguyen Van Kham, “erano buoni cittadini al tempo dei re. Nelle loro comunità locali, tutti loro lavoravano con entusiasmo e si comportavano bene, vivevano con armonia il loro essere cittadini e la fede in Dio. Amavano il loro Paese e contribuivano allo sviluppo della popolazione. Oggi - ha poi sottolineato - la celebrazione dei martiri dà ai cattolici vietnamiti una buona opportunità per guardare indietro e ringraziare Dio, per imparare la lezione della storia e per discutere la situazione attuale della Chiesa, ciò che la favorisce e anche ciò che la sfavorisce e le crea difficoltà, per cercare soluzioni per costruire una Chiesa che discerne e segue la volontà di Dio”. (R.P.)

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    Germania: mons. Zollitsch invita i politici a salvaguardare la vita

    ◊   “La vita non si può differenziare”: lo ha detto ieri a Stoccarda mons. Robert Zollitsch, presidente della Conferenza episcopale tedesca, ai delegati del congresso della Cdu. Numerosi i componenti del governo federale presenti: la presidente della Cdu e cancelliera Angela Merkel e i ministri Röttgen, van der Leyen, Schavan, de Maiziere. Durante una cerimonia ecumenica inaugurale, mons. Zollitsch ha chiesto che la dignità umana venga salvaguardata senza limiti in tutte le fasi della vita. Il vescovo - riferisce l'agenzia Sir - si è riferito alla diagnostica pre-impianto, tema che vede la Chiesa cattolica nettamente contraria, mentre la Chiesa evangelica e la stessa Cdu sono divise su un eventuale divieto. Proprio su questo punto, il vescovo evangelico Ulrich Fischer ha parlato di una “decisione altamente controversa”. Zollitsch ha definito “il servizio a favore della vita” il criterio “di una politica che si considera responsabile davanti a Dio. Ciò si dimostra nell’impegno per l’integrazione degli immigrati, così come in quello per una vita dignitosa, anche per i poveri”. Al riguardo, Zollitsch ha menzionato i sussidi erogati dall’assistenza sociale (Hartz-IV): mesi fa, il vescovo ha chiesto l’aumento dell’importo del sussidio, soprattutto in considerazione della crescente povertà tra i minorenni. (R.P.)

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    Romania: cattolici in strada per difendere la cattedrale di San Giuseppe

    ◊   Protesta dei cattolici a Bucarest , scontenti per il modo in cui le autorità della Romania trattano il caso della cattedrale di San Giuseppe, messa in pericolo dalla costruzione di un imponente palazzo, “Cathedral plaza”, ad appena 8 metri di distanza. Lo scorso 3 novembre, la Corte d’appello di Suceava ha dichiarato in modo irrevocabile l’illegalità dell’autorizzazione di costruzione della struttura e la Municipalità ha chiesto il fermo dei lavori. Tuttavia il cantiere ha proseguito i lavori ignorando lo stop imposto dalle istituzioni. In segno di protesta e per richiamare l’attenzione delle autorità, le campane della cattedrale suonano da una settimana per otto ore al giorno. L’arcivescovo di Bucarest, mons Ioan Robu precisa che sono iniziate le azioni di protesta per chiedere alle istituzioni dello Stato di fermare i lavori illegali dell’edificio. All’agenzia Sir, il portavoce dell’arcidiocesi di Bucarest dichiara che si assiste sempre più ad un atteggiamento ostile, aggressivo da parte di rappresentanti dello Stato e ad una totale mancanza di preoccupazione per i reali problemi della Chiesa cattolica. (C.P)

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    Mons. Crepaldi inaugura l’anno accademico dell’Università Europea

    ◊   “Il bene comune non è un prodotto delle nostre politiche, ma un obiettivo di umanizzazione comunitaria”. Lo ha detto mons. Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste, inaugurando oggi – come riferisce il Sir - l’anno accademico 2010 – 2011 dell’Università Europea di Roma. “La Chiesa – ha ricordato il presule soffermandosi sul rapporto tra giustizia, carità e bene comune, così come viene delineato nelle tre encicliche di Benedetto XVI - ritiene che se il bene comune non esprimesse una vita buona per l’intera comunità, una vita nel bene, ma dovesse invece esprimere una condizione di benessere esteriore ed individuale contrattato convenzionalmente, l’idea stessa del bene comune sarebbe perduta per sempre”. “Ciò che rende tale la persona non è ciò che essa produce, ma quanto essa riceve”, ammonisce il Papa nella “Caritas in veritate”: “Non siamo noi a poterci dare la nostra dignità né possiamo costruire la nostra fraternità. E senza di ciò non riusciamo nemmeno a costruire la nostra giustizia”. Nell’esperienza della carità, secondo mons. Crepaldi, “l’uomo comprende che egli è sempre di più di quanto egli stesso possa fare e che la società è sempre di più di quanto il mercato e la politica possano fare. Capisce che per vivere ha bisogno di qualcosa che egli non può darsi. Senza la carità il bene comune non si costruisce su rapporti di fraternità ma solo di vicinanza o di utilità”. “Se tutto è a disposizione la società diventa un mercato o un campo di battaglia”, ha ammonito il presule: “la Carità è la difesa della nostra libertà”, perché “rende possibili cose nuove, non prodotte ma frutto di dono e gratuità”, le quali a loro volta “rendono anche noi capaci di carità, ossia liberi dagli interessi e dai determinismi”. “Non è possibile la giustizia senza una concezione della dignità umana e non è possibile questa concezione senza l’esperienza del dono”, ha osservato mons. Crepaldi, ricordando che “una delle affermazioni principali” della “Caritas in veritate” è che “il dono e la gratuità devono entrare a far parte dell’attività economica fin dall’inizio per renderla giusta”. Per la mentalità corrente, invece, “l’ambito del gratuito, della reciprocità, della fraternità sarebbe un ambito che si aggiunge a quello economico della produzione di ricchezza”. Secondo questo schema, “l’economia sarebbe pienamente se stessa affidandosi alla logica della giustizia economica, diversa da quella del dono. Poi, una volta dispiegatasi e raggiunti i suoi fini naturali, essa lascerebbe posto al dono”. Ma la “Caritas in veritate” afferma che “non è vero che si possa produrre senza presupporre una dimensione di gratuità. Senza una quantità di beni immateriali non a carattere economico ma gratuito l’economia non funziona”, ha concluso il relatore.

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    24 Ore nel Mondo



    Italia. Berlusconi e Bossi: senza la fiducia si va al voto anticipato

    ◊   In Italia il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha convocato per questo pomeriggio al Quirinale i presidenti di Senato e Camera per fare il punto della situazione dopo l’uscita, ufficializzata ieri mattina, di Futuro e libertà dalla compagine di governo. Intanto, il premier Berlusconi e la Lega concordano: in caso di voto di sfiducia in Parlamento la richiesta è quella di elezioni anticipate. Il servizio di Giampiero Guadagni:

    La crisi di governo di fatto è già aperta, con il ritiro della delegazione dei finiani di Futuro e Libertà. Ma la formalizzazione in Parlamento avverrà solo dopo l’approvazione della legge di stabilità, la vecchia Finanziaria, che le forze politiche, in questo caso senza distinzioni, riconoscono essere la priorità. Gli scenari sono incerti. Dopo il vertice ad Arcore tra Berlusconi e Bossi, cade l’ipotesi, lanciata nei giorni scorsi dalla Lega, di una crisi pilotata con dimissioni di Berlusconi e immediato reincarico. Il premier e lo stato maggiore della Lega hanno stretto un patto: se il governo non otterrà la fiducia, la richiesta sarà quella di elezioni anticipate. Una soluzione che dal fronte dell’opposizione trova d’accordo solo l’Italia dei Valori, mentre Pd e centristi insistono per un governo di responsabilità nazionale, che modifichi la legge elettorale e affronti l’emergenza economica. Ipotesi gradita anche a Futuro e libertà, che in caso di ritorno immediato alle urne è pronto ad una alleanza con l’Udc di Casini, l’Api di Rutelli e il Movimento per le autonomie di Lombardo. Oggi pomeriggio, intanto, il capo dello Stato Napolitano incontrerà al Quirinale i presidenti di Senato e Camera, Schifani e Fini, per mettere a punto l’agenda istituzionale: sul tavolo le richieste incrociate e contrapposte del Pdl che vorrebbe discutere prima la mozione di sostegno al governo presentata al Senato, dove la maggioranza è ancora solida; e quella di Pd e Italia dei valori che vorrebbero invece prima dibattere la mozione di sfiducia all’esecutivo presentata alla Camera, dove la maggioranza non ha più i numeri. E a proposito di Pd, il partito di Bersani è alle prese anche con problemi interni, dopo l’esito delle primarie a Milano per il candidato sindaco. Ha vinto, infatti, Pisapia di Sinistra e libertà che ha sconfitto Boeri del Pd. Nel partito si ripropone così il problema delle alleanze, con i timori dell’area ex popolare di uno spostamento a sinistra.

    Droni in Pakistan: 20 ribelli uccisi
    È ancora salito il numero di vittime dell'attacco con un drone in Nord Waziristan avvenuto nella notte. Secondo una fonte militare citata dalla televisione Geo News, almeno 20 sospetti militanti estremisti islamici sono stati uccisi da diversi missili sparati contro una base di addestramento e un veicolo vicino al confine afghano, a una ventina di chilometri dal capoluogo di Miran Shah. Dopo l'attacco, “alcuni militanti hanno circondato l'edificio colpito alla ricerca dei corpi dei compagni” - precisa la fonte - aggiungendo che il luogo è utilizzato come covo dai ribelli che combattono in Afghanistan contro le forze Nato.

    Afghanistan: novembre è già il mese più cruento dall’inzio di Enduring Freedom
    Un soldato della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf, sotto comando Nato) è morto oggi nell'Afghanistan orientale durante un attacco degli insorti. I militari stranieri morti in Afghanistan sono ora 648 dall'inizio dell'anno e 37 dal 1 novembre. Con questo bilancio, quello in corso è già il mese più cruento da quando è cominciata l'Operazione Enduring Freedom nel 2001.

    Il rappresentante speciale Usa in visita in Pakistan e Afghanistan
    Il rappresentante speciale degli Usa in Pakistan e Afghanistan, Richard Holbrooke, ha incontrato ieri sera il comandante dell'esercito pachistano, generale Ashfaq Parvez Kayani, con cui ha discusso temi di comune interesse. Lo ha reso noto l'Ufficio stampa militare (Ispr) a Rawalpindi. Fonti diplomatiche hanno indicato che al centro del colloquio, che “è durato per un certo tempo”, vi sono stati il prossimo Vertice della Nato a Lisbona e le operazioni contro i gruppi clandestini operanti in Afghanistan a partire dai territori tribali afghani di confine. Le stesse fonti hanno precisato che Kayani si è detto convinto della necessità di una soluzione politica per la crisi afghana ed ha espresso contrarietà per gli attacchi dei droni americani che causano “troppi danni collaterali” e hanno “un impatto negativo sugli sforzi contro i terroristi”. Il generale Kayani ha infine riassunto a Holbrooke gli sforzi fatti contro i fondamentalisti armati ed ha sottolineato che il Pakistan non aprirà alcun altro nuovo fronte (come il Waziristan settentrionale, come chiede Washington) fino a quando non saranno stati consolidati i successi ottenuti contro i militanti in altre aree.

    La Tv iraniana mostra la presunta confessione di Sakineh
    “Sono una peccatrice”. Questa la ‘confessione’ di Sakineh Mohammadi-Ashtiani, la donna condannata alla lapidazione per adulterio in Iran, che la televisione di Teheran è tornata a mostrare in una trasmissione sulla sua vicenda andata in onda ieri a tarda sera. La donna è stata mostrata con il volto sfumato, mentre le sue dichiarazioni, fatte in lingua azera, erano sottotitolate in persiano. Non è possibile dire se si tratti di una 'confessione' recente o di una fatta nei mesi scorsi e già trasmessa in televisione. La 'confessione' è stata riproposta nella nuova trasmissione, in cui sono stati fatti apparire anche il figlio e l'avvocato di Sakineh e due tedeschi arrestati con loro il mese scorso mentre li intervistavano. “Non li conosco, non devono sostenermi”, ha aggiunto la donna, riferendosi probabilmente alle organizzazioni per i diritti umani che si sono mobilitate per la sua salvezza o ai suoi avvocati.

    Aung San Suu Kyi ha ripreso il suo lavoro
    La leader dell'opposizione democratica birmana, Aung San Suu Kyi, liberata sabato dopo sette anni di arresti domiciliari, ha ripreso il lavoro presso la sede del suo partito, la Lega nazionale per la democrazia (LND), all'indomani del suo primo discorso politico pubblico dal 2003. Dopo la soddisfazione della comunità internazionale, sulla liberazione della dissidente si è pronunciata oggi la Cina. Il servizio di Fausta Speranza:

    La Cina è il principale alleato della giunta militare che governa la ex Birmania. Secondo la stampa birmana, solo quest'anno, imprese cinesi hanno investito nel vicino Paese oltre 8,17 miliardi di dollari. In questo contesto è giunto oggi il primo commento ufficiale da parte cinese dopo la liberazione della leader dell'opposizione e premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Ha parlato il portavoce del ministero degli Esteri Hong Lei riferendosi al Myanmar perché questo è il nome che la giunta andata al potere ha dato alla Birmania. Dunque ha detto che il Myanmar “proseguirà nel processo di pace e di riconciliazione” etnica. Ma intanto continua a far sentire la sua voce Aung San Suu Kyi, liberata sabato dalla giunta militare. Dopo il primo discorso pubblico, ha ribadito oggi di essere determinata a “battersi” per l'esistenza della Lega democratica (Lnd), il partito per il quale ha sempre lottato e di cui contesta lo scioglimento da parte del regime. Il suo avvocato e portavoce Nyan Win ha spiegato che Suu Kyi avvierà una “procedura legale” per la quale “ha firmato una dichiarazione sotto giuramento”. Il partito della premio Nobel è stato sciolto nel maggio scorso dopo che aveva annunciato che avrebbe boicottato le elezioni del 7 novembre, le prime nel corso di 20 anni. Nel 1990 la Lega aveva vinto le consultazioni ma non gli è mai stato permesso di esercitare il potere.

    Italia: protesta dei malati di Sla
    Un gruppo di malati di Sla ha iniziato oggi a Roma una protesta permanente di fronte al Ministero dell'Economia per chiedere interventi di finanziamento urgente per l'assistenza di coloro che sono colpiti da questa patologia. Si tratta di una malattia, la sclerosi laterale amiotrofica, che porta ad una progressiva e totale paralisi, fino alla compromissione dei muscoli respiratori, alla necessità di ventilazione assistita e quindi alla morte. Sui motivi di questa protesta, che prevede un presidio permanente, Fabio Colagrande ha sentito il prof. Salvatore Usala, malato di Sla che parla grazie all’aiuto di un computer:

    R. - I fatti dimostrano che si è aperta una squallida caccia al risparmio nei confronti dei disabili, ci sono famiglie allo stremo, molti sono disperati.

    D. - I malati di Sla in Italia attendono da anni l'approvazione dei Lea per un'assistenza domiciliare adeguata. Cosa cambierebbe se fossero approvati?

    R. - I livelli essenziali di assistenza, detti comunemente Lea, riguardano tutti i cittadini e sono datati 1999, i disabili gravi chiaramente subiscono i maggiori disagi. I Lea costano un miliardo e questo governo non ha alcuna intenzione di spendere. Noi malati Sla esigiamo almeno un finanziamento di 20.000 euro medie a famiglia per l'assunzione di un'assistente formato in attesa dell'approvazione dei Lea che hanno un iter contorto, in pratica chiediamo un intervento urgente come fosse una calamità naturale.

    D. - Sono richieste che fate a nome anche a nome delle persone non autosufficienti o affette da altre gravi malattie?

    R. – Il problema riguarda tutte le categorie di gravi disabilità, noi vogliamo avviare un percorso virtuoso che si propaghi a tutti.

    D. - Su quali principi di giustizia basate le vostre richieste?

    R. - E' molto semplice, diritti costituzionali che dovrebbero garantire una vita degna, molti politici non vogliono riconoscere il diritto della persona, preferiscono i crudi numeri dei bilanci di stabilità. (Panoramica internazionale a cura di Fausta Speranza)

    Bollettino del Radiogiornale della Radio Vaticana Anno LIV no. 320

    E' possibile ricevere gratuitamente, via posta elettronica, l'edizione quotidiana del Bollettino del Radiogiornale. La richiesta può essere effettuata sulla home page del sito www.radiovaticana.va/italiano.

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