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Sommario del 12/11/2010

Il Papa e la Santa Sede

  • Al via la visita apostolica in Irlanda, voluta dal Papa per un rinnovamento spirituale dopo i casi di abuso da parte di membri del clero
  • Udienze e nomina
  • Ritornare alla Parola di Dio: l’editoriale di padre Lombardi sull’Esortazione apostolica “Verbum Domini”
  • Intervento del cardinale Bertone sul diritto matrimoniale: la dottrina sia al servizio delle comunità ecclesiali
  • Intervista a padre Federico Lombardi nel 50.mo anniversario della sua professione religiosa
  • Oggi su "L'Osservatore Romano"
  • Oggi in Primo Piano

  • Il G20 di Seul non supera le divergenze sulla ripresa economica
  • Appello dell’Onu per Haiti: servono 164 milioni di dollari per sconfiggere il colera
  • "Scienza e Vita" contro lo spot pro-eutanasia: difendere la dignità della persona
  • I Passionisti celebrano la figura del Beato Newman con un Seminario e un Oratorio
  • Chiesa e SocietÓ

  • Appello dei vescovi pakistani al Papa per la madre cristiana condannata a morte per blasfemia
  • Pakistan: la Chiesa in aiuto dei profughi cristiani discriminati dalle istituzioni
  • In Italia 26 cristiani feriti nell’attacco alla cattedrale siro-cattolica di Baghdad
  • Usa: appello del cardinale George al presidente Obama affinchè aiuti i cristiani in Iraq
  • Indonesia: l’impegno dei cattolici per gli sfollati del vulcano Merapi
  • Lettera pastorale dei vescovi messicani: lavorare per applicare una pastorale creativa e audace
  • Bolivia: la preoccupazione dei vescovi per una democrazia senza valori
  • La Commissione dei diritti umani chiede giustizia e fine delle violazioni in Africa
  • Congo: i missionari denunciano nuove minacce per la stabilità del Kivu
  • Camerun: non si ferma l'epidemia di colera, quasi 10 mila contagi
  • Sud Sudan: allarme dell'Oms per la diffusione della lesmaniosi
  • Convenzione sulle bombe a grappolo: approvato un Piano per azioni concrete
  • In India, dove si muore di fame, milioni di sacchi di cereali marciscono all'aperto
  • Cina: ordinato il vescovo coadiutore dell'arcidiocesi di Nanchang
  • Convegno in Cina dell'Hebei Faith Press su come coniugare fede e vita
  • Hong Kong: “Seguitemi” è il tema dell’Anno diocesano dei Laici
  • Gmg 2011: siglato un accordo con i Comuni della regione di Madrid
  • 24 Ore nel Mondo

  • Attentati in Afghanistan e Pakistan: talebani in azione
  • Il Papa e la Santa Sede



    Al via la visita apostolica in Irlanda, voluta dal Papa per un rinnovamento spirituale dopo i casi di abuso da parte di membri del clero

    ◊   La Santa Sede ha annunciato, con un comunicato, l’inizio della visita apostolica in Irlanda alle arcidiocesi metropolitane irlandesi, ai seminari e agli Istituti religiosi dopo i casi di abuso da parte di membri del clero. L’iniziativa fa seguito alla lettera pastorale dello scorso 19 marzo di Benedetto XVI ai cattolici irlandesi, nella quale il Papa esprimeva “profondo dolore e rammarico a motivo degli abusi commessi da sacerdoti e religiosi e del modo in cui tali situazioni erano state affrontate nel passato”. Nei mesi successivi alla pubblicazione della lettera, sono stati organizzati incontri preparatori per delineare gli obiettivi della visita. Il servizio di Amedeo Lomonaco:

    La visita apostolica in Irlanda verificherà se i rapporti esistenti tra le varie componenti della Chiesa locale possano sostenere “il cammino di profondo rinnovamento spirituale”. La visita, che non sarà né un’indagine su singoli casi di abuso né un processo per giudicare eventi del passato, avrà anche l’obiettivo di verificare l’efficacia delle procedure seguite e delle diverse forme di assistenza rivolte alle vittime. Non interferirà inoltre con “l’ordinaria attività delle autorità giudiziarie” e non si sostituirà alla “legittima autorità dei vescovi locali o dei superiori religiosi”.

    I visitatori delle quattro arcidiocesi metropolitane - il cardinale Cormac Murphy-O’Connor per Armagh; il cardinale Seán P. O’Malley per Dublino; mons. Thomas Collins per Cashel e Emly; l’arcivescovo Terrence Prendergast per Tuam - incontreranno quanti “sono stati profondamente feriti da abusi” e le loro famiglie. Verificheranno poi l’applicazione delle linee guida del documento prodotto nel 2009 dal “Consiglio nazionale per la salvaguardia dei minori nella Chiesa cattolica”. I visitatori delle quattro arcidiocesi metropolitane potranno anche incontrare i vescovi della provincia ecclesiastica e dovranno sentire oltre all’ordinario il vicario generale, i vicari episcopali, i giudici del Tribunale ecclesiastico, il cancelliere, i membri del Consiglio presbiterale, i membri del Collegio dei consultori e dei Consigli pastorali e, soprattutto, i responsabili, a livello diocesano e parrocchiale, dell’Ufficio di protezione e prevenzione degli abusi.

    Il visitatore apostolico per i seminari irlandesi, mons. Timothy Dolan, arcivescovo di New York, visiterà cinque istituzioni ed esaminerà “tutti gli aspetti della formazione sacerdotale”. Oltre a colloqui individuali con i seminaristi e altre persone coinvolte nella vita del seminario, sarà data l’opportunità di un incontro anche a ciascun sacerdote che abbia recentemente concluso gli studi. Non è suo compito incontrare vittime di abusi. Ogni formatore e studente potrà inoltre esprimere la propria opinione sul Seminario con una dichiarazione firmata.

    I visitatori apostolici degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica con Case in Irlanda - suor Sharon Holland, padre Robert Maloney, suor Máirin Mc Donagh, e padre Gero McLoughlin – valuteranno le risposte ad un questionario sull’eventuale coinvolgimento in casi di abusi e sull’assistenza data alle vittime. Dopo avere attentamente studiato la relazione dei visitatori, la Congregazione determinerà quali passi ulteriori debbano essere presi per contribuire a rivitalizzare la Vita consacrata in Irlanda.

    Le Congregazioni per i vescovi, per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, d'intesa con la Segreteria di Stato, concordano infine che la prima fase della visita debba essere completata, possibilmente, entro la Pasqua del 2011. In quel periodo i visitatori dovranno trasmettere i risultati delle loro ricerche, in modo che successivamente possa essere discusso un piano per il futuro. Una volta completata la visita, la Santa Sede renderà nota una sintesi complessiva dei risultati.

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    Udienze e nomina

    ◊   Benedetto XVI ha presieduto, stamani, la riunione dei Capi Dicastero, nella Sala Bologna del Palazzo Apostolico. Oggi pomeriggio, il Papa riceverà in udienza il cardinale William Joseph Levada, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

    In Indonesia, il Santo Padre ha nominato arcivescovo di Semarang mons. Johannes Maria Trilaksyanta Pujasumarta, finora vescovo di Bandung.

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    Ritornare alla Parola di Dio: l’editoriale di padre Lombardi sull’Esortazione apostolica “Verbum Domini”

    ◊   Ha destato ampia eco l’Esortazione apostolica postsinodale “Verbum Domini”, pubblicata ieri, che raccoglie le riflessioni e le proposte emerse dal Sinodo dei Vescovi svoltosi in Vaticano nell’ottobre 2008 sul tema “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”. Su questo importante documento del Magistero di Benedetto XVI, ascoltiamo la riflessione del nostro direttore, padre Federico Lombardi, nel suo editoriale per “Octava Dies”, il settimanale informativo del Centro Televisivo Vaticano:

    Perché un nuovo documento, così ampio, sulla Parola di Dio? 45 anni fa il Concilio aveva pubblicato la costituzione “Dei Verbum”, che molti considerano uno dei documenti più importanti del Concilio, alcuni il più importante, proprio perché metteva in luce la sorgente originaria della vita e della missione della Chiesa. Esso ha certamente avuto un ruolo fondamentale nel rinnovamento conciliare, ma – come ha rilevato mons. Ravasi – col tempo si notava “qualche allentamento e un’assuefazione” con le conseguenze di “genericità o vago spiritualismo o, al contrario, di aridi tecnicismi da parte degli specialisti”. E il cardinale Ouellet ha parlato con chiarezza di “un deficit da colmare nella vita spirituale del popolo di Dio”. Insomma: la Scrittura è un libro della fede, che nasce dalla fede del popolo di Dio e può essere capito adeguatamente solo nella prospettiva di questa fede, e questa fede deve alimentare.

    Il nuovo documento papale è così ampio e ricco che molti lettori e commentatori rischiano di disperdersi nella ricchissima molteplicità dei suoi contenuti. Ci sia dunque permesso insistere su queste due istanze di fondo: leggere e interpretare la Scrittura con i metodi offerti dalla scienza, ma nella luce della fede, per incontrare la Parola viva di Dio, Gesù Cristo; vivere e praticare l’ascolto e il servizio della Parola nella vita quotidiana della Chiesa per aiutare i fedeli e tutta l’umanità a incontrare Dio attraverso Gesù Cristo.

    Per questo, Benedetto XVI non ci dà solo un nuovo grande documento da studiare e assimilare: ci dà anche l’aiuto e l’esempio. Con il suo libro su Gesù offre a tutti noi un modello di lettura e interpretazione della Scrittura, con le sue omelie offre in particolare a tutti i sacerdoti un modello di predicazione che prende sempre le mosse dalla Parola di Dio, ma è armoniosamente ricca di teologia, di spiritualità, di riferimenti all’attualità. Possiamo veramente sperare – con la sua guida - nel rilancio del grande movimento voluto dal Concilio.

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    Intervento del cardinale Bertone sul diritto matrimoniale: la dottrina sia al servizio delle comunità ecclesiali

    ◊   “Poco vale la dottrina se non viene messa a servizio della vita delle comunità ecclesiali, se non trova validi strumenti di attuazione”: è quanto affermato ieri dal cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, alla presentazione dell’opera “Iustitia et iudicium”, studi di diritto matrimoniale e processuale, in onore del canonista e giudice mons. Antoni Stankiewicz. Nel suo intervento al Palazzo della Cancelleria, il porporato ha sottolineato che “inefficaci rimangono quelle leggi che non incidono sulla quotidianità dei rapporti umani o che, per mancanza di adeguati strumenti applicativi, restano lettera morta”. Nella Chiesa, ha proseguito, “non bastano gli organi giurisdizionali; insufficienti sono gli strumenti di produzione giuridica, di interpretazione della legge e di applicazione della norma anche se accompagnate da corrispondenti sanzioni”.

    La Chiesa, ha rilevato ancora, “sa che la sua azione legislativa, giudiziaria e coattiva, per essere pienamente efficace, deve produrre convincimenti nel singolo e nella comunità non solo a livello di comportamento esteriore, ma anzitutto di coscienza”. Il cardinale Bertone ha dunque sottolineato che è “proprio partendo da questa esigenza fondamentale che emerge la necessità pratica che la dottrina come la norma canonica siano accompagnate da una valida ed intelligente azione pastorale”. D’altro canto, ha avvertito, “la pastorale nella Chiesa presuppone un’idonea formazione dottrinale; esige e postula delle direttive talora anche sanzionate dalla norma giuridica, le quali permettono un’ordinata convivenza tra gli individui e, quindi, in ultima analisi, sono a servizio del bene comune”. In definitiva, ha concluso il cardinale Bertone: “Come la dottrina senza la pastorale resta lettera morta, così la pastorale senza la dottrina resta evanescente e rischia di produrre modelli da evitare piuttosto che da seguire”.

    In particolare, circa il diritto matrimoniale, il segretario di Stato vaticano ha ribadito che “se il discorso giuridico sul matrimonio non avesse basi teologiche, le sue conclusioni ed il complesso delle norme cui dà origine non sarebbero di natura canonistica, cioè ecclesiale”. Quando dunque viene “disatteso il dato teologico, ne deriva una visione giuridica puramente positivista, naturalista, priva pertanto della luce soprannaturale e della forza evangelica che il dato sacramentario” del matrimonio le avrebbe conferito. Il porporato ha ringraziato mons. Stankiewicz per il suo lungo ministero giudiziale presso il Tribunale Apostolico della Rota Romana. Un compito, ha detto, che per mons. Stankiewicz è diventato “un impegno di vita, quasi una vocazione sacerdotale”.

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    Intervista a padre Federico Lombardi nel 50.mo anniversario della sua professione religiosa

    ◊   Quella di oggi è una giornata di “normale” intensità lavorativa per il nostro direttore generale, padre Federico Lombardi. Ma il 12 novembre di 50 anni fa iniziava per lui l’esperienza all’interno della Compagnia di Gesù. Il collega della redazione brasiliana della nostra emittente, Silvonei Protz, ha preso spunto da questo anniversario per aprire una “finestra” sui ricordi e i sentimenti di un uomo e un sacerdote che ha speso gran parte del suo ministero a servizio della Santa Sede:

    R. - Io da ragazzo vivevo in Piemonte e la massima parte del mio tempo l’ho trascorso nella città di Torino. Nella città di Torino seguivo le scuole dai Gesuiti e andavo a fare le mie attività, come giovane scout, all’oratorio dei Salesiani. Ho avuto una giovinezza bellissima e che ricordo con grandissima gioia sia perché la mia famiglia era una famiglia molto unita, anche molto religiosa, sia perché ho vissuto in ambienti educativi che ricordo con grandissima gratitudine: sia quello della scuola dei Gesuiti, sia l’oratorio e le attività con i giovani dei salesiani. Quando poi sono arrivato a 18 anni e ho finito le scuole secondarie, naturalmente si poneva il problema di come continuare la mia vita: direi che la scelta di dedicare la mia vita al servizio del Signore e degli altri fu abbastanza spontanea in quel momento. Per quanto riguarda dove e come realizzarla, mi è stato normale chiedere alla Compagnia di Gesù di entrare da loro, anche se ho conservato sempre una grandissima amicizia e vicinanza pure con i salesiani.

    D. - Chi è oggi padre Federico Lombardi?

    R. - Io sono un gesuita, sono un sacerdote ed ho cercato di fare le cose che mi sono state dette, perché noi abbiamo un voto di obbedienza: riceviamo, quindi, delle "missioni" - noi diciamo così - cioè degli incarichi, dei compiti dai nostri superiori. E proprio questi, alla fine della mia formazione religiosa e sacerdotale, mi hanno condotto a Roma per lavorare a “La Civiltà Cattolica”, una rivista di cultura dei Gesuiti e quindi nel campo della comunicazione sociale. Da allora in poi sono rimasto in questo campo, sempre facendo le cose che mi sono state chieste di fare. Dopo 11 anni a “La Civiltà Cattolica”, sono stato per sei anni Superiore provinciale dei Gesuiti italiani; e, poi, al termine di questo incarico, sono stato “mandato” in Vaticano, come direttore dei Programmi della Radio Vaticana e successivamente ho svolto altri compiti.

    D. - Se Federico Lombardi non fosse stato un prete, che cosa sarebbe diventato?

    R. - Mi sembra una cosa assolutamente ipotetica! Comunque - così per dire - quali potevano essere gli interessi spontanei della mia gioventù? C’erano certamente le scienze, le scienze naturali e in particolare la fisica; e, per quanto riguardava poi le altre attività o il tempo libero, certamente l’alpinismo.

    D. – C’è un momento significativo della sua vita che ricorda spesso?

    R. - Difficile trovarne uno più significativo degli altri. Confesso che in questi giorni, quando si celebrava la Dedicazione della Sagrada Familia - proprio domenica scorsa, con il Papa a Barcellona - mi è tornato in mente un momento molto specifico: quando avevo 13 anni, con gli scout dell’Oratorio dei Salesiani, ho fatto il mio primo grande viaggio in bicicletta per l’Europa, arrivando esattamente da Torino a Barcellona. Noi viaggiavamo in un modo molto povero: ci portavamo la tenda sulla bicicletta, mangiavamo formaggio e pomodori… Viaggiavamo, quindi, in modo estremamente economico. Arrivati a Barcellona, non sapendo dove andare, ad un certo punto, vedemmo quattro guglie molto alte e ci dicemmo: “Andiamo là”. Era la Facciata de Naixement della Sagrada Familia, che allora era ancora molto indietro nella costruzione. A 13 anni, il primo punto di arrivo, del mio primo lungo viaggio in bicicletta, insieme ai miei compagni - ne ho poi fatti altri 4-5 in giro per l’Europa - era esattamente la Facciata de Naixement della Sagrada Familia, dove il Papa ha recitato l’Angelus domenica scorsa. Ho potuto misurare, a 55 anni di distanza, come era cresciuto questo edificio ed ho anche pensato alla mia vita, a come si è sviluppata nel servizio della Chiesa, partendo proprio da quel giorno.

    D. - Padre Lombardi, lei è il direttore generale della Radio Vaticana, del Centro Televisivo Vaticano e della Sala Stampa: quante ore ha il suo giorno?

    R. - Il mio giorno ne ha 24, come quello di tutti! Naturalmente la maggior parte di queste 24 ore è dedicata a questi servizi che hai ricordato. Per me è assolutamente fondamentale che non si vedano tanto tali servizi come semplicemente una realizzazione efficientista, ma come il risultato di una comunità di lavoro, di persone che sentono di svolgere un servizio per la Chiesa d’oggi nel campo della comunicazione. Il Papa si definisce il “servo dei servi di Dio”: benissimo, io e tutte le persone che con me collaborano siamo i “servi del servo dei servi di Dio!”.

    D. - Un’ultima domanda un po’ più personale: il suo rapporto con il Santo Padre, com’è?

    R. - Spero che sia un rapporto buono! Non è che tutti i giorni io sia a colloquio privato con il Santo Padre. Il mio è un servizio che riguarda sia quello che dice il Santo Padre, ma sia anche la vita della Santa Sede in generale, della Curia Romana. A volte con lui basta uno sguardo, basta una parola. E’ una persona immensamente attenta, che ascolta con grandissima attenzione, gentilezza e profondità quello che l’altro dice. Credo che anche noi dovremmo avere verso di lui questa stessa attenzione, perché le frasi che ci dice lui sono molto più importanti delle nostre. (mg)

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    Oggi su "L'Osservatore Romano"

    ◊   In prima pagina, un fondo di Lucetta Scaraffia dal titolo "Una donna coraggiosa": intitolata a santa Francesca Cabrini, patrona degli emigranti, la Stazione Centrale di Milano.

    Nell'informazione vaticana, comunicato della Santa Sede sull'inizio della visita apostolica in Irlanda.

    Nessun accordo: nell'informazione internazionale, il G20 a Seoul, dove non si è sbloccato il dialogo sul mercato valutario e sul commercio.

    Nelle rete con gli occhi aperti: in cultura, il vescovo di Regensburg, Gerhard Ludwig Muller, all'assemblea plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura sul tema "Cultura della comunicazione e nuovi linguaggi".

    Epistolario di un giornalista innamorato: Raffaele Alessandrini sulle "Lettere a Carla" di Enrico Zuppi, che tra il 1947 e il 1979 diresse "L'Osservatore della Domenica".

    Quella dura battaglia contro il solipsismo: il cardinale pro-teologo emerito della Casa Pontificia Georges Cottier su Enrico Castelli e il pensiero del Novecento.

    Nel bel mezzo della crisi è tornato Gordon Gekko: sul sequel di "Wall Street" la recensione di Emilio Ranzato e nell'intervista di Gaetano Vallini a Ettore Gotti Tedeschi, le critiche dell'economista.
    Spietatamente pragmatico, ma sapeva di cinema: la morte di Dino De Laurentis.

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    Oggi in Primo Piano



    Il G20 di Seul non supera le divergenze sulla ripresa economica

    ◊   Si notano alcuni progressi, ma la ripresa è ancora lenta e fragile. Il documento finale del vertice G20, che si è concluso oggi a Seul, lascia in piedi tutti gli interrogativi e i rischi della crisi economica. Il servizio di Maria Grazia Coggiola:

    Il G20 non è riuscito a superare le profonde divergenze sulla politica monetaria mondiale che continueranno, quindi, a influire negativamente sull’economia globale. I leader hanno respinto la proposta americana di contrastare la sottovalutazione della moneta cinese. Nel comunicato finale, molto annacquato nei toni, si sono limitati a impegnarsi a non ricorrere a speculazioni competitive delle valute per favorire le proprie crescite. Il cosiddetto ‘piano di Seul’ invita, inoltre, gli Stati a rimanere vigili sugli eccessi di volatilità delle monete. Sul fronte degli squilibri commerciali, si sottolineano il no al protezionismo e la necessità di ridurre gli eccessi a livelli sostenibili. Il G20 rimanda, però, lo studio delle linee guida a successivi gruppi di lavoro insieme al Fondo Monetario Internazionale e alle altre organizzazioni finanziarie. Una prima verifica sarà a metà del 2011. Secondo alcuni, questo G20 ha messo a nudo l’indebolimento degli Stati Uniti sulla scena internazionale. Il presidente statunitense Obama ha ricordato che l’economia americana è un motore importante per tutti i Paesi, auspicando che la Cina porti lo yuan a livelli di mercato.

    Dal G20, dunque, l’allarme sui rischi di una nuova caduta dell’economia mondiale. Sulle ragioni di tali pericoli, Giada Aquilino ha intervistato Francesco Carlà, presidente di Finanza World:

    R. – Esiste il problema delle economie - soprattutto europee e anche degli Stati Uniti - che sono uscite molto indebolite dalla crisi finanziaria del 2008 e non solo, con conseguenti problematiche sui cambi di svalutazioni competitive, svalutazione delle monete e problemi anche per i titoli di Stato. In questo scenario, poi, ci sono i Paesi che vanno meglio e quelli che vanno peggio. Quelli che vanno meglio - Germania e anche un po’ Francia in Europa, e naturalmente le economie emergenti, come la Cina e quelle asiatiche - hanno meno interesse di quanto, invece, abbiano gli Stati Uniti e altri Paesi più in difficoltà a trovare un accordo sui cambi. Quindi, c’è un po’ uno stallo, una situazione - anche quella affrontata dal G20 – che, da un punto di vista politico, non sembra ancora molto solida. Da un punto di vista economico, anche per questo scenario e per queste cause, la ripresa risulta ancora anemica e debole.

    D. – Da Seul è arrivato un richiamo a non attuare svalutazioni monetarie competitive, procedimento, invece, attuato anche di recente. Cosa significa?

    R. – E’ un buon proposito ma gli Stati Uniti sono i principali imputati di questa vicenda delle svalutazioni competitive, stampando titoli a tutto spiano per indebolire il dollaro e per rafforzare la loro ripresa delle esportazioni e, ancora più importante, per ridurre il valore assoluto dell’enorme debito pubblico americano, che è uscito molto ampliato dagli interventi che hanno dovuto fare nel 2008 …

    R. – Per il nodo degli squilibri commerciali si è tornati a dire no ai protezionismi…

    R. – Anche sul fronte degli scambi commerciali ci sono tali squilibri perché in questo momento la forza di Paesi esportatori come la Cina si scontra con la difficoltà, invece, di altri Paesi. Anche la Germania ha una grande forza di esportazione, mentre altri Stati hanno molta più difficoltà a realizzare questa capacità di esportazione e per questo usano tutti i mezzi che possono, tra cui anche le svalutazioni.

    R. – In campo europeo, oltre ad affrontare la crisi irlandese in atto, a Seul è emerso un forte ruolo della Germania ancora più della Francia, che assume ora la guida del G20. Si potrebbe creare un asse Berlino-Pechino?

    D. – Da un punto di vista economico sono abbastanza schierate dalla stessa parte perché sono i due massimi Paesi esportatori in questo momento. La Germania ha ristrutturato la sua economia durante gli anni in cui si poteva fare e ora si trova in condizioni molto positive da un punto di vista economico. La Cina sfrutta la possibilità di tenere sotto controllo lo yuan, oltre ad avere altri fattori noti: cioè, il fatto che, per esempio, il mercato del lavoro cinese non subisce le stesse regole, gli stessi diritti di quello europeo e anche di quello americano; inoltre, la protezione dell’ambiente non è garantita allo stesso modo … Quindi, per una serie di fattori - monetari e non solo - per una forza intrinseca dei prodotti, dell’economia, si trovano abbastanza sullo stesso piano. Dall’altra parte, ci sono gli Stati Uniti che hanno un problema di debito pubblico che vogliono ridurre il più possibile o comunque controllare e poi vogliono cercare di tenere il dollaro più debole possibile per garantirsi maggiore esportazione. Anche se, in realtà, la forza dell’esportazione americana è sempre stata nei prodotti ad alta tecnologia, dove il vantaggio di un dollaro più debole, onestamente, io non lo vedo. (bf)

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    Appello dell’Onu per Haiti: servono 164 milioni di dollari per sconfiggere il colera

    ◊   E’ allarme ad Haiti per l’epidemia di colera che ha già causato 724 morti. Più di 10 mila le persone ricoverate. L’isola caraibica già poverissima e colpita dal terremoto quasi un anno fa, nei giorni scorsi è stata anche investita dall’uragano "Tomas". L’Onu chiede 164 milioni di dollari per far fronte all’emergenza. C’è il rischio di essere superati dall’epidemia, afferma oggi la portavoce dell’Ufficio dell’Onu per gli Affari umanitari, Elisabeth Byrs. Sulla situazione, Debora Donnini ha intervistato Rosa Crestani del pool di emergenza di Medici Senza Frontiere:

    R. - La situazione sta peggiorando di giorno in giorno. Per il momento siamo molto preoccupati per la situazione nella capitale Port-au-Prince. Stiamo cercando di aumentare la nostra possibilità di accoglienza: nella capitale abbiamo 400 letti disponibili nei nostri centri colera e - questa è la nostra speranza - tra domenica e lunedì contiamo di arrivare ad una disponibilità di più di mille letti.

    D. - Come si deve affrontare questo tipo di epidemia, epidemia di colera …

    R. - Quello che stiamo facendo è aprire altri centri anti-colera, nei quali prenderci cura dei pazienti che arrivano: molti arrivano in condizioni veramente molto gravi e dobbiamo reagire molto in fretta per cercare di salvarli; altri, invece, hanno bisogno di essere reidratati. Stiamo anche cercando di aumentare le comunicazioni e le informazioni per la popolazione. Bisogna dire che è la prima volta che arriva il colera ad Haiti, per cui la popolazione è veramente terrorizzata e reagisce anche con crisi di panico. Se le condizioni di igiene non sono corrette e non c’è abbastanza sapone, non ci sono abbastanza latrine e se l’acqua non è pulita, il colera si diffonde. Per questo è veramente importante far capire alla gente che cos’è il colera, come si previene. Allo stesso tempo, però, è necessario dire che il colera è sì una malattia mortale e che può colpire molto in fretta, ma è anche una malattia molto semplice da curare.

    D. - Voi fate un appello alla Comunità internazionale?

    R. - Noi rivolgiamo un appello alla Comunità internazionale affinché aumenti le capacità e aumenti l’intervento per aiutarci a gestire questa epidemia di colera. Per il momento non possiamo dire che la situazione sia sotto controllo. Abbiamo bisogno di più persone, di più organizzazioni per cercare di arrivare ad avere il controllo di questa epidemia. (mg)

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    "Scienza e Vita" contro lo spot pro-eutanasia: difendere la dignità della persona

    ◊   “Attendiamo la messa in onda a livello nazionale dello spot pro-eutanasia prima di pronunciarci”. Così Roberto Napoli, commissario dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, si è espresso in merito allo spot, realizzato in Australia, già trasmesso in Canada, e, su iniziativa dei radicali, pronto ad andare in onda anche sugli schermi di Telelombardia. Ascoltiamo lo stesso Napoli al microfono di Paolo Ondarza:

    R. – Come è noto, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni non può prendere decisioni “ex ante”, cioè prima che vada in onda una trasmissione, uno spot, una pubblicità. In questo caso, ovviamente, se dovesse andare in onda e ci dovessero essere ricorsi – le anticipo che già qualche Associazione, come l’Aiart e altre, si sono mosse a tal proposito – è indubbio che noi dovremo valutare i problemi dell’offesa ai sentimenti religiosi, al comune sentire. Tuttavia, ripeto, possiamo farlo solo “ex post”, quindi non in termini preventivi.

    D. – E’ vero che non è ancora andato in onda, ma è disponibile su Internet: questo non incide in nessun modo su un pronunciamento prima del tempo?

    R. – Noi non abbiamo previsto un intervento, perché lei sa bene che per quanto riguarda Internet c’è una valutazione di libertà di movimento all'interno della rete. Diversa è la normativa su cui noi siamo chiamati ad intervenire e che riguarda soprattutto il servizio pubblico. Ma stiamo seguendo con molta attenzione l’evoluzione di questo problema che, peraltro, è un problema che tocca le coscienze, tocca la sensibilità e la cultura religiosa… stiamo parlando dell’eutanasia, insomma. Peraltro, lei sa, è un’iniziativa che credo abbia assunto il partito radicale, probabilmente per rilanciare una sua idea politica; è evidente che noi seguiamo con attenzione l’evoluzione di questa cosa. (gf)

    Nello spot pro eutanasia della durata di 40 secondi un uomo, seduto su un letto di ospedale, spiega di essere sempre stato libero: “Di esprimersi, di scegliere chi sposare, di avere figli, non di diventare un malato terminale”. Ma secondo Scienza e Vita “il fine vita non va banalizzato con uno spot e la vera libertà è quella di scegliere in favore della vita”. Lo conferma al microfono di Paolo Ondarza il presidente dell’Associazione, Lucio Romano:

    R. – La libertà dev’essere intesa come un’assunzione di responsabilità a tutela e difesa della vita, che non significa assolutamente libertà così come viene impropriamente presentata nell’ambito dello spot, come una autodeterminazione assoluta da parte del paziente di poter provvedere anche alla soppressione della propria vita.

    D. – Perché dite “no” a questo spot?

    R. – E’ uno spot che è assolutamente fuorviante. E' uno spot che vuole presentare in maniera suggestiva e quasi – direi – paradossalmente accattivante una procedura che è assolutamente inaccettabile sotto il profilo etico e sotto il profilo giuridico. Ecco perché è una forma di comunicazione impropria che può suggestionare persone che si trovano in situazione di difficoltà, come sul finire della vita, per esempio, o che potrebbero leggere lo spot come una sorta di “viatico” a quella che è una “buona morte”. E non è assolutamente così! Significa negare qualsiasi responsabilità della società ad essere coinvolta nel giusto accompagnamento, che non significa accompagnamento inducendo la morte, ma nel rispetto della persona, accompagnandola a morire attraverso – per esempio – le cure palliative.

    D. – A prima vista – ha scritto il quotidiano Avvenire – manovre di questo tipo sembrano eccessi senza futuro, ma poi finiscono per scavare nella coscienza collettiva producendo ingenti danni a lunga scadenza….

    R. – Come tutti gli spot pubblicitari, al momento sembra che non producano risultato, ma diventano poi una sorta di messaggio subliminale che viene ad essere percepito, assunto e, quasi paradossalmente, condiviso come una normalità.

    D. – Presidente, lo spot si conclude con la citazione di dati Eurispes 2010, secondo i quali il 67 per cento degli italiani è favorevole all’eutanasia. Vi risultano questi dati?

    R. – Non risultano affatto, questi dati. Questi dati, come tutti i dati, devono essere ben attentamente studiati per vedere qual è il tipo di interlocutore che è stato preso in considerazione. Questi dati ci lasciano molto, ma molto perplessi se non addirittura scettici per quanto riguarda l’interpretazione di un vero sentire a livello nazionale che non è assolutamente a favore dell’eutanasia. (gf)

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    I Passionisti celebrano la figura del Beato Newman con un Seminario e un Oratorio

    ◊   Il cardinale John Henry Newman, recentemente beatificato da Benedetto XVI nel suo viaggio apostolico nel Regno Unito, viene oggi celebrato con due iniziative, promosse dai Passionisti: un convegno alla Pontificia Università Lateranense e un Oratorio, “Il sogno di Domenico”, che verrà eseguito stasera per la prima volta. Le iniziative mettono l’accento in particolare sul legame tra il Beato Newman e il Beato Domenico Barberi che lo accolse nella Chiesa cattolica dopo la sua conversione. Alessandro Gisotti ha intervistato il passionista, padre Fernando Taccone su questa giornata dedicata a Newman:

    R. – Chi ha accolto nella Chiesa cattolica John Henry Newman per la sua conversione è stato il nostro passionista padre Domenico Bàrberi, beatificato durante il Concilio Ecumenico Vaticano II da Paolo VI, nel 1963. Addirittura, in quella circostanza, Paolo VI, nel discorso di Beatificazione del Beato Domenico, parlò – sembrò ad alcuni - più del Newman che non, forse, del nostro Beato Domenico! La Beatificazione sta a sottolineare l’attenzione al ruolo del nostro Beato nella conversione e, quindi, anche nel processo iniziale di santità di Newman. Con questo seminario stiamo operando un congiungimento e lo spiega Newman stesso, nel suo “Apologia pro vita sua”: “Grande parte ha avuto nella mia conversione e nella mia vita Domenico Bàrberi”.

    D. – Qual è il messaggio comune che questi due Beati danno agli uomini e ai fedeli di oggi?

    R. - Il messaggio comune che danno è la ricerca della verità, la ricerca della verità a tutti i costi. E la verità per lui non era una realtà intellettuale: la verità è Cristo, la verità è la sua Parola. Questo è il messaggio grande che loro danno.

    D. – Una ricerca della verità che accomuna fede e ragione?

    R. – Fede e ragione per togliere tutte quelle ambivalenze, tutti quei contrasti che potrebbero esserci. La tesi grande del Newman, nello specifico, è proprio che il problema di fede e ragione viene risolto dalla coscienza. Per cui, la formazione della coscienza è fondamentale, perché è lì, nella coscienza, nel fondo di ogni uomo che c’è la presenza di Dio … Ecco che fede e ragione possono ben confrontarsi sul terreno della coscienza. (bf)

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    Chiesa e SocietÓ



    Appello dei vescovi pakistani al Papa per la madre cristiana condannata a morte per blasfemia

    ◊   “Rivolgiamo un accorato appello al Santo Padre perché possa pregare, intercedere, spendere parole in favore di Asia Bibi. Chiediamo che le venga garantito il perdono e sia liberata”, è quanto dice all’agenzia Fides mons. Shah, vescovo ausiliare di Lahore, la diocesi del Pakistan dove si è registrato il caso di Asia Bibi, la prima donna pakistana cristiana condannata a morte per blasfemia. Il presule esorta poi “la comunità internazionale ad alzare la voce, fare pressioni e operare a tutti i livelli per la salvezza della donna” e parla anche alle madri pakistane: “Asia è una mamma come voi, difendetela, non lasciate che i suoi figli diventino orfani”. Il vescovo dice di sperare nel movimento di pubblica opinione della società civile pakistana, “dove esistono organizzazioni cristiane e musulmane che lavorano per la pace e l’armonia”, come conferma la mobilitazione annunciata dalla “Human Rights Commission of Pakistan”, una delle Organizzazioni non governative più importanti del Paese, e da Aslam Khaki, noto avvocato e studioso musulmano, il quale si dice pronto ad assumere, gratuitamente, la difesa della donna in vista dell’appello presso l’Alta Corte di Lahore. Da più parti si punta ora il dito contro la controversa legge sulla blasfemia. Il caso Asia Bibi è emblematico dell’abuso di questa norma a danno delle minoranze religiose. La legge non prevede l’onere della prova a carico di chi accusa: basta quindi una testimonianza o una dichiarazione per essere incriminati. La Chiesa ne chiede da tempo l’abrogazione visto il proliferare di false accuse, che sempre più spesso colpiscono i cristiani, ma anche i cittadini musulmani. (A cura di Marco Guerra)

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    Pakistan: la Chiesa in aiuto dei profughi cristiani discriminati dalle istituzioni

    ◊   In Pakistan il governo discrimina le famiglie cristiane colpite dalle alluvioni. Lo denuncia all’agenzia Fides padre Mario Rodrigues, direttore delle Pontificie Opere Missionarie in Pakistan, secondo il quale circa 20mila famiglie cristiane sfollate sono del tutto abbandonate in questa fase di ricostruzione. “Terminate le inondazioni – spiega il sacerdote – il Paese vive oggi la difficile fase della ricostruzione. Vi sono grandi difficoltà, perché i fondi a disposizione del governo non sono sufficienti. D’altro canto, si continua a gestire l’emergenza, a distribuire il cibo e a lottare contro le deteriorate condizioni sanitarie, segnate dalla pericolosa presenza di malattie come la dengue e il colera”. “In tale fase – prosegue il religioso - i cristiani sono negletti ed emarginati, sono gli ultimi della lista. Non sono degnati di attenzione dal governo né dalle autorità provinciali. Per questo oggi la Chiesa si sta concentrando sull’assistenza alle famiglie cristiane, altrimenti destinate alla miseria più nera, con rischi per la loro stessa sopravvivenza”. Il direttore delle Pontificie Opere Missionarie in Pakistan riferisce che i profughi cristiani sono sparsi in tutto il Paese: soprattutto nelle province di Sindh, Punjab e alcuni anche in quella settentrionale di Khyber Pakhtunkhwa. “La situazione peggiore si registra in Punjab, dove le autorità governative sono ostili ai cristiani e non sembrano avere nessuna intenzione di aiutarli”. Ricostruire una casa costa circa 200mila rupie e per questo la Caritas Pakistan lancia un appello ai donatori in tutto il mondo per raccogliere contributi sufficienti a ricostruire le case per 20mila famiglie cristiane. Oltre alle case, poi, ci sono le terre da bonificare e da liberare dal fango, condizioni indispensabili per utilizzarle nuovamente per l’agricoltura. Le iniziative del governo, come la “tessera del profugo” stanno annegando in una prassi di corruzione e mala amministrazione, generando malcontento. Padre Mario, facendosi interprete delle migliaia di profughi cristiani, conclude: “Il governo pakistano è attento solo alle esigenze dei ricchi possidenti e non si occupa delle masse di poveri e diseredati, che hanno perso tutto. E, in mezzo a costoro, i cristiani sono i più poveri fra i poveri”. (M.G.)

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    In Italia 26 cristiani feriti nell’attacco alla cattedrale siro-cattolica di Baghdad

    ◊   È atteso per oggi in Italia un gruppo di 26 cristiani iracheni feriti nell'attacco di Al Qaeda alla cattedrale siro-cattolica di Baghdad, costato la vita a 68 persone. I feriti atterreranno con un C-130 dell'Aeronautica militare a Pratica di mare e poi saranno trasferiti all'ospedale Gemelli di Roma, dove riceveranno tutte le cure necessarie. Lo ha reso noto il Ministero degli Esteri italiano, spiegando che il ministro, Franco Frattini, ha accolto un appello del segretario di Stato Vaticano, cardinale Tarcisio Bertone. Oggi tra l'altro la Regione Toscana ha dato la disponibilità ad accogliere i feriti gravi che non possono essere curati e ad avviare relazioni e scambi tra ospedali toscani ed ospedali di Baghdad. La partenza del gruppo dalla capitale irachena è coincisa con una messa in suffragio per le 19 vittime della strage di Nassiriya che si è tenuta proprio nella cattedrale siro-cattolica. Alla funzione, svoltasi nel settimo anniversario dell'attentato, ha assistito l'ambasciatore italiano in Iraq, Gerardo Carante. Intanto per la comunità cristiana nel Paese del Golfo la situazione rimane drammatica. L’arcivescovo caldeo di Mosul, mons. Emil Shimoun Nona, ha ribadito all'agenzia Sir che “i cristiani hanno paura perché sanno bene cosa significa essere oggetto di violenza, in quanto l’hanno vissuto duramente sulla loro pelle nei mesi trascorsi”. Secondo il presule “la maggior parte dei cristiani non pensa, almeno per adesso, di lasciare la città anche se qualcuno lo ha già fatto”. Tuttavia, prosegue mons. Nona, “non basta il rafforzamento della sicurezza intorno alle chiese e ai luoghi di culto cristiani a Mosul, deciso dopo la strage nella chiesa a Baghdad, per tranquillizzare i fedeli”. A tale riguardo, aggiunge il vescovo di Mosul, “siamo felici che la Cei abbia promosso per il 21 novembre una giornata di preghiera per i cristiani iracheni perseguitati e per i loro persecutori. Speriamo che l’iniziativa possa essere ripresa anche in altri Paesi”. Il presule saluta infine con soddisfazione la formazione del nuovo governo dopo otto mesi di empasse istituzionale: “La presenza di un governo forte e autorevole dovrebbe avere riflessi positivi anche sulla condizione dei cristiani. Finora i gruppi estremisti hanno fatto ciò che volevano, adesso speriamo che la situazione possa migliorare sotto il profilo della sicurezza e della stabilità”. (M.G.)

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    Usa: appello del cardinale George al presidente Obama affinchè aiuti i cristiani in Iraq

    ◊   A seguito all’attentato alla chiesa siro-cattolica di Baghdad del 31 ottobre scorso e dopo i nuovi episodi di violenza contro i cristiani iracheni di questi giorni, il presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, cardinale Francis George ha rivolto un pressante appello al Presidente Barack Obama “perché vengano compiuti ulteriori passi per aiutare l’Iraq a proteggere i propri cittadini, in particolare quelli cristiani e altre vittime di attacchi organizzati”. Ricordando le forti parole pronunciate il mese scorso al Sinodo per il Medio Oriente dall’arcivescovo di Babilonia dei Siri Athanase Matti Shaba Matoka e le posizioni espresse a suo tempo dall’episcopato statunitense sull’invasione dell’Iraq, l’arcivescovo di Washington rileva che gli Stati Uniti hanno “l’obbligo morale di non abbandonare quegli iracheni che non possono difendersi”. Secondo la missiva, diffusa il 9 novembre, il minimo che si possa fare nelle attuali circostanze, è collaborare con gli iracheni e la comunità internazionale “per permettere al governo iracheno di diventare operativo per il bene comune di tutti gli iracheni; mettere le forze armate e di polizia locali nelle condizioni di garantire la sicurezza a tutti i cittadini, comprese le minoranze; promuovere la riconciliazione e la tutela dei diritti umani, in particolare la libertà religiosa; la ricostruzione dell’economia del Paese perché gli iracheni possano mantenere le loro famiglie e assistere i rifugiati e gli sfollati”. (L.Z.)

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    Indonesia: l’impegno dei cattolici per gli sfollati del vulcano Merapi

    ◊   In Indonesia si aggrava il bilancio degli sfollati causati dall’eruzione del vulcano Merapi. Secondo quanto riferisce all'agenzia Misna il direttore della Caritas-Semarang, Methodius Kusumahadia, sono ormai 287.000 gli sfollati costretti a vivere in 290 campi allestiti dal governo o presso parenti e amici. “Il vulcano continua ad eruttare gas, in tutte le direzioni, mentre nei primi giorni le emissioni si dirigevano soprattutto verso ovest” ha precisato Kusumahadia. “Non ci sono ancora le condizioni per un rientro a casa, la gente ha paura. Tuttavia, gli aiuti sono ben organizzati, il governo provvede ai pasti e ad altri aiuti, la Caritas fornisce un aiuto logistico. L’atmosfera tra gli sfollati è calma. Gli uomini tendono a tornare durante il giorno nei propri villaggi per controllare la situazione, mentre donne e bambini rimangono nei campi”, ha aggiunto il responsabile della Caritas. Tutta la comunità cattolica è in prima linea nell’assistenza alla popolazione. Nell’arcidiocesi di Semarang, che comprende le cinque reggenze più colpite dall’eruzione, decine di parrocchie hanno organizzato programmi di aiuto, mettendo a disposizione di quanti fuggono chiese, scuole, conventi e case private. Padre Mathews Purwatma, del St. Paul’s High Seminary di Kentugan, afferma all'agenzia AsiaNews che sono oltre 900 i profughi ospitati nelle strutture del seminario. La maggior parte sono cattolici di parrocchie vicine, ma vi sono anche molti musulmani e indù. “Essi – racconta il sacerdote – sono curati dai nostri studenti che provvedono al loro sostentamento fisico e spirituale”. Il religioso afferma poi che in questa situazione, tutti i cattolici sono chiamati ad aiutare i bisognosi guidati dall’amore e dalla compassione di Cristo. A Tanah Mas, area colpita da una recente alluvione, il parroco non potendo ospitare i profughi nei locali, ha invece organizzato un servizio mobile di aiuti alimentari attivo nelle città di Muntilan, Sleman e Boyolali. “La risposta per me è stata subito chiara – afferma padre Aloysuis Budi Purnomo – andare avanti con la nostra missione tra gli sfollati. Le alluvioni qui a Tanah Mas sono ormai una cosa comune e la gente sa come agire”. Nella città di Yogyakarta e nei villaggi più vicini all’eruzione la continua fuoriuscita di lava, cenere e lapilli non ha permesso ad autorità e agenzie umanitarie di organizzare campi stabili per i profughi. I pochi presenti sono pieni e centinaia di persone sono bloccate da giorni in rifugi di fortuna. Per soccorrere questa gente due medici cattolici dell’ospedale cattolico Panti Rapih hanno organizzato una serie di ambulatori nei vari rifugi. (M.G.)

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    Lettera pastorale dei vescovi messicani: lavorare per applicare una pastorale creativa e audace

    ◊   Con un forte invito a tutta la Chiesa del Messico “a ripensare in profondità la sua missione nelle attuali circostanze” e a uno sforzo sostenuto per “rilanciare questo compito con maggiore fedeltà”, si concludono oggi i lavori della 90.ma assemblea plenaria dell’episcopato messicano. Nella lettera pastorale pubblicata poche ore fa i presuli ricordano di aver discusso sulla Missione continentale in corso in tutto il continente e, dunque, sull’impegno missionario di ogni singolo discepolo di Cristo e non solo delle diverse istanze della comunità ecclesiale. Cosi come fecero gli Apostoli del Signore, “la nostra missione principale, scrivono i vescovi, è quella di annunziare, celebrare e vivere lo stile di Gesù Cristo, morto e risorto, in particolare nelle circostanze odierne”. D’altra parte, la Conferenza episcopale ricorda anche le celebrazioni del bicentenario che, si legge nel documento, “ci hanno dato l’opportunità per ripensare la definizione della nostra identità e del nostro impegno permanente quali, per essere liberi e giusti, in una società che attraversa una profonda crisi culturale che scuote le fondamenta e c’interroga sul futuro”. Nel corso della plenaria, spiegano i presuli, “ci siamo interrogati sulle sfide che richiedono una nostra parola illuminatrice” e in questo senso abbiamo convenuto che un campo importante è quello della cultura: “Occorre che il Vangelo incida sulla nuova cultura” capace di contrastare le tendenze che portano “alla riduzione dell’essere umano a semplice oggetto di consumo e alla mancanza di aspirazioni umanizzanti e trascendenti”. Sono queste considerazioni che ci spingono a un invito accorato ai cattolici messicani, aggiungono i presuli, chiedendo loro di “vivere questo tempo della Chiesa come tempo dello Spirito Santo, donatore della vita”. Nella Chiesa – si legge ancora nella missiva – “tutti siamo responsabili della missione che Gesù ci ha comandato e ciascuno è chiamato a prendere parte a seconda dei differenti ministeri, carismi e servizi. Invitiamo ai nostri sacerdoti, così come i laici, a sentirsi corresponsabili nel compito di rinforzare i processi che vive la Chiesa nel suo attuale stato di missione permanente”. La lettera, firmata da mons. Carlos Aguiar Retes, arcivescovo di Tlalnepantla, presidente dell’episcopato, sottolinea infine l’impegno dei vescovi che rinnovano la loro disponibilità ad essere “artefici della comunione” per “viverla con l’intero presbitero ma anche con tutto il popolo di Dio”. “Siamo chiamati a superare una pastorale basata sulla ripetizione di azioni e improvvisazioni per creare e applicare, invece, una pastorale creativa e audace”, capace di “organizzare la priorità nelle nostre diocesi” e di accrescere “una spiritualità profetica e di comunione”, si legge al termine del documento dei vescovi messicani. (A cura di Luis Badilla)

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    Bolivia: la preoccupazione dei vescovi per una democrazia senza valori

    ◊   La Chiesa cattolica ha espresso la sua preoccupazione per la creazione in Bolivia di una democrazia “puramente formale, senza valori e senza principi etici” a causa dei segnali negativi che si verificano nel processo di costruzione del nuovo Stato: l'assenza di dialogo, l’esclusione e la violazione dei diritti fondamentali. La riflessione - riferisce l'agenzia Fides - è stata resa nota a Cochabamba, durante la cerimonia di apertura della 90a Assemblea ordinaria della Conferenza episcopale della Bolivia (Ceb), in un documento che è stato letto da mons. Jesús Pérez, arcivescovo di Sucre e vicepresidente della Ceb. Nel testo i vescovi hanno criticato l'amministrazione del governo attuale, pur senza citarlo direttamente, e hanno chiesto ai boliviani di "raddrizzare la rotta", che ha preso il Paese. “È motivo di preoccupazione - scrivono i vescovi - il fatto che l'attuale processo di dare un nuovo volto al Paese, si stia svolgendo in un clima di confusione, per la mancanza di chiarezza e trasparenza nell'indicare gli obiettivi che, a volte, sembrano nascondere altre intenzioni, per la mancanza di un vero dialogo, per non sentire il clamore e il parere dei gruppi, per il linguaggio che si nutre di contrasti tra settori e regioni, per escludere singoli individui o gruppi che si oppongono, anche calpestando il rispetto di diritti inalienabili come la vita e la dignità, e le libertà personali e democratiche”. L'anno scorso, il 7 febbraio 2009, il Presidente Evo Morales ha promulgato una nuova costituzione, che ha iniziato il processo di costruzione del nuovo Stato sociale di diritto plurinazionale comunitario. Il nuovo modello è costruito sulla base di cinque leggi fondamentali che sono state approvate a metà di quest'anno e di altre leggi complementari che hanno causato divisioni nel Paese. I vescovi, al riguardo, dicono: “Non si può parlare di una nuova Bolivia se usiamo i metodi del passato che hanno causato tanto danno al Paese. Noi crediamo che i boliviani, come in altri momenti difficili della vita democratica, siano in grado di invertire la rotta e costruire insieme una Bolivia giusta, solidale e nella fratellanza. Questo è possibile se tutti, autorità e cittadini, ci impegnano ciascuno secondo le proprie responsabilità, a ripristinare un clima di pace e serenità, promuovendo la riconciliazione e il perdono, parlando e praticando la verità, utilizzando il dialogo sincero, ascoltando e rispettando l'altro che la pensa diversamente, e cercando il più ampio consenso possibile”. Nella conclusione, mons. Jesús Pérez Rodríguez, sottolinea il corretto concetto della missione della Chiesa nel mondo, “che non si riduce alla persona nella sua dimensione strettamente interiore o alla spiritualità, negando ogni riferimento alla persona nella sua integrità, corpo e spirito, ma arriva a tutti gli aspetti della vita, compreso quello sociale e politico. Ogni azione umana ha implicazioni morali che meritano una valutazione e un orientamento dalla verità e dalla carità cristiana” ha concluso. L’Assemblea dei vescovi si è aperta ieri 11 novembre con questo intervento e si conclude il 16 novembre. (R.P.)

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    La Commissione dei diritti umani chiede giustizia e fine delle violazioni in Africa

    ◊   Le gravi violazioni dei diritti umani che avvengono costantemente in Repubblica Democratica del Congo, Guinea e Sud Sudan sono state denunciate in apertura della 48esima sessione della Commissione africana dei diritti umani e dei popoli (Cadhp), in corso a Banjul fino al 24 novembre. La Federazione internazionale dei diritti umani (Fidh) - riferisce l'agenzia Misna - ha chiesto alla Cadhp di intervenire sui crimini commessi contro la popolazione civile durante le rappresaglie armate tra le Forze democratiche di liberazione del Rwanda (Fdlr) e le Forze armate della Repubblica democratica del Congo (Fardc) nell'est del Paese e di condannare pubblicamente l'omicidio di Floribert Chebeya, direttore dell'Organizzazione non governativa ‘Voix des sans voix’, assassinato nel giugno scorso a Kinshasa. Il rispetto della libertà di espressione è stato invece il richiamo dei giornalisti africani intervenuti al Forum sulla partecipazione delle organizzazioni non governative, organizzato dalla Cadhp la settimana scorsa nella capitale senegalese Dakar. I governi, secondo la Federazione giornalisti africani, devono rispettare la pluralità di espressione della stampa, delle televisioni e delle radio permettendo loro di offrire un servizio pubblico d'informazione indipendente. Intervenuto ai lavori della Commissione diritti umani, il ministro della Giustizia gambiano, Edward Gomez, ha giustificato l’applicazione della pena capitale con la volontà di “non fare del Paese un ponte di scambio per i traffici di droga”. Il governo di Yahya Jammeh viene regolarmente criticato da organizzazioni di difesa dei diritti umani per il clima di repressione diffuso nel Paese, con arresti bollati come arbitrari, rapimenti e uccisioni di giornalisti e attivisti. (R.P.)

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    Congo: i missionari denunciano nuove minacce per la stabilità del Kivu

    ◊   Allarme e preoccupazione per l’instabilità nel nord e sud Kivu vengono espresse da fonti missionarie presenti nelle martoriate regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo. Un missionario da Bukavu (che per ragioni di sicurezza desidera non essere citato), ha detto all'agenzia Fides che nella regione si colgono segnali “non rassicuranti”. Nel nord Kivu, nell’area di Lubero, la popolazione è addolorata per l’uccisione di don Christian Mbusa Bakulene. Gli abitanti dell’area accusano i soldati delle Forze armate congolesi (molti dei quali sono ex ribelli del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo) di depredare i civili. “Anche nel sud Kivu, nei scorsi giorni vi sono state proteste della popolazione contro il proseguimento dell’operazione “Amani Leo”, condotta dall’esercito congolese e da quello rwandese contro le Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda” dice il missionario. Secondo fonti di stampa, nel Kivu si starebbero concentrando alcuni gruppi che si oppongono sia al governo del Rwanda che a quello del Burundi, che hanno costituito un’alleanza informale. Per contrastare questi movimenti, di recente si è tenuta a Bujumbura, capitale del Burundi, una riunione dei capi delle intelligence della Repubblica Democratica del Congo, del Rwanda e del Burundi. Gli osservatori locali hanno sottolineato la significativa assenza di un rappresentante dell’intelligence dell’Uganda, a conferma di un raffreddamento dei rapporti tra Kigali e Kampala. L’incontro di Bujumbura potrebbe significare un’intensificazione delle attività militari nel Kivu, come conferma la fonte di Fides: “Sono in crescita le voci su una nuova operazione militare congiunta tra l’esercito congolese e quello rwandese nell’area”. Il Kivu è ricco di risorse naturali che sono indispensabili alle economie più avanzate. Tra queste vi è pure il metano che si trova al di sotto del lago Kivu. Questa risorsa costituisce però una grave minaccia ambientale, perché si teme che possa provocare un rilascio violento di anidride carbonica 300 volte più importante di quella verificatasi il 21 agosto 1986 al di sotto del lago Nysos, in Camerun, che provocò 1.800 morti per asfissia. Vi sono dei progetti per estrarre il metano dal fondo del lago, per ora rimasti non attuati. “La popolazione è poco informata di questo rischio. D’altronde ha altro a cui pensare e le autorità non fanno nulla per avvertirla. Le manifestazioni dell’ecosistema, in fondo, sono lo specchio di quello che l’uomo sta provocando in questa regione” conclude il missionario. (M.G.)

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    Camerun: non si ferma l'epidemia di colera, quasi 10 mila contagi

    ◊   Si aggrava ancora il bilancio dell'epidemia di colera che da sei mesi colpisce il Camerun e che finora ha fatto registrare 597 vittime a fronte di 9395 casi di contagio. Il nuovo bilancio è stato diffuso dal ministero della sanità di Yaoundé, precisando che delle sei regioni coinvolte, la situazione più preoccupante è stata riscontrata nell’estremo Nord con 573 decessi e 8830 contagi. Nella provincia del Nord - riferisce l'agenzia Misna - decine di nuovi casi sono stati segnalati nelle ultime 48 ore, tutti nel distretto di Figuil, con un totale di 328 contagi e 17 morti. La regione del Littorale ha finora registrato 204 casi con cinque decessi, mentre in quella del Centro sono stati censiti 31 contagi e quattro vittime. Oltre alla regione occidentale, l’epidemia di colera si è diffusa anche nella capitale Yaoundé, con due morti, e nella principale città economica Douala, dove cinque persone hanno finora perso la vita. L’attuale epidemia ha una dimensione regionale visto che colpisce anche Nigeria e Ciad, motivo per cui sono stati avviati consultazioni con i ministri dei paesi vicini per tentare di contenere il dilagare della malattia, come suggerito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). Il colera, malattia endemica nei paesi del Sud del mondo, è un'infezione intestinale che si contrae soprattutto per ingestione di alimenti o acqua contaminati e a causa di servizi igienico-sanitari carenti. (R.P.)

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    Sud Sudan: allarme dell'Oms per la diffusione della lesmaniosi

    ◊   Oltre 260 casi mortali, a fronte di 9000 persone, contagiate sono stati registrati nel corso degli ultimi 12 mesi in alcune zone del Sud Sudan interessate dal settembre 2009 da una rara diffusione di lesmaniosi, una parassitosi - riporta l'agenzia Misna - nota anche come kala azar o febbre nera. A riferirlo è l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms/Who) che ha lanciato l’allarme, sostenendo che nei prossimi mesi la diffusione della malattia dovrebbe aumentare ulteriormente portando addirittura a un raddoppio dei casi. Trasmessa dalla puntura di insetto durante la stagione delle piogge, infatti, la lesmaniosi manifesta i sintomi dell’infezione durante la stagione secca, che è appena iniziata in Sud Sudan. Finora, fanno sapere dall’Oms, la maggioranza dei decessi è avvenuta tra bambini che soffrivano di malnutrizione. Le zone più colpite, lo Stato di Jonglei e dell’Alto Nilo, sono tra le più povere del Paese. Se non trattata rapidamente, la lesmaniosi può avere un tasso di mortalità del 90%. (R.P.)

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    Convenzione sulle bombe a grappolo: approvato un Piano per azioni concrete

    ◊   I governi hanno raggiunto l’accordo riguardante i 66 punti del Piano d’Azione per concretizzare gli obblighi previsti nella Convenzione per la messa al bando delle munizioni a grappolo. Lo rende noto una comunicato diffuso a conclusione del primo meeting degli Stati Parte della Convenzione sulle Munizioni Cluster, che si è tenuto in Laos, un Paese fortemente contaminato da munizioni a grappolo. Al momento sono 108 paesi che hanno firmato la Convenzione. L’Italia, non avendo ratificato, ha partecipato con la sua delegazione diplomatica come Stato osservatore e ha assicurato una rapida ratifica e un costante impegno sugli obblighi della convenzione per presentarsi al prossimo meeting come effettivo Stato, parte di questa convenzione sul disarmo umanitario. “Siamo lieti di aver ottenuto dei chiarimenti costruttivi dal Ministero della Difesa, ora però bisognerà recuperare il ritardo accumulato su questa importante ratifica in modo che l’Italia possa mantenere, in questo ambito di cooperazione, la leadership che ha conquistato nelle attività contro le mine antipersona”, ha dichiarato Giuseppe Schiavello direttore della Campagna Italiana Contro le Mine. Al momento sono diverse le proposte di legge già presentate alla Camera e al Senato per la ratifica della Convenzione, diverse di queste con sostegno bipartisan. Alcune delle proposte contengono, insieme o separatamente, anche precise norme per la limitazione del sostegno in campo finanziario alle aziende produttrici di cluster bombs e mine antipersona e anche norme di legge di proibizione nazionale (Legge sul disinvestment). In fase di avanzata preparazione, la proposta di legge di iniziativa governativa per la ratifica della Convenzione si prevede che sarà presentata entro la fine di novembre. (M.G.)

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    In India, dove si muore di fame, milioni di sacchi di cereali marciscono all'aperto

    ◊   In India, uno dei Paesi con il più alto tasso di povertà al mondo, oltre il 90% delle scorte di grano è andato in fumo in questi mesi per l’incuria nella conservazione da parte delle autorità federali. Nei magazzini della Food Corporation of India (Fci) i sacchi sono, infatti, conservati all’aperto senza alcuna protezione da intemperie e le recenti piogge monsoniche - riferisce l'agenzia AsiaNews - hanno fatto marcire le granaglie che potranno solo essere trasformate in concime. Mons. Leo Cornelio, arcivescovo di Bophal (Madhya Pradesh), afferma: “Lo spreco di cibo non dovrebbe essere tollerato da nessuno, esso è una risorsa data da Dio per i bisogni dell’uomo. Noi dobbiamo considerarlo come bene comune da condividere con i poveri e i bisognosi”. L’India è al 67mo posto, su 88 Paesi, nell’Indice mondiale di povertà. In questi ultimi anni il governo indiano ha investito molto nella produzione agricola, ma non si è preoccupato di attrezzare adeguati sistemi di conservazione delle derrate in eccedenza. Milioni di tonnellate di grano e altri prodotti agricoli sono tenuti spesso a marcire all’aperto. A causa della calcificazione dovuta alla pioggia spesso non sono nemmeno utilizzabili come foraggio per il bestiame. Secondo mons. Cornelio il governo dovrebbe attivare il suo sistema di distribuzione pubblica, che prevede la fornitura mensile di 55 kg di grano, 5, 25 kg di legumi e 2,8 kg di oli alimentare per ogni famiglia povera che ne fa richiesta. “Ogni persona – aggiunge - ha diritto a nutrirsi e non dovrebbe patire la fame”. (R.P.)

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    Cina: ordinato il vescovo coadiutore dell'arcidiocesi di Nanchang

    ◊   Grande soddisfazione nella comunità cattolica di Nanchang per l’ordinazione di mons. Giovanni Battista Li Suguang a vescovo coadiutore della diocesi, avvenuta domenica 31 ottobre, nella chiesa cattedrale dell’Immacolata Concezione di Nanchang, nella provincia di Jiangxi. La sua nomina era stato approvata dalla Santa Sede e l'ordinazione è stata autorizzata anche dalle autorità cinesi. La solenne liturgia è stata presieduta da mons. Giuseppe Li Shan di Pechino, compagno di studi del nuovo presule, e dai Confratelli mons. Giuseppe Zhao Fengchang di Yanggu/Liaocheng e mons. Giuseppe Shen Bin di Haimen. Era presente anche l’ottantanovenne arcivescovo diocesano di Nanchang, mons. Giovanni Wu Shizhen. Tutti i suddetti presuli sono in comunione con il Santo Padre e riconosciuti dal governo cinese. Alla cerimonia hanno partecipato più di mille fedeli, appartenenti anche alla comunità non ufficiale, e molti sacerdoti provenienti dalle province limitrofe. La comunità diocesana ha posto il presule sotto la protezione materna della Vergine Maria, mentre tutti si augurano che egli possa svolgere con dedizione e con amore l’ufficio pastorale che la Chiesa gli ha affidato a Nanchang. Mons. Li è nato nel 1964 in una famiglia cattolica di Changzi, nello Shanxi. Nel 1987 è entrato nel locale seminario diocesano e, successivamente, in quello di Pechino. Ordinato sacerdote il 22 agosto 1992, dopo l’ordinazione ha lavorato per tre anni a Shuozhou, poi nella Mongolia Interna e infine nella circoscrizione ecclesiastica di Nanchang, dapprima come parroco di due grandi parrocchie e poi, dal 1999, come Vicario generale. L’arcidiocesi di Nanchang conta attualmente circa 100.000 fedeli. Vi sono una ottantina di sacerdoti e una trentina di religiose. Mons. Li ha detto di ispirarsi al grande missionario Padre Matteo Ricci (1552-1610), che introdusse il cristianesimo nel Jiangxi: per accelerare lo sviluppo della Chiesa locale egli promuoverà, in primo luogo, l’evangelizzazione e la formazione dei sacerdoti e dei laici. (M.G.)

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    Convegno in Cina dell'Hebei Faith Press su come coniugare fede e vita

    ◊   Mettere in relazione la fede cristiana con la vita concreta delle persone: è la raccomandazione rivolta ai partecipanti al convegno annuale della casa editrice cattolica cinese “Hebei Faith Press”, in corso in questi giorni a Shijiazhuang, capoluogo della provincia dell’Hebei. All’incontro – riferisce l’agenzia Ucan - partecipano una quarantina di scrittori e giornalisti cattolici cinesi, laici e religiosi, chiamati ad approfondire il tema dell’inculturazione e delle sfide della fede nella società contemporanea. Tra le relazioni principali quella di padre Luke Tsui della diocesi di Hong Kong. Secondo il sacerdote, che lavora nel campo dell’evangelizzazione, il fatto che il cristianesimo in Cina sia ancora percepito come una “religione straniera” e la conseguente lentezza dello sviluppo della Chiesa nel Paese è da attribuire proprio alla scarsa attenzione riservata all’inculturazione. Di qui l’invito ai comunicatori cattolici a tenere conto della cultura locale e della vita concreta delle persone. Egli ha inoltre esortato i partecipanti a non perdersi in concetti astratti e a non dare spazio alla superstizione nei loro scritti: “Non parlate tanto di miracoli – ha detto - ma soprattutto della fede che cambia i nostri punti di vista sul mondo, l’umanità, la vita e la morte”. Al convegno è intervenuto anche il missionario di Maryknoll padre Robert Astorino, fondatore ed ex direttore dell’Ucan, che dopo avere parlato dei suoi trenta anni di esperienza giornalistica, si è soffermato sull’importanza di trovare idee originali che possano attirare l’attenzione, puntando in particolare su cinque aree tematiche di grande attualità: la famiglia, la donna, i giovani, l’ambiente e le migrazioni. Fondata nel 1991, la “Hebei Faith Press” pubblica traduzioni della Bibbia, libri religiosi, un giornale a diffusione nazionale e ha anche un sito web. (L.Z.)

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    Hong Kong: “Seguitemi” è il tema dell’Anno diocesano dei Laici

    ◊   “Seguitemi” (Mc 1,17) è il tema dell’Anno dei Laici 2011 indetto dalla diocesi di Hong Kong con il sottotitolo “Chiamata, Comunione e Missione”. All’annuncio ufficiale dell’evento, che ha avuto luogo nella Giornata Missionaria mondiale, i due vicari generali della diocesi hanno confermato l’obiettivo fondamentale dell’Anno dei Laici: i fedeli vivano con lo spirito della gioia l’identità cristiana, per costruire una comunità fondata sulla comunione, realizzando la missione dell’evangelizzazione. Secondo quanto riferisce Kong Ko Bao (il bollettino diocesano in versione cinese ripreso dall'agenzia Fides), il presidente della Commissione preparatoria, il vicario generale mons. Domenico Chang, ha detto: “vogliamo invitare i fedeli a scoprire nuovamente la grazia di Battesimo, a riaccendere lo zelo della vita di fede e dell’evangelizzazione”. Secondo mons. Michael Yeung Ming Cheung, vicario diocesano, “l’Anno dei Laici sottolinea la conversione e la missione dei fedeli, mentre auspichiamo la stretta collaborazione tra fedeli e sacerdoti per costruire la Chiesa”. Per invocare l’aiuto del Signore per raggiungere questi obiettivi, la diocesi organizzerà una Veglia di preghiera il 31 dicembre. Anche i sacerdoti diocesani sono comunque mobilitati per l’Anno dei Laici: durante il loro ritiro del mese di gennaio, il missiologo padre Stephen Bevans è stato invitato a guidare la direzione spirituale del ritiro per aiutare i sacerdoti a condividere l’impegno ecclesiale con i laici. (R.P.)

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    Gmg 2011: siglato un accordo con i Comuni della regione di Madrid

    ◊   I comuni della regione di Madrid offrono per la Giornata Mondiale della Gioventù strutture e servizi per l'accoglienza e la sistemazione dei giovani presenti. Lo faranno in base ad un accordo di collaborazione tra la Federazione dei comuni di Madrid e l'organizzazione della Gmg in modo tale da offrire e coordinare i servizi comunali necessari. L’accordo - riferisce l'agenzia Sir - è stato firmato dal presidente della Federazione di comuni di Madrid e sindaco di Alcalá de Henares, Bartolomé González, e l’arcivescovo di Madrid, cardinale Antonio María Rouco Varela. L'accordo coinvolge 179 comuni della Comunità di Madrid, che integrano l'offerta di spazi nella capitale. González ha detto che la Giornata “non è solo importante per la capitale Madrid”. “Questo accordo – ha affermato il card. Rouco - è fondamentale per l'accoglienza, la celebrazione della catechesi e le attività culturali”. La collaborazione a cui si riferisce l’accordo si estende a tutte le questioni di organizzazione e i sviluppo della Giornata Mondiale della Gioventù che saranno competenza dei comuni. Questi servizi includono spazi per consentire l'accoglienza dei visitatori, parcheggi, luoghi per incontri e riunioni, programmi culturali e di sicurezza. (R.P.)


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    24 Ore nel Mondo



    Attentati in Afghanistan e Pakistan: talebani in azione

    ◊   Incessanti le azioni della guerriglia in Afghanistan e in Pakistan. E’ di 19 vittime il bilancio dell’attentato contro una stazione di polizia a Karachi, avvenuto ieri sera. Mentre in queste ore i talebani hanno colpito un convoglio nella Nato nel cuore di Kabul. Per il momento non si hanno notizie di morti. Eugenio Bonanata:

    I dettagli sono ancora poco chiari. L’attentato è avvenuto nei pressi del palazzo del Parlamento, al passaggio dei mezzi della Nato. La polizia in primo momento ha parlato di un kamikaze. Poi l’Isaf in uno scarno comunicato ha precisato che c’è stata l’esplosione di un autobomba che ha provocato il ferimento di un soldato. Quel che è certo è che si tratta dell’ennesimo atto contro le forze internazionali. Solo ieri nella turbolenta zona di Helmand, i talebani avevano teso un'imboscata ad una pattuglia di provocando uno scontro che si è concluso con la morte di almeno 15 ribelli. Il tutto mentre il presidente Karzai in un colloquio con il segretario generale della Nato Rasmussen ha fissato un’alleanza di lungo periodo per assicurare stabilità alla regione in vista del 2014 quando la responsabilità passerà in mano alle forze locali. L’Onu dal canto suo ha chiesto di fare presto per i risultati finali delle elezioni dello scorso mese di settembre. Le cose non vanno meglio nel vicino Pakistan, malgrado i soldati di Islamabad, con l’appoggio degli Stati Uniti, abbiano intensificato gli sforzi contro i terroristi al confine con l’Afghanistan. I talebani ieri sono entrati in azione nel pieno centro di Karachi contro un posto di polizia che si occupa proprio di antiterrorismo. Hanno utilizzato un camion bomba con una tonnellata di esplosivo. Forse volevano liberare i detenuti. L’esplosione ha lasciato un cratere di tre metri, causando 19 morti e 130 feriti. Dalla Cina, dove si trova in visita, il presidente Zardari ha duramente condannato l’episodio precisando che “il governo non si lascerà intimorire da questi atti di violenza e continuerà la guerra contro il terrore”.

    Usa-Mo
    Riunione fiume ieri sera a New York tra il segretario di Stato americano Hillary Clinton e il premier israeliano Netanyahu per superare l’attuale fase di stallo nei colloqui di pace in Medio Oriente. Nella dichiarazione congiunta rilasciata alla fine dell’incontro, durato sette ore, non è stata toccata la questione dei nuovi insediamenti ebraici a Gerusalemme est che ha fatto deragliare i negoziati. Le parti, affermando di aver avuto una “buona discussione”, hanno concordato sulla necessità di proseguire i colloqui diretti tra israeliani e palestinesi.

    Iraq
    Il presidente statunitense Obama ha definito una “tappa importante” l’accordo raggiunto ieri tra i partiti iracheni per la formazione del nuovo governo di Baghdad. Alla presidenza è stato riconfermato Talabani, che ha immediatamente affidato al premier uscente al-Maliki l’incarico di formare un nuovo governo entro 30 giorni. Da segnalare la clamorosa protesta da parte di una sessantina di deputati di Iraqyia, il blocco che fa capo all’ex premier Allawi, che al momento del voto sulla nomina del presidente sono usciti dal Parlamento in segno di protesta contro il calendario dei lavori dell’aula. Intanto è sempre preoccupante la situazione umanitaria. Per garantire assistenza ai profughi iracheni in Giordania – soprattutto le donne – prosegue il progetto internazionale promosso dall’associazione “Un ponte per…” - assieme all’Unione delle Donne Giordane e cofinanziato dal Comune di Roma e dal Ministero degli Affari Esteri - che solo l’anno scorso ha aiutato 20 mila persone. Michele Raviart ha intervistato Giordana Veracini, responsabile del progetto:

    R. - Il focus del programma è prevalentemente sulla popolazione femminile che subisce conseguenze psicologiche e sociali del conflitto. Questo progetto si svolge in quattro centri, stiamo parlando di Amman, Irbid, Fuheis e Zarca, perché sono aree dove oltre la popolazione profuga c’è anche la popolazione giordana povera. In ogni centro c’è un ambulatorio dove le persone fanno una consultazione medica, con monitoraggio della propria salute e in alcuni casi si parla di monitoraggio della gravidanza, monitoraggio della salute del bambino e della donna. Oltre a questo servizio sanitario, il progetto prevede la consulenza legale intorno alla questione del diritto di famiglia perché le donne generalmente vengono pesantemente discriminate.

    D. – Di quante persone stiamo parlando e da che parte dell’Iraq provengono?

    R. – In Giordania si è parlato di circa 400 mila persone, di queste crediamo di raggiungere circa 40 mila profughi che hanno abbandonato l’Iraq. Si riscontra una certa prevalenza di popolazione che proviene dal sud, cioè la zona a maggioranza sciita, che poi è anche quella più povera, quella che ha subito nel corso del post guerra gli attacchi maggiori, insieme anche a quella cristiana, come negli ultimi tempi, con gli attacchi alle chiese caldee.

    D. – Come sta gestendo la Giordania questo afflusso di profughi?

    R. – Il governo giordano ha ritenuto di non poter far fronte ad un’emergenza del genere, quindi ha accettato la permanenza sul territorio, però non ha riconosciuto il soggiorno, quindi le persone non possono lavorare nel Paese, i bambini non possono andare a scuola e quindi se ne sta occupando parzialmente l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite e se ne sta occupando la Comunità delle Organizzazioni Internazionali come “Un Ponte per”. (ma)

    Myanmar
    Ore di attesa in Myanmar per la possibile liberazione della leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi dagli arresti domiciliari. Domani, infatti, scade il termine della sua detenzione. Fonti anonime del regime hanno confermato che la giunta militare al potere ha già firmato l’ordine di rilascio. A Rangoon, nella sede del partito “Lega nazionale per la democrazia”, si sono radunati centinaia di attivisti, mentre all’esterno dell’abitazione della premio Nobel per la Pace si segnala una maggiore presenza di agenti di polizia.

    Grecia
    In Grecia il prodotto interno lordo nel terzo trimestre è calato dell’1 per cento e del 4 e 5 per cento rispetto all’anno scorso. Lo ha fatto sapere l’Istituto statistico nazionale, Elstat, all’indomani della notizia dell’aumento record della disoccupazione che ad agosto ah superato il 12 per cento. E’ attesa per lunedì la revisione del deficit greco nel 2009 da parte di Eurostat, che, secondo anticipazioni, raggiungerebbe il 15 e 5 per cento del Prodotto interno lordo invece del 13 e 6 per cento. L’esecutivo di Atene ha indicato che per far fronte al nuovo 'buco', che secondo calcoli non ufficiali si quantificherebbe in 4 miliardi di euro, non vi saranno nuovi tagli ma si procederà a ridurre la spesa.

    Germania
    Continua la crescita del Prodotto interno lordo della Germania. E’ aumentato del 3 e nove per cento rispetto all’anno scorso e dello 0 e 7 per cento rispetto al trimestre precedente. Il Parlamento tedesco, intanto, ha approvato la contrastata riforma della sanità varata dal Cancelliere Merkel per far fronte a un disavanzo di 11 miliardi di euro. La leader dell’esecutivo ha smentito un rimpasto di governo ipotizzato dalla stampa, precisando che il ministro delle Finanze Schaeuble resterà al suo posto. (Panoramica internazionale a cura di Eugenio Bonanata)

    Bollettino del Radiogiornale della Radio Vaticana Anno LIV no. 316

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