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Sommario del 01/12/2010

Il Papa e la Santa Sede

  • Appello del Papa per la Chiesa in Cina: i vescovi testimonino la loro fede con coraggio
  • Il Papa all'udienza generale: l'amore materno di Dio sa trasformare il male in un bene più grande
  • I feriti dell’attentato alla Cattedrale di Baghdad incontrano il Papa. Cristiano ucciso a Mossul
  • Il Papa benedice una statua della Vergine di Loreto
  • Altre udienze e nomine
  • Padre Lombardi: la Dichiarazione sugli ogm firmata da studiosi riunitisi in Vaticano non esprime la posizione ufficiale della Santa Sede
  • Vertice dell'Osce. Il cardinale Bertone: lavorare per la pace, la sicurezza e la libertà religiosa
  • Il cardinale Tauran rientrato dal Pakistan: il presidente Zardari vuole rivedere la Legge sulla blasfemia
  • L’incontro tra due mondi, a 50 anni dall’avvio di relazioni diplomatiche tra Turchia e Santa Sede
  • Oggi su "L'Osservatore Romano"
  • Oggi in Primo Piano

  • Il cardinale Ruini: maturi i tempi del federalismo, purché solidale e responsabile
  • Elezioni in Egitto: stravince il partito di Mubarak
  • Resta alta la tensione tra le Coree: salta l'incontro a sei proposto dalla Cina
  • Giornata mondiale di lotta all'Aids: garantire a tutti l'accesso alle cure
  • Chiesa e SocietÓ

  • I vescovi Usa esortano il Congresso a ratificare il nuovo Trattato sulla riduzione delle armi nucleari
  • Il Patriarca Bartolomeo I alla delegazione cattolica: “Separati non possiamo convincere”
  • Ecumenismo: domani i 50 anni del primo incontro tra un Papa e un Primate anglicano
  • Pakistan. Il marito di Asia Bibi: "siamo pronti a trasferirci in Italia o in America"
  • Rapporto Unicef sull'Aids in Africa
  • Africa: il disagio dei minori orfani a causa dell'Aids
  • India: la Chiesa in prima fila nella lotta all’Aids
  • Oms: massiccia vaccinazione contro la meningite nell’Africa subsahariana
  • Sudan: per la Chiesa il voto al referendum sull’autodeterminazione è un diritto e un dovere
  • In Pakistan quasi 7 milioni di alluvionati senza aiuti per la cattiva gestione dei fondi
  • Bhutan: segnalate violazioni di diritti umani e libertà religiosa
  • Canada: preoccupazione dei vescovi per il progetto di legge sull'immigrazione
  • Irlanda: l’arcivescovo di Dublino nel primo anniversario del Rapporto Murphy sugli abusi
  • Bolivia. Solidarietà a mons. Solari che ha denunciato i minori coinvolti nel narcotraffico
  • Brasile: i progetti del Consiglio Missionario nazionale a Timor ed Haiti
  • Uganda: religioni unite contro le violenze domestiche alle donne
  • Marocco: per l'Avvento l'arcivescovo di Rabat esorta i fedeli a fare un cammino interiore
  • Gmg 2011: i giovani Salesiani si organizzano per accogliere i pellegrini
  • Il nuovo accordo Orp-Alitalia semplifica la vita dei pellegrini diretti a Roma
  • 24 Ore nel Mondo

  • Wikileaks: i Paesi dell’Interpol alla ricerca di Julian Assange
  • Il Papa e la Santa Sede



    Appello del Papa per la Chiesa in Cina: i vescovi testimonino la loro fede con coraggio

    ◊   Durante l’udienza generale di stamane, nell’Aula Paolo VI in Vaticano, il Papa ha lanciato un accorato appello per la Chiesa in Cina:

    “Raccomando alle preghiere vostre e dei cattolici di tutto il mondo la Chiesa in Cina, che, come sapete, sta vivendo momenti particolarmente difficili. Chiediamo alla Beata Vergine Maria, Aiuto dei Cristiani, di sostenere tutti i Vescovi cinesi, a me tanto cari, affinché testimonino la loro fede con coraggio, riponendo ogni speranza nel Salvatore che attendiamo. Affidiamo inoltre alla Vergine tutti i cattolici di quell’amato Paese, perché, con la sua intercessione, possano realizzare un’autentica esistenza cristiana in comunione con la Chiesa universale, contribuendo così anche all’armonia e al bene comune del loro nobile Popolo”.

    L’appello – come ha detto il Papa - si situa nel contesto particolarmente difficile che sta vivendo la Chiesa in Cina. Come affermano fonti ufficiali, dal 7 al 9 dicembre prossimi si terrà il Congresso nazionale dei rappresentanti cattolici a Pechino, sponsorizzato dal governo cinese, per eleggere i vertici dell’ organismo stabilito dalle autorità comuniste per controllare la Chiesa cattolica in Cina, l’Associazione Patriottica Cattolica Cinese. Appena una settimana fa il Papa aveva espresso “profondo rammarico” per la notizia dell’ordinazione episcopale del reverendo Giuseppe Guo Jincai, avvenuta il 20 novembre scorso a Chengde, nella provincia cinese dell’Hebei. Un’ordinazione – aveva riferito una nota della Sala Stampa vaticana - “conferita senza il mandato apostolico” rappresentando perciò “una dolorosa ferita alla comunione ecclesiale e una grave violazione della disciplina cattolica”. Inoltre, diversi vescovi erano stati forzati a partecipare a tale ordinazione. Tali costrizioni, compiute da autorità governative e di sicurezza cinesi – affermava la nota - “costituiscono una grave violazione della libertà di religione e di coscienza”. La Santa Sede ribadisce la disponibilità a dialogare con le autorità cinesi, “al fine di superare le difficoltà e normalizzare i rapporti”, ma “constata con rammarico che le autorità lasciano alla dirigenza dell’Associazione Patriottica Cattolica Cinese, sotto l’influenza del sig. Liu Bainian, assumere atteggiamenti che danneggiano gravemente la Chiesa cattolica e ostacolano” tale dialogo.

    Il Papa oggi ha voluto invitare vescovi ad essere coraggiosi ed ha sottolineato che per essere autenticamente cattolici occorre essere in comunione con il Papa. Allo stesso tempo Benedetto XVI ha ribadito che i cattolici cinesi vogliono contribuire all’armonia e al bene comune del loro popolo.

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    Il Papa all'udienza generale: l'amore materno di Dio sa trasformare il male in un bene più grande

    ◊   Chi confida nell’amore di Dio non si vedrà mai deluso, “perché le promesse di Dio sono sempre più grandi delle nostre attese”. Con queste parole, Benedetto XVI ha terminato la catechesi all’udienza generale di questa mattina. Il Papa l’ha dedicata a una mistica vissuta a cavallo tra il 14.mo e il 15.mo secolo, Giuliana di Norwich, le cui visioni hanno messo in rilievo la tenerezza “materna” dell’amore di Dio per l’umanità. Il servizio di Alessandro De Carolis:

    L’ottimismo della vita che nasce dalla certezza di essere amati da Dio. Può essere condensata in questa frase l’esperienza naturale e soprannaturale di “Madre Giuliana”, come risulta dall’appellativo che campeggia sul monumento funebre nel quale sono custodite le spoglie di Giuliana di Norwich. Madre perché, ha spiegato Benedetto XVI, fu in vita un punto di riferimento spirituale per moltissime persone. Vivendo da anacoreta, rinchiusa in una cella, la mistica maturò “una sensibilità umana e religiosa finissima”. Allo stesso modo accade oggi, ha osservato il Papa, con quelle donne e quegli uomini “che si ritirano per vivere in compagnia di Dio” e “proprio grazie a questa loro scelta, acquisiscono un grande senso di compassione per le pene e le debolezze degli altri”:

    “Amiche ed amici di Dio, dispongono di una sapienza che il mondo, da cui si allontanano, non possiede e, con amabilità, la condividono con coloro che bussano alla loro porta. Penso, dunque, con ammirazione e riconoscenza, ai monasteri di clausura femminili e maschili che, oggi più che mai, sono oasi di pace e di speranza, prezioso tesoro per tutta la Chiesa, specialmente nel richiamare il primato di Dio e l’importanza di una preghiera costante e intensa per il cammino di fede”.

    Il significato delle sedici rivelazioni avute nel 1373, e da lei descritte, vengono svelate a Giuliana di Norwich dal Signore stesso, 15 anni dopo. Il libro che le riporta, ha affermato il Papa, “contiene un messaggio di ottimismo fondato sulla certezza di essere amati da Dio e di essere protetti dalla sua Provvidenza”:

    “Il tema dell’amore divino ritorna spesso nelle visioni di Giuliana di Norwich che, con una certa audacia, non esita a paragonarlo anche all’amore materno. È questo uno dei messaggi più caratteristici della sua teologia mistica. La tenerezza, la sollecitudine e la dolcezza della bontà di Dio verso di noi sono così grandi che, a noi pellegrini sulla terra, evocano l’amore di una madre per i propri figli”.

    La progressiva e profonda comprensione di questa realtà di amore di Dio per l’uomo, ha osservato Benedetto XVI, porta la mistica a cogliere il “messaggio centrale per la vita spirituale” dei cristiani di ogni epoca:

    “Dio è amore e solo quando ci si apre totalmente a questo amore e si lascia che esso diventi l’unica guida dell’esistenza, tutto viene trasfigurato, si trovano la vera pace e la vera gioia e si è capaci di diffonderle intorno a sé”.

    Ma se “Dio è sommamente buono e sapiente, perché esistono il male e la sofferenza degli innocenti?” Questa domanda, ha riconosciuto il Papa, è da sempre una “provocazione” per la fede. Lo fu anche per Giuliana di Norwich, le cui parole sono citate nel “Catechismo della Chiesa Cattolica”:

    “Anche i santi si sono posti questa domanda. Illuminati dalla fede, essi ci danno una risposta che apre il nostro cuore alla fiducia e alla speranza: nei misteriosi disegni della Provvidenza, anche dal male Dio sa trarre un bene più grande come scrisse Giuliana di Norwich: 'Imparai dalla grazia di Dio che dovevo rimanere fermamente nella fede, e quindi dovevo saldamente e perfettamente credere che tutto sarebbe finito in bene…'”.

    Da qui, ha terminato Benedetto XVI, giunge l’ottimismo di un’antica mistica, che è perfettamente moderna per questa consolante certezza che offre ai credenti di oggi:

    “Le promesse di Dio sono sempre più grandi delle nostre attese. Se consegniamo a Dio, al suo immenso amore, i desideri più puri e più profondi del nostro cuore, non saremo mai delusi. 'E tutto sarà bene', 'ogni cosa sarà per il bene': questo il messaggio finale che Giuliana di Norwich ci trasmette e che anch’io vi propongo quest’oggi.
    Fra le oltre 3.500 persone radunate in Aula Paolo VI per la prima udienza generale dell’Avvento, Benedetto XVI ha salutato in particolare il gruppo delle Suore Figlie di Santa Maria della Provvidenza, fondate dal Beato Luigi Guanella e impegnate nel loro Capitolo generale.

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    I feriti dell’attentato alla Cattedrale di Baghdad incontrano il Papa. Cristiano ucciso a Mossul

    ◊   Un’altra vittima, oggi, tra i cristiani d’Iraq: un giovane è stato ucciso a Mossul in un agguato in cui è rimasto ferito anche il fratello, proprio nel giorno in cui Benedetto XVI ha incontrato in Vaticano i feriti dell’attentato del 31 ottobre a Baghdad, ricoverati al Policlinico Gemelli di Roma. Il servizio di Roberta Barbi.

    Un saluto a ognuno, parole di vicinanza, conforto e preghiera, l’abbraccio del Papa che si allarga ai cristiani che vivono in tutte quelle zone del mondo in cui sono vittime di violenza e ingiustizia. Benedetto XVI, al termine dell'udienza generale, ha incontrato - nell'auletta attigua all'Aula Paolo VI - 26 persone ferite nell’attentato del 31 ottobre alla Cattedrale siro-cattolica di Baghdad, che, accompagnati dai familiari, hanno potuto raggiungere l’Italia per essere curati. Il Pontefice ha poi ricordato anche le 57 vittime dell’attentato, delle quali gli sono state mostrate alcune foto. Tutto questo è accaduto nel giorno in cui la comunità cristiana in Iraq piange un’altra vita spezzata: secondo il sito locale “Ankawa” si tratta di Fady Walid Jibrail, un ragazzo di 26 anni di rito protestante che lavorava in un negozio di alimentari, ucciso a colpi di arma da fuoco in mezzo a una strada di Mossul. Nell’agguato è rimasto ferito anche il fratello, mentre la settimana scorsa altri due fratelli, cattolici, erano stati assassinati nella zona industriale della stessa città. La comunità dei cristiani in Iraq negli anni '90 contava un milione di persone: oggi sono meno della metà; nella sola capitale si è passati da 450mila a 150mila persone. Molte famiglie hanno deciso di fuggire, all’estero o in zone considerate più sicure: 86 nuclei familiari sono giunti a Suleimania, nel Kurdistan iracheno, dove ne vivono già 40. A coloro che hanno deciso di restare a Baghdad, è giunta la solidarietà dei vertici del clero sunnita e sciita islamico della città.

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    Il Papa benedice una statua della Vergine di Loreto

    ◊   Questa mattina, durante l'udienza generale, il Papa ha benedetto una statua bronzea della Patrona dell'aviazione, che sarà collocata nell'aeroporto di Fiumicino a Roma. La statua della Beata Vergine di Loreto con il Bambino Gesù, ha sotto i suoi piedi il globo terrestre con 3 aerei che lo sorvolano, è alta 2 metri e mezzo. La statua è stata presentata al Santo Padre dall'arcivescovo Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, dal delegato Pontificio del Santuario di Loreto, mons. Giovanni Tonucci, dal vescovo della diocesi suburbicaria di Porto e Santa Rufina, mons. Gino Reali, e dal cappellano dell'aeroporto di Fiumicino, don Giorgio Rizzieri. Salutando la delegazione dell’Aeroporto Internazionale di Roma-Fiumicino il Papa ha detto: “la Madonna di Loreto vegli” sul vostro “quotidiano lavoro in terra e in cielo”. Venerdì 10 dicembre, nella memoria liturgica della Beata Vergine di Loreto, con una cerimonia ufficiale alla presenza di autorità religiose, civili e militari, e di personale di terra e di volo, la statua sarà posta nell'aeroporto di Fiumicino, in un luogo ben visibile e pubblico. L'evento si tiene nel 90.mo anniversario della proclamazione della Vergine Lauretana a Patrona dell'aviazione.

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    Altre udienze e nomine

    ◊   Al termine dell’udienza generale, il Santo Padre ha ricevuto in udienza, nello Studio dell’Aula Paolo VI, il presidente della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo.

    Benedetto XVI ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Lubumbashi (Repubblica Democratica del Congo), presentata da mons. Floribert Songasonga Mwitwa, in conformità al can. 401 § 2 del Codice di Diritto Canonico. Gli succede mons. Jean-Pierre Tafunga Mbayo, salesiano, finora coadiutore della medesima arcidiocesi.

    Il Papa ha accettato la rinuncia al governo pastorale della diocesi di Trenton (Usa), presentata da mons. John M. Smith, per raggiunti limiti di età. Gli succede mons. David M. O’Connell, lazzarista, finora vescovo coadiutore della medesima sede.

    Sempre negli Stati Uniti, il Santo Padre ha accettato la rinuncia all’ufficio di ausiliare dell’arcidiocesi di Saint Louis presentata da mons. Robert J. Hermann, per raggiunti limiti di età. Il Papa ha nominato vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Saint Louis mons. Edward M. Rice, del clero della medesima arcidiocesi, finora direttore delle Vocazioni sacerdotali, assegnandogli la sede titolare vescovile di Sufes. Mons. Edward M. Rice è nato a Saint Louis (Missouri), nell’arcidiocesi omonima, il 28 luglio 1960. È stato ordinato sacerdote il 3 gennaio 1987 per l’arcidiocesi di Saint Louis. Il primo luglio 2008 è stato nominato cappellano di Sua Santità.

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    Padre Lombardi: la Dichiarazione sugli ogm firmata da studiosi riunitisi in Vaticano non esprime la posizione ufficiale della Santa Sede

    ◊   La Dichiarazione intitolata “Le piante transgeniche per la sicurezza alimentare nel contesto dello sviluppo”, pubblicata al termine della Settimana di studio tenutasi presso la Pontificia Accademia delle Scienze in Vaticano, dal 15 al 19 maggio 2009, non può “essere considerata posizione ufficiale della Santa Sede o del Magistero della Chiesa” sull’argomento. Il chiarimento è stato dato questa mattina dal direttore della Sala Stampa Vaticana, padre Federico Lombardi, in merito alla presunta apertura del Vaticano agli ogm. La Settimana di studio, ha spiegato padre Lombardi, “si svolse con la partecipazione di 40 studiosi, sette dei quali accademici pontifici, fra cui l’allora presidente prof. Nicola Cabibbo”, scomparso quest’anno, “mentre gli altri esperti partecipanti erano esterni”. “Lo Statement conclusivo, ora pubblicato nel volume degli Atti della Settimana di studio dalla Casa editrice Elsevier, è stato firmato dai partecipanti, e ha quindi il valore della loro autorità scientifica”, ha affermato padre Lombardi. E tuttavia, ha precisato, tale documento “non deve essere considerato come Statement della Pontificia Accademia delle Scienze, poiché l’Accademia come tale, che conta 80 membri, non è stata consultata su di esso, né è in programma una tale consultazione”.

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    Vertice dell'Osce. Il cardinale Bertone: lavorare per la pace, la sicurezza e la libertà religiosa

    ◊   Le attuali sfide della sicurezza e gli insegnamenti della Chiesa: sono stati al centro del discorso che il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone ha fatto all’avvio del vertice dei Capi di Stato o di Governo dei 56 Stati partecipanti all’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce), che si svolge oggi e domani ad Astana, in Kazakhstan. La Santa Sede è membro a pieno titolo dell’Organizzazione e partecipa con la Delegazione guidata dal cardinale Bertone e composta, tra gli altri, da mons. Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati; mons. Miguel Maury Buendía, nunzio apostolico in Kazakhstan; mons. Michael W. Banach, rappresentante permanente della Santa Sede presso l’Osce. A conclusione del vertice, nei giorni 3-4 dicembre, il cardinale Bertone farà una visita pastorale in Kazakhstan, accompagnato da mons. Mamberti. Al vertice intanto emerge il bisogno di rilancio dell’Organizzazione. Il servizio di Fausta Speranza:

    Il cardinale Bertone ricorda l’Atto di Helsinki con cui si dava il via nel 1975 all’Osce: “uno – dice – degli strumenti più significativi del dialogo internazionale”. “La pace – ribadisce il cardinale Bertone - non è assicurata solo quando le armi tacciono; è piuttosto il risultato della cooperazione degli individui da una parte e delle società stesse dall’altra, ed è anche il risultato del rispetto di alcuni imperativi etici”. Questi principi hanno ispirato azioni efficaci ma molto lavoro resta da fare anche per le sempre nuove sfide in tema di sicurezza. Il segretario di Stato ribadisce il cuore di ogni riflessione della Chiesa: “Obiettivo comune degli Stati dovrebbe essere la tutela e il rispetto della dignità umana che unisce l’intera famiglia umana, un’unità radicata nei quattro principi fondamentali della centralità della persona umana, della solidarietà, della sussidiarietà e del bene comune”. Il cardinale Bertone sottolinea che “questi principi sono più che consoni al concetto comprensivo della sicurezza che è alla base dell’Organizzazione”. E dunque alcune raccomandazioni: incoraggia azioni mirate contro gli armamenti cosiddetti “leggeri” e “convenzionali” così come le armi di distruzione di massa. Poi chiede etica: “Proprio la crisi economico-finanziaria ha mostrato l’importanza della dimensione etica per il settore economico-ambientale e la necessità di non trascurare i principi di solidarietà, di gratuità e della logica del dono anche nelle relazioni interstatali, per poter realizzare pace e sicurezza eque, giuste e durature”. Poi il riferimento al rispetto dei diritti dei migranti e della famiglia. La Santa Sede sottolinea, in particolar modo, - ricorda - il diritto di riunificare le famiglie, che gli Stati partecipanti si sono impegnati a facilitare nell’Atto Finale di Helsinki, nel Documento di Madrid del 1983 e nel Documento Finale di Vienna del 1989. Poi parole sulla libertà religiosa. “Purtroppo si nota – afferma chiaramente il segretario di Stato - una “crescente marginalizzazione della religione, in particolare del Cristianesimo, che sta prendendo piede in alcuni ambiti, anche in nazioni che attribuiscono alla tolleranza un grande valore”. Intolleranza e discriminazione a causa di motivi religiosi, in special modo contro i Cristiani. “La comunità internazionale – afferma - deve combattere l’intolleranza e la discriminazione contro i Cristiani con la stessa determinazione con cui lotta contro l’odio nei confronti di membri di altre comunità religiose”. E gli Stati partecipanti all’Osce si sono impegnati a farlo. Poi spiega: “La vita religiosa, quale fattore importante per la vita sociale e culturale dei Paesi, non è minacciata solo da restrizioni vessatorie, ma anche dal relativismo e da un falso secolarismo, che esclude la religione dalla vita pubblica”. “Ecco perché – spiega il segretario di Stato - è di vitale importanza per i credenti partecipare liberamente al dibattito pubblico per presentare così una visione del mondo ispirata dalla loro fede”. In questo modo essi “contribuiscono alla crescita morale della società in cui vivono”.

    Bisogna dire che si tratta del settimo vertice dalla fondazione dell’Organizzazione. E in queste prime ore, tutti gli interventi hanno fatto riferimento all’impegno a far sì che questo vertice di fine 2010 segni una fase nuova, una rinascita. L’obiettivo lo ha detto chiaramente il presidente del Paese ospite, Nazarbayev: ''la costituzione di uno spazio unico di sicurezza dall'Atlantico al Pacifico, dall'Oceano Artico all'Oceano Indiano''. Al momento hanno parlato il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, che ha indicato come priorità il rispetto dei diritti umani e la libertà di stampa” in un momento in cui – ha detto ''la democrazia è sotto pressione''. Nel suo discorso la Clinton ha evitato di fare alcun riferimento diretto all'attività del sito dell'australiano Julian Assange. Il presidente russo Dimitri Medvedev ha raccomandato il rilancio dell'Osce con la sua capacità di mediazione e prevenzione di conflitti per respingere quello che definisce “l'uso della forza militare”. Il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, pone in guardia da ''minacce esterne che travalicano i confini dei singoli Stati: il terrorismo, il crimine organizzato, gli attacchi informatici, la tratta degli esseri umani, il traffico internazionale di droga''. “Ora – aggiunge - dopo che Usa e Russia hanno rilanciato le loro relazioni c'è la possibilità di riunire le forze per porre un argine a queste minacce'' globali.

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    Il cardinale Tauran rientrato dal Pakistan: il presidente Zardari vuole rivedere la Legge sulla blasfemia

    ◊   Il cardinale Jean-Louis Tauran è appena tornato in Vaticano da un viaggio di quattro giorni in Pakistan. Il presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso ha incontrato ad Islamabad il presidente del Paese, Ali Zardari, altre autorità politiche e la comunità locale cattolica. Si è recato anche a Rawalpindi dove ha celebrato una Messa alla presenza di 2.500 fedeli e a Lahore, capitale culturale del Paese, per un incontro con i religiosi e le religiose. Qui, il cardinale Tauran ha inaugurato un centro interreligioso per il dialogo, retto dai Padri Domenicani. Questa visita è avvenuta in un contesto difficile e delicato, dopo la condanna a morte per blasfemìa di Asia Bibi, una donna cristiana, madre di 5 figli, per la cui liberazione il Papa ha lanciato un appello il 17 novembre scorso. Al microfono di Hélène Destombes, il cardinale Jean-Louis Tauran ci parla del suo viaggio in Pakistan:

    R. – Ce qui a été très émouvant – et je crois que c’est ça l’important et le but …
    Quello che è stato molto commovente – e credo che sia questo l’aspetto importante nonché lo scopo della visita – è stato di dare a questi cristiani che vivono in maniera molto esposta, la sensazione di far parte di una grande famiglia, che è la famiglia cattolica: hanno un padre, che è il Papa, fratelli e sorelle che li sostengono … Per questo è stato importante che io mi sia recato tra di loro per manifestare solidarietà spirituale, e loro l’hanno ben compreso.

    D. – Un viaggio come segno d’incoraggiamento?

    R. – Voilà. A nos frères qui vivent dans des conditions de grande tension …
    Esatto. Incoraggiamento per i nostri fratelli che vivono situazioni di grande tensione ma che sono anche molto coraggiosi! Ad esempio, mai si è parlato di rimettere in discussione il dialogo con i musulmani: no! Tutti sono convinti che sia necessario dialogare. Però, c’è sempre questa differenza tra i vertici e la base: anche se si riesce a condurre un buon dialogo con i vertici, con la base invece è molto più difficile.

    D. – Come è stato accolto dalle autorità del Paese? Le hanno prestato ascolto?

    R. – Bien sur. J’ai été reçu avec beaucoup de courtoisie …
    Certamente. Sono stato ricevuto con grande cortesia, dal presidente della Repubblica: è stato il primo incontro che ho avuto. Ha manifestato grande attenzione alla posizione della Santa Sede per quanto riguarda la libertà di religione. Quel che è interessante è che il presidente del Pakistan ha formato una commissione, presieduta dal ministro per le Minoranze, che ha per scopo di riesaminare la legge sulla blasfemìa in vista perfino di una sua eventuale possibile abrogazione. Ecco, credo sia importante sottolineare questo. Ho incontrato anche il vice ministro degli Esteri ed ho avuto una lunga conversazione con il ministro per le Minoranze, che è un cristiano. Direi che, nell’insieme, la mia missione è stata fruttuosa.

    D. – Quale messaggio ha potuto trasmettere alle autorità, per quanto riguarda i cristiani e le discriminazioni e le persecuzioni che subiscono?

    R. – Evidemment, j’ai exposé les sentiments de la communauté chrétienne …
    Ovviamente ho manifestato i sentimenti della comunità cristiana, e ho detto sia al presidente, sia a tutte le persone che ho incontrato che i cristiani in Pakistan hanno l’impressione di essere considerati come cittadini di second’ordine. E’ vero che la libertà di religione è cosa diversa dalla libertà di culto. Quello che è incoraggiante è che tutti concordano nell’affermare che il dialogo sia l’unica soluzione. Quello che ho rilevato, ancora, è che in molti notano un certo irrigidimento da parte musulmana. Ma poi, alla fine, tutto questo dipende molto dalla situazione internazionale …

    D. – Per quanto riguarda la legge sulla blasfemìa, sono molte le voci, soprattutto di cristiani, che ricordano che per lo stesso governo del Pakistan, per lo stesso presidente Zardari, è molto difficile apportare cambiamenti perché si trovano nella condizione di dovere accontentare i partiti islamici …

    R. – Oui, c’est vrai. Il est tout à fait conscient qu’en autorisant la révision …
    Sì, è vero. Il presidente è consapevole del fatto che autorizzando una revisione della legge, si esporrà a grandi critiche. Ma credo, sinceramente, che anche lui abbia l’idea che questa legge debba essere quanto meno rivista. Non so se si potrà abrogare, ma almeno dovrà essere rivista e adeguata alla situazione. E’ importante che non solo il presidente, ma anche il governo accetti di parlare di questi argomenti in termini più liberi.

    D. – Cosa preoccupa i cristiani del Pakistan?

    R. – C’est surtout l’incertitude par rapport à l’avenir. …
    Quello che maggiormente li preoccupa è l’incertezza per quanto riguarda l’avvenire. Ma sono convinti di essere pakistani e quindi resteranno nel loro Paese. Credo che abbiano molto coraggio e siano molto coerenti; i preti e i vescovi sono vicini ai loro fedeli. Quindi, il dialogo della vita funziona bene. Il problema è, piuttosto, che nelle scuole – ad esempio – nell’ora di religione, la fede cristiana è insegnata in termini di caricature, e sono i cristiani che ne fanno le spese.

    D. – Cosa l’ha colpita particolarmente di questo viaggio? C’è stato un avvenimento, un incontro che ricorda in modo speciale?

    R. – Ce qui m’a beaucoup touché c’est l’affection des gens envers le Pape, …
    Mi ha colpito molto l’affetto della gente, dei fedeli per il Papa: nella mia persona hanno riconosciuto l’interessamento del Papa, hanno capito benissimo perché ero lì: per comprendere, per amare e per condividere. Credo che abbiamo compreso molto bene lo scopo della visita e credo anche che questo li abbia molto incoraggiati.

    D. – In questo periodo di Avvento, qual è il messaggio che desidera trasmettere ai cristiani del Pakistan e a tutti quei cristiani che vivono in Paesi in cui sono minacciati e perseguitati?

    R. – Je crois qu’il faut toujours se souvenir que tous ce que nous faisons …
    Credo che dobbiamo sempre tenere a mente che qualsiasi cosa facciamo, siamo in viaggio verso Cristo e Cristo viene verso di noi. Il tempo che passa, dunque, non è una cosa che “passa”, è Qualcuno che ci viene incontro. E questo dà a tutte le nostre realizzazioni umane una dimensione speciale e specifica; bisogna essere convinti, come ho detto alla gente in Pakistan, che “Dio vi ha piantati in questa parte del mondo ed è qui che voi oggi dovete fiorire”. (gf)

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    L’incontro tra due mondi, a 50 anni dall’avvio di relazioni diplomatiche tra Turchia e Santa Sede

    ◊   “L’incontro tra due mondi”. Il tema della Giornata di studio, organizzata oggi a Roma dalla Comunità di Sant’Egidio, in occasione del 50.mo anniversario dell’instaurazione delle relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Turchia. Il servizio di Roberta Gisotti:

    Esponenti della cultura e del mondo accademico, personalità laiche e religiose rappresentanti della diplomazia, impegnati a scambiare esperienze, idee, opinioni sul presente e il domani della Turchia, senza dimenticare il passato di questo Paese, costituzionalmente laico, governato oggi da un Partito confessionale. Al centro dell’attenzione il futuro dei rapporti tra cristiani e musulmani. Attivati al Terzo Millennio, Oriente ed Occidente, Turchia ed Europa appaiono infatti ancora due mondi separati? Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, ordinario di Storia contemporanea nell’Università di Roma Tre:

    R. - Non due mondi separati ma due mondi che hanno una storia di relazioni diplomatiche tra Santa Sede e governo turco. Due mondi che hanno tanti scambi e tra cui esistono tanti ponti. Io credo che nel mondo globalizzato e nel mondo del dialogo, la Turchia sia un giocatore globale con cui bisogna fare i conti.

    D. – Non crede, professore, che il dialogo culturale segni il passo rispetto alle ragioni della politica che in questo ultimo cinquantennio sembrano aver creato maggiori fossati nei rapporti tra Oriente e Occidente?

    R. –Io credo che ogni politica e ogni dialogo abbia bisogno di un incontro tra culture.

    A mezzo secolo dall’apertura di relazioni diplomatiche con il Vaticano, a che punto siamo nel cammino dei rapporti tra cristiani e musulmani in Turchia? Quali nuove sfide da affrontare? Kenan Gürsoy, ambasciatore turco presso la Santa Sede:

    "Je suis le seizième ambassadeur et c’est la première fois que la Turquie…
    Io sono il sedicesimo ambasciatore ed è la prima volta che la Turchia invia un ambasciatore che non ha una formazione diplomatica, che non proviene da una carriera diplomatica, ma che è un professore di filosofia. Questo dimostra come la Turchia voglia creare relazioni che siano oltre che diplomatiche, relazioni culturali, relazioni profonde, relazioni filosofiche ed etiche. Questo è molto importante per noi perché per la Turchia la Santa Sede è il luogo con il quale abbiamo avuto sempre molte relazioni nell’arco di diversi secoli, già dal XVII secolo. A questo scopo, cerchiamo di mettere in contatto le università, creando delle relazioni tra le facoltà che si trovano nelle università della Turchia e quelle delle università pontificie. Vogliamo anche dimostrare che la cultura di un Paese come la Turchia, a maggioranza musulmana, non è la cultura di un Paese ostile a qualsiasi tipo di iniziativa per la pace nel mondo. Noi abbiamo il grande desiderio di farci conoscere, di presentarci con la nostra filosofia, con la nostra saggezza affinché il mondo occidentale possa meglio conoscere la nostra situazione e - soprattutto la Santa Sede - comprendere bene che il livello intellettuale rappresenta la saggezza religiosa di un popolo". (mg)

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    Oggi su "L'Osservatore Romano"

    ◊   Il Papa vicino a tutti i vescovi e i cattolici della Cina: all’udienza generale Benedetto XVI parla della mistica inglese Giuliana di Norwich.

    La comunità internazionale deve combattere la discriminazione contro i cristiani: nell’informazione religiosa, l’intervento del cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato e capo delegazione della Santa Sede, all’incontro al vertice dei capi di Stato e di Governo dell’Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza in Europa (Osce) in corso ad Astana, nel Kazakhstan.

    Un articolo del vescovo Juan Ignacio Arrieta, segretario del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, dal titolo “Un ruolo determinante”: il cardinale Ratzinger e la revisione del sistema penale canonico in tre lettere inedite del 1988.

    La traduzione del discorso tenuto, a Istanbul, dal Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, in occasione della festa patronale di Sant’Andrea apostolo, accogliendo la delegazione della Santa Sede guidata dal cardinale Kurt Kock, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani.

    In rilievo, nell’informazione internazionale, l’economia: il Portogallo sotto osservazione fa tremare l’Europa.

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    Oggi in Primo Piano



    Il cardinale Ruini: maturi i tempi del federalismo, purché solidale e responsabile

    ◊   Si apre domani pomeriggio a Roma, nel complesso di Santo Spirito in Sassia, il X Forum del Progetto Culturale della Chiesa italiana dedicato ai 150 anni dell’Unità d’Italia. L’apertura dei lavori è affidata al cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, mentre venerdì pomeriggio Giuliano Amato, Dino Boffo, Lucio Caracciolo e Giuliano Ferrara daranno vita ad una tavola rotonda proprio sull’Unità d’Italia, tema del Forum. Sabato, infine, le conclusioni del cardinale Camillo Ruini, presidente del Comitato per il Progetto culturale. Al porporato, Luca Collodi ha chiesto se il progetto federalista dell’Italia sia compatibile con il percorso unitario del Paese iniziato 150 anni fa:

    R. - E’ un progetto - come si sa - molto discusso. Personalmente sono favorevole al federalismo. Ritengo che, in fondo, appartenga alla natura profonda del nostro Paese: un Paese molto vario, composito, anche molto ricco di individualità, che non si può ingabbiare in una struttura troppo uniforme. Questo è stato il limite, forse allora necessario, del Risorgimento e poi dello Stato risorgimentale e successivamente del periodo fascista. Adesso, si cammina verso il federalismo e credo che ormai sia una scelta difficilmente irreversibile. L’importante è che questo federalismo non solo sia solidale, come tutti diciamo, ma che valorizzi anche positivamente e responsabilizzi le classi governanti, le classi dirigenti delle varie parti del Paese. Qui dobbiamo dire con sincerità che ci sono - diciamo così - diverse velocità, diverse capacità di assumere le proprie responsabilità e di gestire in modo efficace sia la cosa pubblica, sia l’iniziativa privata da parte delle classi dirigenti locali. Credo che il federalismo possa essere un’occasione di responsabilizzazione. Certo, come tale non è esente da rischi. Vorrei dire una parola sola: il rischio della libertà, che è ineliminabile dalla condizione umana.

    D. - Sul fronte della gestione del bene comune, l’Italia sembra incontrare oggi un periodo di difficoltà...

    R. - L’Italia certamente attraversa un momento molto delicato. Credo ne uscirà positivamente, come tante altre volte ne è uscita, perché noi italiani forse non siamo molto bravi nel lungo periodo, ma siamo invece bravi a superare le difficoltà di breve periodo e questa è una difficoltà di breve periodo. Più insidioso è il grande problema della crisi economico-finanziaria, che rappresenta soltanto un aspetto del più ampio ridimensionamento del ruolo dell’Europa e in generale dell’Occidente, compresi gli Stati Uniti, nel mondo che si sta formando, che sta cambiando in maniera così veloce. Per questo, dobbiamo dire con sincerità ai nostri giovani, ai figli delle nostre famiglie, che le aspettative crescenti che hanno animato, che hanno dato forza alle generazioni ormai anziane, non ci sono più. Oggi, ci aspettano tempi difficili: tempi in cui tutto dovrà essere - in qualche modo - continuamente conquistato in una competizione mondiale: non dico una competizione militare, ma una competizione economica, sociale, culturale mondiale, che è certamente molto faticosa e molto impegnativa per noi. Per questo, credo ci sia bisogno di molta fiducia nella vita, alla quale la fede cristiana dà un contributo fondamentale, come ha spiegato in maniera così efficace Benedetto XVI nell’Enciclica Spes Salvi.

    D. - Guardando all’Italia, ma anche all’Europa, la sensazione è che non ci siano più formule politiche adatte a risolvere in modo stabile dei problemi…

    R. - Certamente, le formule politiche vanno sempre adattate: devono evolversi con l’evolversi delle situazioni. Forse uno dei punti più deboli del’Italia è che l’Italia sembra in realtà poco riformabile. Si parla sempre della necessità di riforme di vario tipo - politiche, istituzionali, costituzionali, economiche, finanziarie, della scuola, dell’università - e si cerca anche di operare in questo senso. Ma, diciamo così, il tessuto connettivo dell’Italia è molto vischioso e quindi difficilmente riformabile. Penso che tutti gli italiani - e in particolare, non voglio dire le varie corporazioni, ma comunque le varie professioni, i vari settori in cui si articola la nostra società - devono rendersi consapevoli della necessità di cambiamenti. Se si evitano tutti i cambiamenti, il Paese non tiene il passo con i tempi e le conseguenze le paghiamo tutti.

    D. - A livello europeo, c’è la crisi dell’Euro. Questa crisi economica è il risultato di una mancanza d’identità, anche spirituale dell’Unione Europea?

    R. - Probabilmente sì. Questo certamente pesa parecchio. Bisogna rafforzare l’identità spirituale dell’Unione Europea, valorizzare quell’unità che nella sostanza c’è e le cui radici sono principalmente - non esclusivamente, ma principalmente - nel cristianesimo. Ma - come dicevo prima - è anche il risultato di quel grande sviluppo di nuovi Paesi - di nuovi e antichi Paesi - che rinnovano se stessi, come la Cina, l’India e pensiamo anche all’Islam, che non dipendano da noi, ma che non possiamo non accogliere.

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    Elezioni in Egitto: stravince il partito di Mubarak

    ◊   Il Partito nazionale democratico, al potere in Egitto, ha stravinto il primo turno delle elezioni legislative, tenutosi domenica, incassando oltre 200 dei 508 seggi in palio in Parlamento. Lo riferiscono i quotidiani egiziani, dopo la diffusione in nottata dei risultati delle elezioni, dai quali viene confermato che i Fratelli Musulmani non hanno guadagnato nessun seggio al primo turno. Intanto il ministero degli Esteri del Cairo ha risposto con durezza alle preoccupazioni espresse dagli Stati Uniti, parlando di “un’ingerenza inaccettabile”. Per un’analisi su questa importante tornata elettorale, Salvatore Sabatino ha intervistato Luciano Ardesi, esperto di Nord Africa:

    R. – Queste elezioni parlamentari erano il banco di prova delle future elezioni presidenziali, che si terranno il prossimo anno. Secondo la modifica della Costituzione, sarà necessario che il Parlamento si pronunci sui candidati alle prossime elezioni presidenziali. Il fatto che il partito al potere, il Partito Nazionale Democratico, abbia fatto l’en plein vuol dire praticamente escludere che candidati indipendenti possano presentarsi e contrastare la probabile candidatura di Mubarak, che è al potere da 29 anni - il prossimo anno saranno 30 anni di potere e Mubarak avrà 83 anni. Il presidente, peraltro, non si è ancora pronunciato sulla sua candidatura.

    D. – La comunità internazionale - gli Stati Uniti in testa - si sono detti delusi per come sono state condotte le elezioni ...

    R. – Gli Stati Uniti hanno sempre appoggiato l’Egitto, proprio per il ruolo che può svolgere in Medio Oriente. Le diverse amministrazioni americane hanno più volte cercato di fare pressione e di incoraggiare ad aperture da parte del governo egiziano. Bisogna dire che i risultati di questa diplomazia attiva da parte di Washington sono stati piuttosto scarsi sul piano interno. Lo si è visto anche nella preparazione della campagna elettorale di queste elezioni: gli Stati Uniti avevano proposto di inviare osservatori internazionali e il governo del Cairo ha assolutamente rifiutato, accettando solo osservatori interni, che hanno incontrato enormi difficoltà. Credo, però, che almeno fino alle elezioni presidenziali, la politica degli Stati Uniti, sostanzialmente, non cambierà.

    D. - In segno di protesta contro i brogli elettorali, i Fratelli musulmani hanno ventilato la possibilità di non partecipare al ballottaggio di domenica prossima. Secondo te, questo si può interpretare come un segno di debolezza o come una sfida diretta a Mubarak?

    R. - E' senz'altro una sfida diretta, anche se i risultati - prevedibili - del secondo turno metteranno questa confraternità dei Fratelli musulmani in una situazione difficile. Del resto, il partito è fuorilegge, la possibilità di presentare candidati indipendenti è stata una sorta di compromesso concordato con il regime. C'era stata la sorpresa delle elezioni del 2005, quando i Fratelli musulmani avevano raggiunto circa il 20 per cento dei seggi del Parlamento: già da allora era chiaro che il regime non avrebbe più accettato una situazione di questo genere. Da cinque anni il potere ha fatto di tutto per scoraggiare un'avanzata di carattere politico di questa Confraternita, ha cercato anche di dividerla - ci sono stati anche dei dissensi interni alla Confraternita, che l'hanno sicuramente indebolita.

    D. – C’è la possibilità che questa situazione possa sfociare in violenze e moti popolari, secondo te?

    R. – Certo, in Egitto c’è molta tensione in questo momento; durante la campagna elettorale gli scontri sono stati violenti: si parla di tre morti, ma altre fonti indipendenti parlano di un numero superiore. Amnesty International ha chiesto di fare chiarezza su quello che è accaduto. Sappiamo che tra l'altro, le tensioni sociali, negli ultimi mesi, sono sfociate anche in tensioni interreligiose. Bisogna dire che il governo ha dato l’impressione di soffiare sul fuoco, anche per dividere il campo di una possibile opposizione. Il rischio di violenze rimane sicuramente molto alto, proprio perché ci sarà questa lunga campagna elettorale per le presidenziali, da cui emergerà che il Paese non è aperto ad un futuro democratico, anzi, si sta chiudendo su se stesso e questo non potrà che aumentare la delusione della popolazione, tanto più che c’è una forte crisi economica in corso. Tutto questo farà sì che qualsiasi prospettiva di un’apertura democratica sia definitivamente accantonata. (ap)

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    Resta alta la tensione tra le Coree: salta l'incontro a sei proposto dalla Cina

    ◊   Resta alta la tensione nella penisola coreana dopo l’allarme lanciato dai servizi segreti di Seul, che ritengono “altamente probabile” un nuovo attacco da parte della Corea del Nord. Usa e Corea del Sud hanno dunque bocciato il piano della Cina di un incontro ai primi di dicembre, sia pure di natura straordinaria, nell’ambito del negoziato a Sei per ‘raffreddare’ le tensioni. Intanto, i vertici del regime di Pyongyang si sono recati a Pechino proprio per discutere degli sviluppi della crisi. Sui rapporti tra Cina e NordCorea, Stefano Leszczynski ha intervistato Maurizio Riotto, docente presso l’Università orientale di Napoli.

    R. – Sicuramente Pechino tratterà la Corea del Nord a muso duro, come del resto è abituata a fare con i Paesi che ritiene satelliti. La Cina è la maggiore minaccia per la Corea del Nord. In realtà, quindi, quello che nell’immaginario collettivo viene comunemente dipinto come il migliore alleato della Corea del Nord è in realtà la sua minaccia più grande.

    D. – Quindi, quanto riportato, ad esempio, nelle indiscrezioni dei documenti di Wikileaks, cioè che se il regime nordcoreano dovesse crollare, la Cina non si opporrebbe alla riunificazione della penisola, secondo lei è un’ipotesi plausibile o no?

    R. – Non è plausibile ma non per simpatia verso la Corea del Nord. I cinesi tengono tantissimo alla Corea del Nord e la tendenza ormai è quella di separare e di cristallizzare la divisione tra le due Coree: il Sud, ormai pienamente nella sfera d’influenza americana, occidentale e la Corea del Nord che, invece, si appresta a diventare un vero e proprio satellite della Cina, anche dal punto di vista diplomatico e commerciale.

    D. – In questa visuale, le provocazioni da parte della NordCorea e lo scambio di colpi pericolosissimi tra le due realtà coreane come si spiegano, come vanno interpretati?

    R. – Io credo che la Corea del Nord cerchi disperatamente di far intendere all’Occidente che vuole discostarsi dalla Cina, perché più viene isolata dall’Occidente più la Corea del Nord viene gettata tra le braccia dei cinesi. Per cui, l’attenzione reclamata dalla Corea del Nord è proprio nei confronti dell’Occidente affinché conceda, per esempio, questi colloqui a due tante volte richiesti - che gli Stati Uniti hanno sempre rifiutato invece di tenere, proprio in funzione anticinese. Credo che, nel momento in cui l’Occidente avrà capito questo e provvederà ad isolare di meno la Corea del Nord, la stessa Corea del Nord avrà maggiori possibilità di uscire dall’orbita di Pechino e ci saranno maggiori possibilità di riunificazione per la penisola coreana. (bf)

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    Giornata mondiale di lotta all'Aids: garantire a tutti l'accesso alle cure

    ◊   Sono 33,4 milioni, nel mondo, le persone che vivono con l'Hiv, 2,6 milioni i nuovi casi registrati e 1,8 milioni i decessi. Il totale il numero di contagi nel mondo diminuisce, ma l’epicentro resta ancora l’Africa. Essere affetti da questo virus non deve però essere una discriminante, per questo il tema dell’odierna Giornata mondiale di lotta all’Aids è: "Accesso per tutti ai trattamenti e diritti umani". Molti dei contagiati, ci ricorda nel suo messaggio il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, hanno ottenuto l’accesso ai trattamenti Hiv. Si sta bloccando e invertendo la tendenza legata alla diffusione del virus, ma bisogna lavorare per fornire una risposta sostenibile all’Aids, continua Ban Ki-moon. Nel 2006, gli Stati membri dell’Onu si impegnarono a raggiungere entro il 2010 l’obiettivo di un accesso universale alle cure. Una data che dovrà slittare. Lo conferma a Francesca Sabatinelli, Massimo Ghidinelli, dell’Oms, team leader HIV-AIDS per la regione pacifico occidentale:

    R. - Senza dubbio ci sono stati progressi importantissimi. Pensando, però, agli obiettivi ambiziosi che erano stati riconosciuti - anche con un impegno politico importante - nei vari G8 o nei summit internazionali, si credeva si potesse raggiungere l’accesso universale a questi servizi per la fine del 2010. Temo che nella maggior parte dei Paesi toccati all’epidemia Hiv questo non accadrà. Attualmente l’obiettivo si sta spostando più verso un riallineamento con gli “Obiettivi del Millennio”, che - viceversa - pongono uno spazio temporale fino al 2015.

    D. - Dottor Ghidinelli, quali sono i progressi in campo medico raggiunti fino ad oggi?

    R - In campo terapeutico, c’è stato un progresso straordinario con un fattore moltiplicativo di quasi dieci volte rispetto al numero di pazienti che erano in terapia antiretrovirale nel 2003-2004. E i numeri sono importanti: abbiamo superato la barra di più di 5 milioni di pazienti in terapia antiretrovirale. Ma questa è una terapia che richiede una certa funzionalità dei sistemi sanitari. Penso che proprio questo sia l’aspetto-chiave per capire perché - nonostante i massicci investimenti - non si riesca a raggiungere questa fatidica barra.

    D. - Margaret Chan, direttrice dell’Oms, ha denunciato proprio questo: i farmaci antiretrovirali sono disponibili solo per un terzo dei pazienti…

    R. - Provi ad immaginare dei sistemi sanitari poco funzionali, sotto finanziati e particolarmente trascurati: questi sistemi si ritrovano oggi a dover fronteggiare un numero crescente di pazienti. Malgrado gli investimenti massicci, la portata del problema sembra ancora troppo forte per poter permettere un ulteriore progresso. C’è stato un volume di investimento nella ricerca che ha permesso di tradurre, di trasportare, questa tecnologia dai Paesi ricchi in un contesto di risorse limitatissime: questo di per sé è una specie di miracolo! La sostenibilità di questi sforzi dipende molto dalla capacità della Comunità internazionale di mantenere il livello di intensità raggiunto. Il volume attuale raggiunto dalle commesse, dagli impegni e dalle promesse dei vari Paesi donatori non ha raggiunto il livello minimo, che era attorno ai 13-14 miliardi di dollari.

    D. - Sempre la direttrice dell’Oms ha lamentato come ancora siano troppo le discriminazioni nei confronti dei malati di Aids. Si è, inoltre, soffermata sul fatto che nel 2009 - ad esempio - soltanto il 53 per cento delle donne in gravidanza colpite dal virus è riuscito ad avere accesso ai trattamenti che proteggono il bebè dal contagio…

    R. - Il livello di stigma per associazione all’infezione Hiv rimane molto alto. Questo naturalmente rappresenta uno degli ostacoli principali. Particolarmente grave è il ritardo con cui ci siamo mossi nel campo della prevenzione della trasmissione dalle madri ai bebè, ai figli. Ma è stato fatto un grande progresso: l’infezione di Hiv pediatrica è praticamente scomparsa nei Paesi occidentali, ma ancora genera centinaia di migliaia di nuovi casi nei Paesi del sud del mondo.

    D. - Dottor Ghidinelli, quali sono attualmente i Paesi che hanno questo triste record?

    R. - Parliamo dell’Africa sub-sahariana e in particolare dell’Africa meridionale e quindi Sudafrica, Zimbabwe, Lesotho e tutta quella gamma di Paesi che gravitano nella regione del Corno Sud dell’Africa. Abbiamo poi focolai importanti di epidemia in altri Paesi, ma con numeri e con tassi assolutamente inferiori rispetto al contesto africano: parlo dell’India, che è il secondo Paese per numero assoluto di pazienti; ma anche Paesi della regione asiatica e dell’Europa orientale. (mg)

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    Chiesa e SocietÓ



    I vescovi Usa esortano il Congresso a ratificare il nuovo Trattato sulla riduzione delle armi nucleari

    ◊   I vescovi degli Stati Uniti sollecitano il Senato americano a ratificare al più presto il nuovo Trattato “Start 2” per la riduzione degli arsenali nucleari, siglato lo scorso aprile a Praga dal Presidente Barack Obama e dal Premier russo Dmitry Medvedev. Secondo la Conferenza episcopale (USCCB), la ratifica del trattato è fondamentale “perché è un piccolo passo verso un mondo in cui vi sia un maggiore rispetto della vita umana” che per la Chiesa è sacra. È quanto si legge in una lettera ai senatori del Congresso americano firmata da mons. Howard J. Hubbard, presidente della Commissione episcopale per la pace e la giustizia internazionale. Citando Papa Benedetto XVI, la missiva ricorda che “la guerra nucleare è condannata dalla Chiesa”, perché, in contrasto con i criteri della proporzione tra offesa e difesa e della selezione degli obiettivi, colpisce indiscriminatamente civili innocenti, “per il potenziale distruttivo delle armi nucleari e per gli effetti a lungo termine delle radiazioni”. “In linea con la dottrina cattolica – ricorda ancora la lettera - la Santa Sede e i vescovi americani sostengono da tempo la riduzione degli armamenti, la lotta alla loro diffusione in altre nazioni e la necessità di evitare che materiale nucleare entri nelle mani del terrorismo. Da decenni si battono nella duplice battaglia per il disarmo e la non proliferazione nucleare. Anche se sappiamo che questo obiettivo richiederà anni - è quindi l’appello contenuto nella lettera - è un impegno che la nostra nazione deve riprendere con rinnovata energia”. Alle parole di mons. Hubbard si è unito l’appello del nuovo presidente della Usccb mons. Timothy Dolan che ha confermato la posizione del predecessore, il cardinale Francis George, a favore di una ratifica bipartisan del trattato. Un appello in tal senso è venuto nei giorni scorsi anche da altri leader religiosi americani. Il Trattato Start 2, che sostituisce Start scaduto nel dicembre 2009, rappresenta una svolta storica per varie ragioni: per l'accordo su una nuova riduzione del 30% degli armamenti nucleari strategici, per l'introduzione di meccanismi di verifica che non erano contemplati nei precedenti trattati Start e per il nuovo dialogo fra Mosca e Washington, dopo le tensioni seguite all'invasione della Georgia da parte della Russia nel 2008. (A cura di Lisa Zengarini)

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    Il Patriarca Bartolomeo I alla delegazione cattolica: “Separati non possiamo convincere”

    ◊   “Coloro che predicano Cristo e sono separati gli uni dagli altri, non potranno convincere il mondo”. Questo il messaggio fondamentale con cui il Patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, ha accolto a Istanbul la delegazione vaticana guidata dal presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei cristiani, cardinale Kurt Koch, giunta nel Paese per la festa di Sant’Andrea. “Le Chiese di Roma e Costantinopoli sono obbligate a ricucire il legame di comunione per dimostrare di essere degne dell’eredità lasciata dagli apostoli Pietro e Andrea”, ha detto il Patriarca che ha voluto ricordare i 50 anni di vita e di attività ecumenica del Pontificio Consiglio, evidenziando l’importanza “del dialogo teologico ufficiale tra le Chiese”, perché “l’unità nell’amore non è sufficiente se non è simultaneamente un’unità nella fede e nella verità”. Il Patriarca ha voluto rassicurare la delegazione della Santa Sede, specifica l'agenzia Sir, sulla decisione, unanime per tutte le Chiese ortodosse autocefale, di mantenere questo dialogo teologico “affinché tutti possiamo arrivare all’unità di fede”. “Preghiamo per il suo successo – ha aggiunto il Patriarca – soprattutto in questa fase attuale nella quale si stanno discutendo le questioni controverse che nel passato hanno provocato un conflitto acuto tra le nostre Chiese”. Infine, il Patriarca ha riconosciuto “le difficoltà esistenti, ma al tempo stesso la disponibilità e la decisione di tutti i membri della Commissione a superare queste difficoltà con l’amore e la fedeltà alla dottrina e alla vita della Chiesa trasmessaci dal primo Millennio per proseguire nelle loro risoluzioni”. (R.B.)

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    Ecumenismo: domani i 50 anni del primo incontro tra un Papa e un Primate anglicano

    ◊   Ricorrerà domani un importante anniversario: quello del primo incontro dai tempi della Riforma tra un Pontefice cattolico romano e un rappresentante della Chiesa anglicana. I protagonisti di questa storia, divenuta realtà il 2 dicembre 1960, furono Giovanni XXIII e l’allora Primate della Chiesa anglicana e arcivescovo di Canterbury, Geoffrey Francis Fisher. Questo incontro, ricorda il Sir, è stato recentemente richiamato da Benedetto XVI nel suo discorso all’attuale Primate anglicano, arcivescovo Rowan Williams, nel corso del suo viaggio apostolico nel Regno Unito lo scorso settembre. Da quel primo contatto nel 1960 e dal successivo incontro ufficiale del 1966 tra Paolo VI e l’arcivescovo Michael Ramsey, scaturì il lavoro della Commissione mista che sarà suggellato il 28 aprile 1977 con la visita a Roma del Primate Donald Coggan. (R.B.)

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    Pakistan. Il marito di Asia Bibi: "siamo pronti a trasferirci in Italia o in America"

    ◊   “Siamo tristi e preoccupati. Asia ci manca tanto, i miei figli piangono e la cercano ogni giorno. Oggi conduciamo un vita da ricercati: siamo nel mirino di gruppi estremisti e abbiamo paura per la nostra vita. Siamo pronti a partire per l’Italia o per l’America, appena Asia sarà liberata”: lo dice in un'intervista esclusiva all’agenzia Fides Ashiq Masih, marito di Asia Bibi, raggiunto a Lahore grazie alla “Masih Foundation”, l’Ong che si sta occupando della protezione della famiglia di Asia Bibi e che sta provvedendo all’assistenza legale per la donna. "L’ho incontrata ieri, martedì, in carcere. - ha detto l'uomo - L’ho trovata giù di morale, è molto preoccupata per la nostra famiglia e per i nostri bambini. E’ una donna innocente che da oltre un anno è in prigione. Vorrebbe che questa storia fosse già finita". Aship Masih ha ringraziato di cuore il Papa per il suo appello in favore della moglie. "Siamo estremamente felici e rincuorati per l’appello che ha lanciato per noi, per la sua attenzione al caso di Asia - ha detto - e a tutti i cristiani che soffrono in Pakistan". (R.P.)

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    Rapporto Unicef sull'Aids in Africa

    ◊   In occasione della Giornata mondiale di lotta all’Aids, l’Unicef ha presentato a New York il quinto rapporto di aggiornamento “Bambini e Aids”, realizzato congiuntamente con l’Organizzazione Mondiale della Sanità e altre agenzie delle Nazioni Unite. Una generazione libera dall’Aids è possibile, ma la comunità internazionale, per raggiungere questo obiettivo, deve incrementare gli interventi per fornire accesso universale alla prevenzione. Ogni giorno, infatti, stando ai dati riportati, un migliaio di bambini dell’Africa subsahariana contrae il virus Hiv, responsabile dell’Aids, attraverso la trasmissione madre-figlio. “Ci sono prove che dimostrano che l’eliminazione di questo tipo di trasmissione è possibile”, afferma il direttore generale dell’Oms, Margaret Chan, ma il problema è l’esclusione di milioni di donne e bambini dalle cure a causa di discriminazioni legate al genere, alla condizione economica, alla dislocazione geografica, ai livelli d’istruzione e allo status sociale. Nonostante ciò, la situazione migliora, soprattutto nell’Africa orientale e meridionale: qui nel 2009 il 68% delle donne in gravidanza sieropositive ha ricevuto farmaci antiretrovirali per prevenire la trasmissione madre-figlio. Di questo passo, l’obiettivo sarà raggiungibile entro il 2015. L’Aids è ancora una delle maggiori cause di mortalità tra le donne in età riproduttiva e soprattutto delle mamme nei Paesi dove l’epidemia è generalizzata. Ogni anno nascono 370mila bambini colpiti dal virus Hiv e i neonati sono particolarmente vulnerabili: la metà di essi, se privata delle cure necessarie, non raggiunge il secondo anno di età. (R.B.)

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    Africa: il disagio dei minori orfani a causa dell'Aids

    ◊   In occasione dell'odierna Giornata mondiale della lotta all’Aids, l’agenzia Fides ha pubblicato ieri i risultati di alcuni studi condotti in Africa, secondo i quali il disagio psicologico dei minori che restano orfani a causa della malattia, aumenta se non si fa attenzione a utilizzare strumenti come la permanenza in famiglia, l’assistenza psico-sociale e la scolarizzazione. Un altro problema comune è che spesso i genitori muoiono senza lasciare testamento e in molti Paesi è in uso il “property grabbing”, una tradizione secondo la quale gli orfani vengono privati di ogni bene da parte dei parenti. I bambini più piccoli, poi, soffrono in maniera particolare per il lutto e hanno bisogno di essere guidati nell’elaborazione di una perdita che non comprendono a pieno perché non colgono ancora il concetto di morte. Infine, un’altra piaga riguarda il tasso di abbandono scolastico che tra gli orfani subisce una brusca impennata perché sono spesso costretti ad assistere i parenti anziani o malati. (R.B.)

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    India: la Chiesa in prima fila nella lotta all’Aids

    ◊   Il recente rapporto dell’Unaids afferma che l’India è sulla via di invertire la diffusione dell’Aids nel Paese. “In India c’è stato un declino di quasi il 50% in nuovi casi di infezione Hiv nell’ultima decade. I numeri sono scesi da 240 mila a 120 mila” ha detto il dott. Charles Gilks, coordinatore di Unaids per l’India. Il rapporto suggerisce che l’epidemia di Aids è stata bloccata e che l’India è fra i pochi Paesi che abbiano ottenuto un calo significativo nei tassi di nuove infezioni da Hiv. Globalmente - riferisce l'agenzia AsiaNews - le nuove infezioni da Hiv sono cadute del 20 per cento nell’ultima decade mentre le morti dovute all’Aids sono scese negli ultimi cinque anni del 20%. A questi risultati contribuisce anche il poderoso impegno della Chiesa cattolica indiana. L’arcivescovo di Agra, mons. Albert D’Souza, in un’intervista esclusiva all'agenzia AsiaNews ha detto: “La Chiesa cattolica in India è determinata ad aiutare le persone colpite dall’Hiv e dall’Aids. La Chiesa cattolica in India, è ‘sui passi di Gesù, il medico divino’. La nostra chiesa è impegnata intensamente nello sforzo nazionale di risposta all’Aids e il suo è fra i contributi maggiori nel facilitare l’accesso alla prevenzione, alla cura, all’appoggio dei malati e a ogni tipo di trattamento. E’ un’opera che si svolge attraverso la ‘Coalizione per l’aids e le malattie collegate’ della Conferenza episcopale indiana (Cbci). La Cbci grazie alla sua commissione sanitaria è coinvolta nel Progetto di accesso alla cura e al trattamento (Pact) sponsorizzato dal Fondo globale sin dal giugno 2007. Questo è stato fatto come espressione concreta della politica dei vescovi in relazione all’Hiv e all’Aids: ‘Impegno per la compassione e la cura’. Oltre 150 istituzioni cattoliche in tutto il Paese sono coinvolte in questi programmi, e di queste 86 sono Centri di cura specializzati. Abbiamo persone preparate in questo campo, che aiutano i malati mettendo attenzione alla dignità della persona. E abbiamo anche dei rifugi speciali per bambini malati di Hiv e Aids, dove oltre alle cure, l’istruzione e la riabilitazione sono una priorità”. Mons. D’Souza ha poi aggiunto: “Tristemente le persone malate di Hiv sono stigmatizzate, e subiscono una discriminazione che è ingiusta, non etica e inumana. Nelle organizzazioni cattoliche sparse in tutta l’India la Chiesa considera una missione speciale quella di fornire una cura piena di misericordia e compassione per alleviare la vita dei malati, oltre a prendere misure concrete per evitare la diffusione del morbo”. (R.P.)

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    Oms: massiccia vaccinazione contro la meningite nell’Africa subsahariana

    ◊   La chiamano la “malattia del vento” perché da esso viene portata durante le stagioni secche in cui imperversano le tempeste di sabbia e scompare lavata via dalle piogge primaverili. È la meningite, contro la quale domenica 5 dicembre partirà una massiccia campagna di vaccinazione giovanile a cura dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) nella fascia dell’Africa subsahariana, a partire da Burkina Faso, Mali e Niger. “In quest’area ogni famiglia ha almeno un parente morto a causa della meningite o sopravvissuto con gravi conseguenze”, ha detto all’agenzia Misna il direttore del Dipartimento vaccinazioni dell’Oms, Jean-Marie Okwo-Bele, la quale ha spiegato che il farmaco verrà somministrato alla popolazione d’età compresa tra 1 e 29 anni, che è la fascia più a rischio. La campagna proseguirà poi fino a coprire l’intera “cintura della meningite” che comprende 25 Paesi e 450 milioni di persone a elevato rischio di contagio. Infine, si ricorda che questa settimana è la Settimana dedicata alla salute di madri e figli: per l’occasione nel nord del Rwanda e nella Repubblica Democratica del Congo si stanno distribuendo milioni di dosi di vaccini per malattie che nell’area sono ancora letali, come il tetano, l’epatite B, la poliomelite e la pertosse. (R.B.)

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    Sudan: per la Chiesa il voto al referendum sull’autodeterminazione è un diritto e un dovere

    ◊   Tutti i cittadini del Sud Sudan hanno il diritto e il dovere di registrarsi per partecipare al referendum sull’autodeterminazione del 9 gennaio prossimo. Lo ha sottolineato all’agenzia Cisa il segretario generale della Conferenza episcopale sudanese (Scbc) padre Santino Morokomomo Maurino. Il sacerdote conferma che i sud-sudanesi si sono presentati in massa per iscriversi nei registri elettorali anche grazie all’impegno delle Chiese sudanesi nell’educazione civica della popolazione, affinché sia adeguatamente preparata al referendum. Padre Morokomomo si dice inoltre ottimista sull’esito pacifico della consultazione, osservando che, dopo avere conosciuto le sofferenze della guerra, i sud-sudanesi sarebbero poco propensi a riprendere le armi, quale che sia il risultato del voto. Sono circa cinque milioni gli aventi diritto a partecipare al referendum che potrebbe sancire l’indipendenza del Sud Sudan a maggioranza cristiano. Secondo i termini del Comprehensive Peace Agreement (Cpa), l’accordo di pace siglato a Nairobi nel 2005, per ottenere l’indipendenza sarà necessario il 50% dei voti più uno e il raggiungimento del quorum del 60%. (L.Z.)

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    In Pakistan quasi 7 milioni di alluvionati senza aiuti per la cattiva gestione dei fondi

    ◊   Mala gestione e un uso improprio delle donazioni ostacolano la ricostruzione nei distretti del Pakistan colpiti in agosto dalle alluvioni. Oltre 6,8 milioni di persone sono ancora in rifugi di emergenza e molti di loro rischiano di morire con l’arrivo dell’inverno. Secondo funzionari del governo gli sforzi fatti in questi mesi sono stati vanificati dalle lotte intestine tra autorità federali e provinciali per il controllo dei finanziamenti. A tutt’oggi circa 60 milioni di dollari donati dalla comunità internazionale restano inutilizzati in un fondo creato in settembre dal Primo ministro Yousuf Raza Gilani. Un funzionario, anonimo per motivi di sicurezza, afferma all'agenzia AsiaNews: “Una volta che una decisione è presa dai vertici del governo dovrebbe essere attuata, ma al momento non è stato fatto nulla". Nella provincia di Sindh, nel sud Paese, la maggior parte dei villaggi e dei campi coltivati sono allagati. Nel villaggio di Gul Mohammad Chandio (distretto di Dadu), le famiglie vivono ancora sotto tende di fortuna e da mesi attendono gli aiuti promessi dal governo. "Siamo molto preoccupati per la nostra situazione – afferma Noel John, 45 anni, padre di sette figli - la nostra terra è sotto l'acqua e nessuno ci sta aiutando ". In questi mesi, i funzionari delle Nazioni Unite hanno lamentato più volte lo scarso sostegno finanziario della comunità internazionale, dovuto soprattutto alla cattiva reputazione del governo e ai continui casi di corruzione. Le donazioni inviate hanno raggiunto solo metà degli 1,93 miliardi di dollari richiesti dall’Onu nella sua campagna di raccolta. Nonostante i debiti, il governo federale continua a chiedere ai donatori di versare denaro contante, invece di infrastrutture e mano d’opera. I responsabili della ricostruzione hanno proposto di caricare i soldi su delle carte prepagate da distribuire alle famiglie che provvederanno da sole a riparare le proprie abitazioni. L’iniziativa è stata appoggiata dagli Stati Uniti, ma non dalla Banca Mondiale, che ha richiesto maggiori garanzie di trasparenza e affidabilità. Amil Khan, portavoce dell’Ong Oxfam afferma: “Abbiamo segnalazioni di persone che non sapendo come utilizzare il bancomat, non possono ritirare i soldi”. Khan sottolinea che nel Paese mancano le infrastrutture per un sistema di questo tipo e nei pochi luoghi attrezzati vi sono continui problemi di accesso e gestione dei macchinari. Anche Nadeem Ahmed, responsabile del National Disaster Manangment Authority, ha espresso le sue riserve sul sistema elettronico di donazioni, che non dà garanzie sui criteri di ricostruzione. Egli ha affermato che delle 1,6 milioni di abitazioni distrutte oltre 400mila devono essere spostate in altre aree per evitare che vengano distrutte da alluvioni e terremoti. (R.P.)

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    Bhutan: segnalate violazioni di diritti umani e libertà religiosa

    ◊   È noto per essere un Paese ideale, dove la felicità dei cittadini è addirittura misurata sottoforma di indice economico, il Bhutan, ma sembra essere una felicità fittizia, che nasconde frequenti violazioni dei diritti umani e contro minoranze etniche e religiose, almeno stando alle testimonianze raccolte da AsiaNews. Dal 2006, infatti, il governo locale ha iniziato a promuovere la democrazia, dopo anni di monarchia assoluta che proibiva la pratica di religioni diverse dal buddismo. Tuttavia, nella nuova Costituzione, varata nel 2008, si vieta il proselitismo, la pubblicazione di Bibbie, la costruzione di scuole cristiane e l’ingresso nel Paese ai religiosi. Diversi sono i casi segnalati: dopo la vicenda del cristiano Prem Singh Gurung, condannato a tre anni di carcere per aver proiettato un film sulla vita di Gesù, altri due cristiani in questi giorni sono ricercati con l’accusa di aver tentato di fare proseliti tra gli abitanti di Jigmecholin. Il 27 novembre scorso a New Delhi, per la prima volta alcuni rappresentanti del Bhutan hanno partecipato a una conferenza sui diritti umani organizzata dal South Asian for human rights; uno di essi, Tek Nath Rizal, ha esortato la comunità internazionale affinché faccia pressioni sul governo per il rilascio dei cristiani: “Il Bhutan è uno Stato multietnico e multilinguistico”, ha ricordato. Purtroppo il governo ha imposto sulle 22 lingue parlate nel Paese, l’ufficialità del “dzongkha” e del buddismo Kagyurpa sulle altre religioni, che sono state soppresse. Rizal ha denunciato anche la situazione dei dissidenti politici, spesso oggetto di torture in carcere, e degli 80mila profughi nepalesi da oltre 10 anni in esilio. (R.B.)

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    Canada: preoccupazione dei vescovi per il progetto di legge sull'immigrazione

    ◊   In una lettera indirizzata al Ministro della cittadinanza, dell’immigrazione e del multiculturalismo, Jason Kenny, i vescovi canadesi esprimono preoccupazione per un nuovo progetto di riforma della legge sull’immigrazione e la protezione dei rifugiati prossimamente all’esame del Parlamento. La legge C-49 - questo il suo nome in sigla - prende di mira i “passatori” che fanno entrare illegalmente i clandestini nel Paese. Il timore dei vescovi canadesi è che in realtà il provvedimento penalizzi proprio i rifugiati, il cui ricorso a vie illegali per fuggire dalla persecuzione e dalle violenze dei loro Paesi di origine – affermano - è dettato più dalla disperazione che da cattive intenzioni. “Anche se gli Stati hanno diritto di lottare contro i trafficanti di immigrati clandestini – rileva la lettera, firmata dal presidente della Commissione episcopale della Giustizia e della Pace mons. Brendan O'Brien - essi hanno anche il dovere di prendere misure che rispettino i diritti dei rifugiati”. Ora, secondo i vescovi canadesi, “diverse disposizioni contenute nel progetto di legge violano le norme del diritto internazionale e di quello canadese” che appunto tutelano tali diritti. La missiva cita in proposito il messaggio di Benedetto XVI per la 97.ma Giornata mondiale del migrante e del rifugiato del 2011 che ricorda i “precisi impegni” assunti dalla Comunità internazionale nei confronti dei rifugiati e degli altri migranti forzati e che “il rispetto dei loro diritti, come pure delle giuste preoccupazioni per la sicurezza e la coesione sociale, favoriscono una convivenza stabile ed armoniosa”. Alla luce di queste considerazioni, i vescovi invitano l’Esecutivo a rivedere la Legge C-49, dicendosi disponibili a offrire la collaborazione della Chiesa “per una soluzione giusta per tutte le parti interessate”. (L.Z.)

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    Irlanda: l’arcivescovo di Dublino nel primo anniversario del Rapporto Murphy sugli abusi

    ◊   Per rinnovarsi e correggere i gravi errori del passato, la Chiesa irlandese ha bisogno di una profonda conversione e di umiltà. È quanto afferma l’arcivescovo di Dublino, mons. Diarmuid Martin, in una riflessione diffusa il 25 novembre alla vigilia del primo anniversario del Rapporto Murphy sugli abusi sessuali commessi su minori nell’arcidiocesi della capitale irlandese. Riprendendo alcune considerazioni svolte qualche giorno addietro alla commemorazione del fondatore della Legione di Maria, Frank Duff, il Primate irlandese rileva che lo scandalo ha aperto gli occhi della Chiesa non solo sugli orrori degli abusi sui minori e sull'inadeguata risposta ad essi - una condotta per la quale, dice, “nessuna richiesta di scuse sarà mai sufficiente” - , ma anche su una crisi molto più profonda all'interno della comunità ecclesiale. Di qui l’urgenza del rinnovamento della Chiesa in Irlanda, un rinnovamento che presuppone una profonda conversione e l’uscita da quella che definisce senza mezzi termini “l’autoreferenzialità” che l’ha contraddistinta negli anni passati. La Chiesa, ribadisce mons. Martin, “non è una vaga agenzia di moralizzazione nella società e non esiste solo per fornire una sorta di luogo di conforto spirituale per tutti coloro che le si avvicinano. Essa deve annunciare il messaggio di Cristo con tutto quello che esso esige da noi”, pena “l’inefficacia di tale messaggio”. “Abbiamo urgente bisogno di una nuova evangelizzazione” e forse, conclude mons. Martin, “l’umiltà è un buon punto di partenza per questo rinnovamento”. (L.Z.)

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    Bolivia. Solidarietà a mons. Solari che ha denunciato i minori coinvolti nel narcotraffico

    ◊   “Che possiamo fare per loro? Come possiamo cambiare il loro futuro?”. Inizia così l’accorata lettera che l’arcivescovo di Cochabamba, in Bolivia, mons. Tito Solari, ha inviato ai fedeli, preoccupato della situazione dei minori coinvolti nel traffico di droga, una situazione purtroppo comune nel Paese. Una missiva, riferisce la Misna, che giunge dopo “un lungo tempo di obbligato silenzio”, scrive il presule che dopo un viaggio nella regione del Chapare, dove questo fenomeno è particolarmente presente, è stato criticato per alcune sue dichiarazioni in merito dai “cocaleros”, i produttori di foglia di coca dell’area. La lettera era rivolta alla popolazione, riunita ieri sera in veglie di preghiera e solidarietà con mons. Solari proprio in seguito a questo episodio. “Nei giorni passati ho espresso la preoccupazione di padri ed educatori del Tropico perché alcuni minori sono vittime del narcotraffico - ha scritto l’arcivescovo, esprimendo rammarico per eventuali offese procurate dalle sue parole – rinnoviamo il nostro impegno a servire il Signore nei piccoli bisognosi. Facciamolo con la verità e la carità”. (R.B.)

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    Brasile: i progetti del Consiglio Missionario nazionale a Timor ed Haiti

    ◊   Il Consiglio Missionario nazionale (Comina) si è riunito presso la sede delle Pontificie Opere Missionarie a Brasilia, per discutere progetti e azioni, in particolare il lavoro missionario iniziato quest'anno ad Haiti. "Il Comina è l'organo di coordinamento della dimensione missionaria e riunisce le grandi forze missionarie della Chiesa in Brasile, che sono la Conferenza dei Religiosi del Brasile e la Conferenza episcopale. Offre il suo contributo nella riflessione missionaria e anche nell’affrontare le sfide missionarie" ha detto il presidente del Comina, mons. Sergio Castriani, vescovo della Prelatura di Tefe. Secondo il presidente, tra le azioni seguite dal Comina sono da sottolineare i progetti missionari a Timor Est (concluso quest’anno) e ad Haiti. Bisogna anche riconoscere i progressi nella formazione missionaria offerta dal Centro Cultural Missionario, a questo riguardo sono stati organizzati diversi corsi e conferenze, come il primo Congresso Missionario per i seminaristi. Per mons. Castriani, tutte queste attività rientrano nel progetto "Il Brasile nella Missione Continentale". "La Missione Continentale in Brasile non è solo una serie di eventi, ma è l'animazione missionaria di tutta la Chiesa in Brasile, con gesti tali come il Congresso, il progetto di un milione di Bibbie, le Missione popolare", ha sottolineato. Nella nota inviata all’agenzia Fides, il vescovo aggiunge: "L'idea della Missione Continentale ha preso forma nel paese. In Brasile si parla, si respira, si riflette missione. Ciò non significa che in pratica si è fatto tutto, ma le persone si sono convinte che la missione è essenziale per la Chiesa. Il rinnovo dell'impegno che si cerca, passa dalla missione" mette in evidenza mons. Castriani. Il presidente del Comina spiega che nel caso del Brasile, la Conferenza di Aparecida non è stata un punto di partenza, ma di arrivo alla missione: "In Brasile, un punto di riferimento dell'animazione missionaria è stato il Congresso tenutosi a Belo Horizonte nel 1995 (Congresso Missionario LatinoAmericano 5). Già da quel momento avevamo progetti missionari. Aparecida aggiunge una nuova dimensione quando propone il discepolato collegato alla missionarietà". (R.P.)

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    Uganda: religioni unite contro le violenze domestiche alle donne

    ◊   Una campagna nazionale di tre settimane contro le violenze domestiche ai danni delle donne. È l’iniziativa lanciata il 25 novembre dai leader religiosi e dalle organizzazioni per i diritti delle donne in Uganda per richiamare l’attenzione su questa piaga che ha assunto dimensioni preoccupanti nel Paese. Nella stessa direzione - riferisce il quotidiano locale “The News Vision” citato dall’agenzia Apic - si muove un’altra campagna di più ampio respiro promossa dalla Chiesa cattolica ugandese in collaborazione con il governo irlandese. Il programma, che avrà una durata quinquennale, è stato lanciato il 24 novembre dall’arcivescovo di Kampala, mons. Cyprian Kizito Lwanga. In Uganda la violenza domestica è un fenomeno in crescita e coinvolge soprattutto le donne. Un’inchiesta condotta nel 2004 dalla Federazione delle giuriste ugandesi, ha rivelato che il 40% delle donne del Paese subiscono violenze in particolare dai loro mariti, ma secondo la Mary Ejang, dell’Università di Gulu, esse sono in realtà quasi il doppio. Ed è proprio la crescente incidenza di questa piaga – ha spiegato Tina Musuya, direttrice esecutiva del centro per la lotta e la prevenzione delle violenze in famiglia - ad avere spinto le organizzazioni per i diritti delle donne a rivolgersi ai leader religiosi del Paese per sensibilizzare i fedeli. La campagna interreligiosa si svolge fino al 10 dicembre. (L.Z.)

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    Marocco: per l'Avvento l'arcivescovo di Rabat esorta i fedeli a fare un cammino interiore

    ◊   “Natale non è una festa del calendario che, per noi cristiani, non ha importanza”: è quanto scrive mons. Vincent Landel, arcivescovo di Rabat, in Marocco, nell’editoriale della rivista della diocesana “Ensemble”, sottolineando che il “Natale è per noi l’inizio di un grande cammino che siamo invitati ad intraprendere; è l’accoglienza di un piccolo uomo che viene per proporci un messaggio; è l’invito a contemplare l’insolito, “un bambino nella mangiatoia”; è l’invito a comprendere che nel piano di Dio nessuno è escluso, non ci sono situazioni sociali privilegiate; è l’invito ad accogliere un Amore che va al di là della nostra comprensione, perché è l’Amore di Dio fatto carne”. Mons. Landel osserva che in questo tempo d’Avvento “abbiamo bisogno di fare un cammino interiore, dobbiamo curare una preparazione spirituale”, perché proprio questa “ci preparerà ad avere un cuore disponibile e uno spirito libero per accogliere questo Gesù, che dal suo arrivo sulla terra è un interrogativo per l’umanità”. Il messaggio di Gesù, afferma il presule, ci invita “a guardare il mondo e le persone in modo diverso e ci condurrà su cammini di conversione che noi forse non siamo pronti a seguire. I pastori lo hanno saputo riconoscere traendone le conseguenze. I magi hanno saputo riconoscerlo e sono partiti su un’altra strada. E noi, avendolo riconosciuto, come trasformeremo la nostra strada?”. Considerando tutti gli avvenimenti politici che accadono nei nostri differenti Paesi, prosegue mons. Landel, non possiamo eludere questo interrogativo se non orientandoci su una traccia umana da vivere perché le cose evolvano nel buon senso; “per noi cristiani, questa traccia umana può basarsi sulla nostra vita spirituale”. L’arcivescovo di Rabat spiega inoltre che “preparare il cammino di questo Gesù che viene, è una traccia umana che dobbiamo illuminare con la nostra fede cristiana” e che “occorre imparare ad essere con gli altri comunità umana e comunità ecclesiale”. (T.C.)

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    Gmg 2011: i giovani Salesiani si organizzano per accogliere i pellegrini

    ◊   S’intitola “Sono volontario per te” la campagna di accoglienza lanciata dal Movimento giovanile salesiano di Spagna in vista della Giornata Mondiale della Gioventù (Gmg) che si svolgerà a Madrid tra il 15 e il 21 agosto 2011. L’agenzia Sir riferisce che finora sono 17 le opere tra case, parrocchie, scuole e centri giovanili facenti capo al movimento, che si stanno organizzando per ospitare i giovani e le comunità che giungeranno da ogni parte del mondo per incontrare il Papa. Si prevede che arriveranno nella capitale spagnola circa settemila giovani che avranno bisogno di alloggio, vitto e assistenza spirituale; per loro si stanno mobilitando settemila volontari. (R.B.)

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    Il nuovo accordo Orp-Alitalia semplifica la vita dei pellegrini diretti a Roma

    ◊   Un nuovo accordo firmato ieri dall’Opera Romana Pellegrinaggi (Orp) e da Alitalia renderà più agile lo sviluppo dei flussi turistici verso Roma, centro mondiale della cristianità. L’agenzia Sir precisa che il patto siglato permetterà di acquistare sul sito dell’Orp (www.operaromanapellegrinaggi.org), a partire da oggi, un pacchetto di servizi che include tariffe agevolate per i biglietti aerei (3000 voli Alitalia al giorno uniscono la capitale alle altre destinazioni nazionali), la carta trasporti della città “Vatican and Rome” o il portafoglio di servizi “Vatican and Rome Omnia”, realizzato proprio dall’Orp. Tra le offerte, inoltre, da oggi e fino al 28 febbraio, l’accesso gratuito alla mostra della Biblioteca Apostolica Vaticana che espone 220 grandi opere: manoscritti, monete e stampe da Virgilio a Petrarca, fino a Michelangelo e Manzoni. (R.B.)

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    24 Ore nel Mondo



    Wikileaks: i Paesi dell’Interpol alla ricerca di Julian Assange

    ◊   Mandato di arresto internazionale per il fondatore del sito internet Wikileaks, Julian Assange. A richiedere l’intervento dell’Interpol è stata la Svezia, nel quadro di un’inchiesta per stupro. Gli avvocati di Assange hanno già presentato un ricorso alla Corte suprema di Stoccolma, che dovrebbe pronunciarsi al massimo per l'inizio della prossima settimana. Intanto, non si placa la polemica per la pubblicazione da parte del sito di documenti riservati sul mondo della politica e della finanza: mentre diverse diplomazie continuano a manifestare la loro irritazione, Assange promette rivelazioni scottanti sulle banche, in particolare su un grande istituto statunitense, e in un’intervista rilasciata alla rivista Time attacca il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, sulla presunta attività spionistica contro funzionari stranieri all’Onu auspicandone le dimissioni.

    Pakistan
    Il Pakistan ha respinto le preoccupazioni di Stati Uniti e Gran Bretagna, emerse da Wikileaks, che le armi nucleari nel Paese possano finire nelle mani dei ribelli. Secondo le informazioni diffuse dal sito, il capo dell’esercito pakistano avrebbe fatto pressioni per ottenere le dimissioni del presidente Zardari, con l’appoggio dell’opposizione.

    Iran, nucleare
    Soddisfazione da parte del segretario di Stato americano, Hillary Clinton, che ha definito “incoraggiante” la scelta del governo iraniano di partecipare ai colloqui di Ginevra sul suo programma nucleare, in calendario per domenica prossima, con il gruppo dei mediatori internazionali, il cosiddetto 5+1. La Clinton, nel corso di una conferenza stampa tenuta durante il vertice Osce di Astana, ha spiegato che la proposta dello scorso anno sulle modalità di arricchimento di uranio per uso civile “sarà modificata alla luce di quanto accaduto nel frattempo”. L’incontro arriva dopo un periodo di forte tensione, segnato da uccisioni mirate, da attacchi informatici contro la centrale di Natanz e da un nuovo round di sanzioni statunitensi contro istituti finanziari legati all’Iran.

    Iran, esecuzione di una donna
    Lo sdegno di tutto il mondo di nuovo rivolto alla giustizia iraniana dopo l’esecuzione della condanna a morte per impiccagione dell’ex amante del calciatore della nazionale Niser Mohammad Khani. Shahla Jhahed era stata condannata a morte per l'omicidio otto anni fa della rivale in amore, la prima moglie del bomber dell'Iran negli anni '80. Dopo aver confessato l’omicidio della prima moglie di Khani, Shahla nel processo di appello ritrattò la confessione, proclamandosi innocente. La donna è stata portata al patibolo all'alba di oggi nel carcere di Evin, a Teheran, dopo la conferma dell'esecuzione da parte della Corte suprema iraniana. La sua esecuzione è la 146esima quest'anno in Iran.

    Kirghizistan
    Il parlamento kirghiso ha approvato ieri il nuovo governo, composto da tre dei cinque partiti che hanno preso seggi alle elezioni di ottobre. Il Paese spera di aprire una nuova fase politica dopo la cacciata del presidente, Kurmanbek Bakiyev, e gli scontri interetnici dell’aprile scorso. Ma i problemi rimangono tanti e ieri nella capitale Bishkek è esplosa una bomba che ha causato quattro morti. Domani, arriverà in visita la Segretaria di Stato Usa, Hillary Clinton.

    Haiti: epidemia di colera
    Ad Haiti, è ancora grave l’emergenza colera mentre il Paese attende i risultati delle elezioni presidenziali di domenica scorsa, che dovrebbero essere resi noti non prima del 7 dicembre. L’epidemia ha già causato oltre 1.700 morti a fronte di oltre 72 contagi, e segue il tragico terremoto del gennaio scorso, che ha causato 220 mila morti. Per sapere quale sia oggi la situazione a Port au Prince, Fabio Colagrande ha raggiunto telefonicamente nella capitale haitiana Luca Guerneri, responsabile Terre des Hommes dei progetti per Haiti. Ascoltiamo:

    R. - Tutto sommato, la situazione in città sembra non essere così esplosiva com’era stato invece previsto in base alle statistiche di altre epidemie di colera, anche se il contagio si è diffuso praticamente in qualsiasi distretto del Paese ed è ben lungi dall’essere debellato. Possiamo dire che sono risultate giuste le azioni di prevenzione messe in atto, perché è proprio grazie alla prevenzione che il colera sembra essere in un ciclo meno aggressivo.

    D. – Come agite sul piano della prevenzione?

    R. – Noi, come Terre des hommes, attualmente abbiamo fatto delle brochures che distribuiamo nelle scuole che abbiamo riabilitato, altre le stiamo ricostruendo. Si tratta, quindi, di sensibilizzare innanzitutto gli insegnanti sull’importanza dei messaggi da fornire. Abbiamo consegnato queste brochures assieme a del sapone, per dare la possibilità ai ragazzini di lavarsi le mani, e abbiamo fatto altri interventi di clorazione delle acque.

    D. – La difficoltà di dare una risposta adeguata a questa emergenza dipende anche dalla gravissima situazione umanitaria in cui Haiti si trova - potremmo dire - anche da prima del terremoto del gennaio scorso…

    R. – Sì, le difficoltà sono inerenti anche al fatto che certamente un milione e mezzo di sfollati non sono pochi da gestire. In questo senso, varrebbe anche la pena di sottolineare che - malgrado la povertà estrema - quello a cui abbiamo assistito ci dimostra che la popolazione non è né violenta, né portata ad azioni violente di massa, di piazza. (bf)

    Richiesta di grazia per Tareq Aziz
    Una richiesta di grazia per Tareq Aziz, l'ex braccio destro di Saddam Hussein, è stata consegnata oggi dal legale del figlio all'ambasciatore iracheno a Roma, Mustafà Balzani. “La faro avere - ha detto l'ambasciatore - delle più alte cariche irachene”.

    Italia, riforma dell'università
    Con 307 voti favorevoli, 252 contrari e 7 astenuti la Camera dei deputati ha approvato la legge di riforma dell’Università italiana. Il testo, che è stato in più parti modificato, torna ora al Senato, arricchito tra l'altro con le risorse previste dal Ddl stabilità ancora all'esame del parlamento. E dopo la giornata di ieri carica di tensioni in molte città per le manifestazioni degli studenti, continuano le proteste nelle Università. Questa notte, a Milano, è stata occupata l’Accademia di Brera.

    Europa, economia
    Prosegue lo sforzo di diversi Paesi europei per il risanamento dei conti pubblici. La Spagna, dopo i tagli in finanziaria, ha messo a punto il piano di privatizzazioni che coinvolgerà, tra l'altro, gli aeroporti e le lotterie nazionali. Lo ha annunciato il primo ministro, Zapatero, aggiungendo che a febbraio terminerà il programma straordinario per i sussidi da 426 euro al mese ai disoccupati di lunga durata. Le nuove misure dovrebbero essere approvate venerdì dal prossimo Consiglio dei ministri. E questa mattina, il Portogallo ha collocato sul mercato titoli di stato a un anno per 500 milioni di euro. La domanda ha superato di 2,5 volte l'offerta, ma Lisbona ha dovuto offrire rendimenti più elevati. Il risultato era molto atteso dal mercato, dopo che l'agenzia Standard & Poor's - nella tarda serata di ieri - ha messo sotto osservazione il rating del Portogallo (attualmente ad 'A-') con ''implicazioni negative''. Sempre stamani, il ministro dell'Economia francese, Christine Lagarde, ha dichiarato che deficit pubblico francese sarà riportato al 6% del Pil nel 2011, dopo aver toccato 7,7% alla fine di quest'anno e le spese dello Stato, interessi sul debito esclusi, “saranno congelate in valore per i prossimi tre anni”. (Panoramica internazionale a cura di Marco Guerra)

    Bollettino del Radiogiornale della Radio Vaticana Anno LIV no. 335

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