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Sommario del 24/03/2009

Il Papa e la Santa Sede

  • Il viaggio del Papa in Africa all’insegna della speranza e del realismo: la riflessione di padre Federico Lombardi
  • Il cardinale senegalese Théodore-Adrien Sarr: l’educazione è lo strumento più efficace per combattere l’Aids in Africa
  • Fruttuosa visita di mons. Mamberti al Patriarcato di Mosca
  • Oggi su "L'Osservatore Romano"
  • Oggi in Primo Piano

  • Il cardinale Bagnasco alla Cei: il Papa venga ascoltato, non irriso e offeso. Ribadito l'impegno della Chiesa italiana in difesa della vita
  • “In catene per Cristo, liberi di amare”: è il tema dell’odierna Giornata di preghiera per i missionari martiri promossa dalla Chiesa italiana
  • Luci e ombre nel rapporto annuale di Amnesty International sulla pena di morte nel mondo
  • Mai la scienza contro l'uomo: così il genetista Dallapiccola dopo l'annuncio di alcuni ricercatori britannici sull'uso delle staminali embrionali per produrre sangue artificiale
  • Dieci anni fa l'inizio dei bombardamenti Nato contro la Serbia di Milosevic
  • Un morto ogni 20 secondi: nella Giornata mondiale contro la tubercolosi, l’Oms chiede cure gratis per tutti
  • Correre sulle orme di San Paolo: presentata alla Radio Vaticana la maratona per tappe da Gerusalemme a Roma
  • Chiesa e SocietÓ

  • Nel 29. mo anniversario della morte, strumentalizzare il ricordo di mons. Romero è snaturarne il valore
  • ONU: guerre e violenze producono un aumento delle richieste di asilo
  • La Caritas a Gaza per l’assistenza medica e psicologica nel post-conflitto
  • Guida della Caritas dedicata agli operatori di pace in aree di conflitto
  • Mons. Twal: "Serve una soluzione giusta per la popolazione della Terra Santa"
  • Il biblista Manns: il Papa in Terra Santa per la riconciliazione col giudaismo
  • Il Parlamento europeo bandisce le mutilazioni genitali femminili
  • I vescovi messicani: “La droga peggiore è il desiderio del denaro a tutti i costi”
  • Spagna: disaccordo tra vescovi e autorità sull’insegnamento della religione nei Paesi baschi
  • Taiwan: pubblicata l'autobiografia del cardinale Shan. Il ricavato ad un Centro pastorale
  • Una giovane congregazione aiuta il rilancio della vita consacrata in Australia
  • Nel 65. mo anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, il messaggio del presidente Napolitano
  • Solidarietà del patriarca romeno Daniel ai suoi connazionali in Italia
  • Scomparso padre Ernesto Caroli, fondatore dell’Antoniano. Aveva 92 anni
  • 24 Ore nel Mondo

  • Israele: a più di un mese dalle elezioni, raggiunto accordo per governo di coalizione
  • Il Papa e la Santa Sede



    Il viaggio del Papa in Africa all’insegna della speranza e del realismo: la riflessione di padre Federico Lombardi

    ◊   “Ho avuto la possibilità di incontrare popoli ancorati a salde tradizioni spirituali e desiderosi di progredire nel giusto benessere”: è quanto scrive Benedetto XVI in un telegramma indirizzato, ieri sera, al presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, al rientro a Roma dal suo primo viaggio nel continente africano. Dal canto suo, in un messaggio inviato al Pontefice, il presidente Napolitano mette l’accento sulla “passione e determinazione” con la quale il Papa ha richiamato la comunità internazionale a sostenere “gli sforzi dei Paesi africani” in vista di uno sviluppo “fondato sulla promozione della dignità della persona e sul fermo rifiuto di ogni discriminazione”. All’indomani della conclusione del viaggio, il direttore generale della nostra emittente, padre Federico Lombardi, si sofferma sugli aspetti salienti della visita del Papa in Camerun e Angola. L’intervista è di Alessandro Gisotti:

    R. – Io parlerei di realismo e di speranza perché il Papa ha guardato la realtà dell’Africa in un modo molto concreto, ha messo in luce tutti i suoi grandi problemi ma ha anche invitato a guardare lontano, in una chiave cristiana. Naturalmente, questo messaggio della speranza vale per tutti i cristiani in tutte le parti del mondo, ma per L’Africa può darsi che questa espressione abbia un significato specifico, proprio perché noi vediamo e sappiamo che ci sono dei problemi drammatici. Per questo, l’invito alla speranza è particolarmente urgente ed è giusto che il Papa abbia ricordato il valore grande di questa virtù per tutti i cristiani impegnati in questo continente.

     
    D. – Donne e giovani sono senza dubbio i protagonisti del futuro dell’Africa. A loro il Papa ha dedicato forse i momenti più belli di questo viaggio. Una sua riflessione…

     
    R. – E’ vero. L’incontro con i giovani è un po’ una tradizione dei viaggi del Papa, quello con le donne è stato meno comune. Anche se le donne erano sempre inserite fra le componenti attive della Chiesa, questa volta si è voluto fare ad esse anche un discorso. Dimostrare ad esse un’attenzione particolare, nella consapevolezza del loro ruolo fondamentale di accoglienza e generazione della vita, di centro della famiglia, di centro anche della società, in un certo senso, della comunità allargata tramite i doni, i carismi che la donna ha anche di aiutare alla comprensione, al dialogo, all’accettazione reciproca.

     
    D. –In che modo questa visita del Pontefice potrà aiutare la Chiesa africana a rendere fruttuoso il Sinodo in programma ad ottobre?

     
    R. – Io credo che sia stata una buona scelta quella di fare il viaggio del Papa in Africa prima del Sinodo per distribuire l’Instrumentum Laboris, presentarlo, perché questo dà un grande impulso alla preparazione del Sinodo; fa vedere che il Papa e la Chiesa universale sono molto interessati a questo evento, lo seguono, vi vogliono partecipare, lo accompagnano con la loro preghiera. Adesso che l’Instrumentum Laboris è pronto, è proprio un grande quadro aperto in cui inserire una quantità di riflessioni, di contributi concreti, di approfondimenti, che poi nell’Assemblea di ottobre avranno tutto il loro spazio.

     
    D. - La visita di Benedetto XVI in Camerun e Angola ha fatto bene all’Africa, ma anche il Papa torna rinfrancato dall’abbraccio caloroso e entusiasta di una Chiesa viva e dinamica. Davvero “fa ridere” - come ha detto il Santo Padre - il mito della sua solitudine…

     
    R. – Fa sorridere, certamente, perché lui sa quanto la sua vita sia densa di rapporti con gli altri, di rapporti importanti, di ascolto, di fiducia e, quindi, non si può proprio parlare di solitudine. Abbiamo visto anche la solidarietà che i vescovi hanno voluto manifestare in questi ultimi mesi. Abbiamo visto l’entusiasmo e l’abbraccio di popolazioni numerosissime. Quindi, il Papa non si sente solo né a livello del governo della Chiesa, né a livello della gente che incontra.

     
    D. – In Africa il viaggio del Papa è stato unanimemente considerato un successo, un contributo importante per tutta l’Africa, non solo per i cattolici. In Occidente, invece, molti media si sono fossilizzati su argomenti polemici. Ma quali sono dunque i temi forti di questo viaggio che sono passati in secondo piano?

     
    R. – Io ho un po’ l’impressione che quello che qui in Occidente è difficile capire è l’approccio specifico con cui la Chiesa guarda allo sviluppo e al progresso dei popoli. Bisogna ripartire un po’ dalla Popolorum Progressio di Paolo VI, per capirlo meglio. La Chiesa ha una visione della dignità della persona e di ogni persona, del fatto che ognuno deve crescere nella responsabilità e nella libertà e su questo si costruisce poi una società con dei valori di convivenza, nella democrazia, nella libertà. Questo però è un lungo cammino, un cammino complesso, che prende tante dimensioni ma che parte dalla convinzione profonda che ogni singola persona ha un valore enorme davanti a Dio e ha una grande dignità, è chiamata da Dio ad assumere le sue responsabilità. Io guardavo, passando con il Papa, queste centinaia di migliaia di persone: non sono numeri, non sono animali da limitare o da governare con la forza o con delle misure semplicemente economiche o poliziesche o di altro genere. Sono delle persone. Ognuno è un volto dietro cui la Chiesa vede una persona che ha una dignità infinita e che è chiamata ad assumere le sue responsabilità e a crescere. E’ questo che mi sembra manchi in tante delle prospettive di cui abbiamo sentito parlare in questi giorni nel guardare all’Africa e al suo futuro.

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    Il cardinale senegalese Théodore-Adrien Sarr: l’educazione è lo strumento più efficace per combattere l’Aids in Africa

    ◊   Uno dei momenti più toccanti del viaggio di Benedetto XVI in Africa è stato senza dubbio la visita al Centro Cardinal Léger. Qui, ha detto il Papa, si vede che “l’uomo aiutando chi soffre diventa più uomo”. Un messaggio forte che il Pontefice ha lasciato alla Chiesa e alla società africana, che non hanno prestato attenzione ad alcune polemiche alimentate dai media occidentali su aborto e Aids. Al riguardo vi proponiamo la riflessione del cardinale arcivescovo di Dakar Théodore-Adrien Sarr, intervistato dalla nostra collega della redazione francese Hélène Destombes:

     
    R. – Je suis parmi ceux qui pensent que vraiment, c’est dommage que au lieu de …
    Io sono tra quelli che pensano che sia un peccato che, invece di riflettere su come il Papa è stato accolto e su tutto quello che ha vissuto con le popolazioni del Camerun e dell’Angola, alcuni media abbiano messo l’accento quasi esclusivamente sulla questione del profilattico e dell’aborto. A questo proposito penso veramente che gli occidentali debbano lasciare che gli africani valutino a modo loro: gli africani vivono a modo loro, pensano a modo loro. Tutto questo è un peccato! In questo viaggio ci sono state cose belle che è necessario trasmettere e invece alcuni non hanno trovato niente di meglio da fare che alimentare polemiche. Polemiche, peraltro, che sono state gonfiate, sovradimensionate rispetto al resto del contenuto di questo viaggio.

     
    D. – Qual è il messaggio che desidera trasmettere a questi media che hanno messo l’accento solo su questi aspetti?

     
    R. - Il faut que de plus en plus l'Occident, les occidentaux ne croient pas qu'il n'y a qu'eux ...
    Diventa sempre più necessario che l’Occidente e gli occidentali smettano di pensare che soltanto loro siano depositari della verità, che soltanto quello che loro concepiscono come modo di vedere e di fare, sia valido. A me è capitato di raccontare ad un media occidentale che noi in Senegal abbiamo veramente esaminato il contesto culturale nel quale ci troviamo: cristiani e musulmani. Dal 1995, su richiesta dell’allora presidente Abdou Diouf, le due comunità religiose – cristiana e musulmana – si sono impegnate nella lotta contro l’Aids. Abbiamo detto che avremmo potuto predicare, esortare in favore dell’astinenza e della fedeltà e l’abbiamo fatto, sia i cristiani che i musulmani. E se oggi il tasso di contagio dell’Aids rimane basso in Senegal, penso che sia grazie alle comunità religiose che hanno insistito sulla morale e sui comportamenti morali. Siccome non credo che il profilattico possa debellare l’Aids, penso che rimanga veramente valido il nostro appello all’astinenza e alla fedeltà e quindi ai valori morali e all’osservanza dei costumi sessuali. Anche se, forse, in alcuni Paesi dell’Africa possono esserci delle difficoltà perché ci sono usanze diverse, in ogni caso è necessario sapere che l’Africa è variegata e che ci sono delle società africane che conoscono molto bene il concetto dell’astinenza, della fedeltà e che lo coltivano. E’ necessario aiutarle a continuare a coltivarlo. Per quanto riguarda il mio Paese, temo che se si iniziassero a distribuire dosi massicce di profilattici ai nostri giovani questo non li aiuterebbe e sarebbe più difficile controllarsi e rimanere fedeli fino al matrimonio. Ecco, ci sono anche questi aspetti negativi ai quali bisogna fare attenzione ma per quanto riguarda i giovani non capisco perché sia necessario incoraggiarli ad usare il profilattico in un contesto culturale come il mio, in Senegal. Penso che aiutare la gente attraverso l’educazione, ad imparare lo sforzo di controllarsi, rimanga un contributo valido per la prevenzione dell’Aids.

     
    D. – Cosa ha rappresentato per lei questa visita di Benedetto XVI, questa sua prima visita nel continente africano, e quale ricordo conserverà in modo speciale?

     
    R. – Ce que je retiendrais c’est donc que le Pape, s’il a soulevé ces deux problèmes …
    Quello che rimarrà nella mia mente è che se il Papa ha sollevato questi due problemi dell’aborto e dei profilattici, forse è stato per ricordare sia a noi africani e in special modo a noi vescovi d’Africa che pensare con la nostra testa e per noi stessi è meglio; vivere il Vangelo ed i valori del Vangelo per promuoverli da noi stessi, quei valori che ci sembrano sempre nostri. In ogni caso, io mi sono impegnato a lavorare perché noi possiamo esprimerci e dimostrare che abbiamo modi di vedere e di agire che sono validi, anche se sono diversi da quelli che alcuni propongono. (Traduzione di Gloria Fontana)

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    Fruttuosa visita di mons. Mamberti al Patriarcato di Mosca

    ◊   I rapporti tra la Santa Sede e la Chiesa ortodossa russa - riferisce l'agenzia Sir - sono stati al centro di un incontro – che si è svolto ieri a Mosca tra mons. Dominique Mamberti, segretario vaticano per i rapporti con gli Stati, e il vescovo Mark Egoryevskoye, presidente del Dipartimento degli affari religiosi esteri del Patriarcato di Mosca. Il vescovo Mark, nel suo intervento, ha sottolineato l’importanza della consegna ai russi della chiesa di San Nicola di Bari, avvenuta il 2 marzo scorso.

    All’agenzia Interfax, mons. Antonio Mennini, rappresentante della Santa Sede presso la Federazione Russa, ha parlato di “atmosfera amichevole e positiva”. L’arciprete Vsevolod Chaplin, vice-presidente del Dipartimento degli affari religiosi esteri del Patriarcato di Mosca, ha lanciato l'ipotesi di una cooperazione tra la Chiesa ortodossa russa e la Santa Sede in Europa e presso le organizzazioni internazionali come l’Osce, il Consiglio d’Europa e l’Unione Europea, nella “convinzione” – ha detto – che le due Chiese “hanno un vasto campo” di azione per una “fruttuosa collaborazione”, condividendo “una prospettiva comune su molti temi di attualità”. Nel comunicato finale si afferma anche che durante l’incontro “sono state sollevate le questioni relative alle difficoltà esistenti tra le due Chiese”. (B.C.)

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    Oggi su "L'Osservatore Romano"

    ◊   Dio diviene uomo per rendere Adamo Dio: in prima pagina, Manuel Nin sulla festa dell’Annunciazione nella tradizione bizantina.

    Il testo integrale delle parole rivolte da Benedetto XVI ai giornalisti durante il volo di ritorno dall’Angola, a conclusione del viaggio in Africa.

    Credenti e non credenti, il confronto non è uno scontro: ampi stralci della prolusione del cardinale Angelo Bagnasco al Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana.

    In rilievo, nell’informazione internazionale, la crisi economica: Obama chiama il G20 a un’azione comune mentre il segretario al Tesoro deve chiarire alla Camera la sua posizione sui bonus ai manager Aig.

    Quel primo round tra cristianesimo e filosofia: in cultura, l’intervento di Enrico dal Covolo al Forum internazionale delle Università, organizzato nell’ambito del Giubileo paolino degli universitari.

    Musica a somiglianza dell’Autore: Silvia Guidi intervista suor Marie Keyrouz, fondatrice dell’“Ensemble de la paix”.

    Un estratto dal volume di Francesca Balboni “Roma riscopre un gioiello. Santa Magherita porta d’Oriente e d’Occidente”.

    Anglosassoni in visita “ad limina”: Carlo Carletti sulle iscrizioni in alfabeto runico nelle catacombe romane.

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    Oggi in Primo Piano



    Il cardinale Bagnasco alla Cei: il Papa venga ascoltato, non irriso e offeso. Ribadito l'impegno della Chiesa italiana in difesa della vita

    ◊   Una polemica che non aveva ragione di essere: così, il presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, è intervenuto sulle critiche alle parole del Papa sulla prevenzione dell’Aids. Aprendo ieri pomeriggio a Roma il Consiglio episcopale permanente della Cei, il porporato è tornato anche sul caso Englaro definendo “grottesche” le accuse di ingerenza rivolte alla Chiesa e ha parlato di un’operazione tesa ad affermare un “raccapricciante diritto a morire”. Quindi, l’appello alla politica: subito una legge sul fine vita "che preservi da altre analoghe avventure''. Parlando della crisi, infine, il cardinale Bagnasco ha invitato a riscoprire l’anima etica della finanza e dell’economia. Il servizio è di Paolo Ondarza:

    “Un viaggio impegnativo e ricco di speranza”. Aprendo il Consiglio episcopale permanente della Cei, il cardinale Bagnasco parla della visita appena conclusa del Papa in Africa. Un pellegrinaggio che fin dall’inizio è stato sovrastato nell’attenzione degli occidentali da una polemica, sui preservativi, che non aveva ragione d’essere”.

     
    “Non a caso, sui media africani non si è riscontrato alcun autonomo interesse, se non fosse stato per l’insistenza pregiudiziale delle agenzie internazionali, e per le dichiarazioni di alcuni esponenti politici europei: quella classe che per ruolo e responsabilità non dovrebbe essere superficiale nelle analisi né precipitosa nei giudizi”.

     
    “Si è avuta la sensazione – ha constatato il cardinale Bagnasco – che si intendesse non lasciarsi disturbare dalle problematiche che un simile viaggio avrebbe suscitato, specie in una fase di acutissima crisi economica che richiede ai rappresentanti delle istituzioni più influenti una mentalità aperta e una visione inclusiva”. La conferma più significativa circa la pertinenza delle parole del Papa sull’argomento - ha aggiunto - è venuta da quanti – professionisti, politici e volontari – operano nel campo della salute e dell’istruzione. Da qui l’appello a promuovere un’opera di educazione ad ampio raggio in Africa e di finanziamento nella distribuzione di medicinali per tutti. Il cardinale Bagnasco ha ricordato il coinvolgimento della Chiesa in questa linea di sviluppo. Quindi, ha chiesto ai governi di “mantenere i propri impegni al di là della demagogia e di logiche di controllo neo-colonialista”. Invitando poi i diversi interlocutori a non abbandonare un linguaggio civile, il presidente della Cei ha aggiunto:

     
    “Vorremmo anche dire – sommessamente ma con energia − che non accetteremo che il Papa, sui media o altrove, venga irriso o offeso”.

     
    Parole anche sulle polemiche seguite al caso Williamson e alla remissione della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani: “Nessuno poteva aspettarsi che sarebbero proseguite in maniera tanto pretestuosa – ha detto il cardinale Bagnasco - fino a configurare un vero e proprio disagio, cui ha inteso porre un punto fermo il Papa con la lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica”. Un “atto autenticamente nuovo”, secondo il presidente della Cei, che “ha fatto emergere il candore di chi non ha nulla da nascondere circa le proprie reali intenzioni e la coerenza di una vita vissuta nel trasparente servizio alla Chiesa di Cristo”.

     
    La dinamica contestativa, relativa tanto al caso Williamson quanto alla questione del condom, è una delle tracce del secolarismo che contraddistingue i tempi attuali. Il porporato ha quindi denunciato l’esistenza ai nostri giorni di due diverse culture con due differenti visioni antropologiche e concezioni di libertà: da una parte si ritiene che la libertà umana sia uno dei più grandi valori, ma che debba fare i conti con altri valori come la vita, la pace, la giustizia, la solidarietà. La società che ne deriva è aperta e solidale specialmente con “i più deboli, i meno dotati ed efficienti”. "Dall’altra parte invece si afferma una libertà individuale come valore assolutamente primo, sciolto da qualsiasi vincolo che lo possa misurare, andando con ciò – se occorre – anche contro la persona". "In questo modo l’individuo paradossalmente finisce schiacciato dalla propria libertà e concepisce ogni suo desiderio, magari confuso con l’istinto, come diritto che la società dovrebbe riconoscere”. Da qui il presidente dei vescovi italiani ha parlato di Eluana Englaro, la donna “in stato vegetativo persistente, fatta morire benché non fosse attaccata ad alcuna macchina”, “dato - quest’ultimo - che l’opinione pubblica ha scoperto solo con grande fatica”. Un fatto confortante – ha notato il cardinale Bagnasco – è stato il “sentimento di diffuso dolore sopraggiunto tra la gente al momento della morte della donna”. Il presidente della Cei ha chiesto poi alla politica d agire senza lungaggini o strumentali tentennamenti nell’approntare un inequivoco dispositivo di legge ponendo attenzione a coordinarlo con l’altro sospirato provvedimento relativo alle cure palliative, che le famiglie attendono non per sgravarsi di un peso, ma per essere aiutate a portarlo”. “Qualunque deriva eutanasica è una falsa soluzione, la prima cura – ha aggiunto – è non far sentire solo il malato, garantirgli una presenza competente amorevole e quotidiana”. Questa – ha proseguito – è per la società una responsabilità impegnativa rispetto ad altre “scorciatoie” apparentemente pietose. Toccante il ringraziamento rivolto dal cardinale Bagnasco alle suore misericordine della clinica Beato Talamone di Lecco, autentiche campionesse di carità, che per anni hanno assistito Eluana con una “splendida, ineffabile testimonianza”:

     
    “Quell’invocazione mansueta e quasi dolente che loro hanno rivolto − «Se c’è chi considera Eluana morta, lasciatela a noi che la sentiamo viva» − è stata per l’opinione pubblica un’autentica scossa, è stata finalmente uno scandalo buono”.

     
    Tra gli altri temi toccati dal cardinale Bagnasco anche la condizione economica e sociale del sud Italia: tutti dobbiamo interrograci superando qualunque tentazione divisoria “la presa tentacolare della malavita, non si autolimita al Meridione essendo ormai presente su varie piazze del Nord e del Centro”. Riferendosi alla crisi economica in atto il porporato ha chiesto che sia riscoperta l’anima etica della finanza e dell’economia. Nell’anno sacerdotale indetto dal Papa il cardinale Bagnasco ha quindi ricordato ai sacerdoti e alla Chiesa tutta di essere “il volto amico che cammina con la gente, sollecitando anche i pubblici poteri, in particolare quando sono a rischio i posti di lavoro”. Dalla Cei infine l’annuncio di un fondo di garanzia per le famiglie in difficoltà, che nascerà da una colletta comune.

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    “In catene per Cristo, liberi di amare”: è il tema dell’odierna Giornata di preghiera per i missionari martiri promossa dalla Chiesa italiana

    ◊   Sedici sacerdoti, un arcivescovo, un religioso e due laici: è il triste bilancio degli operatori pastorali che, nel solo 2008, hanno testimoniato il Vangelo offrendo la propria vita. A loro, la Chiesa in Italia dedica l’odierna 17.ma Giornata di preghiera e digiuno per i missionari martiri, su iniziativa del Movimento giovanile missionario delle Pontificie Opere Missionarie. Il servizio di Isabella Piro:

    Nella lingua greca, “martirio” significa “testimonianza”. E i martiri sono coloro che hanno testimoniato l’amore per Cristo fino alla morte. Nel 2008, nove di loro provenivano dall’Asia, sei dall’America, tre dall’Africa e due dall’Europa. Un bilancio amaro, di cui fanno parte anche mons. Paulos Faraj Rahho, arcivescovo caldeo di Mossul, e don Bernard Digal, prima vittima delle violenze anticristiane in Orissa. La 17.ma Giornata di preghiera e digiuno è quindi un omaggio al loro sacrificio. Quest’anno, in concomitanza dell’Anno Paolino, il motto della Giornata recita “In catene per Cristo, liberi di amare”, che evoca la sofferenza della prigionia patita dall’Apostolo delle Genti. La riflessione di Rocco Negri, responsabile Movimento giovanile missionario delle Pontificie Opere Missionarie:

    “Volevamo uno slogan che fosse legato all’Anno Paolino e, quindi, questo motto poteva racchiudere l’esperienza dei missionari martiri. Ma visti gli episodi degli ultimi anni, e l’ultimo anno soprattutto, in Orissa, in Iraq, dove i cristiani hanno subito persecuzioni, volevamo usare l’idea delle catene. Nonostante queste persecuzioni, però, i cristiani non devono e non hanno smesso mai di amare”.

     
    La Giornata di preghiera e digiuno per i missionari martiri cade nell’anniversario dell’uccisione dell’arcivescovo di San Salvador, Oscar Arnulfo Romero, avvenuta il 24 marzo 1980, durante la celebrazione dell’Eucaristia. Ma a distanza di 29 anni, il suo sacrificio e la sua figura non sono stati dimenticati:

     
    “E’ un grande profeta. La Chiesa ancora non l’ha 'nominato Santo', però è Santo per la gente, per il Sudamerica. Anche per l’esperienza dei giovani, è una figura che ha un grande valore, per il messaggio da testimone che ha saputo ascoltare il proprio territorio e alle sfide di questo territorio ha saputo dare una risposta che partiva dal Vangelo”.

     
    A ricordare i missionari martiri sono le tante veglie di preghiera, l’Adorazione Eucaristica e la Via Crucis organizzate oggi nelle comunità parrocchiali, nei seminari e nei noviziati. Ma il valore del martirio, ricordano gli organizzatori, non si esaurisce in una giornata: quello che conta è la “ferialità della fede”:

    “La giornata, è ovvio, ricorda quanti hanno donato la propria vita. Però sappiamo anche quanti giovani si trovano a dover testimoniare in un ambiente ostile quello che è il messaggio del Vangelo. Quindi, nella quotidianità, soprattutto nell’ambiente del lavoro, dell’università”.

    Le offerte raccolte durante le celebrazioni di oggi, inoltre, saranno inviate alle Suore Brignoline dello Stato indiano del Kerala, per finanziare un progetto per le ragazze diversamente abili, abbandonate dalle proprie famiglie. Ma quale insegnamento trarre, allora, da questa Giornata? Ancora Rocco Negri:

    “Che i missionari martiri non sono un qualcosa di lontano dalla quotidianità, ma hanno semplicemente ascoltato il proprio territorio e le sue sfide e l’hanno testimoniato. Certo, non è semplice, ma ce l’hanno fatta, e quindi anche noi dobbiamo metterci in ascolto del nostro territorio ed essere cristiani sempre, in chiesa, ma soprattutto nella quotidianità, fuori della chiesa, e dare alle sfide, alle provocazioni che il mondo ci porta una riposta basata sul Vangelo”.

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    Luci e ombre nel rapporto annuale di Amnesty International sulla pena di morte nel mondo

    ◊   Sono almeno 2390 le persone che nel 2008 sono state messe a morte in 25 Paesi, una media di sette al giorno, per decapitazione, lapidazione, impiccagione, iniezione letale e fucilazione. Almeno 8864 le condanne emesse. I dati emergono dal Rapporto pubblicato oggi da Amnesty International, in cui si segnalano anche processi iniqui, torture e uso sproporzionato di esecuzioni contro poveri e minoranze. Ma l’organizzazione per i diritti umani, sottolinea anche il trend abolizionista che si sta affermando in 138 Paesi ovvero nei due terzi del mondo, come sottolinea al microfono di Gabriella Ceraso, Riccardo Noury portavoce di Amnesty Italia:

    R. - Non c’è dubbio che ci sono dei passi avanti irreversibili. La pena di morte oggi è un problema concentrato in una manciata di Paesi, pochi quelli che la prevedono ma ancora di meno quelli che la applicano e, soprattutto, il 93 per cento di tutte le esecuzioni è stato riscontrato in soli cinque Paesi che resistono agli sforzi dell’opinione pubblica, della Comunità internazionale, dei mezzi di informazione, alle risoluzioni dell’ONU sulla moratoria che in questi anni hanno dato un contributo importante verso l’abolizione.

     
    D. - Per esempio, in America 14 Paesi mantengono in vigore la pena di morte, solo in due casi oerò ci sono state delle esecuzioni quest’anno. In più in New Mexico c’è stata l’abolizione…

     
    R . –Il New Mexico è il secondo Paese negli ultimi due anni ad aver abolito la pena di morte, il tutto in un clima che sembra favorevole perché per ragioni paradossali, ovvero gli alti costi della pena di morte in un periodo di recessione e per ragioni come il rendersi conto della inutilità di questa pena, ci sono diversi altri Stati degli USA che stanno esaminando proposte di legge abolizioniste. In tutto questo, l’idea che anche il presidente Obama abbia voluto circoscrivere la pena di morte a casi particolarmente estremi fa capire che, nel medio periodo, la pena di morte negli Stati Uniti possa essere qualcosa di residuale in vista di un’abolizione per niente lontana.

     
    D. – Altri dati riguardano Europa e Asia centrale libere dalla pena di morte se non fosse per la Bielorussia che ancora la applica in massima segretezza, ma i dati più preoccupanti ancora li detiene l’Asia, con la Cina in testa: tre quarti delle esecuzioni mondiali sono lì…

     
    R. – C’è da un alto una maggiore apertura da parte delle autorità nel senso che, per esempio, il numero delle condanne inflitte quest’anno è realisticamente sopra le ottomila. Rimane comunque ancora tantissimo lavoro, occasioni perse. Occorre marcare molto da vicino la corte suprema perché se è vero che ha ripreso a esaminare tutte le condanne a morte non è chiara l’efficacia di questo sistema, non é chiaro quando vengano commutate, e i numeri sembrerebbero smentire che ci sia qualche significativa diminuzione.

     
    D. – Alla Cina si affiancano gli Stati Uniti ma anche l’Arabia Saudita in cui ci sono esecuzioni anche per crocifissioni ancora. Pakistan e Iran, il problema qui sono i minorenni ma non solo…

     
    R. – Sono stati otto nel corso del 2008. Preoccupano non solo i numeri, non solo l’aspetto dei minorenni ma anche la qualità delle esecuzioni perché sono previste, per un numero sproporzionato di reati: persone che svolgono attività che non dovrebbero e sono per questo sanzionate con una multa e che finiscono per essere impiccate.

     
    D. – Cosa vi aspettate per il 2010 anno in cui la Nazioni Unite discuteranno una nuova risoluzione per un moratoria della pena di capitale…

     
    R. – Ci aspettiamo intanto che si consolidi il numero dei Paesi che si schierano verso l’abolizione, Paesi che sono ancora recalcitranti. Bisognerà trovare un modo per isolarli sul piano della inaccettabilità della pena di morte come sanzione giudiziaria. C’è un tempo per farlo ma è un tempo anche breve se lo misuriamo dal punto di vista delle persone in attesa dell’esecuzione.

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    Mai la scienza contro l'uomo: così il genetista Dallapiccola dopo l'annuncio di alcuni ricercatori britannici sull'uso delle staminali embrionali per produrre sangue artificiale

    ◊   “Oltre agli inaccettabili risvolti etici questa ricerca è ancora tutta da dimostrare”: così, il genetista Bruno Dallapiccola in merito all’annuncio fatto da alcuni ricercatori britannici e pubblicato ieri sull’edizione on-line dell’Independent, che intendono produrre sangue artificiale avvalendosi di cellule staminali embrionali. Secondo gli studiosi, lavorando su embrioni umani, rimasti inutilizzati dalle tecniche di fecondazione assistita, sarà possibile ottenere, entro tre anni, globuli rossi in quantità illimitata. Massimiliano Menichetti ha intervistato lo stesso Bruno Dallapiccola:

    R. – Innanzitutto non c’è ancora alcun risultato che è stato prodotto attraverso l’uso traslazionale, cioè la possibilità di trasferire la ricerca sulle cellule staminali embrionali a livello del paziente. La seconda considerazione da fare è che, naturalmente, piuttosto che leggere questi risultati sull’Independent sarebbe opportuno vedere una ricerca scientifica che dimostra che i risultati di questi ricercatori sono tali da essere già pubblicati su una rivista. Una rivista dotata di revisori critici che dicono se c’è un risultato. Allo stato attuale qunindi non solo ci sono aspetti etici inaccettabili, ma anche una inconsistenza scientifica.

     
    D. – Chi ricerca sulle staminali embrionali usa come punti di forza la possibilità di sconfiggere malattie come Alzheimer, Parkinson... Ora la produzione illimitata di sangue: ma in realtà, si sono ottenuti risultati concreti?

     
    R. - Non c’è ancora nulla. Io lo dico da sempre e non torno indietro su questo. Sicuramente la ricerca sulle cellule staminali dell’embrione ha una grande importanza per quello che riguarda la comprensione di meccanismi delle prime fasi dello sviluppo della vita e, quindi, di queste cellule, però informazioni di questo tipo devono essere ottenute usando dei modelli animali molto vicini a quelli dell’uomo e non sull'uomo. Detto questo ribadisco che allo stato attuale da oltre 10 anni siamo in attesa di questi risultati che non ci sono.

     
    D. - La scienza deve avere dei limiti, ha dei limiti? Oppure la scienza deve essere libera di ricercare comunque e sempre?

     
    R. – Non c’è dubbio che il ricercatore ha bisogno di libertà, però quando la ricerca, l’oggetto della ricerca o il ricercatore incide sulla natura umana e rischia di diventare una ricerca che ha caratteristiche che vanno contro l’uomo, la ricerca va vigilata.

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    Dieci anni fa l'inizio dei bombardamenti Nato contro la Serbia di Milosevic

    ◊   Era la notte del 24 marzo 1999 quando iniziarono i primi bombardamenti della Nato contro la Serbia e il suo leader Slobodan Milosevic. Si tratta dell'ultimo atto del lungo conflitto nei Balcani che porterà alla definitiva dissoluzione della Jugoslavia del maresciallo Tito e alla nascita di sette repubbliche indipendenti. I raid andarono avanti per 11 settimane dopo il fallimento dei colloqui tra i separatisi albanesi e il regime di Slobodan Milosevic. Oggi, a distanza di dieci anni, le comunità etniche sono ancora divise sulle conseguenze dell'intervento militare dell'Alleanza Atlantica. Cosa resta di quell’intervento della Nato? Salvatore Sabatino lo ha chiesto ad Alessandro Marzomagno, esperto di Balcani del periodico “Il Diario”:

    R. – Resta uno Stato non del tutto indipendente; un Kosovo che vuole essere uno Stato a pieno diritto e una Serbia che, invece, non lo vuole riconoscere. Un dittatore sanguinario è stato deposto e, in qualche modo, si è ovviato ad una disparità, anche se ad un prezzo molto pesante di morti, di bombardamenti e di sangue.

     
    D. – Infatti, bisogna ricordare che numerosi furono gli errori dei bombardieri Nato che furono poi molto criticati da alcuni Stati e da alcune personalità…

     
    R. – Non c’è dubbio, il mito della guerra chirurgica ovviamente è solo un mito. C’è anche da dire però che questi errori furono sfruttati perché molti ricorderanno le polemiche causate dal bombardamento della sede televisiva serba in cui, poi, è stato appurato che Milošević sapeva che sarebbe stata bombardata quella sede televisiva e invece di sgomberarla ci lasciò apposta, dentro, un certo numero di dipendenti, che vennero uccisi dalle bombe della Nato.

     
    D. – Il Kosovo rappresenta l’ultima grossa presa di posizione della comunità internazionale nei confronti di una crisi. Ad esempio, per l’Iraq, non è assolutamente stato così?

     
    R. – No, anche perché sul Kosovo c’era una maggiore unità di intenti e diciamo che, comunque, a conti fatti, il successo dell’azione internazionale nel Kosovo è senza dubbio maggiore di quanto accaduto in Iraq. Il Kosovo, in qualche modo, è stabilizzato anche se ci sono delle grosse incognite sul suo futuro però non si ammazza più, non si muore più, anche se la situazione per i serbi resta ancora molto critica. La cosa grave del Kosovo è che si è passati da una situazione in cui la minoranza serba opprimeva ed esercitava violenza sulla maggioranza albanese ad una situazione in cui la maggioranza albanese opprime ed esercita violenza sulla minoranza serba.

     
    D. – Nove anni dopo e siamo al 17 febbraio del 2008: il Kosovo, appoggiato dagli Stati Uniti, proclama l’indipendenza e la nuova identità dei Balcani viene riconosciuta da 56 Paesi, 22 dei quali dell’Unione Europea. Il Kosovo, continua ad essere, insomma, uno dei tasselli geopolitici più importanti, intorno a cui si muovono le strategie della geopolitica?

     
    R. – Non c’è dubbio. I Balcani continuano ad essere quella regione che Churchill disse: “Produce più storia di quanta ne possa consumare”. Ci sono queste esplosioni di violenza cicliche perché è come un vulcano, come l’energia di un vulcano che viene compressa e, ad intervalli di tempo, esplode. Adesso credo che, visto quello che è successo, vista la stanchezza nei confronti delle violenze, visto il sangue versato, ci si possa aspettare un congruo periodo abbastanza pacifico.

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    Un morto ogni 20 secondi: nella Giornata mondiale contro la tubercolosi, l’Oms chiede cure gratis per tutti

    ◊   Un morto ogni 20 secondi: è l’incredibile mortalità nel mondo a causa della tubercolosi, aggravata negli ultimi decenni dall’epidemia dell’Aids. “Occorre raddoppiare i nostri sforzi”, chiede il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon nell’odierna Giornata mondiale di lotta contro la Tbc, rivolto a Governi, Ong, Istituti e Centri di ricerca pubblici e privati. Roberta Gisotti ha intervistato Mario Raviglione a capo del Dipartimento Tbc dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), raggiunto a Rio de Janeiro, in Brasile, dove da ieri e fino a domani sono riuniti oltre un migliaio di esperti per fare il punto della situazione.

    D. - Dottor Raviglione, a che punto siamo nella lotta contro la tubercolosi? C’è chi parla di marcia indietro: come è possibile?

     
    R. – Marcia indietro non direi proprio, c’è stato un progresso non indifferente negli ultimi dieci anni. C’è stato un aumento del numero dei casi che vengono identificati, e c’è stato anche un aumento del tasso di guarigione dei malati. Ci sono, purtroppo, però dei problemi non indifferenti, poiché siamo di fronte a un’epidemia che in alcune parti del mondo e per certi aspetti è fuori controllo. Inoltre, c’è questa associazione tra la tubercolosi e l’Aids che è molto preoccupante ed è ancora più preoccupante l’insorgenza di casi resistenti a pressoché tutti i farmaci.

     
    D. - Perché ancora tante infezioni e soprattutto tanti morti per una malattia curabile?

     
    R. – Il problema sta in una serie di fattori, a partire proprio dalla intrinseca debolezza di alcuni programmi di controllo che non riescono a fare le cose come si deve. E’ della scorsa settimana la notizia di un Paese africano molto importante che non aveva i farmaci per la tubercolosi. Siamo nel 2009 eppure siamo spesso di fronte a questo tipo di problematiche! Inoltre, c’è un grosso problema collegato ai sistemi sanitari in generale - al di fuori di quelli che sono i programmi specifici di tubercolosi - che non sono in grado di fornire quelle coperture sanitarie a tutti i cittadini, per cui l’accesso alla sanità è molto limitato.

     
    D. - Dottor Raviglione, la tubercolosi è tornata ad essere un problema che preoccupa anche alcuni Paesi dell’Occidente industrializzato. C’è stata sottovalutazione del problema?

     
    R. - C’è stata una drammatica sottovalutazione del problema negli ultimi 20, 30 anni! Si pensava erroneamente che la tubercolosi non fosse più un problema di sanità pubblica; quando si è poi capito che in effetti la tubercolosi non stava poi calando ma si era arrestata su dei livelli stabili e, quindi, non stava scendendo più come in precedenza o addirittura in alcuni casi era aumentata, allora ci si è resi conto della gravità del problema a livello mondiale, perché non c’è alcun Paese che abbia mai eliminato la tubercolosi. Il grande pubblico non è informato adeguatamente, la stampa stessa ha ignorato il problema e continua ad ignorarlo in alcuni Paesi. Penso, per esempio, che in Italia non ci sia una grande sensibilità ai grossi problemi di salute globale e ci troviamo di fronte a questa situazione per cui ancora oggi in Italia muoiono alcune centinaia di persone all’anno. Questa mattina mi hanno chiamato da una provincia del nord per segnalarmi il caso in una scuola di una bambina di 12 anni con una tubercolosi contagiosa e che ha contagiato probabilmente altri ragazzini nella stessa scuola. Quindi, è un problema che sta in mezzo a noi, ne sentiamo una ogni mese. C’era il caso della prostituta di Bari - due settimane fa - che era ammalata e che aveva paura ad andare ai servizi sanitari. E’ un problema vivo che va affrontato in maniera frontale proprio perché abbiamo i mezzi a disposizione sia per diagnosticare che, soprattutto, guarire la tubercolosi.

     
    R. – Dottor Raviglione, il Papa nel suo viaggio in Africa ha chiesto le cure gratuite per i malati di Aids. Sappiamo quanto l’infezione dell’Aids sia andata ad aggravare l’epidemia della tubercolosi. L’Organizzazione mondiale della sanità si unisce a questo appello?

     
    R. – Assolutamente, noi siamo per la copertura sanitaria universale per tutti quelli che ne hanno bisogno, indistintamente. Vogliamo che anche i pazienti con tubercolosi siano trattati gratuitamente proprio perché vengono colpite le fasce più marginalizzate e stigmatizzate e povere del pianeta, compresi i Paesi industrializzati.

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    Correre sulle orme di San Paolo: presentata alla Radio Vaticana la maratona per tappe da Gerusalemme a Roma

    ◊   “Correre sulle orme di San Paolo da Gerusalemme a Roma”: è la maratona, in programma dal 23 aprile al 27 maggio, presentata oggi nella sede della nostra emittente. Un percorso di oltre 1300 Km, organizzato dalla Fondazione "Giovanni Paolo II per lo Sport", che toccherà cinque Paesi ed è diviso in diverse tappe nelle quali sarà portata la fiaccola della pace, simbolo della manifestazione. Come è nato questo progetto? Luca Collodi lo ha chiesto al presidente della Fondazione "Giovanni Paolo II per lo Sport", Edio Costantini:

    R. – Per ricordare questa figura esemplare, molto forte, nella cristianità proprio ripercorrendo queste tappe, passando per la Grecia, passando per Malta e poi da Siracusa fino a Roma. E lo faremo ricordando questo Apostolo ma soprattutto provocando le coscienze a rilanciare il valore dello sport come un valore educativo, ad investire nello sport ma soprattutto ad investire nei luoghi educativi perché oggi lo sport praticato così, fine a se stesso, è strumentale: può aiutare ma può anche diseducare.
     D. – Cosa lascia San Paolo allo sport?

     
    R. – San Paolo intuì già duemila anni fa che lo sport era un segno della modernità. Come lo è oggi, lo era allora: allora c’erano i giochi istmici. Lui riuscì a mutuare dalla pratica, dalla competizione sportiva tutti quei valori – che poi lui considera delle virtù – che possano davvero aiutare una persona non solo a star bene fisicamente, ma soprattutto a star bene interiormente, per le virtù che ha applicato anche ad un cammino di fede, ad un percorso del cristiano, per renderlo forte, capace di saper scegliere, di sapere orientare la propria vita. Il coraggio, il rispetto delle regole, il rispetto dell’altro, sono concetti paolini che poi sono stati rilanciati soprattutto da due grandi Pontefici: Pio XII e Giovanni Paolo II. (Montaggio a cura di Maria Brigini)

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    Chiesa e SocietÓ



    Nel 29. mo anniversario della morte, strumentalizzare il ricordo di mons. Romero è snaturarne il valore

    ◊   Con una prima Messa, oggi alle 7 del mattino, celebrata allo stesso altare dell’ospedale della Divina provvidenza dove 29 anni fa mons. Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, fu ucciso con numerosi colpi di mitra sparati alle spalle, la Chiesa del Salvador ricorderà il supremo sacrificio di questo grande “martire della carità”. Poi a mezzogiorno, nella cattedrale della capitale, il suo successore, mons. José Luis Escobar, presiederà un’altra concelebrazione eucaristica in memoria della figura pastorale e dell’eredità spirituale e religiosa di mons. Romero. Nel pomeriggio di oggi, in tutte le parrocchie dell’arcidiocesi, le diverse comunità ecclesiali ricorderanno il loro pastore e assisteranno alla Messa animando veglie di preghiera e leggendo brani delle sue omelie e dei suoi scritti, tra cui il suo diario. Anche la società civile, tramite la Fondazione intitolata all’arcivescovo, ha organizzato diverse iniziative per ricordare e rendere omaggio a mons. Romero. Tra queste la stampa locale ha dato molto rilievo al pellegrinaggio “alla memoria” che partirà dal monumento eretto all’arcivescovo nelle vicinanze del “Divino Salvador del Mundo” e raggiungerà la spianata antistante la cattedrale. In queste ore, sia nel Paese centroamericano sia in altre città dell’America Latina dove sarà ricordato il sacrificio dell’arcivescovo Romero, in molti hanno voluto ricordare che l’eredità di questo “grande e zelante pastore”, come lo definì Papa Giovanni Paolo II recandosi a pregare presso la sua tomba (6 marzo 1983), non deve essere sfruttata politicamente: mons. Romero non offrì la sua vita come tributo a un partito o a un’ideologia e coloro che ieri e oggi lo vorrebbero come “bandiera” delle proprie piattaforme politiche o programmatiche offendono la sua memoria e snaturano il senso del suo sacrificio. Durante questa visita Giovanni Paolo II concludendo il suo breve saluto osservò: “Dentro le mura di questa Cattedrale riposano i resti mortali di monsignor Oscar Arnulfo Romero, zelante Pastore che l’amore di Dio e il servizio ai fratelli portarono fino al sacrificio stesso della vita in forma violenta, mentre celebrava il Sacrificio del perdono e della riconciliazione. Per lui, come per gli altri venerandi Pastori che nel loro tempo hanno guidato il gregge dei fedeli salvadoregni, rivolgiamo la nostra preghiera a Dio giusto e misericordioso, affinché la sua luce risplenda in perpetuo su di essi, che si sacrificarono per tutti e invitarono tutti a ispirarsi a Gesù, che ebbe compassione delle moltitudini nel momento stesso in cui si impegnava a forgiare un mondo più giusto, umano e fraterno, nel quale vogliamo tutti vivere”. Il 7 aprile dello scorso anno, Benedetto XVI nel corso della visita alla chiesa romana di San Bartolomeo, all'Isola Tiberina, oltre a ricordare il 40. mo anniversario della Comunità di Sant'Egidio cui l'antica basilica è affidata, si raccolse in preghiera per celebrare tutti i martiri del '900. Le reliquie lì raccolte, infatti, costituiscono il primo Santuario "Memoriale dei martiri del nostro tempo". Tra queste anche quelle dell’arcivescovo di San Salvador, Oscar Arnulfo Romero, ucciso il 24 marzo di 29 anni fa. (A cura di Luis Badilla)

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    ONU: guerre e violenze producono un aumento delle richieste di asilo

    ◊   Cresce il numero dei richiedenti asilo nei Paesi industrializzati per il secondo anno consecutivo. Lo rivelano le statistiche provvisorie del 2008 presentate dall’agenzia dell’Onu per i rifugiati, secondo cui l’aumento delle domande di asilo può essere attribuito alle violenze che ancora scuotono Paesi come lraq, Somalia e Afghanistan. Secondo il rapporto dell’Unhcr “sebbene il numero di richiedenti asilo iracheni sia calato del 10% nel 2008, essi rappresentano ancora la nazionalità più ricorrente fra le richieste di asilo nel mondo industrializzato”, con circa 40.500 domande. Seguono i somali, i russi, gli afgani e i cinesi. Tra le destinazioni delle migliaia di sfollati in cerca di riparo restano in cima gli Stati Uniti con oltre 49.000 domande l’anno, il 13% dell’insieme delle richieste ai Paesi industrializzati. “In rapporto alla popolazione totale tuttavia - precisa il documento dell’agenzia Onu - negli Stati Uniti nel 2008 vi era un solo richiedente asilo ogni mille abitanti” mentre la media nei Paesi dell’Unione Europea è stata di 2,4 ogni mille. Dopo gli Stati Uniti, i principali Paesi di destinazione sono Canada, Francia, Italia e Regno Unito. In Italia in particolare il rapporto rivela che “più del 70% delle 31.200 domande d’asilo presentate nel 2008 provengono da persone sbarcate sulle coste meridionali del Paese” e che le domande sono state presentate per lo più da cittadini provenienti da Nigeria, Somalia, Eritrea, Afghanistan, Costa d’Avorio e Ghana. Nel rapporto l’Unhcr fa notare inoltre che a fronte di un aumento dei richiedenti asilo, sono aumentati anche i Paesi che ricevono domande di accoglienza: questo, secondo l’organizzazione prova che le persone alla ricerca di protezione internazionale si confrontano con politiche di asilo sempre più restrittive. (C.D.L.)

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    La Caritas a Gaza per l’assistenza medica e psicologica nel post-conflitto

    ◊   Il recente conflitto di Gaza ha lasciato segni indelebili e dolorose ferite sulla popolazione civile della Striscia, soprattutto sui bambini: è quanto afferma lo staff della Caritas di Gerusalemme che, dopo aver ottenuto i permessi necessari dalla autorità israeliane, ha avviato l’assistenza umanitaria a beneficio della popolazione civile di Gaza, dopo i giorni di guerra del gennaio scorso. Nella Striscia - riferisce l'agenzia Fides - operano attualmente 5 team medici della Caritas, disposti in cinque località differenti, che stanno provvedendo assistenza medica a partire dai feriti e dai malati più gravi, fino all’assistenza psicologica post-trauma soprattutto per i bambini. Il bisogno di assistenza medica resta primario, nota un rapporto della Caritas, dato che il 40% degli ospedali e delle cliniche del Territorio è stato danneggiato dai bombardamenti e molte persone ferite o malate muoiono per mancanza di cure adeguate. Inoltre gli operatori Caritas sottolineano che la popolazione è sottoposta ormai da anni a uno stress psicologico molto forte, viste le difficili condizioni di vita, la chiusura dei varchi con l’esterno, la disoccupazione, la povertà, il senso di impotenza. La recente guerra ha ulteriormente complicato un quadro già grave, creando nella gente – soprattutto in bambini e anziani – malattie psicologiche come depressione, ansietà, traumi emotivi che hanno portato, in molti casi, alla distruzione delle famiglie e alla violenza domestica. Gli effetti dannosi e le distruzioni della guerra, sottolinea la Caritas, si notano allora non solo a livello economico, ma anche a livello psicologico e sociale. Molto traumatizzati – notano gli operatori Caritas dopo aver condotto una inchiesta sul campo – sono i bambini, che soffrono di disturbi alimentari, insonnia, paura cronica, disorientamento e necessitano di una adeguata terapia psicologica per recupera la fiducia in se stessi e nel mondo circostante. La Caritas ha perciò in programma un potenziamento dell’assistenza psicologica, in special modo quella infantile. Le condizioni di vita di migliaia di famiglie, che tuttora non hanno un tetto ma sono costrette a vivere in tenda non aiuta a migliorare le condizioni materiali e psicologiche delle persone malate o traumatizzate dal conflitto: attualmente gli sfollati interni a Gaza sono circa 16mila, divisi in 10 campi profughi. Per questo la Caritas ribadisce l’appello per l’assistenza umanitaria, “che è cruciale in questa fase” e per un piano di aiuti per la ricostruzione e lo sviluppo della Striscia. (R.P.)

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    Guida della Caritas dedicata agli operatori di pace in aree di conflitto

    ◊   E’ dedicata ai cooperatori e gli agenti coinvolti in contesti di conflitto per favorire l'organizzazione di laboratori di peacebuilding. E’ la guida commissionata dalla Caritas ad esperti, disegnatori e professionisti impegnati a vario titolo nella costruzione della pace. Dal titolo “La costruzione della pace: una guida per formatori”, il manuale, presentato oggi – si legge in un comunicato affidato all’agenzia Zenit - comprende materiali, attività e risorse interconnessi e si avvale del supporto informatico. Con pochi “clic” si può passare da una spiegazione introduttiva alle modalità per organizzare il proprio laboratorio, con attività specifiche per la formazione, l'aiuto nella ricerca e altre risorse. Si tratta secondo Patrick Nicholson, responsabile del Servizio Comunicazioni di Caritas Internationalis, dello strumento “più esaustivo disponibile sul web per l'organizzazione di laboratori di peacebuilding”, giacché “favorisce un accesso immediato alle informazioni necessarie, offrendo modi semplici per organizzare meglio i laboratori. Può essere aggiornata costantemente, e per questo può essere una fonte di informazioni per molti anni a venire”. L’auspicio – continua Nicholson – è che la guida “diventi uno strumento imprescindibile, non solo per i membri della Caritas che lavorano in questo settore, ma anche per la società civile, le ONG, i Governi e gli organismi internazionali per la pace”. (C.D.L.)

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    Mons. Twal: "Serve una soluzione giusta per la popolazione della Terra Santa"

    ◊   “Un appello per la pace” rivolto sia alla popolazione della Terra Santa che alla comunità internazionale, affinché ci si “impegni più seriamente nel garantire giustizia per tutti”. E’ l’auspicio di mons. Fouad Twal, patriarca latino di Gerusalemme, che per la popolazione tutta, israeliani, palestinesi e cristiani, chiede “una soluzione giusta”. Incontrando questa mattina una delegazione di giornalisti e sacerdoti – riferisce il Sir - il patriarca di Gerusalemme ha parlato della visita del Santo Padre in Giordania, Israele e Territori palestinesi e ha detto di nutrire la speranza che “possa servire, innanzitutto alla definizione dell’accordo fiscale Santa Sede-Israele ed anche ad una soluzione del rilascio dei visti di ingresso ai religiosi, soprattutto a quelli di provenienza araba, così come del permesso di lavoro a coloro che vengono dall’estero per lavorare nelle nostre strutture come scuole e ospedali. Personale necessario per portare avanti la nostra missione”. “Israele - ha sottolineato mons. Twal - sta mostrando buona volontà, gli incontri della Commissione bilaterale si sono intensificati in questo periodo e siamo fiduciosi in uno sviluppo positivo”. Sebbene la visita del Papa – ha osservato in conclusione il patriarca - sia “una torta di cui tutti vogliono una o più fette, israeliani, palestinesi, cristiani” è certo che “Benedetto XVI verrà casa sua per fortificare i cristiani”. E sulla questione dei visti ai cristiani della Striscia di Gaza, il parroco della Striscia, padre Manawel Musallam, rivela al Sir che il governo israeliano ha assicurato al nunzio in Israele, mons. Antonio Franco, la concessione di 200 permessi. Un numero raddoppiato rispetto alla prospettiva iniziale dei soli 100 visti, che pure lascia a casa almeno altre 50 persone. Tra coloro che avranno il privilegio di festeggiare l’arrivo di Benedetto XVI anche una rappresentanza della comunità musulmana - informa padre Musallam – mentre è ancora da accertare la possibilità di partecipare alle celebrazioni di Betlemme o di Gerusalemme. E sulle condizioni della popolazione nella Striscia di Gaza, il parroco rivela che "nonostante la gioia per l'arrivo di Benedetto XVI” la popolazione continua a soffrire ed è “privata di acqua, elettricità, erogate in modo discontinuo”. Rispetto a prima della guerra – dice padre Musallam - "non è cambiato nulla... anzi tutto è peggiorato. Speriamo che la visita del Papa possa aiutarci". (C.D.L.)

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    Il biblista Manns: il Papa in Terra Santa per la riconciliazione col giudaismo

    ◊   “Un gesto di riconciliazione con il giudaismo”. E’ questo il significato della visita del Papa in Terra Santa secondo il biblista padre Frederic Manns, docente al Biblicum di Gerusalemme. All’agenzia Sir il religioso ribadisce che “la Chiesa non ha niente contro il giudaismo” ma “sa bene che le sue radici affondano in esso” e “ha sempre riconosciuto gli ebrei come fratelli maggiori”, e sottolinea il valore interreligioso della visita, “importante per mettere la parola fine ad ogni polemica”. Un viaggio che – continua il noto biblista – ha inoltre grande valore pastorale, giacché “il Papa vuole incontrare tutte le comunità cristiane”, compatibilmente con il denso programma di incontri ufficiali. “Certamente – aggiunge - dirà parole di incoraggiamento ai cristiani di qui invitandoli a restare in Terra Santa, nonostante le difficoltà”, nella consapevolezza che “la vita del cristiano è segnata dalla croce”, e lancerà un appello all’unità dei cristiani e ad una maggiore collaborazione fra le chiese. “Lo scandalo della divisione – conclude padre Manns - si può capire storicamente ma qui in Terra Santa non si può continuare a vivere così”. (C.D.L.)

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    Il Parlamento europeo bandisce le mutilazioni genitali femminili

    ◊   Una chiara strategia per bandire dall’Ue le mutilazioni genitali femminili (Mgf) che vanno considerate un reato da perseguire, e l’inserimento della questione nelle direttive Ue sull’immigrazione e negli accordi internazionali: questi i punti chiave di un rapporto adottato oggi dal Parlamento europeo. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), - riferisce l'agenzia Sir - dai 100 ai 140 milioni di donne e bambine nel mondo hanno subìto mutilazioni genitali femminili, e ogni anno dai 2 ai 3 milioni di donne sono potenzialmente esposte al rischio di subire queste pratiche diffuse in almeno 28 Paesi africani, in alcuni paesi asiatici e in Medio Oriente. Inoltre, in Europa circa 500 mila donne hanno subito mutilazioni. Approvando con 647 voti favorevoli, 10 contrari e 24 astensioni, la relazione di Cristiana Muscardini, l’Emiciclo di Strasburgo “condanna fermamente” le Mgf come “violazione dei diritti umani fondamentali” e “pesante attentato all’integrità psicofisica” delle donne e delle bambine che le subiscono, e sollecita l'elaborazione di una chiara strategia globale e dei piani d’azione nell'intento di “bandire le Mgf nell'Unione europea” e, attraverso meccanismi giuridici, amministrativi, preventivi, educativi e sociali, consentire alle vittime reali e potenziali di ottenere una valida protezione. Per gli eurodeputati “non esiste alcuna ragione di carattere sociale, economico, etnico, sanitario o di altro tipo che possa giustificare” le mutilazioni genitali femminili, mentre le motivazioni addotte da numerose comunità a favore del mantenimento di queste pratiche tradizionali “non hanno alcuna giustificazione”. Di qui l’invito all’Ue e agli Stati membri a “perseguire, condannare e punire tali pratiche” e a introdurre nelle pertinenti direttive sull'immigrazione la previsione di reato per chi le attua. I deputati invitano inoltre a imporre ai medici di base, ai dottori e al personale sanitario operante negli ospedali “l’obbligo di riferire alle autorità sanitarie e/o alle forze di polizia i casi di mutilazione genitale femminile”. (R.P.)

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    I vescovi messicani: “La droga peggiore è il desiderio del denaro a tutti i costi”

    ◊   La regione e diocesi di Antequera-Oaxaca, in Messico, è una delle più colpite e per certi versi devastata dal narcotraffico e dalle numerose bande, non solo messicane, che qui operano con lo scopo di traghettare la droga verso gli Stati Uniti. In questi giorni sulla stampa locale si è molto parlato del gigantesco patrimonio scoperto ad una persona del posto coinvolta in questo traffico illegale e i fatti hanno suscitato un forte dibattito e divisioni all’interno dell’opinione pubblica. Per mons. José Luis Chávez Botello, arcivescovo di Antequera-Oaxaca e mons. Oscar A. Campos Contreras, suo ausiliare, gli ultimi eventi rivelano che in molte società dell’occidente “la vera droga è il denaro” che “nel caso di molte persone e gruppi ha smesso di essere un mezzo (per scambiare beni e servizi) ed è diventato un fine in sé stesso; addirittura un “fine assoluto” che incita ad usare qualsiasi strada per ottenerlo e accumularlo”. Secondo i presuli, che da molto tempo seguono con grande preoccupazione la disintegrazione del tessuto sociale, che si sfalda sotto i colpi della violenza, della corruzione e del malaffare, “il denaro ormai è un idolo di una religione che si diffonde nelle più svariate forme e tramite diversi mezzi al punto di erodere tutto, anche alcuni fedeli”. I presuli ricordano che l’attuale crisi mondiale, finanziaria ed economico-sociale che attanaglia la quasi totalità delle nazioni del mondo, altro non è che il frutto di “ambizione smisurata di denaro a tutti i costi, facile, e immediato”. “In molti casi e per molte persone il denaro è intoccabile!” osservano i vescovi che non possono fare a meno di parlare di un certo tipo di consumismo che spinge a credere che “è possibile e necessario avere tutto”, anche ciò che non serve o non è urgente, poiché l’identità e la dignità della persona risiederebbero nell’”avere” sempre e comunque. Alle “nuove generazioni – rimarcano - si propone un modello secondo il quale per esistere ed essere considerati, occorre possedere”. E allora ci sono persone che non consumano e che addirittura si possono privare delle cose necessarie, ma “praticano ugualmente l’usare poiché per loro comunque accumulare denaro è fondamentale anche se causano gravi danni ai più bisognosi”. Quanto alle motivazioni di questa smodata ambizione al denaro i vescovi messicani spiegano che “si cerca il denaro per avere prestigio, per comprare l’impunità, per raggiungere quote di potere ed esercitare dominio e controllo sugli altri. D’altra parte si può anche cercare denaro solo per incrementare la propria fortuna”, mentre invece “la cosa importante è la trasparenza, in particolare quando si tratta di risorse pubbliche, che sono denaro affidato alle autorità pubbliche per usarlo a beneficio della società”. In conclusione i vescovi rammentando la responsabilità necessaria nell’uso del denaro, non solo perché può essere fonte di corruzione e di azioni criminose, ma perché i comportamenti di ciascuno prima o poi si ripercuotono sugli altri. “Non basta dire io non ho ucciso!” occorre anche misurare le conseguenze di ogni nostra azione per non favorire indirettamente il “male che possono provare altri”. Se lasci entrare nel tuo cuore il denaro al posto dell’amore - concludono i presuli citando san Paolo - si pianta “la radice di tutti i mali”. (L.B.)

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    Spagna: disaccordo tra vescovi e autorità sull’insegnamento della religione nei Paesi baschi

    ◊   Nei Paesi baschi un decreto promulgato dal governo stabilisce che, negli istituti pubblici, gli studenti liceali che non hanno scelto la materia di religione non avranno a disposizione alcuna disciplina alternativa. Questo vuoto nell’orario scolastico, tenendo conto inoltre che la materia di religione sarà impartita all’inizio o alla fine della giornata scolastica, permetterà a coloro che non frequentano l’ora di religione di poter usufruire liberamente di quel tempo. Di conseguenza, gli studenti di religione si sentiranno discriminati dovendo compiere più tempo a scuola e in un orario scomodo. Al fine di garantire migliori condizioni per la programmazione della religione, i vescovi delle diocesi di Bilbao, San Sebastián e Vitoria, interessate dal provvedimento, hanno avuto diversi incontri con rappresentanti del governo regionale, ma recentemente il governo basco ha promulgato il decreto sulla Gazzetta ufficiale. I presuli hanno dunque reagito annunciando che il decreto sarà impugnato presso l’autorità giudiziaria. Secondo la dichiarazione collettiva resa pubblica ieri, i vescovi dei Paesi Baschi ritengono che con queste norme gli studenti di religione soffrono una chiara discriminazione rispetto a coloro che non frequentano questa disciplina, contrariamente ai principi formulati negli accordi tra la Santa Sede e lo Stato spagnolo, e ricordano le dichiarazioni fatte dal Consiglio d’Europa e dal Parlamento europeo sull’importanza dell’insegnamento dei valori cristiani ai fini dello studio della civiltà europea e dell’educazione dei cittadini. (Dai Paesi baschi, Ignacio Arregui)

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    Taiwan: pubblicata l'autobiografia del cardinale Shan. Il ricavato ad un Centro pastorale

    ◊   E’ stata pubblicata ufficialmente il 21 marzo, pochi giorni dopo il 54° anniversario della sua ordinazione sacerdotale: “Vivere l’Amore – La leggenda del cardinale Paul Shan”, la biografia del cardinale Shan raccontato da sé stesso. Dalla sua vocazione alla lunga battaglia contro il cancro, dai gravosi impegni pastorali alla forza della preghiera. In questa autobiografia il porporato ha veramente aperto il cuore ai suoi fedeli. Ogni copia venduta del libro contribuirà alla costruzione del “Parco delle Beatitudini dell’Evangelizzazione dell’Asia”, un'iniziativa che il cardinale sta cercando di promuovere con tutte le sue forze, che comprende: seminario, ssilo, casa degli anziani, centro per gli Indigeni e Centro pastorale. Il cardinale Paul Shan Kuo-hsi, vescovo emerito di Kaohsiung, a Taiwan, - riferisce l'agenzia Fides - è nato il 3 dicembre 1923 a Puyang, Hopeh, in Cina (diocesi di Taming). Entrato nella Compagnia di Gesù l'11 settembre 1946 a Pechino, emise i primi voti il 12 settembre 1948 sempre a Pechino. Ha studiato in Cina e nelle Filippine, dove è stato ordinato sacerdote il 18 marzo 1955. Nel 1976 è nominato vicario episcopale di Taipei mentre nel 1979 viene eletto vescovo di Hwalien. Il 14 febbraio 1980 riceve l'ordinazione episcopale e prende possesso della diocesi. Viene eletto presidente della Conferenza episcopale regionale cinese (CRCB) nel 1987 e rieletto per lunghi anni fino alle sue dimissioni per limiti di età. Il 4 marzo 1991 viene nominato vescovo di Kaohsiung. Giovanni Paolo II lo crea cardinale nel Concistoro del 21 febbraio 1998. Il 5 gennaio 2006, Benedetto XVI accoglie le sue dimissioni dal governo pastorale. (R.P.)

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    Una giovane congregazione aiuta il rilancio della vita consacrata in Australia

    ◊   A trent’anni è la più giovane “Madre Superiora” nonché “fondatrice” di un istituto religioso del continente: la giovane suor Bernadette ha una responsabilità non indifferente sulle sue spalle: ha fondato la congregazione della “Missionarie del Vangelo”, una delle nuove comunità nell’epoca postconciliare, e la sua esperienza riesce oggi a catalizzare numerose giovani donne che in Australia scelgono di abbracciare la vita consacrata. Sette anni fa, all’età di 23 anni, Bernadette, brillante laureata, ha lasciato una promettente carriera di avvocato per dedicarsi a uno stile di vita scandito dai voti di povertà, castità e obbedienza. Ben presto due compagne si sono unite a lei e la comunità ha ottenuto il riconoscimento diocesano dell’arcivescovo di Perth, mons. Barry James Hickey, il 23 giugno 2007. La comunità religiosa vive uno stile di vita contemplativo-attivo e, in futuro, prevede di ampliarsi, divenendo una famiglia che comprende anche religiosi, sacerdoti e laici. Un punto di riferimento costante per la spiritualità e lo stile di vita delle religiose è Giovanni Paolo II: per questo le suore si fanno chiamare anche “Suore di Giovanni Paolo II”. La modalità di apostolato – sottolineano le religiose – è quella di “portare Cristo a ogni persona, prima di tutto amandola e affermando la sua dignità”. La comunità vive di provvidenza e ha fatto la scelta di indossare un abito religioso di color azzurro, per distinguere la propria vocazione nel mondo circostante. L’esperienza delle religiose, notano i fedeli australiani, ricalca quella di suor Mary MacKillop, fondatrice delle suore di San Giuseppe del Sacro Cuore nel 1866. La vita consacrata in Australia sta ricevendo un nuovo impulso grazie all’attività e alla figura di suor Bernadette e delle sue compagne, che riscuotono grande simpatia fra la gente e che hanno di recente trovato spazio nei mass-media australiani, cattolici e non, raccontando la loro storia e la loro vocazione. (R.P.)

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    Nel 65. mo anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, il messaggio del presidente Napolitano

    ◊   “Il valore della Memoria è imparare quello che ci dicono le generazioni che ci hanno preceduto, quello che ci ha insegnato la storia e stare attenti a non ripetere gli errori del passato”. Lo ha detto il Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano alla cerimonia di commemorazione, a Roma, per il 65. mo anniversario dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, avvenuto il 24 marzo del 1944. Un'occasione - ha precisato il presidente Napolitano – per ricordare “quello che e' stato uno dei capitoli più spietati della persecuzione anti-ebraica e allo stesso tempo quello che rimane di un capitolo significativo della dura resistenza contro l'occupazione nazista a Roma e in Italia”. Lo spirito della commemorazione – ha sottolineato – “è dunque quello di una riflessione sulla storia e sulle lezioni sempre attuali e che non possono essere dimenticate”. Toccante la cerimonia civile con l’appello dei "martiri ardeatini": i nomi delle 335 vittime, di cui 12 rimaste ignote, ne hanno ricordato il sacrificio. Per la celebrazione religiosa cattolica è stato letto il Salmo 22, e per il rito ebraico, il Salmo 130. Dopo l’omaggio ai Caduti sulle note del “Silenzio”, la visita delle autorità alle tombe dei "martiri". Tra i presenti il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, e il Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, nonché il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, il presidente dell’Ucei Renzo Gattegna e il presidente della Comunità ebraica romana Riccardo Pacifici. Dal sindaco di Roma Gianni Alemanno l’invito al “comune rifiuto di qualsiasi forma di totalitarismo, dittatura e intolleranza”. (C.D.L.)

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    Solidarietà del patriarca romeno Daniel ai suoi connazionali in Italia

    ◊   La piena solidarietà della Chiesa ortodossa di Romania ai romeni che vivono in Italia per “le accuse generalizzate nei loro confronti”. Ad esprimerla è Sua Beatitudine Daniel, patriarca di Romania, in una lettera pastorale inviata il 22 marzo a tutti i fedeli ortodossi romeni presenti nel Paese. Nel testo il patriarca ricorda che le sofferenze vissute da Cristo nella Passione, sulle quali ci invita a riflettere il periodo della Quaresima, aiutano a “capire meglio la sofferenza causata dalle diffamazioni e dalle accuse rivolte a tutti i romeni in Italia per il male commesso da una minoranza dei nostri connazionali”. Nella lettera il capo della Chiesa ortodossa di Romania parla degli “errori commessi quando non si discerne nella totalità i colpevoli dagli innocenti” e ai romeni colpevoli di reati chiede di pentirsi e di abbandonare le strade del male”. Solidarietà il patriarca chiede invece per tutti i romeni che “con il loro lavoro danno dimostrazione di onestà, dignità e gentilezza”, ed esprime gratitudine in particolare per “tutte le donne, figlie della nostra Chiesa, che talvolta, a costo anche di abbandonare le loro famiglie in Romania, si prendono umilmente cura dei bambini e degli anziani nelle famiglie italiane, patendo talvolta grandi difficoltà ed umiliazioni” e per “tutti coloro che, con il prezzo del loro sudore, si sottopongono ai più duri lavori e che spesso vengono sfruttati da una bassa retribuzione, e a volte addirittura lasciati senza salario”. “Chiediamo a Dio – prosegue Daniel - che renda loro giustizia, salute e il sostegno necessari perché possano superare tutti questi disagi”. Un ultimo pensiero è dedicato alle famiglie che soffrono perché “separate per la partenza in Italia di uno dei genitori o di entrambi” e che lasciano “i bambini ai nonni e ai parenti in Romania”. Per loro il patriarca auspica un veloce ricongiungimento ed infine annuncia l’istituzione - voluta dal Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Rumena - della “Domenica dei migranti romeni”, da celebrare nella domenica successiva alla festa del 15 agosto.(C.D.L.)

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    Scomparso padre Ernesto Caroli, fondatore dell’Antoniano. Aveva 92 anni

    ◊   Fondò l’Antoniano di Bologna e negli anni ’60 fu promotore dello “Zecchino d’oro”, la celebre rassegna canora dedicata ai bambini. Padre Ernesto Caroli, nativo di Palazzuolo, in provincia di Firenze, è scomparso ieri all’età di 92 anni. Ne dà notizia il quotidiano Avvenire che del sacerdote ricorda l’impegno pastorale e le numerose iniziative a carattere sociale, in favore dei poveri e dei giovani soprattutto: dalla costituzione di una Mensa dei poveri, nel ’54, alla fondazione dell’Accademia d’arte drammatica, alla costituzione della Società del Vangelo da cui nacque in seguito il centro “Antoniano Insieme” dedicato ai bambini affetti da sindrome di Down. E poi l’attività in qualità di segretario del Motivano francescano di cui nel ’72 fu promotore. L’dea dell’Antoniano gli venne durante la seconda guerra mondiale, quando venne deportato insieme ai soldati in diversi campi di prigionia. “Le condizioni di vita – ebbe a raccontare – erano durissime... mi fu affidata dai tedeschi l’incombenza di seguire come cappellano ben 150 campi di lavoro incontrai tanti giovani, molti dei quali erano dei veri geni in campo artistico. Così feci un secondo proposito, se fossi tornato: creare qualcosa per valorizzare i giovani artisti. Dopo qualche anno cominciai a portare avanti la mia idea”. A proposito dello Zecchino Padre Caroli amava ricordare che fu la Provvidenza a sostenere il progetto. “Eravamo in deficit di ben 5 milioni – raccontò - un benefattore ce li diede tutti”. (C.D.L.)

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    24 Ore nel Mondo



    Israele: a più di un mese dalle elezioni, raggiunto accordo per governo di coalizione

    ◊   E’ stato raggiunto in Israele l’accordo per un governo di unità nazionale tra il premier israeliano incaricato, Benjamin Netanyahu, leader del partito della destra moderata Likud, e il ministro della Difesa e leader laburista, Ehud Barak. Nel pomeriggio si riunisce il vertice del partito laburista per la ratifica dell'accordo. Sono comunque forti i dissensi nel partito sull’intesa, soprattutto per la presenza nella coalizione degli ultranazionalisti di Avigdor Lieberman. Sulle motivazioni dell’accordo sentiamo Janiki Cingoli, direttore del Centro Italiano per la pace in Medio Oriente (Cipmo), intervistato da Giancarlo La Vella:

    R. – C’è una convergenza di interessa, la necessità del Likud è di non schiacciarsi sull’estrema destra, soprattutto perché Netanyahu capisce che questo tipo di formazione lo porterebbe in rotta di collisione frontale con gli Stati Uniti d’America e, invece, l’esigenza laburista è quella di non essere il secondo partito dell’opposizione perché se Kadima fosse andato al governo con Netanyahu il Labur sarebbe stato il più grande partito di opposizione, adesso sarebbe il secondo perché Kadima ha molti più seggi del Labur. Poi, c’è anche un accordo congiunto Likud-Labur nel cercare di schiacciare Kadima, che è un partito che si è formato prendendo leader e voti sia dal Likud che dal Labur.

     
    D. – Questi partiti che cosa hanno in comune sulla questione dei rapporti con i palestinesi?

     
    R. – Teoricamente non c’è molto in comune, nel senso che il Likud non ha accettato la formula due Stati-due popoli, mentre invece il Labur sì. Tuttavia nella gestione concreta, Barak dopo il tentativo del 2000 fatto con Arafat, è sostanzialmente convinto che non esiste un partner palestinese affidabile - soprattutto dopo la scissione tra Hamas e Fatah – e, quindi, di fatto i due tenderanno di più a gestire il conflitto che non a risolverlo.

     
    D. – In che modo potrà condizionare il prossimo governo israeliano l’inchiesta dell’ONU sull’operazione piombo fuso a Gaza?

     
    R. – Questa è una cosa sconvolgente, Israele stenta a guardarsi allo specchio e questa è una cosa drammatica su cui sarà necessario sviluppare un lavoro.

     
    Piano salva banche Usa
    Grande euforia sui mercati borsistici di tutto il mondo dopo il varo del piano statunitense di salvataggio dei mercati finanziari. Un’iniziativa articolata, dal valore di mille miliardi di dollari, che ha portato una forte ventata di ottimismo in vista del prossimo vertice del G20 il 2 aprile a Londra. Il servizio di Marco Guerra:

    Comprare i titoli tossici dei portafogli delle banche per consentire la riapertura dei rubinetti del credito. È questo, in estrema sintesi, l’obiettivo del “Public-private investment Program”, il maxi intervento salva banche del governo statunitense, messo a punto dal nuovo segretario al Tesoro Geitner. Il piano prevede che gli investitori privati condivideranno il rischio con il governo per l’acquisto di 500 miliardi di dollari di quei prodotti che hanno squassato il sistema finanziario. Qualora funzionasse sarebbe messo sul piatto un altro investimento per un totale di mille miliardi. Dopo il via libera annunciato ieri si è subito registrata l’euforia dei mercati di tutto il mondo, sulla scia di un Wall Street che ha chiuso a un + 6,8 da record, visti gli andamenti di quest’anno. Tuttavia non sono poche le perplessità espresse da molti analisti che si chiedono quali privati risponderanno all’appello a compare derivati tossici. Mostra prudenza anche lo stesso Ghaitner che ha commentato la reazione dei listini evidenziando che in un solo giorno non si può valutare il successo del piano. Si dice invece molto fiducioso il presidente Obama che, in vista del G20 di Londra del 2 aprile, è tornato a chiedere misure audaci e coordinate contro la crisi da parte di tutte le principali economie del mondo. Obama minimizza le distanze ma la dialettica tra le due sponde dell’Atlantico vede Washington impegnata chiedere l’aumento degli investimenti pubblici e i leader europei che insistono su una maggiore supervisione bancaria.

     
    Sud Africa-Dalai Lama
    Non si placano le polemiche sulla decisione del Sudafrica di negare il visto al Dalai Lama. La conferenza sul calcio come strumento contro il razzismo in programma a Johannesburg - a cui avrebbe dovuto prendere parte anche il leader spirituale tibetano - è stata rinviata a causa del boicottaggio di alcuni premi Nobel, che hanno rifiutato l’invito per protestare contro il governo di Pretoria, accusato di aver ceduto alle pressioni della Cina, principale partner commerciale del Paese africano. Il governo sudafricano ha quindi aggiunto che il visto al Dalai Lama sarà negato sino al termine dei Mondiali. Apprezzamenti per questa decisione sono intanto giunti da Pechino.

    Repubblica Democratica Congo-Pace
    Importante accordo di pace in Repubblica Democratica del Congo. A Goma è stata siglata l’intesa tra il governo e i ribelli del Congresso nazionale per la difesa del popolo, che prevede il riconoscimento del movimento in partito politico, il rilascio di alcuni suoi appartenenti ancora detenuti e l’impegno del governo di Kinshasa a promulgare un’amnistia a favore degli ex combattenti.

    Darfur
    I collaboratori delle Ogn ancora nel mirino di attacchi e violenze nel Darfur. Un operatore locale di un’organizzazione Canadese è stato ucciso nella sua abitazione nel villaggio remoto di Kongo Haraza, nell'est della turbolenta regione sudanese. Le prime indiscrezioni parlano di un tentativo di furto degenerato in omicidio. Tuttavia l'uccisione del dipendente è solo l'ultimo di una serie di attacchi contro le organizzazioni internazionali che operano in Darfur, dopo che la Corte penale internazionale ha emesso un mandato d'arresto nei confronti del presidente sudanese Omar al Bashir, che ha reagito facendo espellere 13 Ong.

    Guinea
    E’ stato arrestato ieri sera l’ex primo ministro, Ahmed Tediane Souarè, ultimo capo del governo sotto il regime del defunto Lantana Contè. Oltre a lui vanno dietro le sbarre anche i due ex ministri delle miniere Sylla e Nabè. Tutti e tre sono stati posti in detenzione in una guarnigione della gendarmeria. I motivi ufficiali degli arresti non sono ancora noti. I provvedimenti giungono tre mesi dopo il colpo di Stato militare che ha portato al potere una giunta guidata dal capitano Moussa Dadis Camara.

    Repubblica Ceca
    La Repubblica Ceca con il fiato sospeso per la seduta di oggi del Parlamento che si esprimerà sulla mozione di fiducia contro il governo del premier conservatore Mirek Topolanek. Si tratta del quinto voto di fiducia dall’insediamento del governo nel 2006. Ma questa volta la possibilità che il governo cada è grande. La coalizione di maggioranza può contare infatti su appena 96 voti su 200 seggi. Decisivo sarà il voto degli indipendenti. Occhi puntati da parte di tutte le diplomazie europee poiché fino al 31 giugno la Repubblica Ceca detiene la presidenza di turno dell'Unione Europea.

    Francia
    Il ministro della difesa francese Herve Morin ha presentato un piano di risarcimento per le vittime dei test nucleari, dotato di un fondo iniziale di 10 milioni di euro. Il progetto di legge sarà depositato in Parlamento entro giugno. La Francia ha condotto sperimentazioni nucleari in Algeria dal 1960 al 1966 e nella Polinesia francese e nell'Oceano pacifico tra il 1966 al 1996, per un totale di 210 test.

    Corea del Sud
    È stato raggiunto l’atteso accordo tra la Corea del Sud e l’Unione europea per il libero scambio. In una conferenza stampa congiunta con il suo omologo comunitario Ignacio Garcia Bercero, il principale negoziatore sudcoreano Lee Hye-min ha dichiarato: “Le due parti sono pervenute ad un progetto d’accordo sulla maggior parte dei punti in discussione”. Secondo Bercero questo accordo sarà ''il piu' ambizioso'' del genere mai firmato dall'Ue con un partner straniero. L’intesa rende inoltre l’Ue il secondo partner commerciale di Seul dopo la Cina. (Panoramica internazionale a Cura di Marco Guerra e di Antonio D’Agata)

     

     
    Bollettino del Radiogiornale della Radio Vaticana Anno LIII no. 83

     
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