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Sommario del 13/05/2009

Il Papa e la Santa Sede

  • Il Papa a Betlemme: il luogo della nascità di Gesù invita a testimoniare il trionfo dell'amore sull'odio. Solidarietà ai pellegrini di Gaza: sia tolto l'embargo
  • Il Papa al presidente Abbas: la Santa Sede appoggia i diritti dei palestinesi. Ai giovani: resistere alla tentazione del terrorismo
  • Commento da Betlemme: le parole piene di amore del Papa ci danno coraggio e speranza!
  • Padre Lombardi: giornata splendida a Betlemme!
  • Padre Shomali e suor Nobs sulla visita del Papa al Campo profughi di Aida e al Caritas Baby Hospital
  • La Messa del Papa alla Valle di Giosafat: Gerusalemme sia la città della pace e del rispetto, col decisivo contributo dei cristiani
  • Domani la visita a Nazareth: intervista con mons. Marcuzzo
  • Nomina
  • Oggi su "L'Osservatore Romano"
  • Oggi in Primo Piano

  • Crisi afghano-pakistana: due milioni di sfollati
  • Gerusalemme: concerto per la riconciliazione
  • Chiesa e SocietÓ

  • Allarme della Chiesa pakistana per l’emergenza profughi
  • Sri Lanka: suore in soccorso dei feriti
  • Congo: Caritas in prima linea sul fronte delle guerre dimenticate
  • Domani in Canada marcia per la Vita
  • Nicaragua: iniziata la plenaria del Celam
  • Focsiv ai politici italiani: “Sul clima, regole condivise ed eque”
  • Francia: “Insieme per l’Europa” sbarca a Parigi
  • Oggi il 92.mo anniversario della prima apparizione della Madonna di Fatima
  • Ad Arezzo settimana di riflessione sulle “giovani generazioni”
  • Il diario di don Giovanni Bertocchi diventa un libro: “Io sono un sogno di Dio”
  • Questa sera si apre la 62.ma edizione del Festival di Cannes
  • E’ morto Achille Compagnoni, lo scalatore del K2
  • 24 Ore nel Mondo

  • Sri Lanka: ancora vittime nei raid aerei sul nord del Paese
  • Il Papa e la Santa Sede



    Il Papa a Betlemme: il luogo della nascità di Gesù invita a testimoniare il trionfo dell'amore sull'odio. Solidarietà ai pellegrini di Gaza: sia tolto l'embargo

    ◊   Attraverso il check point che separa lo Stato israeliano dai Territori palestinesi, il Papa è giunto stamani in auto a Betlemme poco prima delle 8.00. Dopo la cerimonia di benvenuto con il presidente Abbas si è trasferito nella Piazza della Mangiatoia per celebrare la Santa Messa. Il Papa ha avuto parole di speranza pur in mezzo alle grandi sofferenze di queste popolazioni: il luogo della nascità di Gesù – ha detto - invita a testimoniare il trionfo dell'amore sull'odio. Ha quindi espresso la sua solidarietà ai pellegrini giunti da Gaza chiedendo che sia tolto l'embargo. Alla celebrazione ha partecipato anche il presidente Abbas e decine di musulmani. Molte le bandiere palestinesi tra la folla. Per le strade di Betlemme non c’era la gente del 2000 per Giovanni Paolo II ma il blocco imposto da Israele non favorisce gli spostamenti. Linea al nostro inviato Roberto Piermarini:

    (canto)

    Una giornata nel cuore del popolo palestinese per rinnovare l’appello di pace e di speranza nella cittadina che oltre 2000 anni fa ha visto la nascita di Gesù. Dalla Piazza della Mangiatoia di Betlemme, di fronte alla Basilica della Natività, sullo sfondo delle aride colline del Neghev e davanti a 10 mila fedeli, Benedetto XVI ha lanciato una forte invocazione a “non avere paura”, richiamando l’appello che nove anni fa lanciò Giovanni Paolo II nell’anno del Grande Giubileo del Duemila.

     
    “Per gli uomini e le donne di ogni luogo – ha detto il Papa – Betlemme è associata al gioioso messaggio della rinascita, del rinnovamento, della luce e della libertà. E tuttavia qui, in mezzo a noi, quanto lontana sembra questa magnifica promessa dall’essere compiuta! Quanto distante appare quel Regno di ampio dominio e di pace, sicurezza, giustizia ed integrità. Dal giorno della sua nascita – ha osservato il Papa – Gesù è stato ‘segno di contraddizione’ e qui a Betlemme, nel mezzo di ogni genere di contraddizione, le pietre continuano a gridare questa “buona novella”, il messaggio di redenzione che questa città, al di sopra di tutte le altre, è chiamata a proclamare a tutto il mondo”. Questo è il messaggio di Betlemme: una chiamata ad essere testimoni del trionfo dell’amore di Dio sull’odio, sull’egoismo, sulla paura e sul rancore che paralizzano i rapporti umani e creano divisione tra fratelli che dovrebbero vivere insieme in unità, distruzioni dove gli uomini dovrebbero edificare, disperazione dove la speranza dovrebbe fiorire.

     
    “Do not be afraid!...”
    Non abbiate paura! - ha ripetuto il Papa - Adoperatevi con iniziative concrete per consolidare la vostra presenza e per offrire nuove possibilità a quanti sono tentati di partire, soprattutto ai giovani che sono il futuro di questo popolo”.

     
    I cristiani a Betlemme rappresentavano l’80% della popolazione, ora sono poco più del 15-20% ed emigrano per la precarietà del lavoro, per l’instabilità politica nella regione e per le minacce dell’integralismo islamico. Benedetto XVI ha invitato i cristiani ad “essere ponte di dialogo e di collaborazione costruttiva nell’edificare una cultura di pace che superi l’attuale stallo della paura, dell’aggressione e della frustrazione. Edificate le vostre Chiese locali – ha esortato – facendo di esse laboratori di dialogo, di tolleranza e di speranza, come pure di solidarietà e di carità. ‘Non abbiate paura’, la vostra terra non ha bisogno soltanto di nuove strutture economiche e politiche ma di una nuova infrastruttura spirituale da mettere al servizio dell’educazione dello sviluppo e della promozione del bene comune.

     
    All’omelia il Papa non ha voluto dimenticare la presenza dei pellegrini provenienti dalla martoriata Gaza, a causa della guerra:

    “I ask you to bring back to your families...
    Vi chiedo di portare alle vostre famiglie e comunità il mio caloroso abbraccio, le mie condoglianze per le perdite, le avversità e le sofferenze che avete dovuto sopportare. Siate sicuri della mia solidarietà con voi nell’immensa opera di ricostruzione che ora vi sta davanti e delle mie preghiere che l’embargo sia presto tolto”.

     
    A Betlemme, ne sono arrivati da Gaza una cinquantina sui 250 cristiani che ne avevano fatto richiesta alle autorità israeliane; con loro il parroco padre Musallam.

     
    (preghiera dei fedeli in arabo)

    Anche alla preghiera dei fedeli si è pregato in arabo per i bambini palestinesi di Gaza rimasti uccisi nel conflitto, orfani e che vivono nella miseria e nella paura. E del dopoguerra a Gaza ha parlato nel suo indirizzo di saluto al Papa, anche il Patriarca latino di Gerusalemme mons. Twal il quale ha ricordato l’ingiustizia, l’occupazione e la mancanza di speranza – soprattutto per i giovani - causa di emigrazione di molti cristiani dalla Terra Santa:

    “No one can pretend to own this land...
    Nessuno può pretendere di possedere questa terra al posto degli altri ed escludendo gli altri. – ha detto – Dio stesso ha scelto questa terra e vuole che tutti i suoi figli vi vivano insieme”.

    Ma – ha ribadito mons. Twal – finché l’instabilità politica perdura, finchè si estende il muro che separa Betlemme da Gerusalemme e dal resto del mondo, noi non potremo trovare la pace per la nostra terra”.

     
    (canto)

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    Il Papa al presidente Abbas: la Santa Sede appoggia i diritti dei palestinesi. Ai giovani: resistere alla tentazione del terrorismo

    ◊   Benedetto XVI partecipa la speranza che il popolo palestinese possa avere una “patria sovrana”, implorando una “pace giusta e durevole” in tutta la regione mediorientale: sono questi i temi affrontati dal Papa durante l'incontro col presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas nella cerimonia di benvenuto a Betlemme che si è svolta nel piazzale antistante il Palazzo presidenziale. Il servizio di Roberta Gisotti.

    “So quanto avete sofferto e continuate a soffrire” per le agitazioni “che hanno afflitto questa terra per decine di anni”, ha esordito Benedetto XVI rivolto al presidente Abbas e a tutti gli amici palestinesi, incontrati a Betlemme, nella città natale di Gesù, raccogliendo l’invito a visitare i Territori autonomi. Benedetto XVI ha espresso solidarietà al popolo palestinese “che ha perduto così tanto”, partecipando alla sofferenza di quanti “piangono la perdita di familiari e di loro cari nelle ostilità”, ed offrendo il conforto delle sue preghiere quotidiane per loro. “Imploro ardentemente” – ha invocato il Papa - “una pace giusta e durevole, nei Territori palestinesi e in tutta la regione”.

     
    “Mr President, the Holy See supports the right of your people...”
    Benedetto XVI ha rassicurato il presidente Abbas che la Santa Sede appoggia “il diritto del popolo palestinese ad una “sovrana patria” nella terra degli antenati, “sicura e in pace” con i vicini, “entro confini internazionalmente riconosciuti”. E se questo obiettivo oggi sembra ancora “lontano dall’essere realizzato”, il Papa ha incoraggiato “a tenere viva la fiamma della speranza”,“che si possa trovare una via di incontro tra le legittime aspirazioni tanto degli Israeliani quanto dei Palestinesi alla pace e alla stabilità”.

     
    Da qui la supplica a “tutte le parti coinvolte in questo conflitto di vecchia data ad accantonare qualsiasi rancore e contrasto” perché “i diritti e la dignità di tutti siano riconosciuti e rispettati”.

     
    “I ask all of you, I ask your leaders, to make a renewed commitment...”
    Ha chiesto il Santo Padre “di riprendere con rinnovato impegno ad operare per questi obiettivi”, con il sostegno della comunità internazionale, confidando che “un onesto e perseverante dialogo, con pieno rispetto delle aspettative di giustizia”, possa portare “in queste terre una pace durevole”. E condizione essenziale è risolvere “i gravi problemi” della sicurezza in Israele e nei Territori palestinesi “cosi da permettere maggiore libertà di movimento”, specie per i contatti familiari e l’accesso ai luoghi santi. “I Palestinesi così come ogni altro popolo – ha ricordato il Papa - hanno un naturale diritto a sposarsi, a formarsi una famiglia e avere accesso al lavoro, all’educazione e all’assistenza sanitaria”. E così anche ha sollecitato Benedetto XVI, la ricostruzione di case, scuole, ospedali danneggiati o distrutti, specie nel recente conflitto di Gaza. Infine un appello ai giovani:

     
    “Do not allow the loss of life and the destruction that you have witnessed...
    Non permettete che le perdite di vite e le distruzioni, delle quali siete stati testimoni suscitino amarezze o risentimento nei vostri cuori. Abbiate il coraggio di resistere ad ogni tentazione che possiate provare di ricorrere ad atti di violenza o di terrorismo. Al contrario, fate in modo che quanto avete sperimentato rinnovi la vostra determinazione a costruire la pace”.

     
    Da parte sua il presidente palestinese ha ribadito “la necessità di due Stati sovrani Israele e Palestina che vivano accanto in un clima di pace e stabilità”. Siamo per la pace - ha detto - e continuiamo ad avere speranza in un domani senza più occupazione, profughi o prigionieri, fondato sulla coesistenza pacifica e la prosperità. Ma ha poi lamentato che in quella Terra si costruiscono ancora muri e non ponti, riferendosi in particolare al muro che circonda Gerusalemme est, acuendo quindi le sofferenze del popolo palestinese; ha parlato anche di aggressione israeliana a Gaza e del tentativo– a suo dire - per mezzo dell’occupazione di costringere cristiani e musulmani all’esilio.

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    Commento da Betlemme: le parole piene di amore del Papa ci danno coraggio e speranza!

    ◊   Benedetto XVI è stato accolto a Betlemme, il luogo della nascita di Gesù, in un clima di grande commozione. Sulle parole pronunciate dal Santo Padre si sofferma, al microfono di Fabio Colagrande, il dottor Geries Sa’ed Khourry, direttore del Centro Al-Liqa’ di Betlemme per la promozione della tolleranza e dell’amicizia tra cristiani, musulmani ed ebrei:

    R. – Le parole di Sua Santità hanno commosso tutti: hanno commosso non soltanto i giovani, ma tutti noi. Quando ha detto: “Bisogna resistere, non bisogna scappare, bisogna sperare, bisogna rimanere qua!”. E’ un messaggio molto importante per la Chiesa locale. Noi crediamo nel dialogo, crediamo nell’incontro sia religioso sia culturale; noi crediamo nella costruzione di ponti e non muri tra popoli e tra religioni. Perciò, i giovani sono molto importanti per il futuro della presenza viva della Chiesa locale.

     
    D. – Lei crede davvero che, nonostante le grandi difficoltà che stanno vivendo i Territori palestinesi, questo seme di speranza e di pace possa maturare?

     
    R. – Come popolo palestinese, abbiamo sofferto per più di 60 anni, e tuttora stiamo soffrendo. Ma quando sentiamo queste parole, che danno coraggio, quando sentiamo parole che sono piene di amore, piene di fede, per noi sono veramente parole che ci danno speranza per un futuro migliore. Noi palestinesi cristiani dobbiamo continuare a far sentire la nostra voce profetica che chiede la giusta pace in Terra Santa sia per il popolo palestinese sia per i nostri fratelli israeliani, noi vogliamo solo una cosa: uno Stato palestinese per il nostro popolo che ha sofferto, affianco allo Stato israeliano: che vivano in pace l’uno vicino all’altro!

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    Padre Lombardi: giornata splendida a Betlemme!

    ◊   Sulla visita del Papa a Betlemme ascoltiamo il commento del direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, al microfono di Sergio Centofanti:

    R. – E’ una giornata splendida, c’è un’accoglienza molto calorosa … La Messa è una vera, grande festa con una partecipazione estremamente cordiale dei cristiani che non solo sono quelli di Betlemme ma sono anche venuti dalla West Bank e un gruppo è venuto anche da Gaza … quindi, è un momento veramente di gioia. E nonostante le difficoltà che qui le comunità cristiane vivono e che sono state ricordate con molta efficacia anche dal Santo Padre - oltre che dal patriarca latino Twal - però è un messaggio di speranza, quello che porta il Papa, di grande solidarietà della Chiesa universale con queste comunità cristiane, e anche di speranza, perché continuino ad impegnarsi qui, ad essere ponti di riconciliazione in Paesi di tensione, e ad essere testimoni, i custodi – diciamo – come comunità viva dei Luoghi più santi della nostra religione.

     
    D. – Come sono state accolte dai palestinesi le espressioni di solidarietà del Papa?

     
    R. – Bè, naturalmente sono state accolte con grandissima gioia: è quello che loro desiderano, è quello di cui sentono il bisogno; però, bisogna notare sempre che le espressioni di solidarietà del Papa sono unite ad un incoraggiamento, ad uno spirito di pace e di riconciliazione. Ci sono state le parole chiare del Papa soprattutto per i giovani, di non cedere alla tentazione del terrorismo e della violenza. Quindi, il Papa continua a dare un messaggio che è chiarissimamente orientato alla pace e al superamento delle divisioni. Lo ha fatto in Israele, lo ha fatto con i musulmani e lo fa anche qui con i palestinesi.

     
    D. – E’ un pellegrinaggio di pace che cerca di mettere insieme le legittime aspirazioni dei palestinesi e degli israeliani …

     
    R. – Certamente: questo il Papa lo ha ripetuto molto chiaramente, soprattutto nel discorso all’arrivo qui, al Palazzo presidenziale di Mahmoud Abbas, dicendo chiaramente il sostegno della Santa Sede per la linea di due Stati sovrani, indipendenti, con confini internazionalmente riconosciuti che vivano in pace. Tra l’altro, due Stati che vivono così vicini sono anche interrelati da tantissimi rapporti di carattere sociale, economico, umano … Ecco, la pace può essere fatta solo se queste entità statali crescono in un clima in cui poi anche tutti i tessuti umani siano di riconciliazione e di pace.

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    Padre Shomali e suor Nobs sulla visita del Papa al Campo profughi di Aida e al Caritas Baby Hospital

    ◊   Nel pomeriggio il Pontefice visiterà la Grotta della Natività e, a seguire, il Caritas Baby Hospital di Betlemme e il Campo profughi di Aida, dove incontrerà - come è stato a Gerusalemme per la famiglia del soldato Shalit prigioniero di Hamas - due coppie, una cristiana e l’altra musulmana, che hanno i propri figli detenuti in Israele. Inoltre il Papa donerà 50 mila euro al Campo, che li utilizzerà per la costruzione di tre aule scolastiche che saranno intitolate a suo nome. Secondo l’Onu i profughi palestinesi sono circa 4 milioni e 600 mila. Nei territori palestinesi gli sfollati sono un milione e 300 mila. Il campo profughi di Aida accoglie circa 7 mila persone. Sulla situazione in questo campo ci parla padre William Shomali rettore del seminario di Beit Jala, al microfono di Roberto Piermarini:

    R. – Il Campo profughi di Aida è uno dei tre campi che si trovano a Betlemme; era un terreno che apparteneva alla popolazione cristiana di Beit Jala. Hanno costruito prima di tutto qualche tenda, all’inizio, nel ’48; dopo hanno costruito delle case che adesso sono come tutte le altre case di Betlemme, quelle più povere, con strade malmesse: le fognature sono spesso inesistenti. La popolazione non arriva a più di sei, sette mila persone, per la maggior parte musulmana eccetto qualche famiglia cristiana che aveva dei terreni là e vi ha costruito.

     
    D. – Come vivono queste poche famiglie cristiane all’interno di questo campo profughi, a maggioranza musulmana?

     
    R. – Dipende. C’è qualcuno che vive meglio: non sono mendicanti, direi che sono persone normali.

     
    D. – Sono in armonia con la comunità musulmana?

     
    R. – Direi di sì perché ogni volta che noi cristiani siamo minoritari, non c’è problema. Il problema arriva quando siamo maggioritari, come a Betlemme o in altre città dove il numero è consistente: ma quando siamo un due per cento, non siamo oggetto di minaccia per nessuno.

     
    D. – Quali problematiche ci sono all’interno di questo campo di Aida?

     
    R. – Questa gente vuol ritornare alla sua casa di origine: hanno lasciato la propria terra, la casa, i familiari. Ogni anno la situazione diventa più difficile perché i primi profughi, quelli del ’48, sono quasi tutti morti. Ci sono i figli, ma dopo tre generazioni, la possibilità di ritornare, diventa meno probabile. Dunque, una certa disperazione di ritornare, esiste, sapendo che gli israeliani non vogliono il ritorno dei profughi. Hanno messo questa condizione per qualsiasi soluzione al problema. Forse permetteranno il ritorno dei profughi all’interno dei Territori palestinesi, ma mai all’interno di Israele. (Montaggio a cura di Maria Brigini)

     
    Prima di arrivare al Campo profughi di Aida, il Papa si reca al Caritas Baby Hospital di Betlemme: un ospedale pediatrico fondato nel 1978 e sostenuto dai vescovi svizzeri e tedeschi. Assicura circa 30 mila prestazioni ambulatoriali e 4 mila degenze all’anno anche grazie all’impegno delle Suore Francescane Elisabettiane di Padova. Roberto Piermarini ne ha parlato con suor Erika Nobs, direttrice delle infermiere dell’ospedale:

    R. – Assistiamo i bambini palestinesi che vengono da Betlemme e dalla circoscrizione di Hebron, dalla parte sud del West Bank.

     
    D. – Quindi, sono tutti bambini musulmani, la maggior parte?

     
    R. – La maggior parte sono bambini musulmani, la stragrande maggioranza: il 90 per cento e anche più.

     
    D. – Che rapporto avete con le famiglie musulmane che portano a voi questi bambini?

     
    R. – Di solito un buon rapporto: loro sono contenti e grati per il servizio che diamo. Siamo l’unico ospedale ed hanno veramente bisogno di noi. Ed anche per questo sono grati.

     
    D. – Cosa curate in particolare?

     
    R. – Curiamo tutte le malattie interne e anche tante malattie genetiche, malattie metaboliche, malattie del cuore, dovute al matrimonio tra consanguinei.

     
    D. – Quali sono le difficoltà maggiori che incontrate nel vostro lavoro, nell’ospedale?

     
    R. – Le difficoltà sono quelle del trasferimento a Gerusalemme, quando un bambino ha bisogno di un intervento chirurgico. E’ una grande difficoltà, perché senza permessi non possono partire. Si devono, poi, coordinare le ambulanze. Una nostra ambulanza deve andare al check-point e dall’altra parte deve venire l’ambulanza da Israele, e questo crea difficoltà, perché i bambini a volte sono molto ammalati, ma devono, in ogni caso, cambiare l’ambulanza.

     
    D. – I bambini che voi accogliete nel vostro ospedale, la maggior parte non pagano, non hanno la possibilità di pagare. Ma come va avanti l’ospedale economicamente, avete dei donatori?

     
    R. – Noi abbiamo tanti donatori e siamo grati a tutti gli amici che ci aiutano a portare avanti l’opera: amici dall’Italia, amici dalla Germania, dalla Svizzera, dall’Europa e anche altrove. Possiamo veramente fare una buona opera.

     
    D. – Suor Erika, perché questa visita del Papa al Caritas Baby Hospital? Come vede lei questa visita?

     
    R. – Devo dire che siamo tanto contenti di questa visita, di questa sorpresa che ci fa il Santo Padre. Ma io penso che oltre a visitare i luoghi santi, cioè il luogo dove Gesù è nato, lui voglia vedere anche i bambini Gesù viventi, che abbiamo nel nostro ospedale. (Montaggio a cura di Maria Brigini)

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    La Messa del Papa alla Valle di Giosafat: Gerusalemme sia la città della pace e del rispetto, col decisivo contributo dei cristiani

    ◊   Gerusalemme è una città “universale” che dovrebbe insegnare il dialogo e il rispetto vicendevole e non la violenza o la discriminazione. Con queste parole, pronunciate sotto le mura di Gerusalemme, Benedetto XVI ha celebrato ieri pomeriggio la Messa nella Valle di Giosafat, dove si trova l’Orto degli Ulivi nel quale Gesù si ritirò in preghiera poco prima di vivere la sua Passione. Il Papa ha fra l’altro toccato il problema dell’abbandono della Terra Santa da parte dei cristiani, appellandosi alle autorità locali a sostenerne la presenza. Il servizio di Alessandro De Carolis:

    Luci e ombre millenarie pesano sui destini della Città Santa. Tre grandi religioni che la considerano una “patria spirituale” - pur nel contesto di una non sempre facile rispettosa convivenza - e tutto intorno un conflitto infinito, che ha insanguinato generazioni di ebrei e di arabi. In questo scenario, qual è la “vocazione” di Gerusalemme? Se lo è chiesto Benedetto XVI, tra gli ulivi della Josafat Valley, la biblica Valle del Cedron, fuori le mura di Gerusalemme, dove ha presieduto la Messa davanti a circa tremila persone. Tremila e non le cinque-seimila previste, a causa delle restrizioni imposte dalle severissime misure di sicurezza. Un esempio di disagio quotidiano, segno di altri ben più gravi evocati dal Papa:

     
    “In this Holy City where life conquered…
    In questa Santa Città dove la vita ha sconfitto la morte, dove lo Spirito è stato infuso come primo frutto della nuova creazione, la speranza continua a combattere la disperazione, la frustrazione e il cinismo, mentre la pace, che è dono e chiamata di Dio, continua ad essere minacciata dall’egoismo, dal conflitto, dalla divisione e dal peso delle passate offese”.

     
    Il Patriarca latino di Gerusalemme, mons. Fouad Twal, ha parlato di “indifferenza” della comunità internazionale davanti “all’agonia per la quale passa la Terra Santa da sessantun anni”. Altra invece, ha osservato il Pontefice, è la visione di Gerusalemme, “che spinge” tutti quelli che la amano “a vederla come una profezia e una promessa di quella universale riconciliazione e pace che Dio desidera per tutta l’umana famiglia”:

    “This City, if it is to live up its universale vocation…
    Questa Città, se deve vivere la sua vocazione universale, deve essere un luogo che insegna l'universalità, il rispetto per gli altri, il dialogo e la vicendevole comprensione; un luogo dove il pregiudizio, l’ignoranza e la paura che li alimenta, siano superati dall’onestà, dall’integrità e dalla ricerca della pace. Non dovrebbe esservi posto tra queste mura per la chiusura, la discriminazione, la violenza e l’ingiustizia”.

     
    Situazioni che, ha nuovamente constatato Benedetto XVI, inducono molti cristiani, specie giovani, a tagliare con le loro “profonde radici” e a cercare un nuovo futuro lontani dalla Terra Santa. Si tratta, ha riconosciuto, di “ragioni comprensibili”, e tuttavia il Papa ha ripetuto che in “Terra Santa c’è posto per tutti”, invitando al contempo le autorità “a rispettare e sostenere la presenza cristiana”:

     
    “Standing before you today…
    Trovandomi qui davanti a voi oggi, desidero riconoscere le difficoltà, la frustrazione, la pena e la sofferenza che tanti tra voi hanno subito in conseguenza dei conflitti che hanno afflitto queste terre, ed anche le amare esperienze dello spostamento che molte delle vostre famiglie hanno conosciuto e – Dio non lo permetta – possono ancora conoscere. Spero che la mia presenza qui sia un segno che voi non siete dimenticati, che la vostra perseverante presenza e testimonianza sono di fatto preziose agli occhi di Dio e sono una componente del futuro di queste terre”.

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    Domani la visita a Nazareth: intervista con mons. Marcuzzo

    ◊   Domani Benedetto XVI visiterà Nazareth, nella penultima giornata del suo pellegrinaggio in Terra Santa. Nella mattinata presiederà la Messa presso il Monte del Precipizio. Nel pomeriggio incontrerà i capi religiosi della Galilea nella Basilica dell’Annunciazione e visiterà la Grotta del “sì” di Maria all’Arcangelo Gabriele. La celebrazione dei Vespri nel Santuario concluderà la giornata. Sul significato di questa visita del Papa a Nazareth, Roberto Piermarini ha sentito mons. Giacinto-Boulos Marcuzzo, vicario patriarcale latino per Israele:

     
    R. – Il tema principale è la famiglia, per due motivi. Prima di tutto, naturalmente, perché Nazareth è il luogo della Sacra Famiglia di Nazareth, e anche perché la Chiesa locale di Terra Santa – Giordania, Israele, Palestina – conclude quest’anno l’Anno della Famiglia: è da tre anni che noi stiamo concentrando tutti i nostri sforzi intorno alla Famiglia e siamo contentissimi che il Papa possa anche benedire la prima pietra di un progetto molto caro a Giovanni Paolo II: il famoso Centro internazionale per la spiritualità della famiglia, che si costruirà a Nazareth.

     
    D. – In ogni viaggio del Papa si parla di attentati, di minacce – immancabilmente. Perché in questo viaggio si fa riferimento però anche a minacce fatte a Nazareth?

     
    R. – Perché Nazareth, negli anni tra il 1997 e il 2002, ha vissuto momenti poco belli nella coesistenza interreligiosa. Grazie a Dio, questi momenti ora sono superati: adesso le relazioni sono buone – tradizionalmente erano ottime! Infatti, quell’episodio della famosa moschea da costruirsi nel centro di Nazareth era qualcosa veramente di non naturale, venuto quasi da fuori e soprattutto molto politicizzato. Allora, queste tensioni sono un po’ collegate a quei ricordi che adesso sono sorpassati, e adesso la comunità di Nazareth – i cristiani, naturalmente, ma anche i musulmani – accolgono con amore, con calore, il Papa.

     
    D. – Lei, eccellenza, personalmente, che cosa si aspetta da questa visita del Papa a Nazareth?

     
    R. – Abbiamo in Terra Santa ancora oggi una comunità di cristiani composta dai discendenti della prima comunità cristiana fondata da Gesù Cristo stesso. Che il Papa venga e possa incontrare questa comunità è molto, molto significativo! Per noi il Papa è Pietro, la roccia sulla quale vogliamo fondare la nostra presenza, il nostro radicamento qui, le nostre relazioni con gli altri. E’ la pietra sicura …

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    Nomina

    ◊   Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Ouagadougou (Burkina Faso), presentata da mons. Jean-Marie Untaani Compaoré, per raggiunti limiti di età. Il Papa ha nominato arcivescovo metropolita di Ouagadougou mons. Philippe Ouédraogo, finora vescovo di Ouahigouya.

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    Oggi su "L'Osservatore Romano"

    ◊   In prima pagina, un editoriale del direttore sul viaggio del Papa in Terra Santa.

    Al Medio Oriente non servono né armi né muri: nell'informazione internazionale, intervista di Giuseppe Fiorentino al presidente israeliano Shimon Peres.

    Una risposta risolutiva nel luogo più inatteso: in cultura, l'arcivescovo Gianfranco Ravasi su Nazaret città dell'Annunciazione.

    L'arte che aiuta a dialogare: Silvia Guidi a colloquio con il compositore e cantante israeliano Idan Raichel.

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    Oggi in Primo Piano



    Crisi afghano-pakistana: due milioni di sfollati

    ◊   Oggi, ad Islamabad, Conferenza regionale sull’Afghanistan, alla presenza del presidente Hamid Karzai, proprio mentre infuria lo scontro tra ribelli talebani ed il contingente internazionale. Numerosi gli attentati e le vittime anche stmane. Una situazione che rischia di infiammare un’area delicata per gli equilibri internazionali. Giancarlo La Vella ne ha parlato con Elisa Giunchi, docente di Storia ed Istituzioni dei Paesi islamici, all’Università Statale di Milano:

    R. – Al momento il quadro è molto delicato, tra l’altro il numero degli sfollati continua ad aumentare. Le stime vanno dai 260 mila sfollati dal 2 maggio in poi, a due milioni addirittura. Quindi è una situazione estremamente delicata ed esplosiva: la cosa preoccupante è che né per l’Afghanistan, né per il Pakistan si riesce ad intravedere una strategia innovativa che possa correggere gli errori del passato e portare ad una svolta nel contrasto all’estremismo regionale. Non è chiaro quale obiettivo finale abbia l’azione militare pakistana perché i militanti potranno, sotto i raid aerei delle Forze governative, spostarsi in altre aree tribali dove già si trovano. Quindi, non è ben chiaro quale sia l’obiettivo del governo Zardari e, per ciò che riguarda l’Afghanistan, non è ben chiara come la nuova strategia di Obama, presentata nei mesi scorsi, possa portare a cambiamenti determinanti nella lotta all’opposizione antigovernativa.

     
    D. – Qual è l’obiettivo dei Talebani di oggi, in ambedue i Paesi?

     
    R. – L’obiettivo non è tanto quello di ottenere il potere centrale, quanto quello di controllare, dal basso, la società; di far sì che la loro interpretazione oscurantista della società venga applicata; che determinati codici morali siano osservati sostituendosi ad uno Stato che tradizionalmente è assente, in Afghanistan, così come nelle aree Pashtun. Questo forse è il grosso problema che accomuna i due grandi Paesi: il problema dell’assenza dello Stato. Di fatto, è nelle percezioni della popolazione, soprattutto quando si parla appunto di centinaia di migliaia di sfollati che lasciano le aree dello Swat, Buner e Dir; quindi - in questo grande movimento di popolazione - l’aiuto e il sostegno che vengono dalle autorità centrali agli sfollati è abbastanza carente e si inizia a leggere, a sentire, che l’aiuto più efficace sul terreno – come era successo in occasione del terremoto, anni fa - è dato da associazione islamiste radicali colluse con i Talebani.

     
    D. – Quanto c’entra, in tutta questa situazione, la gestione delle culture di oppio?

     
    R. – L’oppio è una delle principali fonti di sostenimento dell’opposizione antigovernativa in Afghanistan, che include non solo i Talebani ma anche altri gruppi. Ma la lotta al contrasto all’oppio è estremamente complessa, anche perché in passato varie agenzie e vari Paesi hanno portato avanti strategie diverse tra loro, in contraddizione le une con le altre. Quindi, ci vorrebbe un maggiore coordinamento tra i Paesi che sono maggiormente coinvolti nella stabilizzazione regionale.

     
    D. – Secondo lei, ci sono dei collegamenti della ribellione con al Qaeda?

     
    R. – Sicuramente sì. Ci sono dei gruppi di arabi, ma anche di islamisti centroasiatici, che si sono integrati con la popolazione locale che, dalle aree Pashtun nord e a sud della Duran Line, combattono a fianco dei Talebani per un obiettivo, per lo meno di medio termine, che è comune. Ci sono però dei gruppi, diciamo affiliati ad al Qaeda, che invece si sono integrati meno, come i gruppi uzbeki per esempio. Vi sono anche delle lotte interne molto importanti: vi sono delle federazioni di gruppi di Talebani pakistani che sono maggiormente alleati con arabi uzbeki, affiliati ad al Qaeda ed altri gruppi, altre federazioni che invece lo sono di meno. Zardari ha cercato di frammentare l’intero movimento ma è una strategia che oggi non ha avuto alcun risultato apprezzabile.

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    Gerusalemme: concerto per la riconciliazione

    ◊   In occasione della visita del Santo Padre in Terra Santa, si terrà stasera a Gerusalemme un grande evento internazionale di musica e danza per favorire l'unità e la pace tra i popoli: il concerto per la Riconciliazione, patrocinato dal Comune di Roma, ed organizzato da Sat2000, l'emittente satellitare dei Vescovi italiani. Il concerto avrà come scenario l'anfiteatro romano di Bet She'an, che potrà ospitare oltre 7000 persone. Sul palco canteranno star e reciteranno e balleranno ragazzi di fede ebraica, cristiana e musulmana. Il servizio di Debora Donnini:

     
    (musica)

    “Se l’Eden si trova in Israele le sue porte sono a Bet She’an” dice la tradizione ebraica. E’ proprio questa cittadina della Galilea infatti ad ospitare il concerto per la Riconciliazione. Nello splendido palco dell’anfiteatro romano musicisti e cantanti, ballerini professionisti e ragazzi di fede musulmana, ebraica e cristiana daranno vita ad uno spettacolo per parlare della pace, anzi per mostrare come si costruisce la pace: dai cuori delle persone, come tante volte ha ricordato il Papa in questo viaggio. Tanti gli artisti attesi. Presente anche il coro del Magnificent Institute composto da 20 bambine ebree, cristiane e musulmane, così come l’orchestra di 150 persone. Francesco Porcelli, produttore esecutivo del concerto e responsabile delle produzioni di Sat 2000.

     
    “E’ una risposta concreta che si vuol dare: questa sensibilizzazione che il Santo Padre cerca di fare sul processo di pace in Terra Santa. Quindi, si è partiti da questa considerazione e si è arrivati appunto alla conclusione che bisogna frapporre fra i due popoli uno spartito, l’arte, che comunque li accomuna”.

     
    Uno dei pezzi forti dello spettacolo è senz’altro la performance del gruppo di teatro della Fondazione “Beereshit-In principio la Shalom” fondato da Angelica Livne Calò, che da anni insegna a bambini ebrei e arabi, cristiani e musulmani, a dialogare attraverso le arti, prima fra tutte il teatro. I ragazzi appaiono sul palco con maschere e tuniche bianche, ma questo momento sarà spezzato da un litigio e dallo strappo delle tuniche sotto le quali si accorgeranno di essere vestiti chi di viola, chi di arancione, i due colori più lontani fra loro nella scala cromatica. Scoppia dunque la guerra. Quando però due ragazzi usciti dal gruppo si tolgono la maschera, scoprono di avere un volto, infrangendo una convenzione anche teatrale. Allora prende il via una bellissima danza, due di loro però non riescono a togliersi la maschera.

     
    Ad aiutarli una voce fuori campo che legge un brano di Anna Frank: perché, si chiedeva la giovane ragazza ebrea, si spendono tanti soldi per le armi e non per i poveri. Dopo queste parole e l’offerta del pane da parte di un bimbo, anche gli ultimi due ragazzi riescono a togliersi la maschera. E il pane viene distribuito a tutto il pubblico. Vedere il volto dell’altro, la sua umanità, è il primo passo, come ci spiega la stessa Angelica Livne Calò:

    “Nel momento in cui ti togli la maschera vedi il volto, vedi che c’è un sorriso, vedi che ci sono delle gote come le tue, vedi che puoi parlare con questa persona e questa persona è diversa dalla tua identità, ma è un essere umano come te. Per cui tu hai meno paura. Le guerre nascono dalle paure. Noi siamo nati per amare, per vivere, siamo nati per creare, per procreare, per cui si spera che togliendoci una maschera, sia poi quello che ci aiuta ad avvicinarci”.

    Gran finale le note di “we are the world”, cantato in ebraico, arabo e inglese perché come ricorda il filo conduttore della serata, lì dove non arrivano le parole, posso arrivare l’arte. Ad Angelica abbiamo chiesto ancora cosa suscita in lei questa visita del Papa:

    “Suscita molta speranza e tutto ciò che può creare amicizia, il calare di certe maschere, l’avvicinamento di persone è la cosa più inestimabile e più importante che abbiamo in questo momento. Io spero che questa visita porti una buona svolta nella storia, che ci aiuti, in un momento come questo così difficile, a creare nuovi orizzonti, diversi per lo meno per le nuove generazioni. Poi questo spettacolo, secondo me, è una cosa molto importante perché è attraverso l’arte, la musica, tutti i gesti universali che si possono unire le persone. Riusciamo per lo meno a dare un buon esempio di speranza per il futuro, che è quello che di cui tutti abbiamo bisogno in questo momento. Abbiamo bisogno di piccoli miracoli”.

     
    (musica)

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    Chiesa e SocietÓ



    Allarme della Chiesa pakistana per l’emergenza profughi

    ◊   L’esodo dei profughi dalla valle di Swat, dove continuano i combattimenti fra militari pakistani e gruppi talebani, è arrivato a lambire due grandi città pakistane più vicine: almeno 2.000 famiglie, suddivise in otto accampamenti di fortuna, stazionano nelle periferie della capitale Islamabad e di Rawalpindi. “E’ in corso una vera emergenza umanitaria, in quanto gli sfollati si trovano nella miseria più assoluta, in totale assenza di servizi igienico-sanitari, di cibo e assistenza medica”, riferisce a Fides una fonte della Chiesa locale, che preferisce restare anonima. Migliaia di persone hanno infatti superato la cintura di campi profughi predisposti dall’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Acnur) nelle zone limitrofe a Swat, che sono ormai sovraffollati. “Ma la situazione è grave: si tratta di un’emergenza improvvisa che ha colto le autorità locali e la popolazione impreparate. Non c’era alcuna disposizione all’accoglienza e gli sfollati si sono accampati alla meglio. Il pericolo principale – rivela la fonte - è quello dello scoppio di epidemie, data l’assenza di servizi igienici”. “Le autorità civili delle due città – prosegue – stanno correndo ai ripari e cercando di predisporre servizi minimi di accoglienza. La popolazione cittadina guarda con diffidenza questa ondata di gente priva di tutto, costretta a mendicare. Si susseguono gli appelli di solidarietà, per cibo, scarpe, vestiario. Non ci sono attualmente Ong che si occupano di queste migliaia di persone”. La rete dei movimenti e delle realtà cattoliche si sta organizzando per dare un contributo all’assistenza umanitaria: le Missionarie della Carità, la Caritas, il Movimento dei Focolari e altri gruppi ecclesiali stanno predisponendo interventi d’urgenza per venire incontro alle necessità basilari degli sfollati. “Cercheremo di mettere in pratica i principi della carità cristiana nei confronti di questa povera gente, che è in perlopiù musulmana”, nota la fonte di Fides. La speranza è che la violenza a Swat possa cessare nel più breve tempo possibile, che l’esercito riprenda il controllo del territorio e che i profughi possano rientrare nelle loro case e nei loro villaggi. Sul versante politico, intanto, il presidente pachistano Ali Zardari ha chiesto aiuti internazionali durante un incontro all’Onu per i civili sfollati. Zardari ha parlato di “catastrofe umanitaria” perché i profughi stanno perdendo tutto. A Peshawar, roccaforte talebana, un commando ha attaccato infine un deposito di rifornimenti della Nato. (A.L.)

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    Sri Lanka: suore in soccorso dei feriti

    ◊   Sempre più in prima linea le suore cattoliche in Sri Lanka dove gli scontri nel sud del Paese, tra esercito e guerriglieri, continuano a mietere feriti e morti. L’ultima partenza per correre in soccorso delle vittime vede trenta suore, che dalla capitale Colombo, si sono messe in viaggio per raggiungere la città di Vavuniya. Punto caldo dei combattimenti. Le religiose sono accompagnate da padre Damian Fernando, direttore nazionale della Caritas-Sedec, e da padre George Sigamony, direttore del Social and Economic Training Institute di Kandy (Setik). Vanno ad aggiungersi ai diversi sacerdoti cattolici, che già operano nel Vanni e nel nord del Paese. Per questo motivo, il presidente della Repubblica Socialista Democratica dello Sri Lanka Mahinda Rajapaksa ha ringraziato l’opera svolta nelle zone martoriate dai rappresentanti della Chiesa cattolica. Giunti da più parti in aiuto dei profughi. Le “spose di Cristo” – in accordo con il governo, lavoreranno per i prossimi tre mesi nella regione del Vanni – riferisce una nota di AsiaNews. Esse svolgeranno assistenza e cura per i bambini, vittime del conflitto, rimanendo a disposizione del ministero della salute per le necessità degli ospedali. Nella zona di Vavuniya, sul confine sud del Vanni, ci sono 4 campi profughi che raccolgono 196mila rifugiati. L’arrivo del “contingente” religioso segue l’appello rivolto dal Governo locale che aveva richiesto interventi nelle aree interessate dai violenti conflitti. Proseguono infatti gli scontri tra le forze militari e le Tigri tamil. L’esercito fa sapere di avere sfondato le barriere di difesa erette dai ribelli, che controllano un’area di circa 5 kmq quadrati sulla costa della laguna di Nanthi Kdala. La violenza di questi giorni registra anche la morte di un operatore locale della Croce rossa, l’unica organizzazione umanitaria a cui è concesso di restare nella zona di guerra. La stessa zona non sottoposta al fuoco delle parti si è ridotta ad appena 2,5 chilometri e qui, secondo l’Onu, ci sarebbero almeno 50mila civili intrappolati. L’11 maggio scorso, il presidente Rajapaksa ha ricevuto al  Temple Trees una delegazione dei vescovi cattolici guidata da mons. Oswald Gomis, arcivescovo della capitale, e composta da mons. Harold Anthony Perera, vescovo di Galle, mons. Cletus Perera, vescovo di Ratnapura, e dal direttore nazionale della Caritas-Sedec. La delegazione ha rassicurato il Governo circa: “l’assistenza ed il sostegno della Chiesa cattolica nell’aiuto e nel lavoro di riabilitazione nel Vanni e nel nord”. Sempre a Vavuniya, nella diocesi di Mannar, si svolge anche l’Apostolato delle Suore Missionarie della carità, l’ordine fondato da santa Teresa di Calcutta. Un’opera caritatevole che va avanti dal 1996 e che accoglie soprattutto anziani soli, assistendoli e rincuorandoli. Agl’inizi le suore della santa di origini albanesi erano in cinque, oggi sono in dieci. (A.V.)

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    Congo: Caritas in prima linea sul fronte delle guerre dimenticate

    ◊   La Caritas della Repubblica Democratica del Congo è in prima linea nell’aiutare migliaia di profughi a causa di due crisi dimenticate. Nel nord est del Paese gli attacchi compiuti dai ribelli del sedicente Esercito di resistenza del signore hanno costretto alla fuga migliaia di persone. L’altra crisi è quella del Nord Kivu dove a febbraio soldati del Rawanda e della Repubblica Democratica del Congo hanno condotto un’operazione militare contro i ribelli Hutu Rwandesi che dal 1994 si sono insediati in questa zona. La Caritas è presente in entrambe le aree per distribuire aiuti d’emergenza. Nel nord est del Paese hanno ricevuto aiuti oltre 4500 persone. Nella regione del Nord Kivu la Caritas ha avviato poi la distribuzione di generi alimentari inviati dal Programma alimentare dell’Onu. In questa zona – ricorda infine l’Osservatore Romano - sono state aiutate più di 46 mila famiglie. (A.L.)

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    Domani in Canada marcia per la Vita

    ◊   L’Organizzazione Cattolica per la Vita e la Famiglia del Canada ha pubblicato un Messaggio in occasione della Marcia nazionale per la Vita, che avrà luogo domani a Ottawa. Il Messaggio è intitolato: “40 anni di aborto: tempo urgente per un dibattito pubblico”. A 40 anni dalla legalizzazione dell’aborto in Canada e a 20 anni dalla constatazione, da parte della Corte Suprema del Canada, di un vuoto giuridico che rende possibile l’aborto durante i 9 mesi della gravidanza, ci si chiede “quanti argomenti non sono stati sollevati” sull’interruzione volontaria di gravidanza. “L’aborto libero senza limitazioni – si legge nel documento - non è approvato dalla maggioranza dei canadesi” ma continua a verificarsi a causa del “silenzio e dell’indifferenza pubblica”. Per questo i membri dell’Organizzazione convocano tutti i fedeli a partecipare alla Marcia Nazionale per la vita. Quanti non possono recarsi a Ottawa sono invitati a partecipare ad una delle numerose Marce per la Vita che avranno luogo in diverse città di tutto il Paese. Il Messaggio – rende noto l’agenzia Fides - si conclude ricordando che “la costruzione della cultura della vita non può separarsi mai dagli sforzi compiuti per costruire la civiltà dell’amore. Per questo, nella nostra società vi è grande necessità di un nuovo riconoscimento e valorizzazione dell’importanza dell’istituzione naturale del matrimonio e della famiglia”. Soltanto “aiutando le famiglie fondate sul matrimonio, costruiamo una società che sarà meglio preparata nel ricevere, proteggere e valorizzare la vita umana nascente”. (A.L.)

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    Nicaragua: iniziata la plenaria del Celam

    ◊   È iniziata ieri e proseguirà fino a sabato la XXXII Assemblea Plenaria del Consiglio Episcopale Latinoamericano (CELAM), presso il Seminario della Vergine di Fatima, alla periferia di Managua in Nicaragua. Vi partecipano tra gli altri circa 60 Vescovi, convocati dalla Presidenza del Celam, e i presidenti delle 22 Conferenze Episcopali dell’America Latina. Tra gli invitati speciali figurano il cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione per i Vescovi e presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina e mons. Octavio Ruiz Arenas, vicepresidente della Pontificia Commissione per l’America Latina. Mons. Leopoldo Brenes, arcivescovo di Managua e presidente della Conferenza Episcopale del Nicaragua ha inaugurato l’Assemblea dando il benvenuto ai partecipanti: “È per noi motivo di gioia contare sulla vostra presenza. I nostri presbiteri e fedeli – ha detto il presule le cui parole sono state riprese dall’agenzia Fides - vi danno il benvenuto attraverso la mia persona”. “La vostra presenza in Nicaragua – ha aggiunto l’arcivescovo - ed in maniera speciale in questa arcidiocesi di Managua, fortifica la nostra fede ed il nostro lavoro pastorale nello spirito di Aparecida (Brasile), che ci invita ad essere veri discepoli e missionari”. Il cardinale Giovanni Battista Re ha presieduto ieri pomeriggio la Santa Messa di inaugurazione dell’Assemblea nella Cattedrale Metropolitana di Managua durante la quale ha esortato i prelati latinoamericani a dare testimonianza della verità con coraggio. “Il nostro tempo, segnato dal crollo dei valori, esige forza e molto coraggio”, ha dichiarato il porporato. I vescovi, dunque, sono chiamati ad avere una visione chiara delle sfide che il momento attuale presenta loro e forza e coraggio per affrontarli. L’Assemblea del Consiglio Episcopale Latinoamericano di Managua ha come argomento centrale il tema delle missioni. (A.L.)

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    Focsiv ai politici italiani: “Sul clima, regole condivise ed eque”

    ◊   Densa di impegni l’agenda di lavoro dei volontari nel mondo Focsiv. Sabato e domenica prossima tornano nuovamente nelle piazze italiane con la campagna alimentare: “Abbiamo riso per una cosa seria” e lanciano un appello ai politici per un “Clima di Giustizia”. “Il coinvolgimento dei politici italiani in un percorso negoziale che ha come tappa la Conferenza di Copenaghen prevista per dicembre 2009”, è la richiesta al Parlamento italiano avanzata dai giovani volontari. Promotori dell’incontro pubblico: “Cambiamenti climatici e povertà. L’impegno della politica verso la Conferenza di Copenhagen”, che si tiene domani a Roma dalle ore 13 alle 15, a piazza Montecitorio 131. La Focsiv è una Federazione di 63 organizzazioni non governative (Ong) cristiane, di servizio internazionale volontario, impegnate, nella promozione di una cultura della mondialità e nella cooperazione con i popoli nel Sud del mondo, con l’obiettivo di contribuire alla lotta contro ogni forma di povertà e di esclusione, all’affermazione della dignità e dei diritti dell’uomo, alla crescita delle comunità e delle istituzioni locali. In vista dell’appuntamento di fine anno la sigla di volontari chiede ai parlamentari di: “impegnarsi affinché si stabiliscano regole condivise ed eque per affrontare le sfide poste dai cambiamenti climatici, senza scaricare i costi delle soluzioni individuate nei Paesi più poveri del mondo”. Nel dicembre 2009 infatti “i Capi di Stato – dicono i promotori dell’appello in una nota del Sir - dovranno siglare l’accordo Kyoto-post 2012, in cui soprattutto i Paesi industrializzati sono chiamati a svolgere un ruolo guida”. L’iniziativa segue la petizione lanciata proprio dalla Focsiv: “Crea un clima di giustizia”. Una proposta che ha raccolto 7.885 firmatari. Per chi volesse aderire alla campagna in corso è possibile collegarsi al sito: www.climadigiustizia.it e inserire il proprio nome nel “giardino virtuale”. Mentre nel fine settimana dispiegheranno negli stand in piazza oltre 2000 volontari. Chi vuole, versando un contributo di 5 euro, potrà ricevere un chilo di riso della qualità Thai del commercio equo e solidale. Il ricavato della vendita sosterrà 22 progetti di sovranità alimentare in 16 Paesi nel Sud del mondo. “Il problema della fame nel mondo sottolinea Sergio Marelli, direttore generale Focsiv - va affrontato promuovendo la sovranità alimentare e contrastando le scelte politiche internazionali che favoriscono le multinazionali dell'agrobusiness a scapito dei piccoli produttori”. (A.V.)

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    Francia: “Insieme per l’Europa” sbarca a Parigi

    ◊   Si terrà sabato 16 maggio a Parigi l’edizione francese di "Insieme per l'Europa", iniziativa promossa sulla scia delle due manifestazioni europee svoltasi a Stoccarda e sostenute da movimenti cristiani di diverse Chiese. Ad aprire l’evento parigino sarà Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio che parlerà delle “Sfide per l’Europa”. All’incontro parteciperanno i leader delle maggiori confessioni cristiane del Paese: il metropolita Emmanuel, presidente dell’Assemblea dei vescovi ortodossi in Francia, il pastore Claude Baty, presidente della Federazione protestante e il card. André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi e presidente della Conferenza episcopale francese. E’ previsto anche l’intervento di Jacques Barrot, vice-presidente della Commissione europea, incaricato per la Giustizia. Nel corso della giornata, ci saranno tre tavole rotonde dedicate al tema delle beatitudini da proporre “in un mondo di violenza”; “la semplicità come stile di vita” “in un mondo in cui la condivisione delle ricchezze è divenuta indispensabile”; l’impegno ad “accogliere l’altro” per aprire “l’Europa agli altri continenti” e trovare “un modo nuovo di impegnarsi per i più deboli”. L’evento – ricorda il Sir - si concluderà con la proclamazione di un appello per la pace. (A.L.)

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    Oggi il 92.mo anniversario della prima apparizione della Madonna di Fatima

    ◊   A Fatima il 13 maggio di 92 anni fa i prati della Cova da Iria sono stati teatro della prima apparizione della Vergine a tre pastorelli portoghesi, Lucia, Giacinta e Francesco. Il mondo era devastato dalla guerra ed il 5 maggio del 1917 Papa Benedetto XV aveva esortato i cattolici di tutto il mondo ad unirsi in preghiera per ottenere la pace con l'intercessione della Madonna. Il 13 maggio di quell’anno la Vergine appariva ai tre pastorelli. A loro Maria affidò il compito di chiedere al mondo preghiere e penitenze per la conversione dei peccatori, e in particolare per la Russia, ed ancora rivelò profezie: il cosiddetto ‘Segreto di Fatima’. La Madonna permise di rivelarne le prime due parti, chiedendo di non svelare pubblicamente la terza fino a quando i tempi fossero stati maturi. Il messaggio di Maria era strettamente connesso agli eventi storici e politici del tempo. Le profezie, una a una, si sono realizzate e a Fatima, intorno al santuario dedicato a Maria, ha visto la luce un grande movimento spirituale da parte di masse di fedeli sempre più numerosi. A Fatima si è recato anche Papa Paolo VI il 13 maggio 1967, in occasione del 50.mo anniversario delle apparizioni. Giovanni Paolo II ha visitato diverse volte il santuario di Fatima e in particolare il 13 maggio 1982 per ringraziare la Madonna di avergli salvato la vita nell’attentato in Piazza San Pietro avvenuto il 13 maggio 1981. Nella ricorrenza della prima apparizione della Vergine a Fátima, si sono riuniti infine a Roma pellegrini, animatori, assistenti spirituali, collaboratori e amici del’Opera Romana Pellegrinaggi (O.R.P.), nel suo 75.mo anno di servizio. La “Giornata” è stata introdotta da mons. Liberio Andreatta, vice presidente dell’O.R.P. Alle ore 12.00 è stata accolta la statua pellegrina della Madonna di Fatima. (A.L.)

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    Ad Arezzo settimana di riflessione sulle “giovani generazioni”

    ◊   “Piazze di Maggio-Irrompere nel futuro”, il nome della manifestazione promossa dall’associazione Cittadella della Pace e dalla Fondazione Rondine. Una settimana di incontri e dibattiti, fino al 19 maggio prossimo, per discutere sul futuro delle giovani generazioni. Il primo incontro è previsto per oggi nel borgo di Rondine, presso la Sala dei Grandi della provincia di Arezzo. Ad inaugurare la “settimana” saranno oggi: monsignor Rodolfo Cetoloni, vescovo di Montepulciano, il principe El Hassan bin Talal di Giordania e lo storico Franco Cardini. L’iniziativa - vuole essere un contributo alla riflessione tra giovani e adulti per pensare il futuro e agire insieme per una civiltà della pace – riferisce l’agenzia Misna. Le sedi degli incontri, in scaletta, saranno: il borgo di Rondine ed il Santuario della Verna. Dove si terranno gli eventi musicali. Tra gli artisti chiamati ad intervenire: la cantante israeliana di origine yemenita Noa, l’arabo-israeliana di origine palestinese Mira Awad, il musicista italiano Nicola Piovani e Stefano Bollani - per mostrare come la musica sia un veicolo straordinario di pace e solidarietà. (A.V.)

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    Il diario di don Giovanni Bertocchi diventa un libro: “Io sono un sogno di Dio”

    ◊   Potevano essere soltanto “Fatti miei”, come recita il titolo di uno dei suoi quaderni. I suoi pensieri potevano rimanere solo frasi piene di attese e slanci innamorati, di ringraziamenti a Colui che l’aveva scelto per sempre. Sono invece diventate parte del libro dal titolo “Io sono un sogno di Dio”, pubblicato dalle edizioni Messaggero Padova per ricordare la storia di don Giovanni Bertocchi, morto a 28 anni la sera del 30 aprile del 2004 in seguito ad una caduta dalla balaustra della palestra del suo oratorio a Verdello, in provincia di Bergamo. E’ il racconto del viaggio di un adolescente dall’ingresso in seminario, a 14 anni, fino all’ordinazione sacerdotale. E’ un cammino sorprendente fin dalle prime righe scritte nel settembre del 1989: “Devo ammettere che fino a qualche tempo fa non avrei mai pensato di entrare in seminario”. E’ un percorso tra le pieghe di un’esistenza plasmata da una scoperta fondamentale: “il Signore – scrive don Giovanni Bertocchi - non vuole qualcosa da me, vuole me”. “Essere cristiani – sottolinea nel 1990 – non è facile. Bisogna, come Francesco affondarci in Cristo, lasciarsi plasmare e coinvolgere nel suo amore”. Nel suo diario il sacerdote si sofferma anche sui propri desideri interiori: “Voglio essere un libro aperto. Voglio migliaia di pagine bianche su cui sia Tu a scrivere il resto della mia storia... Voglio che sia Tu a completare le pagine della mia esistenza, le frasi della mia vita... Voglio davvero che i miei puntini di sospensione siano i tuoi punti esclamativi visti dal basso”. Il parroco di Verdello, mons. Arturo Bellini, nella prefazione del libro ricorda infine che don Giovanni Bertocchi “non ha fatto cose straordinarie, ma ha vissuto in modo appassionato l'ordinario della sua vita. L'esperienza di sentirsi amato e perdonato da Dio lo ha segnato profondamente e lo ha portato a rispondere al dono di Dio con tutto se stesso e a comunicare con giovanile entusiasmo la speranza che gli bruciava in cuore”. (A.L.)

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    Questa sera si apre la 62.ma edizione del Festival di Cannes

    ◊   Quest’anno i grandi festival internazionali celebrano i creatori del cinema di animazione. Così se Venezia annuncia il Leone d’oro alla carriera al genio della Pixar John Lasseter, già autore di “Toy Story”, “Bug’s Life” e “Cars”, e Locarno dedica una retrospettiva alle “anime” giapponesi rese immortali da Hayao Miyazaki, questa sera Cannes inaugura la sua 62.ma edizione con la prima mondiale di “Up” di Pete Docter, proiettato in formato digitale tridimensionale. Il film, che vede come protagonisti un anziano venditore ambulante e un boy scout in volo verso il Sud America a bordo di una casa sollevata da migliaia di palloncini colorati, rischia di compiere il miracolo di un altro celebrato, recente lavoro di animazione, “Wall-E”, che ha coinvolto grandi e piccoli in una fantasia visionaria segnata da umorismo e emozioni. Vedremo se si collocheranno sullo stesso livello anche gli altri film della selezione ufficiale, che si presenta con un programma ricco di nomi celebri, ma anche di indiscrezioni sulfuree che rischiano di suscitare polemiche prima ancora che i film vengano proiettati. Il riferimento è ovviamente al regista danese Lars Von Trier, che, alla ricerca continua dello scandalo, si presenta con un film dal titolo inquietante di “Antichrist”. Ma pensiamo anche a “Inglorious Bastards” di Quentin Tarantino, a “Vengeance” di Johnny To, a “Thirst” di Park Chan-wook , che annunciano un mix di violenza e azione su un ritmo forsennato tutto teso al divertimento. Fortunatamente c’è anche altro. E dunque confidiamo molto in “Bright Star” di Jane Campion, “Taking Woodstock” di Ang Lee, “Looking for Erik” di Ken Loach, “The Time that Remains” di Elia Suleiman, “Les Herbes Folles” di Alain Resnais, “Vincere” di Marco Bellocchio. Dopo il gala di stasera, da domani si parte. Per ora sulla carta sono tutte rose e fiori. Si vedrà col passare dei giorni se questa è una grande edizione o se il cinema, come dice qualcuno, è in una fase di transizione e la cosiddetta modernità presenta qualche crepa. (Da Cannes, Luciano Barisone)

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    E’ morto Achille Compagnoni, lo scalatore del K2

    ◊   E' morto ad Aosta, all'età di 94 anni, l'alpinista Achille Compagnoni. Insieme con Lino Lacedelli è stato il primo a raggiungere la vetta del K2. Nato il 26 settembre 1914 a Santa Caterina Valfurva, in provincia di Sondrio, in gioventù ha seguito la carriera militare negli alpini. Per la fama di grande alpinista, nel 1953 è stato convocato da Ardito Desio per il tentativo di scalata del K2. Durante la scalata si è distinto come uno dei leader del gruppo ed è stato scelto per l’ultimo tratto. Con Lacedelli ha raggiunto la vetta il 31 luglio del 1954. Nella discesa dalla cima ha riportato il congelamento di alcune dita delle mani. Ricordando quella storica spedizione, Achille Compagnoni in un’intervista rilasciata al Messaggero di Sant’Antonio ha anche affermato che mentre saliva era accompagnato “da una figura bianca, luminosa”. “Una volta in vetta, scomparve. Mia madre, La Madre Celeste - come la chiamava mia madre - mi accompagnò, scomparve e in quel preciso momento Lino e io ci rendemmo conto che eravamo in vetta. Ce l’avevamo fatta. E ci abbracciammo”. Achille Compagnoni è stato anche campione italiano di sci nordico. E’ stato insignito della medaglia d'oro al valor civile nel 1954 e nel 2003 è stato nominato Cavaliere di Gran Croce, Ordine al Merito della Repubblica italiana. Ha raccontato le varie fasi della scalata al K2 in due libri: "Uomini sul K2", pubblicato da Veronelli Editore e "K2: conquista italiana tra storia e memoria", della casa editrice Bolis. (A.L.)

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    24 Ore nel Mondo



    Sri Lanka: ancora vittime nei raid aerei sul nord del Paese

    ◊   Sempre più intensa l’offensiva nel nord dello Sri Lanka. Fonti mediche hanno riferito che almeno 38 civili hanno perso la vita nel bombardamento di un ospedale di fortuna nel nord del Paese, dove sono in corso duri scontri tra l’esercito cingalese e i ribelli delle Tigri Tamil. Non è chiaro ancora se l'attacco sia opera delle truppe di Colombo o degli insorti. Sempre nella stessa zona, oggi in un raid aereo è rimasto ucciso un operatore del Comitato internazionale della Croce Rossa. In modo analogo, ieri era morto un autista della Caritas australiana impegnato nel trasferimento dei profughi. Infine, l’esercito cingalese ha reso noto di aver sventato un duplice tentativo di attacco suicida dal mare da parte delle Tigri Tamil e di aver distrutto quattro imbarcazioni della guerriglia.

    Italia-immigrazione
    In un clima di tensione, la Camera dei deputati italiana ha dato il via libera a due dei tre maxi-emendamenti del disegno di legge sulla sicurezza sui quali il governo ha posto la fiducia. Domani, è previsto il voto della Camera sull'intero provvedimento. Tra le principali norme, l’introduzione del reato di clandestinità, sanzionato con una multa; un contributo per la richiesta di rilascio e di rinnovo del permesso di soggiorno; il carcere per chi affitta agli irregolari e la reintroduzione del reato di oltraggio a pubblico ufficiale. Intanto, cresce la polemica sulla politica dei respingimenti dei migranti. Dopo le critiche di ieri, il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha annunciato un incontro per venerdì prossimo con il responsabile italiano dell’Alto Commissariato per i rifugiati della Nazione Unite. Il titolare del Viminale ha ribadito però che la linea del governo non cambia, tuttavia ha proposto la creazione di una struttura in Libia per valutare se ci siano, tra i migranti, persone con i requisiti per lo status di rifugiati.

    Italia-terremoto
    Il governo italiano coprirà totalmente le spese per la ricostruzione degli immobili adibiti a prima casa nelle zone colpite dal sisma in Abruzzo. Lo prevede l’emendamento al decreto legge per la regione colpita.

    Usa-diritti umani
    Con 167 voti a favore, gli Stati Uniti hanno ottenuto il via libera per entrare a far parte del Consiglio per i diritti umani, un organismo dell'Onu nato nel 2006 con sede a Ginevra, sul quale l’amministrazione Bush aveva molte riserve. Gli Usa, entrati nel Consiglio insieme a Belgio e Norvegia, occuperanno il seggio con mandato triennale. A fine marzo, Obama aveva già annunciato la candidatura degli Stati Uniti per dare un nuovo segnale in tema di diritti umani.

    Ue-antitrust
    Per violazione delle regole e abuso di posizione dominante, l’Antitrust dell’Unione Europea ha inflitto una multa all’Intel, gigante americano dei chip, che dovrà pagare 1,06 miliardi di euro. Si tratta della sanzione più alta mai inflitta dalla Commissione Ue e supera quella inflitta a Microsoft che nel 2008 fu costretta a pagare 899 milioni di euro.

    India-elezioni
    Quinta e ultima tornata di elezioni legislative in India. Oltre 19 milioni di elettori sono chiamati a scegliere gli ultimi 86 parlamentari dei 543 che faranno parte della la Camera bassa. Gli analisti ritengono che l’esito della consultazione sia incerto, anche se la partita sarà giocata tra le due principali coalizioni: il Partito del Congresso di Sonia Gandhi, formazione di centrosinistra, e quella di destra rappresentata dal Barathyia Janata Party. Nel fine settimana si conosceranno i risultati ufficiali.

    Filippine-attentato
    Ha provocato dieci feriti l’esplosione di una bomba al passaggio del convoglio del governatore della provincia filippina di Sulu, Abdusakur Tan, diretto a Jolo. Illeso il politico, coinvolto nei negoziati per la liberazione dell’operatore della Croce Rossa internazionale, Eugenio Vagni, ancora nelle mani del gruppo di ribelli islamici di Abu Sayyaf.

    Guatemala- presidente
    Il presidente del Guatemala, Alvaro Colom, ha respinto la richiesta di dimissioni da parte dell’opposizione dopo la diffusione di un video nel quale un avvocato, assassinato domenica scorsa, lo accusa di essere il mandante della sua morte. Il legale, nel filmato realizzato da un giornalista che a sua volta teme per la sua vita, sosteneva che il presidente e il suo entourage avrebbero fatto pressione su due suoi assistiti - entrambi assassinati - perché continuassero a coprire alcuni traffici illeciti.

    Germania-nazismo
    John Demjanjuk, l’ex custode del campo di concentramento di Sobibor nel quale morirono 30 mila ebrei, potrà restare in prigione. Lo hanno deciso le autorità del penitenziario di Stadelheim, vicino a Monaco di Baviera, dove è giunto ieri in seguito all’estradizione dagli Stati Uniti. L’uomo, 89 anni, aveva dichiarato di avere problemi di salute che, dopo i controlli, sono risultati compatibili con il regime carcerario. (Panoramica internazionale a cura di Benedetta Capelli)

    Bollettino del Radiogiornale della Radio Vaticana Anno LIII no. 133

     
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