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Sommario del 07/05/2009

Il Papa e la Santa Sede

  • Benedetto XVI alle Guardie Svizzere: servire il Papa a Roma vuol dire collaborare alla sua universale missione di costruttore di pace
  • L’impegno di Chiesa e Stato per il progresso della società al centro dell’udienza del Papa al presidente salvadoregno Saca González
  • Domani inizia il pellegrinaggio del Papa in Terra Santa. Mons. Franco: una speranza di pace e giustizia per il Medio Oriente
  • Il nunzio in Giordania: un pellegrinaggio per la pace e il dialogo, di grande incoraggiamento per i cristiani della Terra Santa
  • Duecento rabbini danno il benvenuto al Papa sul quotidiano “Haaretz”
  • Il padre gesuita slovacco Cyril Vasil' nominato segretario della Congregazione per le Chiese Orientali
  • Rinunce e nomine
  • Il Pontificio Istituto Biblico celebra i 100 anni di fondazione
  • Oggi su "L'Osservatore Romano"
  • Oggi in Primo Piano

  • Vittime civili dei raid Nato in Afghanistan. Intervista col generale Bertolini
  • Domani a Pompei il cardinale Ruini presiede la Supplica alla Vergine del Rosario
  • Lectio magistralis del cardinale Caffarra su Dio e ragione alla Cattolica di Milano
  • Convegno promosso dal Vicariato di Roma sul tema "Educare alla speranza oggi"
  • Chiesa e SocietÓ

  • Associazioni: no al reato d'ingresso illegale in Italia
  • Appello di mons. Pasini per una moratoria della Legge Bossi-Fini
  • Iraq. Chiuso il Sinodo caldeo: appello per il rientro dei profughi
  • Il cardinale Rodríguez Maradiaga: i Paesi ricchi non taglino gli aiuti allo sviluppo
  • La Chiesa in Corea ribadisce il suo ‘no’ alla ricerca sulle staminali embrionali
  • Obama: rafforzare il Trattato di non proliferazione nucleare
  • Preoccupazione dell’ONU per gli sfollati e i rifugiati in Pakistan
  • Il cardinale Poupard su tradizione e rinnovamento nella Chiesa
  • Quarto incontro dei Venerdì di Propaganda promossi dalla Libreria Editrice Vaticana
  • 24 Ore nel Mondo

  • Economia e partenariato con l’est i temi del Vertice a Praga
  • Il Papa e la Santa Sede



    Benedetto XVI alle Guardie Svizzere: servire il Papa a Roma vuol dire collaborare alla sua universale missione di costruttore di pace

    ◊   L’amore di Cristo per l’umanità può rendere il mondo una casa comune legata da vincoli di solidarietà. E’ questa l’esperienza che vive la Chiesa cattolica ed è questa, ha affermato Benedetto XVI, l’esperienza che possono vivere le Guardie Svizzere nel loro servizio al Papa e a chi ne sostiene la missione universale. Il Pontefice lo ha detto ricevendo stamattina in udienza, con i loro familiari, le 32 nuove reclute che ieri pomeriggio hanno prestato giuramento nel Cortile di San Damaso in Vaticano. Il servizio di Alessandro De Carolis:

    “Fedelmente, lealmente e in buona fede”. Le tre qualità che ogni Guardia Svizzera promette nel suo servizio al Papa. Tre qualità come le tre dita che una recluta dell’antico Corpo pontificio leva in aria il giorno del suo giuramento nel segno della Trinità. Ma ciò che più conta è che sono proprio i “soggetti” che si affidano alla protezione delle Guardie Svizzere a rendere questo servizio - di per sé “ben circoscritto”- “universale”:

     
    “La Chiesa raduna uomini e donne di culture molto diverse; tutti formano una comunità in cui si vive e si crede insieme e, nelle cose essenziali della vita, ci si comprende a vicenda. È questa un’esperienza molto importante, che qui la Chiesa vuol donare a voi, affinché voi la facciate vostra e la comunichiate ad altri - l’esperienza cioè che nella fede in Gesù Cristo e nel suo amore per gli uomini, anche mondi così diversi possono diventare una cosa sola, creando in tal modo ponti di pace e di solidarietà fra i popoli”.

     
    Alternando il tedesco, al francese e all’italiano - le lingue dei tre Cantoni elvetici dai quali provengono i giovani - Benedetto XVI si è soffermato con le reclute del Corpo sulle “tre dimensioni” nelle quali si articola il loro lavoro: la tutela del Successore di Pietro – a partire dalla “casa del Papa” - svolta all’interno della Città eterna e presso le Tombe degli Apostoli. Qui, ha affermato Benedetto XVI, “si trova il cuore della Chiesa cattolica; e dove ci sono il cuore ed il centro, lì è presente anche tutto il mondo”. E guardando a Roma, ha osservato:

     
    “Notre admiration ne va pas uniquement…
    La nostra ammirazione non va unicamente ai testimoni dell’antichità. In questa città, in un certo senso, la stessa fede e la preghiera per molti secoli sono diventate pietre e forme. Questo ambiente ci accoglie e ci spinge a prendere come modello gli innumerevoli Santi che hanno vissuto qui e per i quali possiamo andare avanti nella nostra vita di fede”.

     
    (trombe - effetti)

     
    L’udienza dal Papa ha concluso la lunga ed emozionante preparazione delle 32 giovani guardie - tutte nate fra il 1983 e l’89 - entrate ufficialmente nel contingente del Corpo militare vaticano, guidato dal comandante Daniel Anrig. Alla sua presenza e a quella del cardinale Giovanni Lajolo, presidente della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano – oltre che dei familiari delle reclute - si è svolta ieri pomeriggio la solenne cerimonia del giuramento. L'esecuzione degli inni pontificio e svizzero ha preceduto la formula del giuramento, pronunciata 19 volte in lingua tedesca, 10 in francese e 3 in italiano dalle 32 guardie sfilate singolarmente davanti alla bandiera con le tre dita levate.

     
    (Inno pontificio)

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    L’impegno di Chiesa e Stato per il progresso della società al centro dell’udienza del Papa al presidente salvadoregno Saca González

    ◊   Benedetto XVI ha ricevuto, stamani in udienza, il presidente della Repubblica di El Salvador Elías Antonio Saca González, che si è incontrato successivamente con il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Nel corso dei cordiali colloqui, informa una nota della Sala Stampa vaticana, sono stati passati in rassegna diversi temi legati alla situazione interna e alla attualità internazionale, rilevando, tra l’altro, “l’impegno del Paese a promuovere la cooperazione nel piano commerciale, nella lotta contro il crimine organizzato, in materia di educazione ed emigrazione, e per la promozione sociale”. Infine, conclude la nota, “si sono evidenziate le buone relazioni fra Chiesa e Stato, auspicandone il rafforzamento in favore del progresso spirituale, della pacificazione e dello sviluppo nazionale”.

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    Domani inizia il pellegrinaggio del Papa in Terra Santa. Mons. Franco: una speranza di pace e giustizia per il Medio Oriente

    ◊   Domani Benedetto XVI inizierà il suo pellegrinaggio in Terra Santa. Il Papa partirà dall'aeroporto di Roma-Fiumicino alle 9.30 alla volta di Amman, in Giordania, dove arriverà alle 13.30, ora italiana. La prima visita sarà dedicata ai disabili del Centro "Regina Pacis"; poi l'incontro con il Re e la Regina di Giordania. Il 9 maggio il Papa si recherà all'antica Basilica del Memoriale di Mosè, sul Monte Nebo, e visiterà la moschea Al-Hussein Bin Talal di Amman. Il 10 maggio la Messa all'International Stadium della capitale giordana e la visita al sito del Battesimo sulle rive del Giordano. Dall'11 al 15 maggio Benedetto XVI sarà in Israele e nei Territori palestinesi. Ma diamo subito al linea al nostro inviato a Gerusalemme, Roberto Piermarini:

    A 45 anni dallo storico viaggio di Paolo VI ed a 9 da quello di Giovanni Paolo II, un altro Papa ritorna come pellegrino sui luoghi resi santi dalla vita di Gesù. Lo fa in un momento di forte tensione per la tormentata Terra Santa dove la tregua, dopo il conflitto a Gaza, è solo un surrogato della pace vera. E Benedetto XVI viene - come ha detto alla vigilia della sua partenza - per pregare per "il dono della pace e dell'unità". Il clima di forte speranza socio-politica che aveva fatto da sfondo alla visita di Papa Wojtyla nel 2000, sembra svanito; nella gente c'è molta rassegnazione. Eppure sembrano svanite anche le polemiche su Ratisbona, da parte musulmana, e sul caso Williamson sul fronte ebraico.

     
    Nei Territori Autonomi Palestinesi lo attendono le autorità politiche, lacerate dopo la spaccatura con Hamas a Gaza, ed i profughi del Campo di Aida, che dal 1948 vivono in condizioni di estrema povertà: un gesto per manifestare la vicinanza del Papa alle sofferenze del popolo palestinese. Da Gaza oltre 200 arabi cristiani non hanno ricevuto il permesso di entrare in Israele per le Messe a Gerusalemme e Betlemme. Diverso trattamento per i cristiani di Cisgiordania: su 15 mila richieste, ne sono state accolte 11 mila. In questa Terra dove Gesù ha compiuto la sua missione, il Papa dovrà ridare speranza ai cristiani locali: nella sola Gerusalemme al tempo della creazione dello Stato d'Israele erano 24 mila, ora poco meno di sei mila. Cristiani che emigrano a causa della mancanza di alloggi, per l'incertezza del lavoro, il precario futuro dei figli, in una società spesso a loro ostile.

     
    A tutto questo si deve aggiungere lo smembramento di molte famiglie causato dal muro di separazione costruito da Israele, che ha diviso quelle coppie che avevano la residenza nei Territori palestinesi. Le autorità israeliane attribuiscono al viaggio un'importanza altissima ed hanno stanziato 10 milioni di euro per l'organizzazione; altri 10 milioni di dollari per le 44 scuole cattoliche in modo che possano preparare alla visita i loro 24 mila studenti, cristiani e musulmani. Il presidente Peres parla di “evento toccante e di importanza primaria dal quale spira un'aria di pace e di speranza”. I giornali indugiano più sulla preparazione che sui commenti mentre la radio statale continua a mandare in onda spot con gli appuntamenti della visita. Il programma a Gerusalemme prevede anche la tappa allo Yad Vashem, il memoriale dell'Olocausto, per una cerimonia in ricordo delle vittime della Shoah. Ma il Pontefice non entrerà nella sala del Museo che contiene una didascalia offensiva contro Pio XII. Benedetto XVI si farà quindi pellegrino di pace per riaffermare - come ha detto nel Messaggio di Pasqua - che "Cristo ha bisogno di uomini e donne, che in ogni tempo e luogo lo aiutino ad affermare la sua vittoria con le armi della giustizia e della verità, della misericordia, del perdono e dell'amore.

     
    Sull'attesa del Papa ascoltiamo mons. Antonio Franco, nunzio apostolico in Israele e delegato apostolico in Palestina e Gerusalemme, al microfono di Roberto Piermarini:

    R. – C’è grande attesa proprio per il messaggio del Papa. Veramente, si spera che egli, con la sua parola, possa riattivare quell’impegno per la ricerca di soluzioni a questa situazione che oramai si trascina da decenni.

     
    D. – Eccellenza, questo viaggio ha un carattere spirituale e religioso. Lei crede che si possa dare una lettura politica? C’è il rischio di strumentalizzazioni?

     
    R. – Distinguerei tra lettura politica e strumentalizzazioni, cioè: anche il messaggio religioso che si cala in una realtà sociale in un certo senso è un messaggio anche un po’ politico, intendendo la politica nel senso vero, originario della parola – la ‘polis’, quello che riguarda la vita della società. Strumentalizzazione: ecco, io ho cercato in tutti i modi di far capire e di scongiurare una qualsiasi velleità di poter usare il Santo Padre per uno scopo ritenuto nobile da una parte ma che poi sarebbe risentito dall’altra parte, e spero veramente che sia stato capito, questo mio messaggio. Mi pare che la stampa l’abbia capito …

     
    D. – Che significato dare alla visita del Papa al Memoriale dell’Olocausto, lo Yad Vashem, che ancora presenta sotto una luce negativa Pio XII?

     
    R. – Questa è una domanda che mi hanno fatto tutti, in questi giorni, e io ho precisato molto bene che la visita è una visita per rendere omaggio e per pregare per le vittime dell’Olocausto: è una realtà storica che deve anche essere per noi monito di riflessione. E quindi, da questo punto di vista, il significato è questo. Chiaramente, c’è l’altro aspetto: l’altro aspetto, lei sa bene che noi stiamo cercando di farlo evolvere, di trattare, di stabilire dei ponti per potersi incontrare, poter riflettere insieme, poter leggere insieme tutta la documentazione che riguarda la Seconda Guerra Mondiale. Oramai, siamo già in una fase in cui si può parlare di uno studio storico-critico. Le emozioni, anche se sono ancora molto vive, già il tempo ci distanzia un poco e io sono fiducioso che questo lavoro possa continuare e sono sicuro che porterà frutti. Ci vuole un po’ di pazienza, ma sono convinto che questo porterà frutto: magari, creare una nuova mentalità ci farà guardare al futuro, perché noi dobbiamo costruire qualcosa in cui quei fenomeni non si verifichino più nel mondo.

     
    D. – Mons. Franco, ci sono ancora difficoltà per i permessi ai cristiani di Gaza che vogliono partecipare alla Messa del Papa a Betlemme?

     
    R. – Personalmente, sono convinto che i permessi ci saranno: forse non per Gerusalemme, ma per Betlemme forse arriveranno all’ultimo momento ma io sono fiducioso che questo ci sarà, perché altrimenti sarebbe un colpo anche per Israele. Perché la stampa internazionale sta tutta pronta ad aspettare questo evento.

     
    D. – Cosa si aspetta da questa visita che giunge in un momento di forte tensione per il Paese?

     
    R. – Mi aspetto proprio, come prima cosa, che questa faccia un poco – come dire – smorzare le tensioni e dia un respiro nuovo, dia un poco di ossigeno per riprendere forza e per continuare nella ricerca e nell’impegno di costruire la pace in questa terra. Per me è una grande gioia ed una grande attesa, questa visita, e chiaramente siamo tutti un po’ emozionati, perché il Papa starà un po’ con noi. Ma io ho una grande speranza: che il Signore, attraverso Benedetto, voglia dire una Parola oggi e voglia compiere qualcuno dei Suoi prodigi per rimettere in modo tutta la macchina che deve portare ad una pace giusta e duratura, come ha detto il Papa stesso. (Montaggio a cura di Maria Brigini)

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    Il nunzio in Giordania: un pellegrinaggio per la pace e il dialogo, di grande incoraggiamento per i cristiani della Terra Santa

    ◊   La Giordania sarà dunque la prima tappa del pellegrinaggio del Papa in Terra Santa. Ieri pomeriggio, ad Amman, ne hanno parlato in conferenza stampa il vicario patriarcale latino per la Giordania, il vescovo Salim Sayegh, il vescovo di Petra e Filadelfia dei Greco-Melkiti, mons. Yaser Ayyash, insieme al nunzio apostolico in Giordania, l’arcivescovo Francis Assisi Chullikat. Il servizio del nostro inviato Pietro Cocco.

    Parlando a nome dei vescovi della Giordania, il vicario patriarcale latino Sayegh ha voluto sottolineare come i vescovi siano cittadini giordani cristiani, quale segno di piena partecipazione dell’intero Paese alla gioia dell’arrivo di Benedetto XVI. Mons. Sayegh ha quindi sintetizzato in tre aspetti l’importanza di questa visita.

     
    Il primo, pastorale: il Papa viene a visitare i suoi figli, prima di tutto quelli più poveri, che incontrerà subito dopo la cerimonia di benvenuto, recandosi al Centro ‘Regina Pacis’, dedicato alla riabilitazione dei portatori di handicap e al loro reinserimento sociale. Poi i giovani giordani, che saranno presenti con una rappresentanza al Centro Regina Pacis; essi sono la speranza ed il futuro della Chiesa in Giordania. Il vicario della Chiesa latina ha poi definito una grande grazia la Messa che il Papa celebrerà nello Stadio di Amman, domenica mattina. Benedetto XVI pregherà per noi e con noi, ha aggiunto, lui che è il successore di Pietro, su cui si edifica la Chiesa. E ha aggiunto: questa dimensione pastorale è anche un sostegno ed un incoraggiamento ai cristiani a rimanere qui insieme agli altri.

     
    Il secondo aspetto della visita è la dimensione del pelleginaggio: la Giordania è stata infatti per gli ultimi tre Papi, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI la porta di ingresso alla Terra Santa. In questo Paese si trovano il sito del Battesimo e il ‘Memoriale di Mosè’ sul Monte Nebo, dove si recherà Benedetto XVI, e anche il Santuario di Elia e Mukawir, il luogo dove è stato decapitato San Giovanni Battista.

     
    Infine, il terzo aspetto, il dialogo interreligioso. Il vescovo Sayegh ha ricordato la lunga tradizione di convivenza pacifica tra la maggioranza musulmana e le comunità arabe cristiane in Giordania. Il Papa, che entrerà nella Moschea Al-Hussein Bin Talal di Amman e incontrerà i Capi religiosi musulmani, desidera confermare e incoraggiare tale dialogo.

     
    Sull'importanza del viaggio del Papa in Terra Santa ascoltiamo il nunzio apostolico in Giordania, mons. Francis Assisi Chullikat, al microfono di Pietro Cocco:

    R. – E’ importantissima questa visita che tutta la Chiesa, in Terra Santa, stava aspettando da un bel po’ di tempo. Infatti, dall’inizio del Pontificato di Benedetto XVI, tutta la Chiesa in Terra Santa stava aspettando la Chiesa Madre. In più, i cristiani della Chiesa della Terra Santa stanno attraversando un tempo abbastanza difficile. In questo momento hanno bisogno di una parola di incoraggiamento e di un messaggio di speranza da parte del Santo Padre e stanno aspettando questo messaggio ansiosamente. Loro sono consapevoli che le parole del Santo Padre porteranno molti frutti e avranno anche una grande eco, non solo a livello della Terra Santa ma anche a livello regionale. Quindi, è importantissima questa visita del Santo Padre anche per dare un messaggio di pace e di unità, come egli stesso ha ripetuto varie volte adesso, in vista di questo viaggio apostolico che lui ha qualificato come pellegrinaggio. Sarà allora un viaggio nutrito da una preghiera intensa, prima di tutto per la Chiesa in Terra Santa affinché possa superare questo momento difficile che tutti i fedeli della Terra Santa stanno vivendo e, allo stesso tempo, possono dare, da parte loro, una testimonianza di coraggio e di fede che, in tutti questi secoli, dall’inizio della vita della Chiesa, hanno offerto a tutto il mondo.

     
    D. – La Chiesa e la comunità cristiana in Giordania, godono di una situazione più tranquilla. Che cosa possono portare in una regione in cui, invece, i conflitti segnano ancora così dolorosamente la vita di tante famiglie?

     
    R. – La Giordania, in questo senso, ha un ruolo molto importante perché il governo giordano sta cercando di promuovere la pace in Medio Oriente, specialmente nel conflitto israelo-palestinese. Anche in questo, la Chiesa in Giordania sta svolgendo un ruolo molto attivo e, la coesistenza pacifica, che è molto evidente qui in Giordania, può anche essere un segnale di speranza ed incoraggiamento per tutte le comunità cristiane a livello regionale. Infatti, per venire in Giordania, coloro che provengono dal Medio Oriente, non hanno alcuna difficoltà; ci sono anche molte riunioni internazionali promosse dalla Chiesa qui. Anche per questo, la Giordania accoglie tutte le fedi e cerca di venire incontro alle loro esigenze. Recentemente, è stato costituito un Consiglio dei capi cristiani in Giordania per dare riconoscimento ufficiale alle Chiese più importanti che sono qui. Quindi, sono dei gesti positivi che il governo sta dimostrando verso tutte le comunità cristiane che esistono in Giordania e che può, eventualmente, diventare un modello anche per altri Paesi della regione.

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    Duecento rabbini danno il benvenuto al Papa sul quotidiano “Haaretz”

    ◊   In occasione del viaggio del Papa in Terra Santa duecento rabbini delle varie denominazioni firmeranno un messaggio che verrà pubblicato su una pagina del quotidiano israeliano “Haaretz” per dare il benvenuto a Benedetto XVI in Terra Santa e promuovere il dialogo tra ebrei e cristiani. E' un'iniziativa promossa dal rabbino Jack Bemporad, direttore del Center for Interreligious Understanding (CIU) del New Jersey e docente di Studi Interreligiosi presso l'Angelicum di Roma, che lunedì 11 maggio su invito di Oded Wiener, direttore generale del Gran Rabbinato d’Israele, accoglierà il Papa nell’Auditorium Notre Dame di Gerusalemme per l’incontro con le organizzazioni per il dialogo interreligioso. Il messaggio dei rabbini è intitolato “United in our age”, ispirandosi alla Nostra Aetate, la Dichiarazione del Concilio Vaticano II pubblicata il 28 ottobre 1965 che ha costituito una svolta per le relazioni tra ebrei e cattolici. In particolare, i rabbini citano il numero 4 del documento, che afferma: “Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei, questo sacro Concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto con gli studi biblici e teologici e con un fraterno dialogo”. Rivolgendosi direttamente al Papa, la pagina pubblicata da “Haaretz” spiegherà: “In questo spirito, noi – rabbini e leader ebraici – diamo un caldo benvenuto a lei e alla sua missione di pace in Israele. Con una sola voce, siamo uniti nel nostro impegno per il dialogo interreligioso ad aprire più sentieri per una maggiore comprensione, e a riconoscere e a rafforzare continuamente l'importante rapporto tra cattolici ed ebrei in tutto il mondo”. “E quale posto migliore per riaffermare questo impegno della Terra Santa di Israele, un luogo che entrambe le religioni custodiscono come parte di un'eredità condivisa?”, aggiunge il testo firmato dai rabbini, che termina augurando "Peace be with you, B’shalom". (A cura di Isabella Piro)

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    Il padre gesuita slovacco Cyril Vasil' nominato segretario della Congregazione per le Chiese Orientali

    ◊   Oggi il Papa ha nominato segretario della Congregazione per le Chiese Orientali il padre gesuita Cyril Vasil', rettore del Pontificio Istituto Orientale, elevandolo in pari tempo alla sede titolare di Tolemaide di Libia, con dignità di arcivescovo. Padre Vasil', 44 anni, slovacco, succede a mons. Antonio Maria Vegliò, nominato il 28 febbraio scorso nuovo presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti. Padre Vasil' dal 1982 al 1987 ha frequentato la Facoltà Teologica Cirillo-Metodiana dell'Università di Bratislava. È stato ordinato sacerdote nel 1987. Nel 1989 ha terminato la licenza in diritto canonico presso il Pontificio Istituto Orientale a Roma. Il 15 ottobre 1990 è entrato nella Società di Gesù e nel 2001 ha emesso la professione solenne. Nel 1994 si è laureato in Diritto canonico orientale presso il Pontificio Istituto Orientale. Nel 2002 è stato eletto decano della Facoltà di Diritto Canonico Orientale presso il Pontificio Istituto Orientale e pro-rettore del medesimo. Nel mese di maggio 2007 è stato nominato rettore del Pontificio Istituto Orientale. È consultore della Congregazione per le Chiese Orientali, della Congregazione per la Dottrina della Fede, del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti. Nel 2005 è stato nominato esperto per il Sinodo dei Vescovi. È professore anche in altre Università, tra cui l'Università Gregoriana a Roma, la Facoltà Teologica dell'Università di Bratislava e l'Università di Trnava. Nel 2003 è stato nominato consigliere spirituale federale dell'Unione Internazionale degli Scouts d'Europa. Oltre allo slovacco, conosce il latino, l'italiano, l'inglese, il russo, l'ucraino, il francese, il tedesco, lo spagnolo, il greco ed il paleoslavo. È autore di numerosi libri ed articoli e collabora con la Radio Vaticana.

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    Rinunce e nomine

    ◊   Negli Stati Uniti, Benedetto XVI ha accettato la rinuncia al governo pastorale della diocesi di Winona, presentata per raggiunti limiti di età da mons. Bernard J. Harrington. Al suo posto, il Papa ha nominato il coadiutore, mons. John M. Quinn.

    In Messico, il Pontefice ha nominato ausiliare di México mons. Jesús Antonio Lerma Nolasco, vicario generale di Tepic. Il neo presule, 63 anni, ha studiato Filosofia e Teologia nel Seminario Nazionale di Montezuma, in New Mexico (Usa). Ordinato sacerdote, ha svolto, tra gli altri, gli incarichi di vicario parrocchiale e di direttore della rivista “Pescador” di Tepic. Ha collaborato anche nella pastorale diocesana dei mezzi di comunicazione sociale.

    Nelle Filippine, Benedetto XVI ha accettato la rinuncia all'ufficio di ausiliare della diocesi di Butuan, presentata da mons. Zacharias C. Jimenez, in conformità ai canoni 411 e 401 - paragrafo 2 - del Codice di Diritto Canonico.

    In Bangladesh, il Papa ha nominato ausiliare della diocesi di Chittagong padre Lawrence Subrata Howlader, della Congregazione della Santa Croce. Il nuovo vescovo ha 44 anni ed ha studiato nel Seminario minore di Goumadi a Barisal, quindi è entrato nel noviziato della Congregazione della Santa Croce nel 1987. Ordinato sacerdote ha svolto gli incarichi di rettore del Seminario Minore in Jalchatra, vicario parrocchiale, cappellano della Caritas regionale di Barisal. Ha perfezionato gli studi per la Licenza in Psicologia a Roma, presso la Pontificia Università Gregoriana. Nel 2006, è anche stato eletto membro del Consiglio provinciale del suo Istituto.

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    Il Pontificio Istituto Biblico celebra i 100 anni di fondazione

    ◊   Il Pontificio Istituto Biblico celebra oggi il centesimo anniversario dalla sua fondazione. Voluto nel 1909 da Papa Pio X con la lettera Vinea electa e affidato fin dal suo esordio alla Compagnia di Gesù, rappresenta un Centro di alti studi della Sacra Scrittura a Roma e a Gerusalemme. Per la ricorrenza, oggi si è svolto un solenne Atto accademico nell’Aula Magna della Pontificia Università Gregoriana, preceduto dalla Celebrazione eucaristica presso la Chiesa di Sant’Ignazio. A presiedere, il cardinale Zenon Grocholewski, prefetto della Congregazione per l'Educazione Cattolica e Gran Cancelliere della Pontificia Università Gregoriana. C'era per noi Alessandra De Gaetano.
     
    Dal passato al presente, con uno sguardo al futuro: è il percorso dell’esegesi biblica che nel corso del suo centenario, organizzerà numerosi eventi e convegni accademici per riflettere su un secolo di storia e di impegno a favore delle Sacre Scritture e della Chiesa. Quali saranno le sfide dell’esegesi biblica nell’anno del centenario, iniziato oggi? Ascoltiamo il cardinale Zenon Grocholewski:

     
    "Penso che le sfide siano quelle che ha indicato Papa Benedetto XVI durante l’ultimo Sinodo dei Vescovi, dove, riferendosi alla Dei Verbum, ha indicato che è importante una interpretazione della Bibbia letteraria-storica ma questa non basta; ci vuole una interpretazione teologica cioè nel contesto della vita della Chiesa, la Parola di Dio si è manifestata non soltanto nella Bibbia ma nella Tradizione e in tutta la vita della Chiesa Dio è presente e parla. Perciò, questi tre elementi, sia la Bibbia, sia la Tradizione, sia il Magistero, costituiscono un'unità, nessuno si può separare dall’altro e penso che questa sarà una delle riflessioni forse più importanti così da agganciare un’interpretazione della Bibbia alla vita della Chiesa".

     
    Un secolo di storia dell’evoluzione dell’esegesi biblica è stato raccolto e raccontato tra le pagine di un volume, firmato da Maurice Gilbert, gesuita belga, professore emerito del Pontificio Istituto Biblico. Il testo arricchisce il patrimonio culturale e religioso dell’istituzione. Quali sono state le tappe di sviluppo dell’esegesi biblica? Ascoltiamo lo stesso prof. Maurice Gilbert:

     
    "Le grandi tappe dell'esegesi biblica cominciano all'inizio del secolo scorso con la grande crisi, cosiddetta modernista. Il lavoro all'Istituto Biblico era principalmente di tipo filologico, delle grammatiche, dizionari, edizioni critiche ecc. Il vero lavoro è potuto cominciare molto lentamente già sotto il pontificato di Pio XI che ci ha dato, praticamente, l'indipendenza e la libertà accademica e che sosteneva molto anche pubblicamente il lavoro scientifico dell'Istituto biblico. Pio XII ha dato la sua famosa Enciclica Divino Afflante Spiritu che incoraggiava gli esegeti a lavorare a livello scientifico pur continuando ad essere credenti e dunque a fare una teologia propriamente a partire dal testo biblico".

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    Oggi su "L'Osservatore Romano"

    ◊   In prima pagina, un editoriale del direttore sul viaggio di Benedetto XVI in Terra Santa: un viaggio alle radici della fede.

    Intervista di Gianluca Biccini all’arcivescovo Antonio Franco, nunzio apostolico in Israele e in Cipro e delegato apostolico in Gerusalemme e Palestina.

    Nell’informazione internazionale, intervento della Santa Sede sul disarmo nucleare.

    Un articolo di Gabriele Nicolò dal titolo “Washington e la scommessa della lotta ai talebani”.

    Ratzinger e l’ebraismo: in cultura, l’articolo scritto dal direttore per il prossimo numero di “Vita e Pensiero”.

    Gli ebrei si raccontano: Renzo Gattegna su un’iniziativa editoriale per superare pregiudizi e stereotipi.

    Verso la Terra Santa: Fabrizio Bisconti racconta storie di un pellegrinaggio infinito.

    L’insospettabile vantaggio di essere in pochi: la conferenza, a Milano, di Rainer Riesner sul tema “Dalla terra alle Genti: San Paolo fondatore del cristianesimo o apostolo di Gesù?”.

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    Oggi in Primo Piano



    Vittime civili dei raid Nato in Afghanistan. Intervista col generale Bertolini

    ◊   Più impegno contro i talebani e i signori della guerra e "risultati concreti" contro la corruzione. Queste in sintesi le richieste del presidente statunitense Obama che, ieri alla Casa Bianca, ha ricevuto separatamente il presidente afghano Karzai e quello pakistano Zardari. Ma a fare da sfondo agli incontri, è la questione delle vittime civili delle operazioni militari alleate in Afghanistan. Proprio stamane centinaia di afgani sono scesi nelle strade di Farah per protestare contro i bombardamenti della Nato. Il comando Usa in Afghanistan e il presidente Hamid Karzai hanno ordinato l'apertura di un’inchiesta sulla morte di decine di civili nel corso di un’incursione aerea nella provincia di Farah, nell'ovest del Paese, verificatasi all’inizio della settimana. Su questi terribili eventi, Stefano Leszczynski ha intervistato il generale Marco Bertolini, capo di stato maggiore del comando ISAF, il contingente della Nato in Afghanistan.

    R. – Quello delle vittime civili è un problema enorme. Intanto, è motivo di grande tristezza anche per noi, perché nessun soldato vuole uccidere degli innocenti. Però, obiettivamente, continuano ad esserci queste vittime, per vari motivi. Un motivo è che qui non ci troviamo in una situazione di pace: la pace è l’obiettivo che vogliamo conseguire, ma la pace, purtroppo, ancora non c’è. Non c’è un accordo tra le parti, così come abbiamo visto in altre zone, in precedenti operazioni: nei Balcani, come attualmente in Libano, come è stato in Somalia e così via. Questa, purtroppo, è una forma di guerra che si sta sviluppando in un Paese nel quale le città sono abitate, le campagne sono coltivate … Purtroppo, queste cose succedono con una certa frequenza proprio per il fatto che siamo frammisti alla popolazione.

     
    D. – Quali sono le precauzioni, al di là – diciamo – anche di una questione etica che tocca molto da vicino i militari, e cioè quando un nemico si nasconde in una casa abitata con bambini, forse non bisognerebbe colpire la casa …

     
    R. – Sì, è vero: questa è una consapevolezza che possiamo forse avere in una situazione che si svolge a casa nostra. Se si verificasse una situazione critica, dovremmo avere abbastanza possibilità di sapere chi c’è dentro la casa, chi non c’è … Qui non ci troviamo in una situazione del genere. Qua ci troviamo in situazioni di combattimenti veri e propri. Sicuramente abbiamo le nostre responsabilità, però c’è anche la controparte che utilizza queste persone, a volte discriminate, proprio per creare vittime, per creare allarme sociale, per creare odio nei nostri confronti.

     
    D. – La notizia delle vittime civili nei combattimenti, come influisce sui rapporti tra la popolazione afghana e le forze della coalizione e quindi l’Occidente che poi esse rappresentano?

     
    R. – Se le dicessi che non incide, sarei un ipocrita e un bugiardo. E’ chiaro che incide, è chiaro che il padre, la madre che si vedono uccidere il figlio o la figlia non si accontenteranno delle giustificazioni che posso portare loro, che possiamo portare loro noi, che siamo qua. Lui sa soltanto che la persona più importante della sua vita è stata uccisa, è stata eliminata da un mio intervento. Quindi, su questo – obiettivamente – c’è poco da dire. E questo è terribile. E’ terribile. Però, devo dire che la popolazione apprezza i nostri sforzi, capisce quello che facciamo nell’ambito dei nostri mezzi. Per essere loro veramente vicini in modo efficace non basta la nostra presenza: e questo è un altro aspetto negativo che vorrei sottolineare. Non basta la presenza del soldato che cerca di portare sicurezza con le proprie armi, se è necessario; c’è bisogno di un impegno totale delle società che esprimono questi soldati, dovrebbe esserci veramente anche una presenza civile che supporti le autorità afghane! E’ su questo che dobbiamo, secondo me, investire! Ma questa presenza civile non c’è, e non c’è perché non viene qui.

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    Domani a Pompei il cardinale Ruini presiede la Supplica alla Vergine del Rosario

    ◊   “O Augusta Regina delle Vittorie… effondiamo gli affetti del nostro cuore e con confidenza di figli ti esprimiamo le nostre miserie”. Sono queste alcune delle parole della Supplica alla Madonna del Santo Rosario che viene recitata a Pompei due volte all’anno: la prima domenica di ottobre e l’8 maggio. Domani nella città mariana, luogo di incontro di una umanità assetata di Dio e desiderosa di giustizia e pace, decine di migliaia di fedeli rivolgeranno la loro Supplica davanti all’immagine della Madonna. Il rito sarà presieduto dal cardinale Camillo Ruini. La preghiera è stata scritta dal fondatore del Santuario, il Beato Bartolo Longo, nel 1883, come adesione all’invito che Papa Leone XIII aveva fatto ai cattolici esortandoli ad un impegno spirituale per fronteggiare i mali della società. Come seguire nel mondo contemporaneo le orme del beato Bartolo Longo? Risponde al microfono di Amedeo Lomonaco l’arcivescovo prelato di Pompei, mons. Carlo Liberati:

    R. – Ritornando ai valori sani della società, che c’erano anche al tempo di Bartolo Longo. Noi oggi ci troviamo in un mondo scristianizzato. In questo tipo di mondo, gli ideali da raggiungere sono: il piacere, il divertimento, il potere, il denaro, la carriera. Quello che conta è quello che si vede, ciò che è sperimentabile. Non il mondo della fede, della verità, della giustizia, la costruzione della pace, cioè un mondo di amore. Quindi al nostro mondo di oggi la Supplica è un’occasione per ricondurre alle origini della fede cristiana le coscienze, che furono già sollecitate nel 1883 da Bartolo Longo, quando diffuse nel mondo questo atto di amore, la Supplica alla Vergine, che poi ormai è diventata in tutta la Chiesa e nel mondo una consuetudine.

     
    D. – Chi dunque vuole sposare i valori autentici, i valori della fede, con quale atteggiamento interiore rivolge la propria Supplica alla Madonna?

     
    R. – C’è qualcuno che pensa che la Supplica sembri quasi una cosa folcloristica, una sorta di fiera cattolica. Chi pensasse questo, non soltanto è assolutamente fuori strada, ma non è a conoscenza dell’apostolato mariano. Non conosce nulla della pietà popolare. La pietà popolare è il popolo di Dio, ovvero i fedeli che si riuniscono intorno all’Eucaristia. C’è un’opera di conversione da fare, bisogna essere testimoni dell’amore di Cristo, testimoni della carità, testimoni della fedeltà al Signore.

     
    D. – E in questa espressione di pietà popolare, in questa preghiera universale convergono dolori, speranze, accomunando singole voci in una coralità unica ed unificante...

     
    R. – Ciò che mi colpisce da quando sono vescovo qui a Pompei non è solo la supplica dell’8 maggio e della prima domenica di ottobre, ma anche vedere uomini e donne, adolescenti, anziani, che soffrono. Soffrono per il matrimonio corroso e distrutto, per le lacerazioni della famiglia, per la mancanza di lavoro, per un male incurabile. Tutto questo popolo di sofferenti mi fa impressione perché non è ascoltato da nessuno. La Madonna allora chiama questa gente e noi attraverso il Rosario benedetto, come dice Bartolo Longo “la catena dolce che ci unisce a Dio”, riusciamo a riempirli di speranza, di coraggio, di buona volontà. Questo vuol dire essere Chiesa, perché la Chiesa è comunione, è comunità, è compartecipazione alla grazia. Altrimenti cosa è la Chiesa?

     
    D. – L’essere Chiesa è ancora una volta ribadito da questa Supplica per il popolo di Dio, per il mondo intero...

     
    R. – La Supplica rappresenta tutti i dolori del mondo, come tutte le preoccupazioni dell’intelligenza del cuore, della coscienza dei credenti, ma anche dei non credenti. Nella supplica c’è uno spirito missionario straordinario ed è lanciata sugli orizzonti del Regno di Dio, obbedendo alle parole di Gesù Cristo: andando in tutto il mondo, predicate il Vangelo a tutte le creature, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Questo facciamo a Pompei.

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    Lectio magistralis del cardinale Caffarra su Dio e ragione alla Cattolica di Milano

    ◊   “Dio e ragione: alleati, estranei, nemici?” è il titolo della Lectio magistralis che il cardinale arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra, ha proposto ieri agli studenti dei corsi di introduzione alla teologia, all’Università Cattolica di Milano. Presenti il rettore Ornaghi e l’assistente generale mons. Lanza. Il servizio di Fabio Brenna.

    E’ una ricerca che incrocia l’umana vicenda da sempre: quella della felicità. Il cardinale Caffarra, sulla scia di Benedetto XVI, constata che spesso l’uomo si sofferma sulle “cose penultime”, rinunciando a mettersi in ricerca di quelle ultime. Solo così però si trova una risposta adeguata a quella sete innata di beatitudine e a quell’inclinazione costitutiva della natura umana di “conoscere la verità di Dio”. Per fare questo salto occorre però quell’"umiltà della ragione", di cui parla spesso il Papa, come risposta all’umiltà di Dio che è venuto incontro all’uomo con l’Incarnazione. Il rischio è quello di una vita senza felicità, ha avvertito l’arcivescovo di Bologna:

    “La persona umana rischia di non vivere la più grande esperienza, anche umanamente parlando, che possa vivere, che è l’esperienza dell’amore. L’umiltà della ragione credo che voglia dire questo, che poi a livello dell’esperienza di fede diventa quella che il vocabolario teologico chiama “l’obbedienza del giudizio”, che è un giudizio, cioè un atto della ragione, che però obbedisce. Questa è la dialettica interna all’atto della fede”.

    Il rapporto fede-ragione viene spesso fatto “collassare” nella prigione delle strutture finite di spazio e tempo, ha osservato ancora il cardinale Caffarra, impedendo di concepire e ricercare il Massimo Bene. Eppure mai come in questi tempi, anche di crisi, c’è bisogno di risposte ultime:

     
    “Ai miei sacerdoti dico sempre: questo è un momento eccezionalmente grande per l’annuncio del Vangelo al mondo dei giovani. Sono sacerdote ormai da più di 40 anni e non ho mai attraversato un momento così favorevole come l’attuale e così difficile. Questo è veramente un momento di grazia. Guai se lo perdiamo. In fondo, era uno dei temi di cui anche Giovanni Paolo II continuava a parlarci”.

     
    Secondo il cardinale Caffarra, vie maestre per appassionare i giovani alla scoperta di Dio sono l’educazione alla carità e conoscere la bellezza del mondo attraverso la natura e l’arte.

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    Convegno promosso dal Vicariato di Roma sul tema "Educare alla speranza oggi"

    ◊   Aprirà i battenti oggi pomeriggio, presso la sala della Conciliazione del Palazzo Apostolico Lateranense, alla presenza del cardinale vicario Agostino Vallini, la cerimonia inaugurale del convegno: "Educare alla speranza oggi. Sfide educative e itinerari pedagogici per uno sviluppo integrale della persona". L’iniziativa è promossa dall’Ufficio per la Pastorale Universitaria del Vicariato di Roma in collaborazione con il Coordinamento Regionale delle Università del Lazio e la Conferenza dei Rettori delle Università Pontificie Romane. Davide Dionisi ha chiesto a mons. Lorenzo Leuzzi, direttore dell’ufficio per la Pastorale Universitaria, il perché della scelta di un tema come quello dell’educazione alla speranza.

    R. – I docenti hanno dovuto tradurre il tema generale, le grandi linee pedagogiche che saranno affrontate sia sul versante storico ma anche sul versante antropologico e pedagogico, applicandolo però alle realtà concrete, ai vissuti concreti delle nuove generazioni e soprattutto richiamando poi i soggetti impegnati nell’impresa educativa. Per cui non soltanto gli insegnanti, non soltanto gli operatori impegnati nell’educazione, ma anche coloro che concretamente vivono la quotidianità, a cominciare dalle famiglie e da quelle associazioni che aiutano la realtà, non solo ecclesiale, ma anche sociale, culturale. L'obiettivo è che il percorso educativo possa sempre di più coinvolgere un maggior numero possibile di soggetti. Credo che questa attenzione alle fasce di età costituisca a mio parere un aspetto molto importante, che potrà far suscitare delle proposte concrete proprio nella prospettiva di quali possano essere o debbano essere i percorsi educativi per un obiettivo di fondo, cioè aiutare i giovani a progettare la vita.(Montaggio a cura di Maria Brigini)

     
    Tra i relatori che si alterneranno nel corso della tre giorni di studio, la professoressa Marina D’Amato, dell’Università degli Studi Roma Tre, che proprio domani parlerà del rapporto tra educazione e media. Davide Dionisi le ha chiesto di spiegare quale tipo di influenza esercitano oggi i mezzi di informazione sull’educazione.

    R. – Esiste comunque una convivenza forzata, nel senso che i genitori, gli educatori e gli adulti di oggi devono fare i conti con una generazione che per immersione è nata nella cultura analogica e digitale. Le sfide e la speranza cercano anche con questo tema di definire quello che io chiamo la costituzione delle responsabilità. Credo che il problema esista, quando si delega la televisione o il computer ad essere assistenti educativi e quando invece non ci si assume la responsabilità come genitori. Vivono per immersione fin dalle prime fasi della vita in questa cultura. Non possiamo rinnegarla, possiamo contribuire però dai primissimi momenti dell’esistenza dei bambini a predisporre uno spirito critico, in questo senso capace di scegliere.

     
    D. – Oggi nelle scuole si insegna per lo più in modo tradizionale attraverso la classica lezione frontale. Si tratta di un approccio che viene affiancato sempre più dai nuovi mezzi di comunicazione, anche se però non mancano resistenze...

     
    R. – Le resistenze sono fortissime da parte di tutti gli insegnanti, gli educatori che hanno poca dimestichezza con queste nuove potenzialità. Le chiamo così e non le chiamo problemi, perchè è evidente che poter fruire di un sapere infinito, come ormai la rete ci predispone a fare, è una grande offerta che possiamo offrire ai bambini, ai ragazzi fin dalle prime fasi della loro esistenza. Saperli in qualche modo istruire, nel senso di elaborare insieme a loro una curiosità che vada alla ricerca di argomenti sempre più coinvolgenti ed interessanti, e che non diventino invece formule di perversione come spesso leggiamo sui giornali. Questo è il compito dei nuovi insegnanti.(Montaggio a cura di Maria Brigini)

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    Chiesa e SocietÓ



    Associazioni: no al reato d'ingresso illegale in Italia

    ◊   “Profonda preoccupazione per le barriere all'esercizio di alcuni diritti fondamentali da parte dei migranti, che sorgerebbero con l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale” previsto dell’articolo 21 del disegno di legge sulla Sicurezza in discussione in Parlamento. E’ quanto esprimono Amnesty international Italia, Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), Consiglio italiano per i rifugiati (Cir), Medici Senza Frontiere (Msf), Save the Children e Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm) in un documento nel quale si appellano ai parlamentari affinché “stralcino l’art. 21 del ddl 2180 o esprimano voto contrario”. Lo riferisce il Sir. “Stabilire che fare ingresso o risiedere irregolarmente in Italia – scrivono le associazioni - equivale a violare la legge penale significa infatti rendere obbligatoria la denuncia del migrante che si trovi in tale situazione da parte di ogni pubblico ufficiale (art. 361 c.p.) o incaricato di pubblico servizio (art. 362 c.p.) che ne venga a conoscenza”. Le organizzazioni firmatarie sono “fortemente preoccupate” dal fatto che i migranti, per “timore di essere denunciati con conseguenze di rilievo penale, sarebbero indotti a sottrarsi al contatto con tutti gli incaricati di pubblico servizio, in qualunque ambito, innescando un’allarmante situazione di compromissione dei diritti fondamentali”. Il timore di avvicinarsi a ogni tipo di servizio pubblico “escluderebbe dall’accesso all’assistenza e ai diritti soprattutto le fasce più deboli della popolazione migrante, quali le vittime di tratta, i minori e le altre persone vulnerabili”. Tra i rischi le associazioni citano quello nell'ambito socio-sanitario ed assistenziale: “il rischio di denuncia creerebbe fra gli immigrati privi di permesso di soggiorno e bisognosi di cure mediche una reazione di paura che ne ostacolerebbe l'accesso alle strutture sanitarie”. Inoltre per sottrarsi al “pericolo di denuncia” da parte dell’ufficiale di stato civile, il genitore straniero privo di permesso di soggiorno “potrebbe evitare – scrivono le associazioni - di registrare la nascita del figlio o di perfezionare il procedimento di riconoscimento dello stesso”. A causa di questo “potrebbero aprirsi procedure di adottabilità di questi minori, con conseguenze anche gravi sul diritto del minore, universalmente riconosciuto, a vivere e crescere insieme alla propria famiglia” e “potrebbero verificarsi situazioni in cui la madre, consapevole del rischio della denuncia sia indotta a partorire in casa, con evidenti rischi per la salute sua e del nascituro”. D qui l’auspicio di un dibattito “aperto e approfondito” che “non sia impedito dal ricorso al voto di fiducia”.

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    Appello di mons. Pasini per una moratoria della Legge Bossi-Fini

    ◊   “Sospendiamo la legge ad tempus in attesa del superamento della fase più acuta della crisi. Sarebbe una misura di giustizia e di umanità a favore degli immigrati regolari che da anni operano nel nostro paese e hanno contribuito a raggiungere l’attuale benessere”. E’ quanto afferma mons. Giuseppe Pasini, presidente della Fondazione Zancan di Padova, lanciando una moratoria della legge Bossi-Fini per gli immigrati che perdono il lavoro per la crisi. Lo riferisce il Sir. La proposta è contenuta nell’editoriale del prossimo numero della rivista della Fondazione, “Studi Zancan. Politiche e Servizi alle persone”, in uscita a fine mese. “Queste persone sono prevalentemente in età lavorativa – spiega mons. Pasini – e contribuiscono per una percentuale di circa il 7% alla realizzazione del Pil”. La Fondazione fa notare che l’Inps per la prima volta da anni ha raggiunto il pareggio “grazie soprattutto ai contributi degli immigrati, che hanno anche dato vita a 165mila aziende con 200mila dipendenti”. È alla luce di questi dati che mons. Pasini parla di “una misura di giustizia e anche di buon senso, giacchè degli immigrati l’economia italiana non può fare a meno”. La Fondazione vorrebbe trasformare la moratoria in proposta di legge popolare, visto che “la difficoltà degli immigrati è cresciuta negli ultimi mesi, a causa di un clima di accentuata intolleranza”, fa notare Pasini.

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    Iraq. Chiuso il Sinodo caldeo: appello per il rientro dei profughi

    ◊   In Iraq si è chiuso con un appello all’unità interna e al dialogo con i musulmani il Sinodo della Chiesa caldea che si è tenuto ad Ankawa. Nella relazione finale – ripresa dal sito Baghdadhope - i vescovi auspicano che la pace e la stabilità possano tornare a regnare in Iraq e che i rifugiati possano far ritorno nelle loro case. Durante il Sinodo è stata avanzata anche la richiesta che nella nuova Costituzione del Kurdistan la componente caldea possa essere inclusa indipendentemente dalle altre così come l'articolo 125 della costituzione irachena garantisce i diritti amministrativi, politici e culturali delle varie nazionalità come i turcomanni, i caldei e gli assiri. Esaminando la situazione dei rifugiati e degli sfollati iracheni cristiani il Sinodo ha ringraziato tutte le istituzioni che hanno contribuito ad alleviarne le pene sottolineando l'importanza di continuare a dar loro supporto spirituale e materiale. Mons. Shlemon Warduni, vescovo ausiliare di Baghdad, ha ribadito inoltre come “ogni etnia è cara ai suoi appartenenti” e che per questa ragione, in assenza di una denominazione comune che possa far risaltare parimenti le diverse entità che la compongono, la loro diversificazione, anche nella denominazione ufficiale, è necessaria. Mons. Warduni ha anche spiegato i compiti del Consiglio patriarcale permanente che si riunirà 2 o 3 volte all'anno per studiare, insieme al patriarca che naturalmente lo guiderà, i diversi temi da affrontare nei Sinodi. Interrogato sullo svolgimento del Sinodo mons. Warduni ha sottolineato come in questa occasione, seppure con le normali divergenze di opinione, la “grazia di Dio ci ha guidati in spirito di concordia per il bene della Chiesa e dei fedeli”. (A.L.)

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    Il cardinale Rodríguez Maradiaga: i Paesi ricchi non taglino gli aiuti allo sviluppo

    ◊   2009, un anno per "un progetto per un mondo migliore": la richiesta è arrivata dal cardinale Oscar Rodríguez Maradiaga, presidente della Caritas Internationalis, rivolta agli ambasciatori presso la Santa Sede di una dozzina di Paesi europei, riuniti nella sede dell’organismo in Vaticano. Il porporato - riferisce l’agenzia Zenit - ha parlato degli effetti della crisi economica, dei tagli agli aiuti esteri e dei cambiamenti climatici sulle popolazioni più povere. I Paesi ricchi, ha osservato, stanno spendendo denaro per i salvataggi dai fallimenti e allo stesso tempo tagliano o non onorano l'impegno agli aiuti. "Possiamo salutare - ha aggiunto - il 2009 con una paralisi o come un'opportunità per un cambiamento". Il cardinale Rodríguez Maradiaga ha ricordato poi agli ambasciatori che se la crisi economica attuale persisterà potrebbero morire fino a 400 mila bambini. Si pensa che quest’anno milioni di persone sprofonderanno. "La nostra paura - ha spiegato il presidente della Caritas Internationalis - è che la gente più povera, che ha beneficiato meno di decenni di crescita economica diseguale, paghi il prezzo più alto per questa follia". Per questo, ha chiesto ai Capi di Stato di mostrare un'autentica leadership e di convincere gli elettori che "sostenere i poveri non è una scelta solo dei tempi migliori, ma una responsabilità morale". Malgrado le campagne per incoraggiare i flussi di aiuti verso i Paesi poveri, dati recenti dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico (OECD) mostrano che gli aiuti sono al livello del 1993. In questo contesto, il porporato ha sottolineato la necessità che sia i leader che i cittadini si assumano la responsabilità della crisi economica e climatica. "Ciascuno di noi - ha ammonito - ha la responsabilità di promuovere e difendere il bene comune, e di spingere i nostri Governi a rendere conto delle loro azioni". Mentre la Chiesa celebra l'Anno Paolino, il porporato suggerisce che i leader dei Paesi più ricchi del mondo sperimentino il loro momento "sulla via di Damasco". "Ci dev'essere - ha concluso - una conversione che allontani dal vecchio sistema della cieca avidità per arrivare ad uno in cui i nostri occhi siano aperti alla giustizia e alla dignità per tutti". (R.G.)

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    La Chiesa in Corea ribadisce il suo ‘no’ alla ricerca sulle staminali embrionali

    ◊   La Chiesa in Corea – riferiscono le agenzie Zenit e Ucanews - si dichiara contraria alla decisione del Comitato nazionale di bioetica (Cnb) di autorizzare la ricerca con embrioni umani in un ospedale locale, cosi come annunciato il 29 aprile scorso. Il presidente del Comitato di bioetica della Conferenza episcopale coreana, mons. Gabriel Chang Bong-hun, vescovo di Cheongju, ha reagito immediatamente all'annuncio del Cnb con una nota dove si esprime preoccupazione per questa ricerca, che implica la manipolazione e la distruzione di embrioni, ciascuno dei quali è una vita umana. Il presule sottolinea che la Chiesa è consapevole del dolore delle persone che soffrono per malattie incurabili, ricordando il suo sostegno alla ricerca sulle cellule staminali adulte. In Corea del Sud sono state sviluppate diverse ricerche con cellule staminali adulte nell'Istituto di Terapia Cellulare e Genetica del Centro medico cattolico, affiliato alla Scuola di medicina dell'Università cattolica della Corea, alcune delle quali finanziate dal Governo stesso. Attualmente, nel Paese asiatico è permessa la ricerca con embrioni a scopi terapeutici e a determinate condizioni stabilite dal Cnb. La decisione del Comitato nazionale di bioetica deve essere ora approvata dal Ministero della salute, del benessere e delle questioni familiari. Da quando il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha eliminato - il 9 marzo scorso - le restrizioni imposte dal precedente Governo alla ricerca sugli embrioni, i mezzi di comunicazione e gli scienziati della Corea del Sud hanno esercitato pressioni sul Governo perché permetta queste ricerche. Allo stesso tempo, la Corea del Sud ha ancora molto vivo il ricordo dei problemi etici sollevati da ricerche come quella che è stata presentata erroneamente al mondo come la prima clonazione di un embrione umano, nel 2005. Già allora, i vescovi del Paese avevano pubblicato il documento "L'embrione umano è una vita. Tutti siamo stati embrioni", in risposta a quella ricerca del professor Hwang Woo-suuk, dell'Università nazionale di Seul. Tra le altre cose, i presuli coreani chiedevano che la clonazione e la ricerca sugli embrioni fossero condannate ed evitate sfruttando l'essere umano e riducendolo ad un mero mezzo e non rispettando la sua dignità umana. Ricordavano anche che l'uomo non può essere sottoposto a una scienza senza limiti e che la scienza dev'essere al servizio della vita umana e del bene di tutta l'umanità. Lo stesso Papa Benedetto XVI ha avvertito, ricevendo l'ambasciatore della Corea del Sud nel 2007, del rischio che la ricerca scientifica calpesti la dignità fondamentale dell'essere umano, come accade con gli esperimenti sugli embrioni umani che poi vengono distrutti. (R.G.)

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    Obama: rafforzare il Trattato di non proliferazione nucleare

    ◊   Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha lanciato un appello perché venga perché rafforzato il Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp), definito uno strumento fondamentale per ''la pace e la sicurezza del mondo''. Il messaggio di Obama è stato letto ieri al Palazzo di Vetro dell’Onu, durante i lavori del Comitato preparatorio della Conferenza di revisione del Trattato, prevista nel 2010. Una presa di posizione del capo di Stato Usa in linea con le preoccupazioni espresse dall’Osservatore permanente della Santa Sede presso l’Onu, mons. Celestino Migliore, che nella stessa sede del Comitato ha denunciato la possibilità che altri Paesi entrino nel ‘club nucleare’ anziché progredire sulla via del disarmo atomico. ''Dobbiamo rafforzare il Trattato di non proliferazione per affrontare efficacemente la minaccia delle armi nucleari'', ha detto la Gottemoeller – vicesegretario di Stato Usa - riportando il messaggio del presidente Obama. Negativa la reazione di Israele che ha respinto l’invito rivolto dagli Stati Uniti anche ad India, Pakistan e Corea del Nord a firmare il Trattato. Il Governo di Tel Aviv ritiene infatti questo patto inefficace per arginare la corsa agli armamenti nucleari. La delegata statunitense ha riferito inoltre che sono previsti nuovi incontri bilaterali sul nucleare con i delegati della Russia. Il Comitato, cui partecipano i delegati dei 192 Paesi membri dell’Onu, riunito da martedì scorso proseguirà i suoi lavori fino al 15 maggio ha il compito di aggiornare il Trattato, entrato in vigore nel 1970, considerato una pietra miliare per arginare la diffusione di armamenti nucleari, in quanto vincola gli Stati firmatari non nucleari a non avviare programmi atomici militari, in cambio di un impegno delle cinque nazioni del 'club nucleare' - Usa, Russia, Regno Unito, Francia e Cina - a intraprendere passi verso il disarmo. Il trattato dà inoltre a tutti i firmatari il diritto di sviluppare programmi pacifici per produrre energia nucleare a scopi civili. (A cura di Roberta Gisotti) h

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    Preoccupazione dell’ONU per gli sfollati e i rifugiati in Pakistan

    ◊   L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), António Guterres, ha espresso ieri da Ginevra - dove ha sede l’agenzia dell’Onu - profonda preoccupazione per la sicurezza di decine di migliaia di civili sfollati e di rifugiati nel Pakistan nord-occidentale. L’Unhcr si prepara infatti a potenziare il suo intervento umanitario nella regione, presso i nuovi campi che si stanno allestendo nei distretti di Madran e Swabi. “Stiamo anche aiutando - ha riferito Guterres - le autorità a predisporre due nuovi centri di accoglienza, in aggiunta ad altri due centri in programma, per i nuovi sfollati lungo le strade principali adiacenti alla zona dei combattimenti, e per la loro registrazione. “Oltre ad aiutare gli sfollati pachistani, sono anche molto preoccupato –ha detto il capo dell’Unhcr - per la condizione di circa 20 mila rifugiati afghani registrati vittime del conflitto nelle regioni di Buner, Lower Dir e Upper Dir”. “Abbiamo ricevuto informazioni – ha detto - secondo le quali molti di loro sono fuggiti insieme alla popolazione locale. Alcuni hanno scelto di rientrare in Pakistan con l’assistenza dell’Unhcr, altri hanno preferito ritornare nei siti per rifugiati in Pakistan.” Non è ancora chiaro quante siano le persone sfollate fino ad ora in seguito alla recente escalation dei combattimenti fra le forze governative e i militanti. Secondo le autorità della Provincia della Frontiera del Nord Ovest altre 500mila persone residenti nella zona di conflitto e nei dintorni di Swat potrebbero essere interessate dalle ostilità attuali e future. Durante gli ultimi quattro giorni l’Unhcr ha aiutato le autorità a registrare circa 45 mila persone e a predisporre 12 nuovi punti di registrazione per coloro che fuggono dalla zona. Guterres si è appellato a tutte le parti in causa affinché rispettino i princìpi umanitari e garantiscano la protezione e la libertà di movimento dei civili intrappolati nella zona di conflitto, così come il transito in sicurezza degli aiuti e degli operatori umanitari. (R.G.)

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    Il cardinale Poupard su tradizione e rinnovamento nella Chiesa

    ◊   La tradizione e il rinnovamento all’interno della Chiesa attraverso l’incontro con un testimone di primo piano della vita della Chiesa post conciliare, il cardinale Paul Poupard, presidente emerito del Pontificio Consiglio della Cultura e del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Questo il tema dell’incontro pubblico svoltosi ieri sera a Lucca, nella cattedrale di San Martino, organizzato dall’arcivescovo della città, Italo Benvenuto Castellani. “La volontà più evidente dei padri che si erano riuniti nel Concilio Vaticano II era di tornare alla sorgente, e che Cristo non si può conoscere senza le Scritture”. Ha esordito così il cardinale Poupard dopo la domanda sul motivo per cui l’80 per cento dei cattolici italiani, secondo una recente ricerca, non ha mai letto integralmente i Vangeli. “Ignorare le Scritture è ignorare Cristo – ha continuato - e allora dovremmo dedurre che così tanti cattolici ignorano Cristo?” Per il porporato non si può giungere ad una conclusione così drastica, perché una delle ragioni può essere vista nel retaggio culturale derivato dall’avversione per il protestantesimo, che metteva la Bibbia sopra il Magistero. Un’altra ragione, specialmente in Italia, è, secondo il cardinale, da ritrovarsi nel sempre maggior distacco dei giovani verso la lettura in genere. “Prendiamo atto di questa situazione per cambiarla - ha dichiarato il porporato – è necessario prendere sul serio la riforma liturgica, ed introdurre le persone a quella lettura che si chiamava lectio divina, che ha nutrito per millenni il popolo di Dio, che, anche se non sapeva leggere, ascoltava”. Tuttavia, ha aggiunto non si può fare a meno di notare, negli ultimi tempi una certa presa di coscienza del problema; infatti, dappertutto, si stanno moltiplicando i circoli biblici. E alla domanda su quale sia il rapporto della Chiesa con i mezzi di comunicazione, il cardinale Poupard ha spiegato che nella realtà di fede ciò che è importante è la dimensione interiore, mentre, al contrario, ciò che conta, ad esempio nella televisione, è ciò che è più spettacolare. (A cura di Virginia Volpe)

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    Quarto incontro dei Venerdì di Propaganda promossi dalla Libreria Editrice Vaticana

    ◊   Domani sera alle 18.00 presso la Libreria Internazionale Paolo VI in via di Propaganda 4, a Roma, si terrà l’incontro su “L’archeologia e i suoi misteri”, con Leonella De Santis autrice di “I segreti di Roma sotterranea” (Newton Compton). “Sotto il suolo bimillenario di Roma – riferisce una nota della Libreria Editrice Vaticana (Lev) - esiste una città ancora più antica di quella che si può ammirare restando in superficie: un mondo misterioso e sommerso dove l’archeologia si intreccia con la storia e dove vestigia sepolte dall’incedere del tempo svelano un patrimonio di tesori preziosi ma molto spesso assolutamente ignorati. Con competenza e passione, Leonella De Santis invita il lettore a scendere sotto la Roma conosciuta da tutti per scoprire i segreti delle catacombe cristiane ed ebraiche, ammirare i miracoli degli antichi acquedotti, visitare i vetusti luoghi di sepoltura, ritrovare fossili appartenenti ad altre ere geologiche, esplorare i cunicoli delle vecchie carceri e godere dell’arte conservata nelle numerose basiliche sotterranee della capitale. Dalla tomba di Paolo sulla via Ostiense fino al rifugio antiaereo dell’EUR – conclude la nota della Lev - il libro della De Santis svela i segreti di un territorio dove il presente e il passato si compenetrano fino a diventare una cosa sola, gettando una nuova luce sul fascino immenso della città eterna”.

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    24 Ore nel Mondo



    Economia e partenariato con l’est i temi del Vertice a Praga

    ◊   Gettare le basi per una risposta comune europea all’emergenza sociale, provocata dalla crisi finanziaria. Rafforzare la collaborazione con i Paesi a est dell’Unione Europea, appartenuti all’ex Unione sovietica. Dare impulso alla diversificazione delle fonti energetiche per un'Europa sempre meno dipendente dal gas russo. Questi gli obiettivi della due giorni di Praga: la capitale della Repubblica Ceca ospita oggi il summit dei Ventisette sull’occupazione e il vertice Ue sul partenariato orientale, mentre domani accoglierà gli incontri sul cosiddetto “corridoio sud” per il transito del gas verso l’Ue. A proposito del partenariato orientale, oggi i rappresentanti di Bruxelles incontrano i leader di Georgia, Ucraina, Moldova, Bielorussia, Armenia ed Azerbaijan. L’Ue arriva a questo appuntamento forte dell’approvazione, ieri, del Trattato di Lisbona da parte del Senato ceco. Ce ne parla da Praga l’inviata del Sole24Ore, Adriana Cerretelli, intervistata da Giada Aquilino:

    R. - Direi che arriva un pò meglio di come avrebbe potuto, nel senso che se ci fosse stato un “no” al Senato ceco, sarebbe stata una tragedia per l’Europa, il Trattato di Lisbona sarebbe saltato e l’Europa sarebbe ripiombata in una crisi istituzionale, proprio nel momento in cui lancia una nuova politica di partenariato orientale con dei Paesi che hanno, certamente, un’importanza strategica per l’Europa. Parliamo di Ucraina, Georgia, Bielorussia, Moldova, Azerbaijan - che è assolutamente essenziale per avere l’alternativa delle forniture energetiche rispetto appunto a quelle russe - ed infine l’Armenia.

     
    D. - Perché ora l’Unione Europea vuole aprire una nuova politica di partenariato con queste sei ex Repubbliche sovietiche?

     
    R. - Perché con l’allargamento, i confini dell’Unione si sono spostati sempre più ad est e quindi queste zone - che sono molto instabili, che hanno dei problemi e non hanno ancora trovato i loro equilibri politici interni - rappresentano sicuramente un interesse vitale per l’Europa, che ha invece bisogno di stabilità ai confini. Quindi, il partenariato orientale, che significa sostanzialmente cooperazione economica, diventa un interesse vitale per l’Europa allargata.

     
    D. - Eppure, questo obiettivo di stabilità, nel momento attuale, appare quanto meno difficile: sono iniziate le manovre della Nato in Georgia a pochi giorni da un tentato golpe a Tbilisi, l’Ucraina è abbastanza instabile, la Moldova è percorsa da moti di insurrezione…

     
    R. - Diciamo che l’Europa si avventura su un terreno minato, perché questa instabilità da una parte la induce a tentare di stabilizzare l’Est e, dall’atra, si va a scontrare con la Russia che ritiene da sempre questi Paesi una sua esclusiva zona di influenza e non gradisce interlocutori alternativi.

     
    Parlamento Europeo sulle parole del Papa
    Il parlamento europeo ha bocciato con 253 "no", 199 "sì" e 61 astenuti un emendamento presentato da Marco Cappato e da Sophie In't Veld, a nome del gruppo liberaldemocratico, per “condannare fermamente” le recenti affermazioni di Benedetto XVI sull'uso del preservativo nella lotta all'Aids. L'emendamento proposto riguardava il rapporto annuale sui diritti umani nel mondo. Ieri, in Spagna i due principali partiti - il Psoe del premier José Luis Zapatero e il Partido popular all'opposizione - hanno fatto sapere che non avrebbero votato a favore di una mozione critica nei confronti delle dichiarazioni del Papa in Africa su Aids e preservativi, presentata la settimana scorsa al Congresso dei Deputati di Madrid dal piccolo gruppo di Izquierda Unida (sinistra).

    La BCE taglia di un quarto di punto il tasso di riferimento
    La Banca centrale europea ha tagliato di un quarto di punto il tasso di riferimento, portandolo all'1%. Il taglio deciso oggi porta il costo del denaro al minimo storico da quando la Bce ha iniziato a gestire la politica monetaria nel 1999. La decisione era ampiamente attesa dal mercato. Il differenziale tra il costo del denaro negli Stati Uniti e quello nell'Eurozona si attesta sull'1%, tenuto conto che la Fed ha praticamente azzerato il tasso sul Fed Funds, fissando un range compreso tra 0 e 0,25%.

    Ucciso il figlio di un leader talebano in Pakistan
    Il figlio di uno dei leader più importanti del movimento talebano in Pakistan è stato ucciso in un bombardamento dell'esercito nella parte nordoccidentale del Paese. Si tratta del figlio dell’uomo che aveva ottenuto dal governo l'imposizione della sharia in cambio di una pace, già finita, con i talebani. Il giovne è stato ucciso a Maidan, nel distretto del Dir basso, nella zona nord occidentale del Paese ai confini con l'Afghanistan. Nella zona, da dieci giorni, è in corso una imponente offensiva dell'esercito nei confronti dei talebani.

    Obama - terrorismo
    Dopo qualche mese di rapporti tiepidi, Barack Obama offre il proprio pieno supporto ai leader di Afghanistan e Pakistan e rafforza il patto a tre contro Al Qaeda e i talebani, chiedendo nello stesso tempo maggiore iniziativa e risultati chiari a Kabul e Islamabad nella lotta all'estremismo islamico. Ma la due giorni di incontri sull'area "Af-Pak" si è aperta a Washington all'insegna dell'angoscia per le decine di vittime civili in Afghanistan causate da quello che appare un raid americano finito fuori controllo. Obama ha promesso che gli Usa faranno “tutto il possibile” per evitare vittime fra la popolazione. La Casa Bianca, il Pentagono e il Dipartimento di Stato non hanno però ammesso apertamente la responsabilità per quello che è accaduto nella provincia di Farah, spiegando di voler prima accertare i fatti.

    Ucciso un soldato israeliano in Cisgiordania
    Un soldato israeliano è stato ucciso stamani nei pressi di Ramallah, in Cisgiordania, nel corso di una “missione operativa”. Le autorità militari hanno aperto un'inchiesta. Secondo alcune fonti, il militare potrebbe essere stato ucciso da "fuoco amico". In ogni caso, nel corso di disordini scoppiati nella universitaria città palestinese.

    Riportati in Libia i 227 immigrati avvistati ieri al largo di Lampedusa
    Il ministro italiano dell'Interno, Roberto Maroni, terrà oggi alle 16, al Viminale, una conferenza stampa per illustrare i dettagli dell'operazione che ha consentito di riportare in Libia i 227 immigrati avvistati ieri al largo di Lampedusa. Della vicenda hanno parlato questa mattina, in un colloquio telefonico, i ministri dell’Interno di Italia e Malta. I due Paesi, protagonisti nei giorni scorsi di un braccio di ferro diplomatico sul soccorso di immigrati nel Mediterraneo, si sono detti oggi d’accordo sulla linea del rimpatrio immediato. “Grave preoccupazione” per la vicenda è stata espressa dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). Debora Donnini ha intervistato Gabriele del Grande, scrittore e giornalista fondatore dell’Osservatorio Fortress Europe, che si occupa dei temi dell’immigrazione. Gli ha chiesto innanzitutto che cosa potrà accadere, a suo avviso, alle persone rimpatriate:

    R. - Succederà che, in base alla nostra esperienza - ho visitato la Libia anche pochi mesi fa - saranno tenuti in questi campi per gli immigrati che si trovano in Libia, in parte finanziati dall’Italia e dall’Unione Europea: ce ne sono almeno una ventina. Da lì, ci saranno poi destini diversi, nel senso che per alcune nazionalità il rimpatrio si fa abbastanza rapidamente - penso ai cittadini egiziani, ai tunisini che, normalmente, nel giro di pochi giorni o poche settimane, vengono riammessi nei propri Paesi. Tutta un’altra storia, invece, per quelle nazionalità che in Libia non hanno nessuna ambasciata, per esempio il Camerun, la Gambia… Io ho incontrato a novembre un ragazzo del Camerun che stava da due anni in carcere senza aver commesso nessun reato, semplicemente fermato sulla rotta per l’Italia: non c’è appunto l'ambasciata del suo Paese a Tripoli e quindi nessuno lo può identificare e rimpatriare. Poi, c’è il discorso fondamentale dei rifugiati politici, che sono un terzo delle persone che arrivano a Lampedusa: queste persone, se rimpatriate nel proprio Paese, rischiano persecuzioni, in alcuni casi anche la vita.

     
    D. Dunque, l’Italia nel Mediterraneo è in qualche modo un ponte per l’arrivo degli immigrati: poi che cosa accade?

     
    R. - L’Italia è una porta d’ingresso sull’Europa. Chiaramente, quando uno si trova a dover viaggiare senza documenti, sceglie il posto più vicino, il posto più facile per passare… i rifugiati, ad esempio, preferiscono andarsene verso i Paesi del Nord Europa dove ci sono migliori sistemi di accoglienza. Ci sono mille fattori che influiscono e anche questo è un problema serio, perché ad esempio giustamente Malta e l’Italia chiedono all’Europa: perché noi dobbiamo farci carico di tutti i rifugiati che attraversano il Mediterraneo? Ora, la mia domanda è: qual è la soluzione? Respingere tutti in Libia dove non esiste nessuna tutela per i rifugiati politici, o magari, come alcuni propongono, suddividere quel carico sui 25 Paesi dell’Unione Europea?

    Francia, immigrati rischiano morte nell’acido
    Dodici immigrati si erano nascosti in un’autocisterna, nei pressi del porto di Calais, in Francia. Non sapevano, però, che l’autobotte sarebbe stata riempita di acido solforico in uno stabilimento industriale. Il personale addetto alle fasi di riempimento ha scongiurato che gli uomini finissero tragicamente disciolti. Dalla chiusura del centro d'accoglienza della Croce Rossa di Sangatte, avvenuta nel novembre del 2002, nella zona sono accampati centinaia di immigrati, in particolare afghani, eritrei, iracheni e somali. Si nascondono nei camion, imbarcati sui traghetti, per raggiungere l'Inghilterra.

    Sri Lanka
    L'esercito dello Sri Lanka ha conquistato quello che si ritiene essere l'ultimo bunker delle Tigri Tamil. Lo riferiscono la stampa cingalese e fonti dell'esercito di Colombo. Le truppe della 58.ma divisione hanno conquistato un bunker sotto terra, nel quale hanno trovato letti, cibo, munizioni e armi. Il bunker si trovava nella giungla nei pressi di Vellamullivaikkal, l'area di pochi chilometri nella quale si sono concentrati gli ultimi ribelli delle Tigri Tamil. L'esercito ha anche trovato tre cadaveri, probabilmente di ribelli, uccisi durante i combattimenti. Altri battaglioni dell'esercito cingalese hanno invece dichiarato sicure le zone di Ampalavanpokkanai, Nelwelikulam, Kuppilankulam, Waduvakkal, Murusumudai e Nachchikuda, nelle quali hanno sequestrato armi e munizioni, anche artiglieria pesante, appartenuti all'esercito di liberazione delle Tigri Tamil.

    India - tensioni elettorali
    Diversi gli scontri che si registrano in India per il quarto e penultimo turno delle elezioni, che si concluderanno il 13 maggio prossimo. A Calcutta, un attivista comunista è rimasto ucciso da una bomba a mano. A Rajasthan, un uomo è morto in un conflitto a fuoco con la polizia, dopo aver cercato di prendere in ostaggio gli scrutatori di un seggio. In diverse località, nei pressi di Calcutta, ci sono feriti tra sostenitori di diversi partiti. Proteste e scontri anche in Jammu e Kashmir. Altre due persone sono morte a West Bengala, ma stavolta per il caldo “indiano”, molto sentito in questi giorni. La tornata elettorale, interesserà sette Stati indiani e New Delhi per un totale di 94 milioni di elettori, chiamati a scegliere 85 candidati nella capitale dell'Unione e negli Stati settentrionali del Punjab, Haryana, Bihar, Rajasthan, Jammu e Kashmir, Uttar Pradesh e West Bengala.

    Incendi in California: case distrutte, vigili feriti, migliaia gli evacuati
    Migliaia di persone costrette a lasciare le proprie case per i violenti incendi a Santa Barbara, in California. Da giorni bruciano le aree boschive, cinquecento ettari di terreno sono stati già divorati dalle fiamme. Almeno venti le case distrutte, 1.200 quelle evacuate, tre i vigili del fuoco rimasti feriti. Il rogo, secondo le autorità locali, sarebbe di origine dolosa e va estendendosi a causa dei forti venti che spazzano la zona. Nel fine settimana, le raffiche hanno sfiorato i 100 km orari. Il governatore, Arnold Schwarzenegger, ha dichiarato lo “stato di emergenza”.

    Si alza il tasso di disoccupazione in Nuova Zelanda
    Il tasso di disoccupazione registrato in Nuova Zelanda nel primo trimestre dell’anno risulta essere il più alto registrato negli ultimi sei anni. Passa dal 4,7 al 5%. Nel quarto trimestre del 2007, il tasso di disoccupazione era di appena il 3,4%. I dati sono stati pubblicati oggi dall'Ufficio di statistica. (Panoramica internazionale a cura di Fausta Speranza e Anna Villani)

     

     Bollettino del Radiogiornale della Radio Vaticana Anno LIII no. 127

     
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