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Sommario del 06/06/2009

Il Papa e la Santa Sede

  • La Chiesa è esigente con i sacerdoti per amore di Cristo e del popolo di Dio: così il Papa alla Comunità del Seminario francese di Roma
  • Udienza e nomina
  • Il Papa nomina mons. Sardi Pro-Patrono dell’Ordine di Malta
  • Domani, la Beatificazione di Raffaele Rafiringa, primo religioso lasalliano del Madagascar. Intervista con mons. Angelo Amato
  • Religioni, credenti e società: tema dell’intervento del cardinale Tauran al Colloquio internazionale sull’insegnamento delle religioni
  • Visita in Vaticano del ministro degli Affari Esteri dell’Arabia Saudita. Incontro con il cardinale Tauran
  • Un discorso che immette un elemento di speranza nel mondo: la riflessione di padre Lombardi sulle parole di Barak Obama al Cairo
  • Apre il sito web della parrocchia vaticana di Sant'Anna, guidata dai Padri agostiniani
  • Oggi su "L'Osservatore Romano"
  • Oggi in Primo Piano

  • Nel vivo le elezioni europee. Intervista con mons. Adrianus Van Luyin
  • Vigilia di elezioni in Libano, sfida tra la maggioranza uscente e l'alleanza filosiriana. Intervista con Camille Eid
  • Vivere l'Anno sacerdotale per riscopire il sacerdote come un altro Cristo nella società contemporanea. Intervista con don Domenico Dal Molin
  • Il commento del teologo don Massimo Serretti al Vangelo della Domenica della SS. Trinità
  • Chiesa e SocietÓ

  • Colombia: dichiarazione dei vescovi sui contenuti di un programma tv sulla pedofilia
  • Perù: dichiarazione del presidente dell'episcopato dopo lo scoppio di violenza in Amazzonia
  • Andrea Riccardi inaugura la prima sede della Comunità di Sant'Egidio a L'Avana
  • Cina: ritiro spirituale per 40 sacerdoti di Pechino in vista dell’Anno sacerdotale
  • Vescovi europei: la Ccee a Zagabria per interrogarsi sulla crisi economica
  • Città del Messico: quarto Congresso per i laici sul tema “Sfide e speranze delle famiglie”
  • Ecuador: messaggio finale del quarto Incontro del Piano andino ispanico per le migrazioni
  • Perù: messaggio del quinto Simposio eucaristico per la chiusura dell’Anno Paolino
  • Stati Uniti: la Chiesa locale si prepara alla colletta dell’Obolo di San Pietro
  • Argentina: incontro nazionale della Pastorale del turismo
  • Al pellegrinaggio Macerata-Loreto anche una rappresentanza dei terremotati abruzzesi
  • Profughi tamil a Chettikulam. Un operatore umanitario: "Come un campo di concentramento"
  • “La valigia con lo spago”: l’emigrazione in un programma tv in 4 puntate su Raiuno
  • 24 Ore nel Mondo

  • Obama chiude il tour europeo con Sarkozy in Normandia: pace in Medio Oriente e nucleare iraniano ancora temi centrali
  • Il Papa e la Santa Sede



    La Chiesa è esigente con i sacerdoti per amore di Cristo e del popolo di Dio: così il Papa alla Comunità del Seminario francese di Roma

    ◊   Benedetto XVI ha ricevuto stamani in Vaticano la comunità del Seminario francese di Roma. L’istituzione, fondata oltre un secolo e mezzo fa dalla Congregazione del Santo Spirito, viene affidata ora alla Conferenza episcopale francese. Nel suo discorso per l’occasione, il Papa si è soffermato sui doveri dei seminaristi e dei loro formatori ed ha ribadito l’importanza del ministero sacerdotale per la vita della Chiesa. Il servizio di Alessandro Gisotti:

     
    L’Anno sacerdotale offre a tutta la Chiesa la possibilità di “scrutare più profondamente l’identità del sacerdozio, mistero di grazia e misericordia”: è quanto sottolineato da Benedetto XVI nel suo discorso al Seminario francese di Roma. Un’occasione per ribadire il ruolo fondamentale dei sacerdoti nella vita ecclesiale:

     
    “La tâche de former des prêtres est une mission délicate...”
    “Il compito di formare i preti - ha detto - è una missione delicata”. La formazione che si propone nei seminari, ha aggiunto, è “esigente”, perché alla sollecitudine pastorale dei futuri sacerdoti sarà affidata una porzione del popolo di Dio, “quel popolo che Cristo ha salvato donandogli la sua vita”. E’ bene, ha auspicato, che i seminaristi comprendano che se la Chiesa si mostra esigente con loro è perché si devono prendere cura di coloro che Cristo gli ha affidato. Quindi, ha enumerato le attitudini che devono caratterizzare un futuro sacerdote:

     
    “La maturité humaine, les qualités spirituelles...”
    “La maturità umana, le qualità spirituali e ancora - ha rilevato - lo zelo apostolico e il rigore intellettuale”. Quindi, il Pontefice ha evidenziato che, per accrescere queste virtù, è importante che i seminaristi ne beneficino per primi attraverso l’esempio dei loro formatori. Ha così ripreso le parole del cardinale Suhard a proposito dei ministri di Cristo:

     
    “Eternel paradoxe du prêtre. Il porte en lui les contraires...”
    “Eterno paradosso del sacerdote - ha detto il Papa citando il porporato francese - è portatore in se stesso di opposti: concilia, a prezzo della vita, la fedeltà a Dio e all’uomo”. Non ha in mano mezzi politici, diceva il cardinale Suhard, né risorse finanziarie o la forza delle armi, la sua forza è di essere disarmato e di potere tutto in Cristo. “Possano queste parole che evocano così bene la figura del Santo Curato d’Ars - è stato l'augurio del Pontefice - risuonare come un appello vocazionale per i numerosi giovani cristiani francesi che desiderano una vita utile e feconda al servizio dell’amore di Dio”. Infine, l’auspicio che i seminaristi francesi in visita a Roma possano scoprire la grandezza della cattolicità della Chiesa e la sua vitale unità attorno al Successore di Pietro.

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    Udienza e nomina

    ◊   Benedetto XVI ha ricevuto, stamani, in udienza il cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione per i Vescovi. Successivamente, il Papa ha ricevuto un gruppo di presuli della Conferenza episcopale del Venezuela, in visita “ad Limina”

    In Nigeria, il Pontefice ha nominato vescovo di Maiduguri il reverendo Oliver Dashe Doeme, del clero di Shendam, parroco della St. Michael Church ad Anguldi. La diocesi di Maiduguri è suffraganea dell'arcidiocesi di Kaduna. Ha una superficie di 132.000 kmq, con 5.890.000 abitanti (201.622 cattolici), 32 parrocchie, 43 sacerdoti (40 diocesani e 3 religiosi), 63 seminaristi e 37 religiose.

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    Il Papa nomina mons. Sardi Pro-Patrono dell’Ordine di Malta

    ◊   Benedetto XVI ha nominato Pro-Patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta l’arcivescovo Paolo Sardi, vice-Camerlengo di Santa Romana Chiesa, finora nunzio apostolico con incarichi speciali.

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    Domani, la Beatificazione di Raffaele Rafiringa, primo religioso lasalliano del Madagascar. Intervista con mons. Angelo Amato

    ◊   Da pagano a straordinaria figura di cristiano, che nelle vesti di laico consacrato ricostruì la Chiesa del Madagascar in assenza di sacerdoti. E' la parabola di Raffaele Rafiringa, primo religioso dei Lasalliani nell'isola africana. A elevarlo domani agli onori degli altari sarà, a nome del Papa, l'arcivescovo Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. La cerimonia si svolgerà nella capitale del Madagascar, Antananarivo, città d'origine del nuovo Beato, dove nacque nel 1856. Ai nostri microfoni, lo stesso mons. Amato ne tratteggia la figura e il carisma:

    R. - A dieci anni vide per la prima tre uomini vestiti di nero, dalla pelle bianca, che lo incuriosirono parecchio. Erano forse tre nuovi stregoni? No, erano tre Fratelli delle scuole cristiane, giunti per l'educazione dei giovani. Avevano già imparato la lingua malgascia, fedeli all'insegnamento del loro fondatore, San Giovanni Battista de La Salle (1651-1719), per il quale ogni insegnamento, soprattutto quello religioso, per essere efficace deve essere fatto nella lingua materna. Firinga, un giorno, insieme ai suoi compagni di gioco, si recò a curiosare: fu colpito da due quadri appesi alla parete. Il primo raffigurava la Sacra famiglia e ammirò l'amore che la mamma aveva per il suo bambino. Il secondo quadro ritraeva un crocifisso, dallo sguardo buono. Nella classe, uno dei tre stregoni bianchi stava spiegando qualcosa ai piccoli scolari. Tornato a casa, chiese al padre di voler frequentare quella scuola: sotto la guida di fratel Ladolien, il piccolo fu conquistato dai racconti del Vangelo, dalla figura di Maria e soprattutto da Gesù crocifisso. A quattordici anni chiese il Battesimo, che fu celebrato il 24 ottobre 1879, festa dell'arcangelo Raffaele; gli fu dato il nome di Raffaele, e poi aggiunse un “Ra” (signore), a Firinga, diventando così Raffaele Rafiringa.

     
    D. - Come divenne religioso?

     
    R. - La crescita culturale e spirituale di Rafiringa lo fecero diventare collaboratore dei religiosi, come maestro supplente della scuola. A vent'anni attua la decisione della sua vita: chiese di diventare fratello delle scuole cristiane. Era la Pasqua del 1876. Due anni dopo, Raffaele Rafiringa - figlio del Capitano degli schiavi - vestì l'abito dei Freres, diventando Fratel Raffaele-Luigi Rafiringa. La formazione fu lunga e meticolosa: studio della dottrina cristiana, delle regole del suo ordine, studi di ordine professionale e di perfezionamento.

     
    D. - C'e qualche elemento straordinario nella sua vita?

     
    R. - Per questioni politiche, e per una certa invidia verso i cattolici da parte di altri cristiani dell'isola, tutti i francesi furono espulsi dal Madagascar: rimasero solo fratel Raffaele e alcune suore malgasce. Il 29 maggio 1883, la benedizione da parte del direttore, Fratel Gonzalvien che stava lasciando l'isola: "Dopo la nostra partenza, conferma i fratelli nella fede e davanti a qualunque pericolo rimani fedele a Dio e alla regola dell'lstituto. Dio ti benedica e anch'io ti benedico!". Nelle stesse ore, un padre gesuita rivolgeva parole simili a Vittoria Rasoamanarivo, figlia del primo ministro, allieva delle suore, battezzata a dispetto dei suoi quando aveva quindici anni. Ora, a trentasei, si sentiva anche lei pronta a qualsiasi sacrificio, pur di non far spegnere la luce della fede nel suo Paese. Tra Vittoria e fratel Raffaele si stabilì cosi una santa alleanza, che porta frutti benefici e insperati.

     
    D. - Come si regolarono i cattolici privati delle loro guide spirituali?

     
    R. - I cattolici non avevano nessuna intenzione di abbandonare la propria fede. La domenica, 3 giugno 1883, all'ora della Messa festiva, tutti si diressero verso la cattedrale. Alcune guardie sbarrarono il passo. Vittoria si fece avanti e nonostante il divieto entra in cattedrale dicendo: "Noi non abbiamo paura di entrare in chiesa. Niente ci impedirà di riunirci a pregare". Tutti entrarono. Entrò anche fratel Raffaele con gli alunni della scuola. Non c'era, però, nessun sacerdote per la celebrazione della Messa. Tutti gli occhi erano puntati su fratel Raffaele: era lui l'unico che poteva guidare la comunità cattolica nel suo cammino di perseveranza nella fede. Il giovane religioso diventa cosi il capo dell'Unione cattolica di tutto il Madagascar. Ogni mattina, alle sette, recitava il Rosario in cattedrale con gli alunni della scuola; il venerdì sera si faceva la Via Crucis e il sabato si cantavano le litanie della Madonna davanti alla statua dell'lmmacolata. Intanto, si sceglievano anche i capi delle piccole assemblee di altri posti. Per tre anni, quest’atteggiamento di preghiera e di fedeltà non solo non danneggiò i cattolici, ma ne fece aumentare il numero. Intanto, la scuola cattolica riceveva elogi dalle autorità per l'alto livello di istruzione raggiunto dai suoi alunni. Ma fratel Raffaele pensava anche alla formazione dei catechisti per l'istruzione religiosa delle campagne e per l'assistenza dei fedeli presenti in altri centri, organizzava ritiri per le suore, scriveva opuscoli e dirigeva ogni domenica una - oggi diremmo - liturgia della parola, desiderata ed apprezzata da tutti. La sua guida spirituale era l'osservanza della regola dei Freres sia nello spirito che nelle prescrizioni esteriori.

     
    D. - Quando tornarono i missionari?

     
    R. - Dopo tre anni, firmata la pace, poterono tornare anche i missionari francesi. Li attendeva una lieta sorpresa quando constatarono che la comunità cristiana si era mantenuta fedele e forte per merito dell'Unione Cattolica, di cui fratel Raffaele era presidente. Nel 1889, il religioso emise la professione perpetua, consacrandosi per tutta la vita a Dio nella Congregazione dei Fratelli delle Scuole cristiane. La sua giornata era assorbita dall'insegnamento, dalla composizione di opere religiose, storiche, artistiche, didattiche, dalle traduzioni, dalla redazione di una grammatica e una sintassi della lingua malgascia, dalla collaborazione a dizionari, dalla preparazione di una pedagogia cristiana inculturata, che riconoscesse e rispettasse i valori della cultura malgascia. Furono questi i titoli che gli permisero nel 1903 di essere nominato membro della nascente Accademia del Madagascar.

     
    D. - Cosa dire della sua santità?

     
    R. - Questo lavoro immenso non lo distoglieva dalla cura della sua santificazione, anzi, davanti al Tabernacolo, spesso chiedeva al Signore una prova che potesse contribuire alla sua purificazione. E la prova dolorosa puntualmente arrivò: il 24 dicembre 1915 fu arrestato, perché accusato di appartenere ad una società segreta ultranazionalista. Furono sequestrati e distrutti i preziosi manoscritti che si trovavano nella sua stanza. Fratel Raffaele, innocente, venne gettato in prigione. II carceriere gli porto un po' di cibo, ma lui rifiutò: "Grazie, amico, oggi è la vigilia di Natale, e noi cattolici facciamo digiuno". E proprio a mezzanotte di que! Natale, iniziò l'interrogatorio: fratel Raffaele si proclamò innocente, la sua unica preoccupazione era stata l'istruzione religiosa e civile dei giovani malgasci. Il 18 febbraio 1916 il processo si concluse con le pubbliche scuse da parte del giudice verso l'imputato e con l'immediata scarcerazione. Fu un trionfo per il nostro Beato ed i festeggiamenti durarono più giorni. Anche il vescovo venne a trovare - come lui disse - il suo "supplente negli anni dell'esilio". Lo stesso vescovo poi svelò ai Fratelli un segreto: fratel Raffele era andato da lui per chiedergli un rosario nuovo, perchè il vecchio rosario si era consumato nei mesi di prigionia. La sua salute, però, era stata gravemente colpita. I suoi superiori pensarono bene di trasferirlo da Antananarivo a Fianarantsoa, ricca di bellezze naturali e con un clima più adatto alle sue condizioni. Questo trasferimento fu una ferita al suo amore per la sua città natia, la sua cattedrale, la sua scuola, i suoi amici. Vi rimase due anni e furono gli ultimi della sua vita. Si spense a 63 anni, il 19 maggio del 1919. Ma la capitale non si rassegnava a vedere sepolti lontani i resti del suo eroe, e così, nel 1933, ci fu il tanto sospirato trasferimento. II ritorno fu un vero trionfo di popolo. Un trionfo arricchito di grazie e di favori celesti.

     
    D. - Cosa dire del miracolo?

     
    R. - Ci fu anche un miracolo, riconosciuto dalla Congregazione per le Cause dei Santi e fatto per la Beatificazione di fratel Rafiringa. Si tratta della guarigione del signor Pietro Rafaralahy da una totale paralisi degli arti inferiori che lo affliggeva da più di sei anni. Pietro era cattolico ed era uno dei catechisti della regione. Quando seppe che il percorso della salma da Fianarantsoa ad Antananarivo, avrebbe fatto sosta nella cattedrale di Antsirabe, si fece trasportare in quella città per rendere omaggio ed anche per chiedere la grazia della guarigione. Ed avvenne il miracolo. Dopo la Messa, Pietro si trascinò verso la bara: sentì un brivido lungo il corpo e fu spinto ad alzarsi. Lo fece senza difficoltà. Era guarito. Le sue stampelle le lasciò come ricordo alla chiesa. Ritornò con le proprie gambe a casa, coprendo con gioia i 14 chilometri di distanza.

     
    D. - II significato di fratel Raffaele per oggi?

     
    R. - Fratel Raffaele è una figura di eccezionale modernità: è un convertito che si apre alla luce e alla verità del Vangelo. E’ un religioso che avverte l'importanza dell'istruzione dei giovani, è un catechista che si impegna per l'educazione cristiana del popolo. E’ uno scrittore, un accademico, un leader che guida la Chiesa, in assenza di sacerdoti. Ma fratel Raffaele è un santo, che ha amato Dio con tutte le sue forze, mettendosi al suo servizio, ed ha amato la sua patria con tutto il suo cuore, discernendo e valorizzando i talenti della cultura e le bellezze della lingua malgascia. Fratel Raffaele è quindi un esempio per la gioventù malgascia, ad essere gioiosi testimoni di Gesli, buon maestro. Ma è anche un modello per i cattolici di tutto il mondo a rimanere fedeli alla Chiesa e al Vangelo anche durante le persecuzioni e le prigionie. Fratel Raffaele è un'altra perla che viene a impreziosire i giorni del nostro calendario.

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    Religioni, credenti e società: tema dell’intervento del cardinale Tauran al Colloquio internazionale sull’insegnamento delle religioni

    ◊   La dimensione del dialogo interreligioso è al centro dell’intervento che il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, ha tenuto al Colloquio internazionale sull’insegnamento delle religioni, che si è svolto in questi giorni a Montauban, in Francia. Il servizio di Fausta Speranza:

    “Viviamo tutti in società pluriculturali e plurireligiose”, ha detto il cardinale Tauran per poi ricordare che “le religioni sono capaci del meglio come del peggio: possono mettersi al servizio di un progetto di santità o di un progetto di alienazione”. Riferendosi a quanti danno vita ad azioni terroristiche dicendosi ispirati da motivi religiosi, il cardinale Tauran riconosce che tutto ciò alimenta “il paradosso che le religioni vengano percepite come pericolo”. A questo proposito, parlando di islam, il cardinale Tauran sottolinea che “tutto ciò non riguarda il vero islam praticato dalla maggioranza dei fedeli di questa religione”. “La religione non è un momento particolare della storia - dice il presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso - appartiene alla natura dell’uomo”. Ci sono comunque contesti, orientamenti e pratiche particolari: il cardinale ricorda una certa filosofia illuminista in base alla quale solo la ragione può accedere alla verità; o un certo programma della Rivoluzione francese che voleva costruire una società senza Dio, per non parlare del “buio che l’umanità ha conosciuto con i due totalitarismi del secolo scorso”.

     
    Guardando all’oggi il prelato sottolinea che nonostante queste sfide “la questione di Dio è emersa più forte che mai” e che assistiamo a un ritorno del fatto religioso, a una rinascita di sacralità. “La religione è divenuta un fattore capitale nella vita culturale, politica, economica così come anche nell’insegnamento”, nella formazione della persona. Semmai - spiega il porporato - in alcune società occidentali si abbassa il livello della partecipazione a livello comunitario e cita l’espressione inglese che riassume il fenomeno: "Believing without belonging", cioè credere senza appartenere, che significa un modo emozionale e individualista di credere. Di fronte a tutto ciò, il cardinale Tauran ribadisce l’importanza della “conoscenza seria della propria tradizione religiosa” e dunque della chiarezza della propria identità, per poi affermare che “la Chiesa è aperta al mondo” e concepisce “il dialogo con i credenti di altre confessioni come una fonte di arricchimento per tutti”. Ma avverte: dialogo interreligioso non significa dire “tutte le religioni insegnano più o meno la stessa cosa”. Piuttosto significa dire: “Tutte le persone che cercano Dio hanno stessa dignità” e significa “fare il possibile per comprendere il punto di vista dell’altro”. Dignità della persona e carattere sacro della vita sono punti fermi per le nostre tradizioni religiose - ricorda il cardnale Tauran - e insieme con gli uomini di buona volontà aspiriamo alla pace. E il porporato cita parole di Benedetto XVI nel primo giorno di febbraio 2007: “La ricerca e il dialogo interreligioso non sono un’opzione ma una necessità dei nostri tempi”.

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    Visita in Vaticano del ministro degli Affari Esteri dell’Arabia Saudita. Incontro con il cardinale Tauran

    ◊   Il principe Saud Al Faisal bin Abdulaziz Al Saud, ministro degli Affari Esteri dell’Arabia Saudita, ha reso ieri visita, accompagnato da una delegazione, al Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, dove è stato accolto dal presidente del medesimo dicastero, il cardinale Jean-Louis Tauran, dal segretario, mons. Pier Luigi Celata, dal sottosegretario, mons. Andrew Vissanu Thanya-anan, e dal capo ufficio per l’Islam, mons. Khaled Akasheh. Durante l’incontro - informa un comunicato del dicastero pontificio - sono state scambiate idee sul seguito da dare alla Conferenza di Madrid (16-18 luglio 2008) che, ad iniziativa del re Abdallah bin Abdulaziz Al Saud, aveva riunito capi delle principali religioni del mondo.

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    Un discorso che immette un elemento di speranza nel mondo: la riflessione di padre Lombardi sulle parole di Barak Obama al Cairo

    ◊   A 48 ore dal lungo discorso dal podio dell'Università del Cairo, il tenore delle affermazioni di Barak Obama è ancora al centro di analisi e valutazioni politiche e mediatiche. Echi si colgono sia nei Paesi ai quali il presidente americano ha fatto esplicito riferimento - Israele, i Territori palestinesi, l'Iran - sia, in ambito più internazionale, per ciò che riguarda le tematiche "calde" affrontate da Obama: dalla pace in Medio Oriente al disarmo nucleare. Su questo avvenimento si sofferma, in un editoriale, il nostro direttore generale, padre Federico Lombardi:

    Negli anni scorsi si è parlato molto di rischio di conflitti di civiltà, in particolare fra mondo musulmano e mondo occidentale dopo l’11 settembre. La Chiesa cattolica è sempre stata decisamente contraria a questa lettura della realtà mondiale, puntando sulla comprensione reciproca fra popoli culture e religioni; impegnandosi quindi attivamente perché le opposizioni e le incomprensioni non si approfondiscano, originando conflitti e guerre. Di qui la linea del dialogo interreligioso e la ricerca continua della pace. Il recente viaggio del Papa nella Terra Santa ne è stato una manifestazione esemplare. Ora, anche il discorso del Presidente Obama al Cairo, inteso a stabilire un nuovo rapporto fra l’America e il mondo musulmano, va nella giusta direzione e immette nell’orizzonte mondiale un elemento di speranza.

     
    L’indubbio peso politico degli Stati Uniti viene impegnato con chiarezza verso alcuni obiettivi che sono certamente cruciali per la pace nel mondo. L’impegno per la soluzione del conflitto fra israeliani e palestinesi, l’affermazione non solo della necessità della non proliferazione nucleare, ma più radicalmente del disarmo nucleare di tutte le nazioni. E poi il quadro più ampio della libertà religiosa, della dignità della donna, della democrazia, e dello sviluppo dei popoli. Sono aperture verso direzioni su cui moltissime persone di buona volontà desiderano collaborare per trovare le vie giuste per l’umanità in cammino e su cui ci auguriamo che si possano incontrare i credenti nel Dio creatore e amante della pace.

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    Apre il sito web della parrocchia vaticana di Sant'Anna, guidata dai Padri agostiniani

    ◊   “L'obiettivo è quello di raccontare non solo la storia di questo luogo e delle persone che vi hanno lavorato, ma anche di valorizzare le diverse iniziative religiose, umanitarie e culturali che vi si svolgono”. Così padre Bruno Silvestrini, parroco della Chiesa di Sant’Anna, posta sul confine tra lo Stato della Città del Vaticano e lo Stato italiano, ha raccontato all’Osservatore Romano l’apertura del sito internet: www.santanna.va. Un’iniziativa nata dalla necessità, ha detto padre Silvestrini, “di uno strumento di collegamento utile non solo per i parrocchiani, che vivono all'interno delle mura vaticane, ma anche per le migliaia di pellegrini che ogni anno frequentano la parrocchia”. Nel portale, nato in collaborazione con l'Ufficio internet della Santa Sede, si possono trovare aggiornamenti sulle attività della parrocchia e approfondimenti sulla stessa Chiesa di Sant’Anna. La Santa è la protettrice dei palafrenieri che, a partire dal 1378, avevano collocato nella chiesa la sede dell'omonima Confraternita.

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    Oggi su "L'Osservatore Romano"

    ◊   In prima pagina, Luca M. Possati sulle legislative in Libano.

    Nell'informazione internazionale, Pierluigi Natalia sulla violenza politica che sta travolgendo la Guinea-Bissau.

    In cultura, l'introduzione al libro - curato dal direttore - "In difesa di Pio XII. Le ragioni della storia". Nel volume sono rielaborati una serie di testi e contributi pubblicati su "L'Osservatore Romano".

    La cronaca di Luca M. Possati dell'incontro, a Roma, sull'identità politica dello Stato di Israele alla luce del viaggio di Benedetto XVI in Terra Santa.
     L'introduzione di Inos Biffi al libro che raccoglie gli studi del cardinale Giovanni Colombo su
    Alessandro Manzoni e un testo di Franco Camisasca sulla strana giustizia di Renzo Tramaglino.

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    Oggi in Primo Piano



    Nel vivo le elezioni europee. Intervista con mons. Adrianus Van Luyin

    ◊   Giornata di votazioni in Slovacchia, Lettonia, Malta, Cipro e Italia, chiamati a rinnovare il nuovo parlamento europeo, designando i 726 deputati della settima legislatura. Nei giorni scorsi, hanno votato Gran Bretagna, Irlanda, Repubblica Ceca e Olanda. Proprio all’Aja la Commissione europea ha chiesto spiegazioni dopo la pubblicazione anticipata dei risultati delle consultazioni, che vedono la crescita delle formazioni di estrema destra, xenofobe e antieuropeiste. A pesare sul voto il timore di una bassa affluenza e anche per questo, nei giorni scorsi, la Comece, la Commissione degli episcopati della Comunità europea, ha pubblicato un documento dal titolo “Costruire una migliore casa europea”, nel quale si invita ad esercitare il proprio diritto di voto e si fa appello al senso di responsabilità. Quali sono le sfide che si porranno ai nuovi parlamentari? Mario Galgano, collega della sezione tedesca, lo ha chiesto a mons. Adrianus van Luyin, presidente della Comece:

    R. - Il nuovo parlamento europeo dovrà trattare inevitabilmente una serie di problemi gravi, che preoccupano e inquietano molti uomini. In primo luogo, la crisi finanziaria globale per la quale molti posti di lavoro minacciano di essere perduti, come pure il modo in cui saranno investiti i risparmi e le pensioni di milioni di persone. Quindi, la questione urgente è: il parlamento europeo potrà essere in grado di cercare, di trovare insieme agli Stati membri delle soluzioni per questa crisi? Soluzioni che corrispondano alla giustizia sociale? Perché la crisi non riguarda solo le attuali generazioni ma anche quelle future, e c’è da considerare che questa crisi investe le tematiche ambientali, energetiche e anche il settore alimentare. Dobbiamo constatare che, soprattutto, c’è anche una crisi morale, c’è una falsa gerarchia rispetto ai valori umani essenziali, che invece trovano la loro conferma nel Vangelo.

     
    D. - Quali sono, secondo lei, i punti cardine nella politica dell’Unione Europea che la Chiesa cattolica deve difendere?

     
    R. - I futuri parlamentari si dovranno sempre confrontarsi con alcune questioni fondamentali: il rispetto della dignità inviolabile della persona umana - che è la base della dottrina sociale della Chiesa - il rispetto della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale, la protezione del Creato tramite una lotta ai cambiamenti climatici, l’incoraggiamento alla moderazione necessaria nello stile di vita, il rafforzamento della pace, della sicurezza, della libertà. Aggiungo il sostegno alla famiglia e ai giovani nella loro educazione e formazione, i rapporti con i migranti, i profughi e, infine, l’impegno per la giustizia nei Paesi poveri del mondo perché anche l’Unione ha una responsabilità globale per tutta l’umanità.

     
    D. - Come vede lei la collaborazione tra la Chiesa cattolica, cioè vescovi, la Comece con le istituzioni a Bruxelles?

    R. - Direi che la parola “collaborazione” non è esatta, la parola giusta è “dialogo”. Noi portiamo avanti un dialogo continuo con le istituzioni europee, in base alla Dottrina sociale della Chiesa che ha come fondamenti la dignità della persona umana e il bene comune e monitoriamo le decisioni delle istituzioni europee. Le difficoltà sono quelle che troviamo anche a livello nazionale: incomprensioni, resistenza da parte di certe ideologie, ma anche il fatto che non vengono afferrate le condizioni del dialogo. Per esempio, la prima condizione è la capacità di autocritica da parte di tutti gli interlocutori. Poi, ci sono gli interessi dei partiti che, purtroppo, alle volte prevalgono sui valori umani in discussione. Queste sono le difficoltà che incontriamo in ogni dialogo con i politici.

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    Vigilia di elezioni in Libano, sfida tra la maggioranza uscente e l'alleanza filosiriana. Intervista con Camille Eid

    ◊   Oltre tre milioni di elettori vanno al voto domani in Libano per scegliere i 128 deputati del Parlamento unicamerale, con un mandato di quattro anni. A sfidarsi la maggioranza uscente, quella che fa capo all'Alleanza del 14 marzo e che prende il nome dalla protesta avvenuta a Beirut dopo l'omicidio dell'ex premier Rafik Hariri nel 2005, e l'Alleanza dell’8 marzo, che si ispira ad un'altra manifestazione, ma in questo caso filosiriana, e che ha come riferimento Hezbollah. Il voto sarà monitorato da circa 2500 osservatori, nazionali ed internazionali. I risultati sono attesi per lunedì prossimo. Sull’attuale panorama politico nel Paese dei cedri, ascoltiamo il giornalista libanese Camille Eid, del quotidiano Avvenire, intervistato da Giada Aquilino:

    R. - Nella campagna elettorale è stato sottolineato che se il Libano opta per la coalizione "del 14 marzo"’ vuol dire che mantiene libertà, sovranità, indipendenza, amicizia con l’Occidente, mentre se opta per l’altra coalizione finisce nel baratro dell’asse Damasco-Teheran. Chiaramente, l’"Alleanza 8 marzo" rigetta queste accuse, dicendo che invece il Libano, votandola, uscirà dal giogo dei capitali e della corruzione politica ed economica.

     
    D. - La stampa internazionale parla di un evento sì di politica interna libanese, ma anche di un sistema complesso in cui le relazioni internazionali giocano un ruolo importante. Perché?

     
    R. - Il peso è molto visibile, perché il Libano è sempre stato teatro di tutte le tensioni regionali e internazionali. Attualmente, si assiste al braccio di ferro tra Occidente, rappresentato dagli Stati Uniti in primo luogo, e Iran e Siria, il cosiddetto "fronte del rifiuto". Trovano insomma sfogo tutte queste espressioni.

     
    D. - E i libanesi cosa ne pensano del "fattore esterno"?

     
    R. - I libanesi veramente sono un po’ stanchi di questa classe politica. Intanto, quello che li soddisfa è la legge elettorale. Nelle ultime tornate di votazioni, è stata adottata una legge “fabbricata” a Damasco, che cercava di accontentare i siriani. Mentre adesso, per la prima volta, si vota con una legge che rispetta per lo meno i particolarismi di ogni provincia e, quindi, saranno eletti dei deputati maggiormente rappresentativi rispetto ai parlamenti precedenti.

     
    D. - I vescovi maroniti hanno invitato gli elettori ad avere “immunità morale” contro incentivi economici e influenza straniera. Che appello è quello della Chiesa maronita?

     
    R. - Il primo riferimento era al fatto che molti capitali sono entrati in azione per cercare di portare gli emigrati libanesi a votare a favore della maggioranza. Quindi, c’è uno sperpero di denaro che non si sa come poi sarà ricuperato. L’altro riferimento è al pericolo di coinvolgimento del Libano in alleanze regionali, che non giovano al suo futuro e nemmeno alla sua economia.

     
    D. - Il presidente Usa, Barack Obama, nel suo discorso al mondo islamico ha affrontato anche il tema della libertà religiosa, citando proprio i maroniti in Libano, assieme ai copti in Egitto. Ha detto: “La ricchezza della diversità religiosa deve essere sostenuta”…

     
    R. - Il Libano vorrebbe essere un esempio di pluralismo e multipartitismo. Ma tale pluralismo ha anche bisogno di sostegno. Fa piacere che Obama se ne sia reso conto e abbia presentato l’esempio dei copti in Egitto e dei maroniti in Libano come un esempio di pluralismo da diffondere in tutta la zona, sia nel rispetto della diversità religiosa - quindi la presenza cristiana in particolare - sia anche come eliminazione di tutte le discriminazioni.

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    Vivere l'Anno sacerdotale per riscopire il sacerdote come un altro Cristo nella società contemporanea. Intervista con don Domenico Dal Molin

    ◊   Tra due settimane, la Chiesa entrerà nell'Anno sacerdotale, annunciato da Benedetto XVI nell'udienza dello scorso marzo alla Congregazione per il Clero. In tutte le diocesi, i membri del clero e non solo stanno preparandosi a questo periodo che vuole, secondo le parole del Papa, "far percepire sempre più l’importanza del ruolo e della missione del sacerdote nella Chiesa e nella società contemporanea”. A sottolinearlo è anche don Domenico Dal Molin, direttore del Centro nazionale delle vocazioni della Cei, intervistato da Fabio Colagrande:

    R. - Credo che anzitutto sia un’opportunità per riflettere sul ministero ordinato. Abbiamo un calo nelle vocazioni sacerdotali e sicuramente questo anno ci aiuterà a rimettere nelle comunità, al centro, questa attenzione. Secondo, mi pare che la scelta della figura del Santo Curato d’Ars ci permetta di dare un taglio di minore visibilità al ruolo della figura del presbitero, ma di dargli quell’immagine di servizio, di umiltà, di capacità d’incarnazione dentro alla vita della propria gente, della propria comunità.

     
    D. - Nel discorso col quale ha annunciato questo anno sacerdotale, Benedetto XVI ha detto che è necessario che oggi i sacerdoti - ha usato queste parole - siano "presenti, identificabili, riconoscibili" negli ambiti della cultura e della carità. Cosa pensa di questo appello?

     
    R. - Credo sia un appello che incontra un’esigenza reale. Oggi, la figura del presbitero non può nascondersi in un ruolo di banalità: è un ruolo che deve essere veramente vissuto con pienezza, accettando le sfide della cultura, e intendo le sfide della cultura come la capacità di leggere gli eventi, i segni dei tempi. Cultura, però vuol dire respirare l’aria nella quale siamo immersi e cogliere quei segni di positività che ci permettono di far passare la lieta notizia del Vangelo. L’altro aspetto è l’attenzione sociale, che oggi è indispensabile. Avere questa attenzione, soprattutto alla realtà dell’emarginazione, dei poveri, di situazioni che meritano una consolazione particolare, mi pare sia il compito del presbitero, in maniera molto specifica.

     
    D. - Un’altra iniziativa legata a questo anno è la pubblicazione di un direttorio per i confessori e i direttori spirituali. Un suo commento…

     
    R. - Penso sia qualcosa di molto bello, qualcosa che viene a potenziare e direi anche a motivare la presenza di un presbitero nel suo vivere il ministero della Riconciliazione. Tante volte ci dedichiamo a mille cose, però spesso non diamo un’ora - anche nel fine settimana, nelle eucaristie domenicali - per dare alle persone l’opportunità di vivere il ministero della penitenza, della Rriconciliazione. Quindi, ben venga questo direttorio. Se poi a ciò viene agganciato anche un aiuto per riscoprire l’accompagnamento spirituale, dico che è una risorsa enorme, perché la direzione spirituale permette di aiutare una coppia a crescere, permette di aiutare un giovane a focalizzare le sue scelte di vita, permette di fare la scelta di Gesù, della sua Parola, come lampada che guida i nostri passi. (Montaggio a cura di Maria Brigini)

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    Il commento del teologo don Massimo Serretti al Vangelo della Domenica della SS. Trinità

    ◊   Nella solennità della SS. Trinità, la liturgia presenta il brano Vangelo nel quale i discepoli si prostrano davanti a Gesù su un monte della Galilea, dubitando però del Maestro. Gesù allora si avvicina e dice loro:

    "Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo".

     
    Sul significato di questa solennità, ascoltiamo il commento del teologo, don Massimo Serretti, docente di Cristologia all'Università Lateranense:

    Il vecchio Simeone dice del Bambino, che ha preso tra le sue braccia di anziano, che questi è “luce per illuminare le genti” (Lc 2, 32), attestando così che si è compiuta la profezia che si trova in Isaia: “Io ti renderò luce delle nazioni perché porti la mia salvezza fino all'estremità della terra” (49, 6; cf. 42, 6).

     
    Al termine della sua missione terrena Gesù invia i suoi “a tutti i popoli”. Quel che Egli ha portato e quel che consegna ai suoi è principio di unità universale che abbraccia tutti i figli di Adamo, tutta la famiglia umana.

     
    E qual’è il principio e l’origine di questa unità universale senza confini?

     
    E’ la comunione divina, la comunione trinitaria. E’ l’unione sacramentale “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.

     
    In molti modi gli uomini cercano una forma di unità stabile tra di loro: nell’assenza di guerra, che chiamano impropriamente "pace"; nel sentimento d’affetto, che chiamano imprecisamente "amore"; nell’intreccio d’interessi, che chiamano fallacemente "politica".  Ma l’unica universalità e verità di relazione si trova “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.

     
    Nell’unità di Dio, che ci è data nel santo Battesimo, è il segreto dell’unità tra gli uomini. Per questo la Chiesa, comunione dei battezzati, è “sacramento di unità per tutto il genere umano”.

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    Chiesa e SocietÓ



    Colombia: dichiarazione dei vescovi sui contenuti di un programma tv sulla pedofilia

    ◊   In merito ad alcuni contenuti, in particolare “analisi e giudizi”, formulati in un programma (“Settimo giorno”) del canale “Caracol” del 31 maggio scorso - nel quale è stato trattato il caso di due sacerdoti sotto accusa per atti di pedofilia - la Conferenza episcopale della Colombia ha voluto fare alcune considerazioni e precisazioni. In primo luogo, affermano i presuli, si tratta di un argomento che provoca “dolore e ferisce profondamente la sensibilità morale di ogni persona per bene”. Tali sentimenti di “vergogna, condanna e di totale rifiuto di atti così delittuosi”, in particolare quando sono coinvolti sacerdoti, non possono essere però mescolati con affermazioni che provocano “disorientamento e confusione” perché inesatte. “In Colombia - si legge nel comunicato - si commettono abusi sui minorenni da parte di membri della famiglia o dei loro amici ogni giorno”. Nel caso di sacerdoti, la comunità giustamente è più severa “e ciò esige da noi maggiore fedeltà agli impegni assunti in virtù della nostra condizione di pastori”. Occorre ricordare, precisa l’episcopato colombiano, “che le norme e le istruzioni della Chiesa per prevenire e punire questo tipo di reati sono chiare e precise. E riguardano sia “l’ammissione al sacerdozio di persone che non diano piene garanzie di maturità ed equilibrio della sessualità, sia nel caso in cui sia certo l'abuso di minorenni da parte di sacerdoti. Queste norme si traducono in poche parole: tolleranza zero”. La dichiarazione rifiuta le affermazioni secondo la quale, sulla materia, la Chiesa farebbe poco o sarebbe debole, o addirittura “tenterebbe di sfuggire alle sue responsabilità”. “Il religioso coinvolto in questi delitti, se legge, deve affrontare un doppio giudizio: quello che la Chiesa apre presso il tribunale ecclesiastico” e che, accertata la colpa, in base alle norme del diritto canonico può arrivare anche alla perdita dello stato clericale e, poi “il giudizio davanti alla giustizia ordinaria dello Stato che potrà e dovrà applicare le pene sancite nel Codice di diritto penale”. Nel ribadire queste verità la dichiarazione episcopale vuole smentire apprezzamenti fatti nel corso della trasmissione, asserendo che i membri della Chiesa avrebbero trattamenti speciali. “Ciò, dicono i vescovi, non è vero. La Chiesa non ha nessun privilegio davanti alla giustizia. Non era neanche vero nel periodo in cui era in vigore un regime concordatario”. Ricordando che l’art. 28 della Carta costituzionale garantisce che solo con un “mandato scritto del giudice” è possibile accusare, arrestare e processare un cittadino, i vescovi osservano testualmente: “Non si può dare la colpa alla Chiesa se la giustizia non agisce come sarebbe il desiderio di tutti”. Infine, la dichiarazione episcopale, a firma del segretario generale mons. Fabián Marulanda López, ribadisce che non sia vero che l’allora cardinale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger, abbia spedito una lettera per chiedere ai vescovi riserva nei casi di reati contro minorenni da parte di membri del clero. L’oggetto di quella lettera, terminano i presuli, riguardava il cosiddetto “crimine di sollecitazione” (can. - 1387) e le norme per tutelare il nome della vittima. Recita testualmente il can. 1387: "Il sacerdote che, nell'atto o in occasione o con il pretesto della confessione sacramentale, sollecita il penitente al peccato contro il sesto precetto del Decalogo, a seconda della gravità del delitto, sia punito con la sospensione, con divieti, privazioni e, nei casi più gravi, sia dimesso dallo stato clericale". (A cura di Luis Badilla)

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    Perù: dichiarazione del presidente dell'episcopato dopo lo scoppio di violenza in Amazzonia

    ◊   Ieri, in Perù, nelle località di Bagua Chica e Bagua Grande, ci sono stati nuovi scontri tra i gruppi indigeni locali e la polizia: la stampa locale parla di almeno 33 morti e 100 feriti. Giorni fa ci sono state altre vittime tra i civili e i poliziotti. Ora, i manifestanti avrebbero risposto prendendo in ostaggio un gruppo di 38 poliziotti che custodivano una stazione dell'oleodotto, proprietà dell'ente statale “Petroperù”. In merito a questi fatti luttuosi, il presidente della Conferenza episcopale del Perù, mons. Miguel Cabrejos Vidarte, arcivescovo di Trujillo, insieme con la dottoressa Beatriz Merino Lucero, dell'Authority per la difesa dei popoli aborigeni, in una dichiarazione congiunta tornano a chiedere la ricerca di soluzioni negoziate ricordando che "la vita è un valore supremo che va protetto in ogni circostanza" e questo dovere, aggiungono, va rispettato sia per quanto riguarda "le nostre comunità di aborigeni storicamente abbandonate, sia nel caso delle persone "chiamate, nell'adempimento dei doveri costituzionali, a ristabilire l'ordine". "Il nostro appello è un’esortazione alla serenità" e perciò "chiediamo che sia messo termine subito agli scontri tra concittadini". "E' urgente - prosegue il documento - che venga data attenzione a tutte le persone ferite senza distinzione di nessun tipo e il prima possibile vengano stabiliti i canali del dialogo, che non si sarebbero dovuti mai interrompere. È questa l'unica via per risolvere pacificamente i conflitti. Siamo consapevoli di dovere proteggere la vita e i diritti fondamentali delle persone e dunque chiediamo alle autorità e ai dirigenti di scegliere il dialogo e la pace. Al tempo stesso, conclude il documento, dichiariamo la nostra disponibilità a collaborare in tutto quanto sia richiesto, allo scopo di ripristinare la tranquillità tra le popolazioni colpite e nell'intero Paese". Per ora esiste una differenza tra le cifre diffuse dal governo e quelle fornite dagli indigeni: secondo il premier, le vittime sono undici poliziotti e tre nativi. Ma i dati sugli indigeni morti, riferiti dal governo, differiscono ampiamente da quelli forniti dal Collegio Medico Chachapoyas, dagli ospedali, dai mezzi di comunicazione e dalle organizzazioni indigene, che parlano di 25 vittime. La mobilitazione degli indigeni, contraria all'applicazione del Trattato di libero commercio con gli Stati Uniti, coinvolge oltre cinquemila indigeni di 62 gruppi etnici, riuniti nell'Associazione interetnica di sviluppo della Selva Peruviana. Dallo scorso 9 aprile, i manifestanti si scontrano con la decisione governativa di incrementare le riserve di gas e petrolio, presenti in grandi quantità nella selva. Gli "indios" ritengono che questa decisione apra le porte allo sfruttamento senza controllo da parte dei privati, delle Corporation, con conseguente danno non solo alle loro comunità ma anche all'ambiente. (A cura di Luis Badilla)

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    Andrea Riccardi inaugura la prima sede della Comunità di Sant'Egidio a L'Avana

    ◊   E’ stata inaugurata ieri, nella parte storica de L’Avana, la prima sede della Comunità di Sant’Egidio nella capitale del Paese. Alla presenza del cardinale Jaime Ortega Alamino, delle autorità cubane - tra cui l’"Historiador de la Ciudad", il prof. Eusebio Leal, e di Caridad Diego, direttrice dell’Ufficio per gli affari religiosi del Partito comunista cubano - Andrea Riccardi ha inaugurato il nuovo edificio con il nome di “Casa di pace e di dialogo”. Si tratta di un luogo di crescita umana e spirituale per i giovani cubani, ma anche di accoglienza per gli anziani poveri della città. Nella Casa sarà attiva, tra breve, anche una biblioteca. Il prof. Riccardi, nel corso della cerimonia, ha anche ricordato le parole di Giovanni Paolo II nel corso della sua visita dell’isola: “Che Cuba si apra al mondo e il mondo a Cuba”. La Comunità di Sant’Egidio è presente a Cuba da più di 15 anni, in varie città dell’isola, con circa un migliaio di aderenti, che si dedicano al servizio ai poveri e all’evangelizzazione. (A.D.G.)

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    Cina: ritiro spirituale per 40 sacerdoti di Pechino in vista dell’Anno sacerdotale

    ◊   Una quarantina di sacerdoti dell’arcidiocesi di Pechino hanno partecipato ai quattro giorni di ritiro spirituale annuale, dal 19 al 22 maggio, in vista dell’apertura dell’Anno sacerdotale indetto da Benedetto XVI. Guidati da padre Frans De Ridder, e da mons. Giuseppe Li Shan, arcivescovo di Pechino, i sacerdoti hanno approfondito il versetto degli Atti degli Apostoli “In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (Atti 17,28). Padre De Ridder - con oltre 40 anni di vita missionaria trascorsa a Singapore ed a Taiwan ed una lunga esperienza di direzione spirituale - ha invitato i sacerdoti a mettersi completamente nelle mani del Signore, a vivere pienamente la vita di preghiera, ad essere fedeli alla Celebrazione Eucaristica mantenendo un contatto personale ed intimo con Dio. Dal suo canto, mons. Li Shan ha incoraggiato i religiosi a difendere sempre la dignità del sacerdote con la parola e con atti concreti ed a partecipare attivamente alla vita comunitaria diocesana camminando sulla strada dell’autentica vita sacerdotale, come ha voluto il Signore. (R.P.)

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    Vescovi europei: la Ccee a Zagabria per interrogarsi sulla crisi economica

    ◊   “Crisi economico-finanziaria: di-sperare? Esperienze, iniziative, problemi e risposte della Chiesa in Europa” è il tema centrale dell’incontro che si svolgerà a Zagabria il prossimo 9 giugno per iniziativa del Ccee, il Consiglio delle Conferenze episcopali europee. Nell’ambito di questa giornata di lavoro dei vescovi ed esperti delle Conferenze episcopali europee, saranno inoltre affrontate le questioni relative alla crisi socioeconomica, al crollo del sistema finanziario internazionale e al contributo della Chiesa cattolica in Europa. Dopo gli appuntamenti di Frascati (1998) e di Varsavia (2000) - come riferisce l’Agenzia Fides - quest’anno si riuniscono di nuovo 34 rappresentanti di 21 Conferenze episcopali che si occupano di questioni sociali. “La Chiesa cattolica ha più volte affermato che l’attuale crisi non è solo di natura economico-finanziaria - afferma il segretario generale del Ccee, p. Duarte da Cunha - ma è innanzitutto una crisi di fiducia, morale e valoriale. A Zagabria verificheremo le numerose attività messe in opera dalle Conferenze episcopali per far fronte a questa situazione. Crediamo che questa crisi possa essere anche un’opportunità concreta data non solo a chi è preposto alla riforma dei sistemi economico-finanziari, ma a tutti i cittadini, perché si rimettano coraggiosamente in cammino per ripensare gli equilibri del vivere comune e gli stili di vita di ognuno”. Il primo contributo del meeting di Zagabria sarà, secondo p. Duarte da Cunha, “quello di mettere in rete non solo le preoccupazioni, ma anche le esperienze, le risposte e le buone pratiche delle Conferenze episcopali e di individuare possibili vie di collaborazione futura. L’attuale crisi, di fatto, ci ha già insegnato che non possiamo uscirne da soli ma è necessario un impegno comune di tutti”. L’incontro prevede interventi del segretario del Pontificio Consiglio “Giustizia e Pace”, mons. Giampaolo Crepaldi, del presidente della Compagnia delle Opere, Bernard Scholz, del cardinale Péter Erdő, arcivescovo di Esztergom-Budapest e presidente del Ccee. Saranno affrontate anche le questioni relative all’aumento della disoccupazione in Europa, alle agitazioni sociali, alla crisi dei sistemi pensionistici e alle migrazioni, con una particolare attenzione alla questione dei ricongiungimenti familiari. L’incontro, ospitato dal cardinale Josip Bozanic, arcivescovo di Zagabria e vice-presidente del Ccee, è a porte chiuse. Sarà aperta ai giornalisti solo la sessione iniziale dalle 9.00 alle 10.30. Il giorno prima si riunirà a Zagabria la presidenza del Ccee. (A.D.G.)

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    Città del Messico: quarto Congresso per i laici sul tema “Sfide e speranze delle famiglie”

    ◊   Oggi e domani, il Messico ospita il quarto Congresso per i laici, promosso dalla Vicaria dei laici dell’arcidiocesi della capitale. Il tema scelto per questa edizione è “Sfide e speranze delle famiglie a Città del Messico”, come frutto del sesto Incontro mondiale delle famiglie che è stato celebrato, nella metropoli, agli inizi del 2009. Si discute di famiglia, intesa come realtà missionaria, del suo ruolo al servizio della vita, quale cellula fondamentale della società e come comunità di persone. Presenti anche 500 congressisti, per analizzare e confrontarsi su questi argomenti. Inoltre alcuni organismi ufficiali ed istituzioni rendono noti alcuni dati su ciascuno dei problemi che attanagliano il Messico, per approfondire la realtà dei fatti alla luce del Vangelo. Il Congresso per i laici - riferisce l’Agenzia Fides - conta sulla presenza di specialisti e rappresentanti ecclesiali. Tra questi, mons. Jonás Guerrero, ausiliare di Mexico, mons. Pedro Agustín Rivera, rettore dell’Antica Basilica di Guadalupe; Andrés e Clara Galindo, segretari della Dimensione episcopale della Famiglia. Al termine del Congresso si pubblicherà un documento che servirà da guida ai laici, perché possano lavorare su aspetti concreti, al fine di migliorare il livello delle famiglie messicane in un’ottica cristiana. (A.D.G)

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    Ecuador: messaggio finale del quarto Incontro del Piano andino ispanico per le migrazioni

    ◊   “La realtà dell’immigrazione è ricca sia di opportunità, sia di incertezze e pericoli per le persone che si mettono in cammino. In America Latina e nei Carabi - riferisce l’Agenzia Fides - questo segno dei tempi, risultato di cause economiche, politiche e di violenza, costituisce a volte un fenomeno drammatico che colpisce milioni di persone: emigranti, senza dimora e rifugiati”. È quanto si legge nel documento finale pubblicato al termine del quarto Incontro del Piano andino ispanico per le migrazioni, svoltosi a Quito, in Ecuador, sul tema “Attenzione pastorale agli immigrati Andini e Latinoamericani”. All’incontro hanno partecipato 35 persone, in rappresentanza delle Conferenze episcopali e delle Caritas della Colombia, del Perù, del Venezuela, dell’Ecuador, degli Stati Uniti, della Spagna e dell’Italia. L’evento si inserisce in un processo di lavoro d’insieme, iniziato da più di quattro anni, allo scopo di offrire una risposta concreta e di forte impatto per la popolazione, coinvolta nei processi migratori. La Chiesa cattolica, come si legge in un comunicato, accompagna questi fratelli “e desidera mettersi al loro servizio in modo sempre migliore nelle distinte fasi del processo migratorio”, riconoscendo “l’emigrazione come un diritto” e preservando “la dignità umana dell’emigrante in ogni circostanza”. Occorre, si afferma inoltre, promuovere “politiche, regolamenti e pratiche migratorie che fomentino l’unità familiare”. "Siamo convinti che l’immigrazione, prima che un problema è un motivo di speranza ed un’opportunità per costruire insieme un mondo migliore, più fraterno e solidale” conclude il testo. (A.D.G.)

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    Perù: messaggio del quinto Simposio eucaristico per la chiusura dell’Anno Paolino

    ◊   Aiutare i fedeli ad approfondire la conoscenza, la preghiera e l’amore per Gesù Eucaristia. È l’obiettivo del quinto Simposio eucaristico, che si aprirà mercoledì 10 giugno e sarà ospitato nella parrocchia San Josè Operaio di Barranco, nell’arcidiocesi di Lima. L’iniziativa, che affronterà il tema del messaggio eucaristico in San Paolo, nella cornice della chiusura dell'Anno Paolino, si concluderà venerdi 12. Tema dell’evento è “Fate questo in memoria di me” (1Cor 11,24). Tra gli organizzatori, come riferisce l’Agenzia Fides, le Congregazioni religiose delle Missionarie di Gesù Sacramento e di Maria Santissima, la scuola Vergine di Fatima di Barranco, la parrocchia di San Josè Operaio e i Padri oblati di San Josè. Padre Jaime Calvo Zàrate, vicario episcopale e parroco della parrocchia Santa Croce di Burrantes presiederà l’atto inaugurale dell’incontro. Mons. Salvador Pineiro, vescovo castrense, presenterà la prima relazione su “L’istituzione dell’Eucaristia: Questo è il mio Corpo”. Il secondo giorno, padre Antonio Artola Arbista, vicario parrocchiale della parrocchia Vergine del Pilar, affronterà il tema “Questo è il calice della nuova alleanza”, mentre il messaggio del giorno sarà affidato al padre Alfredo Leon Navarro, missionario vicentino. Affidata a mons. Guillermo Inca Pereda, vicario generale dell’Episcopato castrense, la relazione conclusiva del Simposio eucaristico, dal titolo: “Chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore”. Al parroco, padre Pedro Cerini Rotondi, sono affidate le parole conclusive. La solenne Messa di chiusura sarà celebrata da padre Bonaventura Dureau, vicario della parrocchia S. Antonio di Padova. (A.D.G.)

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    Stati Uniti: la Chiesa locale si prepara alla colletta dell’Obolo di San Pietro

    ◊   La Chiesa degli Stati Uniti si prepara alla raccolta delle offerte per l’Obolo di San Pietro. La colletta si svolgerà nei giorni 27 e 28 giugno. “L’Obolo di San Pietro - si legge in una nota - permette al Papa di rispondere velocemente a coloro che si trovano di fronte all’oppressione, ai disastri naturali, alla guerra e alle malattie”. “Tradizionalmente - continua la nota - i cattolici statunitensi sono sempre stati fra i donatori più generosi di questa colletta”. Una generosità ricordata dallo stesso Benedetto XVI il 19 aprile 2008, nel corso della Messa votiva per la Chiesa universale, celebrata nella Cattedrale di San Patrizio a New York. “In conformità con le tradizioni più nobili della Chiesa in questo Paese - disse allora il Papa - siate anche i primi amici del povero, del profugo, dello straniero, del malato e di tutti i sofferenti. Agite come fari di speranza, irradiando la luce di Cristo nel mondo”. Dal canto suo, incoraggiando i fedeli a continuare a contribuire generosamente alla colletta, mons. John Valzny, arcivescovo di Portland e presidente della Commissione per le collette nazionali della Conferenza episcopale statunitense, ha ribadito: “Papa Benedetto XVI ha spiegato come coloro che sono stati battezzati creino un’unica famiglia di credenti che non restano mai soli. La colletta dell’Obolo di San Pietro ci unisce nella solidarietà alla Santa Sede e si pone al servizio della carità verso i bisognosi”. “La vostra generosità - ha continuato il presule - permette al Papa di rispondere alle sofferenze dei nostri fratelli con prontezza, amore e compassione, così che il popolo di Dio non si senta solo nei momenti di sventura”. Da ricordare che, solo nel 2007, il totale dell’Obolo di San Pietro ha superato i 79 milioni di dollari. In cima alla lista dei donatori, c’erano i cattolici degli USA che hanno contribuito con 18,7 milioni di dollari, pari al 28% del totale. A seguire, i cattolici italiani, il cui contribuito è stato superiore agli 8,6 milioni di dollari, e i cattolici tedeschi, che hanno donato più di quattro milioni. Tra le iniziative intraprese con il sostegno dell’Obolo di San Pietro, basti citare i generi di prima necessità portati, attraverso il Pontificio Consiglio Cor Unum, nei Paesi colpiti da disastri naturali, come terremoti o inondazioni; la “Nazareth Boys Town” di Mbare, in Rwanda, che accoglie i ragazzi orfani, spesso vittime del genocidio e della guerra civile. O ancora: le attività della Fondazione Popolorum Progressio a favore dei contadini e degli indigeni nell’America Latina e quelle della Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel, che sostiene lo sviluppo di progetti nell’Africa sub-sahariana, soprattutto nelle zone a rischio di desertificazione. (I.P.)

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    Argentina: incontro nazionale della Pastorale del turismo

    ◊   “L’apporto del turismo nel rispetto dei diritti umani”: sarà questo il tema dell’incontro nazionale della Pastorale del turismo, che si svolgerà dal 10 al 12 giugno, nella Villa Carlos Paz, vicino Cordoba. Organizzato dalla Commissione episcopale per le Migrazioni ed il Turismo della Conferenza episcopale argentina, l’evento vedrà la presenza di mons. Rubén O. Frassia, presidente della Commissione organizzatrice, numerosi funzionari pubblici, delegati arcidiocesani e diocesani, persone collegate con il mondo del turismo, come le agenzie di viaggi o le università. “Sentiamo la necessità - affermano gli organizzatori - di contare sempre più sull’apporto di quelle persone che operano direttamente nel settore”. Riconoscendo i forti impatti che lo sviluppo del turismo provoca sull’ambiente e sulla società - riferisce L’Agenzia Fides - la Pastorale del Turismo argentina considera che, attualmente, il mondo del turismo coinvolga anche concetti etici, per cui sia possibile “stabilire una relazione tra l’attività turistica ed i diritti umani”. “Consideriamo il fenomeno turistico - ribadiscono gli organizzatori - come un mezzo per raggiungere alcuni dei principi contenuti nella Dichiarazione dei Diritti umani”. Inoltre, continuano, “coscienti che il nostro Paese soffre la perdita di questi valori, come Pastorale del turismo cerchiamo di riflettere su alcuni di questi temi, per generare spazi che offrano possibili risposte secondo i valori del Vangelo”. Tra i temi in esame durante i lavori: il Codice etico mondiale per il turismo - a partire dalla prospettiva della Dottrina sociale della Chiesa - la partecipazione del turismo alla diminuzione della povertà, il rapporto tra la persona e la natura e, infine, lo sfruttamento sessuale e commerciale nel turismo. (I.P.)

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    Al pellegrinaggio Macerata-Loreto anche una rappresentanza dei terremotati abruzzesi

    ◊   Una rappresentanza di terremotati di L’Aquila, guidati dal loro arcivescovo, Giuseppe Molinari, parteciperà alla 31.ma edizione del pellegrinaggio a piedi Macerata-Loreto, che si svolgerà il prossimo 13 giugno. Il presule concelebrerà la Messa della partenza, presieduta dal cardinale Crescenzio Sepe. Come segno di ulteriore attenzione per le popolazioni colpite dal sisma - riferisce l’agenzia Sir - la fiaccola del pellegrinaggio toccherà L’Aquila il prossimo 11 giugno, prima di giungere, sabato, a Macerata. Una preghiera particolare sarà anche dedicata ai carcerati di S. Vittore, Bollate ed Opera, invocando in loro “il dono della fede, della speranza e della carità, in modo che sia sempre più chiaro a noi che il nostro fare caritativo nelle carceri diventi uno strumento gradito a Cristo, affinché si renda presente ed incontrabile a tutti”. Queste ultime sono le parole di una ragazza di Milano che figurano fra le numerose persone che hanno affidato le loro intenzioni di preghiera alla Madonna in occasione del pellegrinaggio. In questi giorni, intanto, sono arrivati i primi messaggi augurali da parte delle autorità ecclesiastiche come i saluti di mons. Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, del card. Vinko Puljic, arcivescovo di Sarajevo, di mons. Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano. Tante le adesioni di partecipazione - in testa Lombardia, Emilia Romagna, Marche, Abruzzo e Campania. La macchina organizzativa del pellegrinaggio è intanto al lavoro con 300 persone in segreteria, 600 giovani mobilitati per il servizio d’ordine. Martedì 9 giugno si terrà a Macerata la conferenza stampa di presentazione del pellegrinaggio con la partecipazione del vescovo, Claudio Giuliodori. (A.D.G)

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    Profughi tamil a Chettikulam. Un operatore umanitario: "Come un campo di concentramento"

    ◊   Mancanza d’acqua, tende sovraffollate, famiglie separate e personale medico insufficiente per curare tutti i malati. “Ci sono centinaia di migliaia di persone costrette a vivere quasi una sopra l’altra. È un campo profughi al limite del collasso, che ricorda i campi di concentramento nazisti, come si vedono nei film”. È la testimonianza di un operatore sociale che, dopo aver visitato il centro di accoglienza di Chettikulam, a 20 km dal Vanni, in cui vivono centinaia di migliaia di persone, ha raccontato ad AsiaNews l’incontro con i rifugiati e le condizioni in cui si trovano a vivere i superstiti della guerra tra l’esercito e le Tigri tamil. Il centro di Chettikulam è lo stesso visitato dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ma Prasanna - un nome di fantasia, perché chiede di mantenere l’anonimato - è riuscito a parlare con i profughi. “Il campo è diviso in due settori, ognuno dei quali è suddiviso in 5 o 6 zone. Non saprei dire con precisione quanta gente ospita, ma sicuramente sono centinaia di migliaia”. L’area, sottratta alla foresta, è un grande accampamento. Racconta Prasanna: “Ci sono migliaia di  tende, larghe 3 metri per 3, in cui sono costrette a vivere anche quattro famiglie insieme”. Ad ogni nucleo familiare vengono assegnati 10 litri d’acqua “ma devono usarli per tutte le loro necessità, dall’igiene personale al bere, al curare i bambini. L’acqua non basta ed è molto difficile reperirne altra al di fuori della razione garantita”. Per mangiare, i profughi devono andare nell’unica cucina da campo allestita dal governo. “Adulti, anziani e bambini devono mangiare le stesse cose. Non ci sono latte in polvere o alimenti adeguati per i più piccoli o i neonati”. “In giro per il campo - continua Prasanna - ho visto molti orfani, con poco più di un anno. Di loro si prendono cura le ragazzine più grandi o altre famiglie, ma nemmeno questo è cosi facile”. Spesso mariti e mogli vivono separati in diverse zone dello stesso campo senza la possibilità di vedersi. “Ragazzi, ragazze e adulti tra i 25 e i 40 anni sono sotto stretta sorveglianza dei militari - spiega il testimone - perché sospettati di essere sostenitori delle Tigri tamil”. Le condizioni sanitarie sono drammatiche. “La gente - è la testimonianza di Prasanna - aspetta a lungo il suo turno per ricevere le cure mediche. Nell’ospedale del campo ci sono due persone per ogni letto, pochissimi medici e pochi infermieri rispetto all’enorme bisogno di assistenza. Dalle parole di Prasanna emerge anche la presenza, a Chettikulam, di alcuni religiosi. “Nel campo ho incontrato due sacerdoti salvatoriani e tre suore della Sacra Famiglia. Completamente sotto shock. Mi hanno raccontato di essere scappati dalla zona di guerra con 60 bambini dopo aver vissuto per 3 giorni nei ripari di fortuna ricavati scavando nella sabbia. Lungo la fuga hanno visto la terra disseminata di corpi con i cani che si aggiravano tra i cadaveri. Un sacerdote non ha retto alla vista ed è morto di infarto”. (A.D.G.)

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    “La valigia con lo spago”: l’emigrazione in un programma tv in 4 puntate su Raiuno

    ◊   A partire dal 29 giugno, in seconda serata, Raiuno ospiterà “La valigia con lo spago”, un nuovo programma di 4 puntate, che vuole essere un’inchiesta sull’emigrazione, per scoprire chi è realmente un immigrato oggi e quali sono le sue difficoltà all’interno della società. Una persona che deve forse rimanere nell’ombra per poter continuare a lavorare e a mandare soldi alla sua famiglia? A volte - riferisce l’Agenzia Fides - queste persone si sentono disorientate, e il prezzo è così alto che, per giustificare di esistere, rischiano di scivolare in una notte criminale e di innescare una spirale di paure e diffidenze violente, da una parte e dall’altra. Ed è facile poi per queste persone sentirsi isolate e spesso vittime di razzismo, prigionieri di un “gioco” che coinvolge tutti, senza né vincitori né vinti, in una guerra che non guarda ai problemi reali, come la povertà che sta stringendo tutto il pianeta. Così il mondo ha sempre più paura di queste persone, ombre della società, e si spendono dai 25 mila ai 30 mila miliardi di dollari ogni anno per il controllo delle politiche migratorie e di asilo. Miliardi di dollari che potrebbero creare milioni di posti di lavoro, lì dove non c’è lavoro e qui dove ci vorrebbero sempre più lavoratori. Serate per riflettere, dunque, e per conoscere l’altro come amico, non nemico. (A.D.G.)

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    24 Ore nel Mondo



    Obama chiude il tour europeo con Sarkozy in Normandia: pace in Medio Oriente e nucleare iraniano ancora temi centrali

    ◊   Superare lo stallo in Medio Oriente tramite negoziati basati sulla soluzione dei due Stati e riprendere negoziati diretti con l’Iran sul programma nucleare. Così il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, nel corso della conferenza stampa con il presidente francese Nicolas Sarkozy, tenutasi a Caen, in Normandia, dopo il faccia a faccia tra i due leader. Obama ha ribadito la linea della diplomazia anche per la soluzione del dossier nucleare della Corea del Nord “nonostante le provocazioni di Pyongyang”. I due leader nel pomeriggio prenderanno parte alle celebrazioni per il 65.mo anniversario dello sbarco in Normandia insieme al premier britannico Gordon Brown, al premier canadese, Stephen Harper, e al principe Carlo d’Inghilterra.

    Somalia
    Si allarga il conflitto in Somalia. Violenti scontri sono scoppiati ieri per il controllo di Wabho, importante città del centro del Paese. I combattimenti si aggiungono a quelli in corso, tra insorti islamici e truppe governative, per la capitale Mogadiscio. I profughi, secondo l'Onu, sono ormai 96 mila. La stabilizzazione del Corno d’Africa sarà al centro dei lavori della Riunione del Gruppo di Contatto sulla Somalia, a cui parteciperanno diversi esponenti dei Paesi della regione, che si terrà a Roma il 9 e il 10 giugno. Sui motivi di queste continue violenze in Somalia, Giada Aquilino ha intervistato Nino Sergi, segretario generale dell’organizzazione umanitaria Intersos, che opera nel Paese africano dal 1992:

    R.Queste violenze sono la continuazione di qualche cosa che già esiste da qualche settimana. C’è stato un processo che è stato formalizzato a metà del 2008 per cercare una soluzione unitaria alla crisi somala. Questa soluzione unitaria è stata però solo parziale: la parte di somali che non hanno accettato questo processo, che dunque è rimasta fuori, ovviamente non la vede come soluzione unitaria. E si sono posti in opposizione dura: opposizione armata. Questa opposizione dura si è manifestata in due modi: una prima ondata di conquista del territorio è iniziata dal maggio dello scorso anno quando un missile americano ha centrato un leader degli “shabab” – gli “shabab” sono questi giovani mujaheddin che sono un po’ le forze, le milizie di questa prima opposizione; con quell’uccisione c’è stata una reazione: conquistare il territorio. E nel giro di un anno, hanno conquistato quasi tutto il territorio del centro-sud della Somalia. Dal maggio 2009, c’è stata un’alleanza tattica con altre opposizioni che fino ad ora erano rimaste politiche, con scontri armati al governo e alle istituzioni transitorie, alle istituzioni di unità nazionale – come sono state definite – e che stanno provocando oggi pesanti conseguenze negative per la popolazione. Sono stati toccati da queste violenze ormai due milioni di persone, se poi contiamo anche quelle che subiscono gli effetti della cecità, sono tre milioni di persone che sono in un bisogno enorme.

     
    D. – Perché ancora la comunità internazionale e gli organismi locali non sono riusciti a trovare una soluzione per la Somalia?

     
    R. – Probabilmente si sono perse molte occasioni. Le nuove istituzioni, però, non hanno trovato quell’appoggio convinto, deciso da parte della comunità internazionale che occorreva dare.

     
    Pakistan
    In Pakistan proseguono senza sosta gli scontri tra esercito e talebani nel nord ovest del Paese. Due importanti esponenti di un movimento integralista sono stati uccisi in un'imboscata dei ribelli ad un convoglio che trasportava i prigionieri a Peshawar. I due erano considerati vicini al leader talebano Maluana. Nell’attacco ha perso la vita anche un soldato.

    Disastro aereo
    I responsabili dell’inchiesta sul disastro dell’Airbus di Air France - precipitato lunedì scorso al largo del Brasile - hanno confermato il malfunzionamento dei sistemi di misurazione della velocità. Il velivolo ha inviato 24 messaggi automatici di anomalie nella sua ultima fase di volo. Secondo gli esperti francesi coinvolti nelle indagini, a seguito delle numerose anomalie segnalate a questo tipo di strumentazione l'Airbus intende sostituire le sonde di rilevamento della velocità su tutti gli A330. Meteo France ha infine escluso che in quella zona fosse in atto un temporale di eccezionale intensità.

    Corea del Nord
    Nessun compromesso di fronte alla minaccia nucleare della Corea del Nord, che deve tornare al tavolo dei negoziati. E’ la risposta di Seul alla richiesta di Pyongyang di riaprire colloqui – la prossima settimana - in merito al distretto industriale che si trova al confine tra i due Paesi. Il dossier atomico nord coreano è ancora al vaglio del consiglio di sicurezza dell’ONU che sta studiando sanzioni dopo i testi e i lanci di missili effettuati in questi giorni.

    Messico
    Tragedia in Messico per la morte di almeno 29 bambini a seguito di un incendio, sviluppatosi in un asilo di Hermosillo, capitale dello Stato di Sonora, al confine con l’Arizona. Le fiamme hanno colto i piccoli nel sonno, mentre facevano il riposo pomeridiano. Il servizio di Anna Villani:

    I bambini, nella maggior parte neonati o fra i tre ed i sei anni, sono rimasti asfissiati dal fumo sprigionatosi dalle fiamme. Le lingue di fuoco si sono propagate rapidamente nella struttura, che ospita solitamente circa 200 piccoli. Al momento del fatto pare se ne trovassero sessanta. Il rogo è divampato da un vicino garage, dove erano custodite le auto degli uffici del Comune. Ad alimentare il fuoco, intorno alle ore 15, ora locale, sono stati i vari depositi di combustibile e materiale infiammabile, che si trovavano insieme alle auto. L'asilo ospita i figli di mamme lavoratrici o con scarsi mezzi economici. Ad aggravare il bilancio, la mancanza di uscite d'emergenza e la chiusura di porte e finestre dall'interno, che hanno intrappolato i piccoli ed il personale operante. I soccorritori hanno dovuto sfondare le pareti con camion e auto per accedere all’asilo. Tra i piccoli ospiti e dipendenti, fonti di agenzia parlano di una trentina di feriti ricoverati, con ustioni gravi e sintomi di asfissia nei diversi ospedali della città. Proprio per la gravità delle condizioni di alcuni si teme che il bilancio di 29 morti, che resta provvisorio, possa ulteriormente aumentare. Il presidente messicano Felipe Calderon ha ordinato l'apertura di un'inchiesta.

    Due mesi dal terremoto in Italia
    Nella notte tra il 5 e il 6 aprile scorso l’aquilano veniva devastato dalla forte scossa di terremoto che ha provocato circa 300 morti, oltre 70 mila sfollati ed enormi danni alle infrastrutture e al patrimonio artistico abruzzese. A due mesi dal terribile sisma stamani nel capoluogo sono iniziati i lavori per la realizzazione delle 3mila case antisismiche che dovranno ospitare circa 15mila persone. Intanto continua la gara di solidarietà da tutto il mondo. Ingente lo sforzo della comunità cattolica italiana: ammontano a oltre 15 milioni di euro le offerte raccolte da Caritas Italiana a cui si aggiungono i 5 milioni messi a disposizione dalla Cei. (Panoramica internazionale a cura di Marco Guerra)


    Bollettino del Radiogiornale della Radio Vaticana Anno LIII no. 157

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