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Sommario del 15/02/2009

Il Papa e la Santa Sede

  • Benedetto XVI all’Angelus: i cristiani riscoprano il valore del Sacramento della Confessione
  • Venticinque anni di impegno della Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel. L’incoraggiamento di Benedetto XVI
  • La visita del Papa in Africa porterà molti frutti: così, il presule camerunense Paul Verdzekov
  • Oggi in Primo Piano

  • Venezuela al voto sulla rieleggibilità del presidente: preoccupazione da parte della Chiesa
  • Giornata di preghiera dei vescovi dell’Africa australe per la popolazione dello Zimbabwe colpita da colera e povertà
  • Scienza e fede: a Roma, una Messa per Galileo Galilei celebrata da mons. Ravasi
  • In pochi giorni, il freddo uccide 4 clochard sul litorale romano. "Servono strutture": la pressante richiesta della Comunità di Sant'Egidio
  • A Milano, un convegno ricorda dom Helder Camara, il “vescovo delle favelas”
  • Dal Brasile al Mozambico: la nuova avventura di padre Chiera e dei suoi meninos de rua
  • Chiesa e SocietÓ

  • Preoccupazione dei vescovi colombiani per la situazione del Paese
  • Al Festival di Berlino trionfa la denuncia sociale dei cineasti sud americani
  • In Indonesia appello della Chiesa in vista delle prossime elezioni
  • In Bangladesh, nuove strutture nella zona degli indigeni Santal
  • Seguire le orme di San Paolo per una nuova evangelizzazione di Taiwan
  • Spagna: II Incontro nazionale degli obiettori all'Educazione per la Cittadinanza
  • Mons. Fisichella invita ad affrontare la sfida culturale e formativa per le generazioni future
  • Martedì in Cambogia il via al processo contro i khmer rossi
  • L’Argentina in ginocchio per la siccità
  • Tipografie a corto di forniture. Ferma la stampa della Guinea Bissau
  • 24 Ore nel Mondo

  • Dal G7 di Roma l'impegno a riscrivere le regole comuni dei mercati mondiali
  • Il Papa e la Santa Sede



    Benedetto XVI all’Angelus: i cristiani riscoprano il valore del Sacramento della Confessione

    ◊   Nel Sacramento della Penitenza, Cristo ci purifica con la sua misericordia infinita: è la riflessione offerta da Benedetto XVI ai fedeli, stamani all’Angelus in Piazza San Pietro. Il Papa ha commentato il passo del Vangelo di Marco che descrive la guarigione miracolosa di un lebbroso. Quindi, ha invitato i fedeli a fare frequente ricorso al Sacramento della Confessione che, ha detto, va oggi riscoperto nel suo valore e nella sua importanza. Il servizio di Alessandro Gisotti:

    Riscoprire il valore del Sacramento della Confessione: è la viva esortazione di Benedetto XVI, che all’Angelus si è soffermato sulla pagina domenicale del Vangelo in cui Gesù guarisce un lebbroso che lo aveva supplicato di purificarlo. Secondo l’antica legge ebraica, ha spiegato il Papa, “la lebbra era considerata non solo una malattia, ma la più grave forma di impurità per il culto” che comportava l’allontanamento del lebbroso dalla comunità fino all’eventuale guarigione:

     
    “La lebbra perciò costituiva una sorta di morte religiosa e civile, e la sua guarigione una specie di risurrezione. Nella lebbra è possibile intravedere un simbolo del peccato, che è la vera impurità del cuore, capace di allontanarci da Dio. Non è in effetti la malattia fisica della lebbra, come prevedevano le vecchie norme, a separarci da Lui, ma la colpa, il male spirituale e morale”.

     
    “I peccati che commettiamo – ha proseguito – ci allontanano da Dio, e, se non vengono confessati umilmente confidando nella misericordia divina, giungono sino a produrre la morte dell’anima”. Di qui la straordinarietà della guarigione del lebbroso:

     
    “Questo miracolo riveste allora una forte valenza simbolica. Gesù, come aveva profetizzato Isaia, è il Servo del Signore che “si è caricato delle nostre sofferenze, / si è addossato i nostri dolori” (Is 53,4). Nella sua passione, diventerà come un lebbroso, reso impuro dai nostri peccati, separato da Dio: tutto questo farà per amore, al fine di ottenerci la riconciliazione, il perdono e la salvezza”.

     
    Ed ha sottolineato come nel Sacramento della Penitenza, Cristo crocifisso e risorto, mediante i suoi ministri, “ci purifica con la sua misericordia infinita, ci restituisce alla comunione con il Padre celeste e con i fratelli, ci fa dono del suo amore, della sua gioia e della sua pace”. E qui ha levato un’esortazione ai fedeli:

     
    “Cari fratelli e sorelle, invochiamo la Vergine Maria, che Dio ha preservato da ogni macchia di peccato, affinché ci aiuti ad evitare il peccato e a fare frequente ricorso al Sacramento della Confessione, il Sacramento del Perdono, che oggi va riscoperto ancor più nel suo valore e nella sua importanza per la nostra vita cristiana”.

     
    “Il Vangelo di questa domenica – ha detto poi parlando ai pellegrini polacchi - ci mostra Gesù che, guarendo un lebbroso, si china sulla miseria, sulla malattia e sulla sofferenza umana”. Lo fa, ha notato il Papa, “amorevolmente, discretamente e gratuitamente”. Incontrando la miseria umana, è stato dunque il suo invito, “imitiamo Gesù, portando al prossimo un aiuto concreto, una parola di conforto e un gesto di consolazione”.

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    Venticinque anni di impegno della Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel. L’incoraggiamento di Benedetto XVI

    ◊   “Proseguire efficacemente” la lotta contro i mali che, nei Paesi del Sahel, “impediscono alle popolazioni di giungere a uno sviluppo autentico”: è l’esortazione di Benedetto XVI in un messaggio a firma del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, in occasione del 25.mo anniversario della Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel. Il documento è stato inviato ai partecipanti all’atto commemorativo che si tiene a Ouagadougou in Burkina Faso, e che culmina oggi con una Messa solenne. Il viaggio del Papa in Africa a marzo, come lo svolgimento a Roma a ottobre della seconda assemblea speciale per l'Africa del Sinodo dei vescovi, si legge nel messaggio, “sono segni eloquenti” dell'“affetto particolare” che Benedetto XVI nutre per tutta l'Africa. A Ouagadougou è presente anche il segretario di “Cor Unum”, mons. Karel Kasteel, da quindici anni Osservatore della Santa Sede presso la Fondazione. Roberto Piermarini gli ha chiesto cosa ha spinto Giovanni Paolo II, 25 anni fa, a creare la Fondazione per il Sahel:

    R. – Quando Papa Giovanni Paolo II è stato eletto, dopo poco tempo ha deciso di visitare, in primo luogo, i Paesi più poveri, e certamente questi nove Paesi del Sahel sono tra i più poveri del mondo; un po’ perché non ci sono – o non c’erano – risorse naturali, un po’ perché i colonizzatori non se ne erano occupati molto, un po’ anche per questa realtà climatica così dura, perché l’acqua appena arriva tante volte scompare. Quindi, occorre fare cisterne, fare pozzi, fare tanti lavori come sono stati fatti in Europa o in altri continenti. Però, un impegno così gigantesco per 150 milioni di persone, lo si può fare solo se si è uniti, e il Papa ha voluto dare un esempio di collaborazione tra cristiani, musulmani e animisti – che sono le popolazioni che hanno ancora la loro religione o credenze indigene – e devo dire che è stato un successo enorme, perché in tutti questi nove Stati, la Fondazione ha un prestigio enorme.

     
    D. – Qual è la specificità della Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel?

     
    R. – In primo luogo, il Papa l’ha voluta con poteri di governo locale: cioè, i nove vescovi amministratori – che rappresentano i nove Paesi del Sahel – decidono circa l’impiego dei fondi, le priorità e ciò che è più importante anche a lungo termine, quando si tratta di progetti di sviluppo. Quindi, non c’è imposizione da parte europea o americana. La Fondazione ha la sua sede operativa extra-territoriale nella capitale del Burkina Faso, Ouagadougou – una grande città, con 2 milioni di abitanti -, mentre la sede legale si trova presso il nostro Pontificio Consiglio “Cor Unum”, nello Stato della Città del Vaticano. Il capitale è custodito qui e la Fondazione decide sull’impiego del denaro che ogni anno si libera dal capitale, e anche attraverso donazioni. Devo dire che un’altra specificità della Fondazione è che ad essa collaborano insieme le tre maggiori religioni di questi Paesi. In più, la Fondazione ha potuto far intervenire anche i grandi esperti israeliani di ingegneria idrica. In Israele, infatti, è stata molto sviluppata la tecnica del “goccia a goccia” – quindi con poca acqua si possono creare grandi estensioni di terreno che possono essere coltivate, e quindi strappate al deserto – perché la Fondazione deve soprattutto trovare i mezzi per combattere la desertificazione.

     
    D. – Mons. Kasteel, quali sono i risultati concreti ottenuti dalla Fondazione?

     
    R. – Ci sono molti risultati, perché sono state date molte borse di studio, e quindi molti giovani – e non più giovani – hanno potuto studiare, in particolare le tecniche necessarie per aiutare le popolazioni locali. I risultati sono anche visibili quando uno si reca in Africa. Ho visitato ad esempio diversi luoghi: mi vengono in mente adesso gli orti alla periferia della capitale del Mali, Bamako. Lì le donne di casa hanno i loro orti dove coltivano i legumi e ciò di cui hanno bisogno per le loro famiglie… e poi tanti altri luoghi, per esempio nelle isole Capo Verde dove sono state fatte tante cisterne per raccogliere l’acqua. Prima bisognava fare chilometri e chilometri a piedi, spesso sotto un sole cocente per raccoglierla. Adesso, la gente comincia ad avere l’acqua vicino casa.

     
    D. – Quali sono le Conferenze episcopali, le Chiese nel mondo che aiutano maggiormente la Fondazione per il Sahel?

     
    R. – La fondazione è stata eretta dal Servo di Dio Giovanni Paolo II, dopo il suo appello nel 1980, quando visitò Ouagadougou. Vide la tremenda siccità, vide tanti morti, ma anche la moria del bestiame col quale questa gente vive, e fece un appello stupendo a tutto il mondo: “Moi, Jaen Paul, l'évêque de Rome….”, “Io, Giovanni Paolo, vescovo di Roma, chiedo a tutti i fratelli di venire in aiuto a queste popolazioni che tanto soffrono”. La risposta più consistente venne subito dalla Germania: i cattolici tedeschi in poco tempo riunirono un capitale – che è la base della Fondazione – e in seguito, il cardinale Lehmann è venuto per inaugurare anche la sede operativa della Fondazione, pagata dalla Conferenza episcopale tedesca. Ma la Conferenza episcopale che ogni anno contribuisce in modo consistente, in maniera estremamente importante, è la Conferenza episcopale italiana. Ogni anno fa sì che diversi progetti della Fondazione possano essere realizzati. Sempre la Conferenza episcopale italiana, ed anche i fedeli italiani, hanno voluto che questa Fondazione potesse fare tutto il bene che sta facendo. Quindi di questo siamo molto grati.

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    La visita del Papa in Africa porterà molti frutti: così, il presule camerunense Paul Verdzekov

    ◊   L’Africa attende con trepidazione la prossima visita di Benedetto XVI, in programma dal 17 al 23 marzo in Camerun e Angola. E’ quanto sottolinea mons. Paul Verdzekov, arcivescovo emerito della diocesi camerunense di Bamenda. Il presule è intervenuto all’annuale incontro dei vescovi amici dei Focolari a Castel Gandolfo. Numerose testimonianze, riflessioni e l’esperienza stessa di comunione vissuta in questi giorni dai 75 vescovi provenienti dai 5 continenti, hanno permesso di approfondire il cuore della spiritualità dei Focolari. Ma torniamo alla visita del Papa in Camerun con l’intervista a mons. Verdzekov di Carla Cotignoli:

    R. – Credo che questa visita, durante la quale il Papa presenterà l’“Instrumentum laboris” della prossima assemblea speciale per il Sinodo africano dei vescovi, porterà molti frutti in Africa, soprattutto nel campo dei valori cristiani da far avanzare nella società.

     
    D. – Qual è la sfida per la Chiesa in Camerun?

     
    R. – Io penso che la sfida da affrontare è sempre quella dei valori che molti hanno dimenticato. Si tratta di valori come l’onestà nella gestione degli affari pubblici, la trasparenza per l’Africa di oggi e soprattutto per il Camerun. Credo che questa sia una sfida molto attesa. Nella vita della Chiesa sono molto importanti, per noi, anche le piccole comunità, con Gesù al centro. Già la prima assemblea speciale per il Sinodo dei vescovi dell’Africa aveva sottolineato la grande importanza delle piccole comunità cristiane. Ed in questo ambito, il nostro convegno a Castel Gandolfo ha insistito molto sulle piccole comunità cristiane nelle quali Gesù è sempre al centro.

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    Oggi in Primo Piano



    Venezuela al voto sulla rieleggibilità del presidente: preoccupazione da parte della Chiesa

    ◊   In Venezuela si vota oggi per decidere sulla rieleggibilità delle principali cariche pubbliche, compresa quella del presidente. Chavez ha detto di essere pronto a governare per i prossimi decenni e a creare un “Venezuela socialista”. Alla vigilia di questo cruciale appuntamento, a preoccupare è anche la situazione economica del Paese: l’inflazione nel 2008 è stata di circa il 30%. Le previsioni indicano poi una crescita nulla del Pil nella migliore delle ipotesi e un calo degli introiti, derivanti dal petrolio, vicini al 60%. La Chiesa, organizzazioni e rappresentanti della società civile sono preoccupati: i vescovi del Venezuela auspicano che ogni “seggio elettorale sia una scuola di trasparenza democratica”. In Venezuela ha anche alimentato dibattiti e discussioni il fatto che nel 2007 il popolo venezuelano abbia già bocciato un progetto di riforma della Costituzione sulla possibilità di rielezione per il presidente. Al microfono di Amedeo Lomonaco, il commento del nostro collega Luis Badilla, esperto di questioni latinoamericane:

    R. – E’ questa la cosa che più preoccupa e più ha polarizzato l’opinione pubblica del Venezuela: 14 mesi fa già era stata presentata una proposta di questa natura, più altre, e la maggioranza del Paese l’aveva rifiutata. Il presidente, secondo i costituzionalisti del Venezuela – e non solo del Venezuela – non poteva ripresentare queste proposte. Doveva aspettare il prossimo governo - nel 2012 -, ma siccome lui – con questa Costituzione attuale – non può essere rieletto, ha voluto presentarla proprio adesso perché ciò che pretende, è poter presentare la sua candidatura, nel 2012, per un’altra, eventuale, rielezione.

     
    D. – In cosa consiste, in particolare, l’emendamento di questo nuovo referendum?

     
    R. – L’emendamento è formato, concretamente, di cinque articoli, che modificano la Carta Costituzionale del 1999 che – ricordo – già è una Carta Costituzionale cosiddetta “bolivariana”, voluta dall’attuale presidente Chavez. In questi cinque articoli, si propone – o meglio, si autorizza – la rielezione, a partire dal momento in cui il referendum viene realizzato, del presidente della Repubblica, di 770 deputati, dei governatori, dei sindaci e dei consiglieri municipali. Cioè, praticamente una rielezione di tutta la classe dirigente venezuelana. La cosa singolare è che viene proposta praticamente in modo indefinito, senza limite di tempo. Come scrivono i quotidiani venezuelani, “un presidente vita natural durante”. Lo stesso Chavez, due giorni fa, ha detto che, praticamente, sarebbe stato il futuro presidente del Venezuela fino a 95 anni.

     
    D. – E di fronte a questa prospettiva, qual è la posizione della Chiesa e della società civile?

     
    R. – La Chiesa – alla vigilia del referendum – ha fatto una breve dichiarazione per far capire ai venezuelani “quanto sia” “fondamentale, per il futuro della democrazia, andare a votare, combattere l’apatia, vincere l’indifferenza”, perché effettivamente in Venezuela, in queste ore, si gioca il futuro della democrazia venezuelana. Non lo dice solo la Chiesa, lo dicono anche i partiti dell’opposizione, numerose associazioni della società civile, organismi internazionali. A questo punto, come sempre – già era successo in passato -, sono gli indecisi a decidere il futuro del Venezuela.

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    Giornata di preghiera dei vescovi dell’Africa australe per la popolazione dello Zimbabwe colpita da colera e povertà

    ◊   Una giornata di preghiera a sostegno della popolazione dello Zimbabwe, colpita da varie emergenze sociali: dalla drammatica crisi economica all’epidemia di colera, che ha già causato oltre 3500 vittime. E’ l’iniziativa indetta per oggi dalla Conferenza dei vescovi dell’Africa australe. I presuli, nelle celebrazioni odierne, hanno invitato i fedeli a testimoniare la loro vicinanza allo Zimbabwe con un’intensa preghiera e un gesto concreto di carità: viveri e medicine, raccolti con le collette, saranno distribuiti attraverso la rete Caritas dello Zimbabwe. Su questa iniziativa, Giancarlo La Vella ha raccolto il commento di Raffaello Zordan, della rivista dei Comboniani, “Nigrizia”:

    R. – Un’iniziativa importante, soprattutto se riesce ad attrarre l’attenzione della comunità internazionale ed anche dei Paesi della comunità dell’Africa australe, che hanno seguito in questo anno, dalle elezioni del marzo del 2008 ad oggi, le vicende difficilissime dello Zimbabwe. Speriamo che con l’accordo che è stato raggiunto finalmente con la nascita del nuovo governo di unità nazionale, ci sia una svolta. Sappiamo benissimo che i due contendenti, cioè il leader dell’opposizione, Morgan Tsvangirai, e il presidente, Robert Mugabe, eletto con un’elezione molto discutibile l’anno scorso, devono camminare insieme per trovare una via d’uscita alle tante emergenze del Paese. I vescovi credo che andranno a sottolineare questa cosa, cercando di mettere insieme una società, che ha la possibilità di guardare oltre, anche se oggi questo è difficile.

     
    D. – I vescovi hanno fatto molti appelli per la pacificazione ma si è ancora in tempo per risolvere certe emergenze in un Paese, che ha un passato anche recente di benessere?

     
    R. – Si è sempre in tempo per migliorare la situazione, ma credo che l’emergenza economica e l’emergenza sociale, cioè quella dei diritti delle persone, vadano insieme. Se il primo atto politico, fatto da Tsvangirai dopo che ha prestato giuramento, è stato quello di andare a visitare il carcere dei detenuti politici, vuol dire che si metterà mano anche a questa faccenda. Nel momento in cui il Paese ha una maggiore coesione e una maggiore capacità di lavorare insieme, più facilmente si potrà uscire da una situazione che, comunque, richiederà anni per poter essere recuperata. Questo è chiaro.

     
    D. – Bisognerà aprire maggiormente anche le frontiere agli interventi umanitari internazionali, perché la prima emergenza, quella del colera, sta mietendo vittime continuamente...

     
    R. – Sì, sappiamo che lo Zimbabwe è sotto sanzioni da vari Paesi. Il flusso degli aiuti umanitari non è mai venuto meno, a dire il vero. Poi, l’utilizzo che ne è stato fatto è un’altra questione. Certamente, questa emergenza colera è una partita che può essere chiusa. Cosa vuol dire il problema colera? Vuol dire che, per esempio, una parte importante della popolazione non ha accesso all’acqua potabile e le fognature non ci sono, soprattutto nelle periferie urbane. Si richiedono interventi strutturali che non si fanno dall’oggi al domani.

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    Scienza e fede: a Roma, una Messa per Galileo Galilei celebrata da mons. Ravasi

    ◊   “Galileo è stato chiamato a ragione ‘divin uomo’, perché lui ha saputo leggere e studiare la scienza attraverso gli occhi della fede”: è quanto scrive il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, in un telegramma ai partecipanti alla Messa in onore di Galielo Galilei, svoltasti stamani nella Basilica romana di Santa Maria degli Angeli in occasione del 445.mo anniversario della nascita del grande astronomo pisano. “Galileo – ha spiegato mons. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura che ha presieduto la celebrazione – ha saputo distinguere le due ragioni, quelle della scienza e quelle della verità utili per la nostra salvezza”. La Messa di stamani - voluta dalla “World Federation of Scientists” - è un altro segno importante del dialogo tra scienza e fede. Ne è convinto il gesuita padre Ennio Brovedani, direttore dell’Istituto Stensen e ideatore del convegno internazionale dedicato al “Caso Galileo” in programma a Firenze dal 26 al 30 maggio. L’intervista è di Fabio Colagrande:

    R. – Sono ottimista per il fatto che hanno aderito a questa iniziativa ben 18 istituzioni internazionali, le più importanti istituzioni di ricerca ecclesiastiche ed universitarie, culturali e soprattutto tutte quelle istituzioni che nella storia hanno avuto anche un ruolo nella vicenda galileiana. Ed è interessante vedere come tutti hanno capito la rilevanza e l’importanza del problema, del tema. Questo è un segnale positivo, ovviamente. Tutte le istituzioni sono convinte che ci siano veramente le condizioni per creare quel clima di sinergia tra un messaggio di promozione umana da parte della Chiesa e quelle che sono le esigenze anche oggi della ricerca tecno-scientifica. Io credo che ci siano le condizioni per fare questo!

     
    D. – Ecco. Ci sono le condizioni ma, secondo lei, padre Brovedani, quali sforzi deve fare il mondo scientifico e quali deve fare il mondo della Chiesa, il mondo dei teologi, proprio per permettere una collaborazione fruttuosa?

     
    R. – Gli sforzi vanno comunque fatti da entrambe le parti. Entrambe le parti devono guardare al futuro, prima di tutto, e non più guardare al passato, alle incomprensioni del passato. Credo che questa vicenda abbia anche consentito quegli sviluppi di quella riflessione che ha fatto prendere coscienza, a livello di metodologia della scienza, ma anche di metodologia della riflessione filosofica, di quelli che sono i limiti – da un lato – di determinati approcci al reale, come quello scientifico e, dall’altro lato, anche di quello che è il ruolo specifico della Chiesa: la consapevolezza dell’esistenza, cioè, di diversi ordini di conoscenza e di ordini di sapere. Questo, indubbiamente, ha contribuito in entrambe le parti a prendere consapevolezza della complessità della realtà, delle inedite problematiche etiche che sta sollevando la ricerca scientifica come attività che produce un sapere. E sappiamo che questo sapere può diventare un potere e di fatto sta diventando un potere. E tutte le volte che si tratta di gestire un potere si pone ovviamente il problema del dovere, e quindi il problema etico.

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    In pochi giorni, il freddo uccide 4 clochard sul litorale romano. "Servono strutture": la pressante richiesta della Comunità di Sant'Egidio

    ◊   Il grande freddo di questi giorni sta mettendo a rischio la vita di decine di senzatetto a Roma. Particolarmente drammatica la situazione sul litorale della capitale dove negli ultimi sei giorni quattro clochard hanno trovato la morte per assideramento. I quattro uomini, tre polacchi e un ungherese fra i 40 e i 50 anni, vivevano tra Ostia e Dragoncello. Ma oltre alle condizioni climatiche di chi sono le responsabilità? Benedetta Capelli lo ha chiesto a Guglielmo Tuccimei, coordinatore della Comunità di Sant'Egidio:

    R. – Bisogna dire che tutta la collettività ha una grande responsabilità per il numero così elevato di persone che sono morte per strada. Direi soprattutto le responsabilità sono di chi non ha attrezzato la città per l’accoglienza di coloro che vivono per strada. Allora noi dobbiamo porci il problema: prima di tutto, dire “no” all’indifferenza verso queste persone e quindi essere più vicini, più solidali, provando tutti noi a portare loro aiuto. Secondo, fornire più posti per andare a dormire. Queste sono le cose minime!

    D. – Un’emergenza che non è solo romana, ma nazionale …

     
    R. – Certo. Noi partiamo dalla situazione che abbiamo sotto gli occhi, però la situazione è generale. Non è assolutamente ammissibile, in una società come la nostra!

     
    D. – E’ possibile fare un calcolo dei senzatetto a Roma?

     
    R. – Noi abbiamo 3-4 mila senza fissa dimora su una popolazione di due milioni, due milioni e mezzo, la percentuale è piuttosto bassa. Ma credo che anche una sola vita umana vada presa in considerazione. Noi non possiamo fare un discorso di cifre e proprio perché il numero è basso, ancor più è colpevole il fatto di non attivarsi per risolvere la questione.

    D. – Tra l’altro, oggi la Comunità di Sant’Egidio ha ricordato con una Messa ad Ostia Modesta Valenti, un simbolo dei senzatetto della capitale …

     
    R. – Per noi lo è stato perché è una delle prime persone che abbiamo conosciuto alla Stazione Termini quando, nei primi anni, andavamo a dar da mangiare alle persone che vivevano per strada. Ed è morta nell’indifferenza più totale perché – appunto – siccome era sporca, pur stando male non è stata ricoverata, portata in ospedale. Noi, da quel momento in poi, abbiamo voluto ricordare lei e tutte le persone che in questi anni hanno vissuto di stenti e sono morte per strada.

    D. – E tra l’altro esiste anche una “via Modesta Valenti” …

     
    R. – Sì: esiste una via virtuale che dovrebbe essere la residenza per tutti i senza fissa dimora. Lo è stato? Questa che poteva essere una grossa intuizione di Roma? Noi ci domandiamo: lo è stato? Quante persone sono state iscritte a via Modesta Valenti? Se andiamo a guardare i numeri, ben poche. E’ un’occasione perduta anche questa.

     
    D. – Ma quale sarebbe stata allora la portata innovativa di questa iniziativa?

     
    R. – Bè, innanzitutto, per esempio, far tornare alla normalità un gran numero di persone che hanno vissuto ai margini della nostra società: senza documenti, senza iscrizione al servizio sanitario nazionale, senza possibilità di fare le pratiche per la pensione … Ecco: dare una via a queste persone vuol dire dare la possibilità a tanti di loro di ritornare a fare una vita normale, da pensionati, da comuni cittadini.

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    A Milano, un convegno ricorda dom Helder Camara, il “vescovo delle favelas”

    ◊   A cento anni dalla nascita, un convegno all’Università Cattolica di Milano, ha ricordato ieri la figura dom Helder Camara, il “vescovo delle favelas”. Numerose le testimonianze su questo strenuo difensore dei poveri che, con la sola forza del Vangelo, ha sempre lottato contro le ingiustizie. Da Milano, Fabio Brenna:

    Nel centenario della nascita, mons. Helder Camara continua ad interpellare la Chiesa. L’arcivescovo di Olinda e Recife, regione del nordest brasiliano fra le più povere del mondo, è stato uno dei profeti che Dio ha suscitato nella stagione del Concilio, come lo ha definito padre Bartolomeo Sorge: testimone coraggioso, umile, fedele al Vangelo, obbediente alla Chiesa. Una figura che interpella la Chiesa con la sua “opzione preferenziale per i poveri” e con la sua passione per una Chiesa “povera e serva”, ha suggerito ancora padre Sorge. Atteggiamenti, questi, che gli valsero in vita l’attributo di marxista e di fautore della teologia della liberazione. Sognatore sì, ma esaltato mai, ha precisato padre Sorge: Camara rifiutò la posizione di chi pretendeva di fondare la teologia della liberazione sull’analisi marxista fino a giustificare il ricorso alla violenza rivoluzionaria. Suo convincimento profondo fin dai tempi del Concilio fu invece il rifiuto della violenza e l’idea che – sulla scorta del Vangelo – non c’è pace senza giustizia e che la giustizia al giorno d’oggi presuppone lo sviluppo.

     
    Il ricordo di Gianfranco Stella, presidente del Centro Internazionale Helder Camara e suo collaboratore:

     
    “E’ stato un grande promotore di idee, un uomo piccolo, mingherlino ma un vulcano! Infatti ha entusiasmato anche al Concilio Vaticano II: l’hanno chiamato un ‘profeta’! Per tre volte volevano farlo Premio Nobel per la pace! Era uno che convinceva tutti, era una cosa entusiasmante!”.

     
    Il vaticanista Giancarlo Zizola ha quindi ricordato il suo rapporto con Paolo VI e i semi gettati per la costruzione dell’Enciclica “Populorum Progressio”; il profeta che in anticipo sui tempi auspicava un nuovo rapporto con ebrei e musulmani, ed una Enciclica che ispirasse etica e spiritualità dello sviluppo oltre a una dottrina sulla giustizia sociale su scala globale.

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    Dal Brasile al Mozambico: la nuova avventura di padre Chiera e dei suoi meninos de rua

    ◊   Dopo il Brasile, la Casa do Menor di padre Renato Chiera si appresta a testimoniare concretamente la speranza cristiana anche in Africa. E’ la nuova iniziativa promossa dal sacerdote piemontese, che da 30 anni opera in Brasile al servizio dei più piccoli, dei bambini di strada vittime della violenza. Ora, alcuni dei suoi ragazzi si faranno missionari a Chimoio, in Mozambico, dove si occuperanno in particolare degli orfani di genitori morti di Aids. Raggiunto telefonicamente da Alessandro Gisotti a Fortaleza, nel nordest del Brasile, padre Renato Chiera si sofferma su questa nuova missione di speranza:

    R. – Noi siamo andati in Africa per vedere cosa voleva Dio. Il Mozambico viene da una guerra di molti anni ed oggi quello che non ha fatto la guerra lo sta facendo l’AIDS. Il 20, 30 per cento della popolazione è infetto dall’AIDS. C’e un milione di orfani che stanno finendo nelle strade, che stanno diventando un pericolo per la comunità.

     
    D. – Come, dunque, i ragazzi della Casa do Menor potranno aiutare i bambini orfani del Mozambico?

     
    R. – Noi andremo lì, fra pochi mesi, con un gruppo di ragazzi. Vogliamo andare in missione per circa un mese e mezzo. Un po’ di tempo servirà per sensibilizzare su questa realtà che sta diventando tragica perché la gente è disperata, non hanno esperienza. Saremo là con la gente per rispondere alle loro grida di soccorso e una parte di noi rimarrà là, tra questi nostri ragazzi, amati da noi, che adesso, figli dell’abbandono, vogliono essere padri di abbandonati. Quindi, dovremo entrare in quella realtà, in una forma molto umile di ascolto, non andando a colonizzare o dicendo che siamo arrivati noi, i salvatori. Saremo con loro per poter lavorare, per poter collaborare con le persone di là, la società di là, perché dobbiamo aiutare la società ad aprirsi a questa problematica dei ragazzi ed assumerla.

     
    D. – Dunque, la “presenza”, elemento fondamentale nell’esperienza di Casa do Menor, in Brasile, ritorna anche in Mozambico: la presenza di Dio, degli uomini, delle relazioni d’amore?

     
    R. – E’ proprio questo! Il grande grido dei ragazzi è per essere figli. La grande tragedia non è solo essere poveri, è soprattutto non essere figli e non essere amati da nessuno. Abbiamo capito che Dio si è fatto presenza con l’umanità, semplicemente presenza per dire a questa umanità persa, a questa umanità disorientata: “Tu sei amata, io ti amo, io sono presente accanto a te”.

     
    D. – Questo progetto, ovviamente, ha bisogno di tante risorse, non solo umane. C’è un appello che vuole rivolgere agli ascoltatori della Radio Vaticana?

     
    R. – Abbiamo bisogno di aiuti. Il primo problema, per esempio, è il viaggio: i nostri ragazzi dovranno partire, pagarsi il viaggio. Vanno per aiutare e dare la propria vita gratuitamente ma devono pagarsi il viaggio! Adesso sono preoccupati perché non sanno come fare. Allora, ecco, il primo appello sarebbe questo: se qualcuno potesse adottare uno di questi giovani missionari che vogliono dare la vita dal Brasile all’Africa, dalla periferia delle grandi città del Brasile all’abbandono dell’Africa che è la “grande abbandonata”. A tutti quelli che stanno ascoltando sto chiedendo, per Gesù, di aiutare questi orfani che hanno bisogno di amore ma che hanno anche bisogno di pane, della presenza della famiglia, di una professione per il futuro.

     
    Per aiutare padre Renato Chiera nella realizzazione del suo progetto per il Mozambico, telefonare al numero 0174/698439 o visitare il sito web www.casadomenor.org.

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    Chiesa e SocietÓ



    Preoccupazione dei vescovi colombiani per la situazione del Paese

    ◊   Venerdì scorso, a conclusione della 86.ma Assemblea plenaria, i vescovi della Colombia con un breve comunicato hanno annunciato la pubblicazione di un prossimo documento “frutto di cinque giorni di riflessione e analisi sulla situazione nazionale ed ecclesiale”. Il testo sarà “indirizzato agli operatori pastorali, ai responsabili della politica, la cultura e l’economia nonché a tutti i colombiani” che oltre ad essere preoccupati per la realtà interna ed esterna desiderano conoscere il pensiero della Chiesa. “Siamo consapevoli di assistere ad un cambiamento epocale - scrivono i presuli - il mondo intero sta sperimentando trasformazioni profonde nell’ambito politico, economico, culturale e religioso e ciò colpisce tutti direttamente o indirettamente”. “Molti di questi cambiamenti – aggiungono - incidono sul nostro consueto stile di vita, sulle nostre tradizioni e costumi ma anche sul nostro modo di rapportarci con Dio, con gli altri e con il Creato”. I vescovi parlano della “difficile situazione che attraversa la Colombia” sottolineando di “sentire nella propria carne gli effetti dei conflitti e delle contraddizioni” che patiscono tutti i cittadini e perciò, spiegano, “la nostra è una opzione preferenziale per la speranza perché siamo certi che il Signore, che cammina accanto noi, ci aiuterà a costruire insieme un Paese più giusto, fraterno e solidale”. Mettendo in luce alcune contraddizioni, la Conferenza episcopale confessa la propria “angoscia di fronte al permissivismo morale, all’iniquità e all’ingiustizia sociale, alla disoccupazione e alla povertà, ma anche di fronte ai conflitti sociali, alle violazioni dei diritti umani, allo scontro armato e all’orrore dei sequestri” che “provocano tante sofferenze alle vittime e alle loro famiglie”. Dall’altra parte i presuli, ancora una volta, denunciano la gravità di alcuni fenomeni che sembrano ormai endemici come “il narcotraffico, la corruzione e l’arricchimento illecito”. Sono realtà alle quali, spiegano, si aggiungono quelle più recenti come la crisi mondiale dell’economia, “la mancanza di formazione e di partecipazione dei cattolici nei processi di costruzione di una nazione più democratica e benestante”. A fronte di tante ombre, però, ricordano i vescovi colombiani, ci sono “molti segni di speranza” come “le mobilitazioni per rifiutare il sequestro e la violenza”, la timida ma decisa “comparsa di nuove generazioni in alcuni posti di comando, il ruolo attivo della donna nella Chiesa e nella società”, l’accrescimento seppure insufficiente “della partecipazione popolare consacrata dalla Carta costituzionale”, la lotta per il superamento della logica “dell’odio politico che dette inizio alla lunga e dolorosa via crucis della violenza in Colombia”. Per i presuli queste luci rinforzano “l’impegno e la missione di lavorare ancora di più per la pace”, lottando “contro la povertà, contro ogni forma d’ingiustizia, contro la violenza che ruba la vita degli esseri cari". “Concludendo la nostra Assemblea - scrivono i vescovi - vogliamo ribadire la nostra volontà di continuare lavorando ancora più vicini agli sfollati, alle famiglie dei sequestrati, alle vittime della violenza, agli emarginati e agli esclusi per offrire loro una messaggio di solidarietà e di servizio”. “Il Paese che sognamo – concludono i presuli - dobbiamo costruirlo tutti. La Chiesa i suoi pastori desiderano essere in questo cammino di luce che illumina come alleati credibili” per far sì di poter vivere tutti “in uno stato sociale di diritti nella quale ciascuno si senta sostenuto e protetto”.(A cura di Luis Badilla)

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    Al Festival di Berlino trionfa la denuncia sociale dei cineasti sud americani

    ◊   Con circa 250 film in programma e più di 270 mila spettatori si è chiuso ieri sera il 59.mo Festival di Berlino. I verdetti delle giurie hanno confermato più o meno le previsioni di critici e pubblico, decisamente delusi dai nomi più affermati e piacevolmente sorpresi dai cineasti emergenti del Sud e dell’Est del Mondo. La Giuria ecumenica ha come sempre assegnato un premio per ogni sezione del Festival. Nella “Competizione Internazionale” ha premiato “Little Soldier” della danese Annette Olesen, ritratto di una giovane soldatessa di ritorno da una missione di pace alle prese con una difficile situazione familiare e con il traffico della prostituzione che, secondo la giuria, non offre delle facili soluzioni ma lascia intravvedere degli spiragli di libertà. Assegnate anche due menzioni speciali a “London River” del francese Rachid Bouchareb, odissea di due genitori alla ricerca dei rispettivi figli nella Londra degli attentati terroristici, e “Me only and one” dello statunitense Richard Loncraine, un road movie dagli accenti di commedia ambientato nell’America degli anni 50. Nella sezione “Panorama”, il premio è andato a “Welcome” del francese Philippe Lloret, storia d’amore girata nel mondo dell’immigrazione clandestina, mentre nella sezione “Forum” ha vinto “Treeless Mountain” della coreana So Yong Kim, drammatica avventura di due bambini abbandonati a se stessi in un ambiente naturale ostile. La giuria ufficiale del Festival ha premiato con l’Orso d’oro “La teta asustada” della peruviana Claudia Llosa, lungo viaggio di una ragazza per superare il lutto e la violenza subita che si conclude con un invito all’amore e alla fiducia. A farle compagnia con il Gran Premio della giuria i film di due altri giovani registi: “Alle anderen” della tedesca Maren Ade, cronaca rigorosa e onesta della crisi di un rapporto di coppia, e “Gigante” dell’uruguaiano Adrián Biniez, storia agrodolce dell’amore di un gigantesco guardiano di supermercato per una giovane commessa. Miglior regista è stato proclamato l’iraniano Ashgar Farhadi che con “About Elly” svela l’ipocrita ambiguità della borghesia del suo Paese, mentre i migliori attori sono stati la tedesca Birgit Minichmayr, straordinaria ed estroversa interprete di “Alle anderen”, e l’africano Sotigui Kouyaté, composto protagonista di “London River”. Da segnalare infine il meritato premio alla sceneggiatura per “The Messenger” di Oren Moverman, che racconta con essenziale drammaticità la difficile rielaborazione del lutto dei congiunti dei soldati americani morti in Iraq. Pochi i film buoni presenti in questa edizione ma decisamente sorprendenti, ottima organizzazione logistica ma programma troppo dispersivo, atmosfera calda nonostante il gelo polare. Il Festival ci saluta e ci dà appuntamento al suo 60. mo anniversario. Auguri. (Da Berlino, Luciano Barisone per la Radio Vaticana)

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    In Indonesia appello della Chiesa in vista delle prossime elezioni

    ◊   In vista delle elezioni legislative fissate per il 9 aprile, la Chiesa dell’Indonesia lancia un appello a tutti i fedeli affinché si informino in modo approfondito sui programmi di tutti i candidati. Nei giorni scorsi, infatti, la Chiesa di Santa Teresa di Jakarta ha ospitato il convegno delle parrocchie cittadine, intitolato: “Come rispondere alle elezioni del 2009”. Durante i lavori, padre Yohanes Rasul Eddy Purwanto, segretario della Commissione per i Laici della Conferenza episcopale indonesiana, ha ricordato che “è molto importante conoscere le capacità di tutti i partiti politici e di tutti i candidati alle prossime elezioni”. “In questo modo, al momento del voto, - ha aggiunto - non saremo confusi”. In effetti, poiché i partiti in lizza sono 44, tutti approvati dalla Commissione generale per le elezioni, il quadro politico attuale sembra essere alquanto dispersivo. Per questo, padre Purwanto ha ribadito ai fedeli l’importanza di dare il voto a candidati che lavorino in nome del bene comune ed ha fatto un appello contro l’astensionismo, poiché “come appartenenti alla nazione, tutti noi dobbiamo esercitare il nostro diritto al voto”. Infine, la Chiesa indonesiana ha chiesto alle parrocchie ed agli organi pastorali di spiegare ai fedeli le modalità di voto e di aiutare i candidati cattolici a farsi conoscere. (I.P.)

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    In Bangladesh, nuove strutture nella zona degli indigeni Santal

    ◊   Grande felicità della comunità cattolica di Dhanjuri, cittadina nel nord del Bangladesh dove si trovano gran parte degli indigeni Santal, per l’inaugurazione di una nuova chiesa, una scuola e un collegio. Oltre duemila persone si sono radunate per partecipare – riferisce l’agenzia Fides - alle celebrazioni guidate dal vescovo della diocesi di Dinajpur, mons. Moses Costa, che ha fortemente voluto queste realizzazioni. Nella sua omelia, il presule ha ringraziato i donatori ed ha ricordato i missionari del Pime che, oltre cento anni fa, hanno iniziato l’evangelizzazione di questa parte del Paese. La nuova chiesa, dedicata a San Francesco d’Assisi, darà la possibilità a più di 700 persone di partecipare alle celebrazioni religiose, all’esterno è stata poi costruita una grotta con la statua della Madonna di Lourdes. La missione di Dhanjuri copre un’area di 600 kmq, con una popolazione di circa 500 mila abitanti, con ottomila cattolici sparsi in 90 villaggi. (B.C.)

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    Seguire le orme di San Paolo per una nuova evangelizzazione di Taiwan

    ◊   In una lettera pastorale per il 2009, i vescovi di Taiwan hanno invitato la comunità cattolica a guardare alla Conversione di San Paolo per meglio ricordare il 150.mo anniversario dell’evangelizzazione dell’isola e l’Anno Paolino. I presuli - riferisce Asianews - guardano con preoccupazione alle “inquietudini sociali” di Taiwan, ai casi di corruzione, alla litigiosità della classe politica e alla crisi economica globale che “hanno reso più profonda la miseria e la delusione del popolo”. Davanti a questa situazione affermano che “la riconciliazione con Dio, con la natura e tra le persone è il cammino che si deve percorrere”. Fondamentale in questo percorso è l’apporto dei laici, “i responsabili della Chiesa - affermano i vescovi - non dovrebbero sottovalutare le suggestioni che giungono dai laici, ma accettarle, e usare i loro talenti per renderli partecipi”. D’altro canto i laici devono “realizzare che la Chiesa è un fattore indispensabile nella loro vita”: solo allora potranno seguire San Paolo nel suo impeto missionario. Un secondo fattore decisivo nel futuro della Chiesa di Taiwan è un più profondo coinvolgimento delle comunità nelle attività sociali e nelle opere a favore delle giovani generazioni. Per i vescovi queste offrono anche l’occasione di “attrarre i non credenti ad impegnarsi o sostenere le opere caritative della Chiesa rivolte in particolare ai nuovi abitanti, ai lavoratori migranti, agli anziani, ai disabili e agli emarginati”. (B.C.)

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    Spagna: II Incontro nazionale degli obiettori all'Educazione per la Cittadinanza

    ◊   Celebrare una grande festa di famiglie sul tema “Una questione di libertà” per ribadire i diritti nella formazione dei figli. È questo il motivo del II Incontro Nazionale degli obiettori all’insegnamento della materia scolastica “Educazione per la Cittadinanza”, che si terrà il prossimo 28 febbraio a Pozuelo de Alarcón, in Spagna. L’incontro riunirà i rappresentanti di 60 piattaforme di genitori obiettori provenienti da tutte le Comunità Autonome spagnole e conterà sulla partecipazione di diverse personalità, tra cui M. Rosa de la Cierva (membro del Consiglio Scolastico dello Stato), Jaime Urcelay (presidente di Professionisti per l’Etica), Isabel Bazo (Cece), Benigno Blanco (presidente del Foro Spagnolo della Famiglia), Luis Carbonel (presidente di Concapa), Alfredo Dagnino (presidente della Fondazione Universitaria San Pablo CEU) ed Ignacio Arsuaga (Presidente di HazteOir.org). Secondo quanto riferisce l’agenzia Fides, durante la Giornata interverranno avvocati, genitori e rappresentanti di piattaforme di obiettori di tutta la Spagna, e verranno consegnati i Premi Libertà 2008-2009 ad undici Enti e persone, con i quali si vuole dare riconoscimento alla costanza, all’entusiasmo e alla capacità di sacrificio di decine di migliaia di famiglie che non sono disposte a fare nessun passo indietro nella difesa dei loro diritti e nella formazione integrale dei loro figli. Il programma dell’evento prevede anche l’intervento di alunni obiettori. “È molto formativo - assicura Leonor Tamayo, coordinatrice dell’iniziativa - che i giovani spieghino i loro motivi per l’obiezione; è un esercizio di cittadinanza e maturità che servirà loro per il futuro”. Leonor Tamayo attende la partecipazione di almeno un migliaio di rappresentanti degli obiettori, e ha incoraggiato tutti i membri di questo movimento civico della Spagna e del Portogallo ad aderire all’appuntamento, così come hanno già fatto alcuni genitori di Panama, dell’Argentina, della Colombia, del Perù, del Canada e della Francia. “La sentenza della Suprema Corte non risolve la questione della materia EpC - afferma Leonor Tamayo - pertanto proseguiamo con più forza di prima. La battaglia continua fino alla vittoria, e per questo occorre continuare a discutere. E ne vale la pena. Questa battaglia però non si combatte solo nei tribunali; dobbiamo continuare a farci presenti nella società. L’entusiasmo, lo slancio e la forza dei genitori obiettori, la loro tenacia e la loro audacia sono l’arma più forte che abbiamo”. (M.G.)

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    Mons. Fisichella invita ad affrontare la sfida culturale e formativa per le generazioni future

    ◊   “Ci troviamo davanti ad una grande sfida culturale e formativa, perché siamo chiamati a capire su quali concetti basilari si verranno a confrontare le prossime generazioni”. Così mons. Rino Fisichella, presidente della Pontificia Accademia per la Vita e rettore della Pontificia Università Lateranense, nel suo intervento d’apertura, nei giorni scorsi, del convegno “Emergenza educativa” organizzato dal Circolo Culturale “Giovanni Paolo II” della Fondazione Universitaria Europea, e moderata da padre Paolo Scarafoni, rettore dell’Università Europea di Roma. Il presule – riporta l’agenzia Fides – ha evidenziato come “i concetti fondamentali sui quali si è costruita la cultura e il pensiero dell’Occidente, ormai si siano frammentati”. Un processo che ha creato notevoli difficoltà e pertanto è necessario “creare un sforzo formativo affinché si vada oltre la frammentarietà” senza dimenticare le radici o l’identità, l’appartenenza ad una cultura e una formazione basilare. Mons. Fisichella ha poi ricordato come sia stata la Chiesa ad aver sempre avuto passione per le dinamiche educative, e ad aver riconosciuto per prima l’esistenza di un problema educativo. Poi ha lanciato l’idea di una “circolarità formativa”, che parta dalla famiglia, si estenda alle istituzioni civili e raggiunga la comunità cristiana, tre ambiti fondamentali per l’educazione, che devono comportarsi come vasi comunicanti: stessi contenuti, trasmessi in modo differenziato. “Lo scopo oggi è dare più senso possibile alla curiosità intellettuale dei nostri giovani, la sfida è provocare la domanda sul senso della vita”. (B.C.)

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    Martedì in Cambogia il via al processo contro i khmer rossi

    ◊   C’è attesa in Cambogia per l’apertura, martedì, del primo processo a carico di un esponente dei khmer rossi. Il tribunale, creato nel 2006 grazie ad un accordo tra l’Onu e Phnom Penh, giudicherà Kaing Guek Eay, meglio conosciuto come il compagno “Duch”, che dovrà rispondere di crimini di guerra e contro l’umanità. L’imputato diresse tra il 1975-1979 la famigerata prigione “Security Prison 21” nella quale – riferisce Asianews – morirono più di 17mila persone. In aula ci sarà Vann Nath uno dei sette sopravvissuti alla strage, oggi artista molto stimato, che venne arrestato dalla milizia di Pol Pot nel 1977. Solo nel 1979, alla caduta del regime, riuscì a fuggire dalla prigione e, negli anni successivi, attraverso le sue opere ha testimoniato gli orrori ai quali dovette assistere. “Questo è il periodo in cui bisogna trovare le soluzioni”, ha detto Vann Nath. “Ero arrabbiato - ha proseguito – ma il periodo della rabbia è passato”. “Ciò che è successo non può essere modificato – ha aggiunto Vann Nath – chiedo solo giustizia, per me significa vedere i responsabili ammettere la loro colpa”.  Nel 2010 dovrebbe iniziare il processo a carico di altre quattro figure di primo piano di quel periodo tra cui Khieu Samphan, ex capo di Stato. Il dramma cambogiano resta ancora una ferita aperta nel Paese, secondo un recente sondaggio l’80% delle persone si sente “vittima dei crimini” compiuti dai khmer rossi, alcuni dei quali però occupano ancora un ruolo attivo nella vita politica cambogiana. (B.C.)

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    L’Argentina in ginocchio per la siccità

    ◊   L’Argentina è piegata da una delle peggiori siccità degli ultimi 50 anni, con abbondanti perdite di raccolti ed animali, e sono poche le prospettive di sollievo immediato. La siccità, che dura ormai da circa otto mesi e che secondo gli esperti può prolungarsi per molto tempo, è provocata dal fenomeno atmosferico denominato ‘La Niña’. Il fenomeno colpisce buona parte della nazione ma si concentra su un’ampia frangia che va dal Centro-Est al Nordest del territorio argentino. La mancanza di precipitazioni ha ridotto in modo significativo la superficie di semina di grano e mais. Secondo le stime ufficiali, come riportato dall'Agenzia Fides, il raccolto del 2008/2009 non raggiungerà gli 80 milioni di tonnellate, e saranno 15 i milioni di euro persi rispetto alla stagione precedente. Secondo fonti dell’Istituto nazionale di Tecnologia Agroalimentare, la produzione di mais sarà ridotta del 36,4 per cento, quella di grano del 30,8 per cento e quella di soia del 10,9 per cento. La presidentessa argentina, Cristina Fernández di Kirchner, ha approvato la dichiarazione di emergenza agroalimentare nazionale per cinque province agricole, e ha preso delle importanti misure per aiutare gli agricoltori e gli allevatori. Gli aiuti prevedono il dilazionamento per un anno del pagamento di diverse imposte e la distribuzione diretta di migliaia di tonnellate di grano, destinate ad evitare la morte del bestiame nelle zone della cosiddetta Pampa humeda. La stessa presidentessa ha annunciato un sostegno finanziario di circa 4 milioni di dollari per attenuare le conseguenze della siccità. (F.C.)

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    Tipografie a corto di forniture. Ferma la stampa della Guinea Bissau

    ◊   In Guinea Bissau la mancanza di carta ferma il mercato dell’editoria. Secondo quanto riferisce la Misna, le rotative si sono fermate da almeno tre settimane. La stampa del Paese africano è comunque ridotta alla presenza di cinque giornali che escono in maniera irregolare, al massimo due volte a settimana con vendite circoscritte alla sola capitale Bissau; tutte le pubblicazioni fanno riferimento a due centri stampa che, dicono le fonti della locale ‘Radio Sol Mansi’, sono probabilmente a corto di forniture per non aver pagato vecchie fatture o per altri problemi di natura economica o tecnica. Sta di fatto che gli ‘strilloni’, in genere ragazzini, che vanno in giro per i luoghi pubblici più frequentati con la loro mazzetta di giornali non si sono più visti nelle ultime tre settimane (con un’unica eccezione). I lettori di ‘Diario di Bissau’, ‘No Pintcha’ (governativo), ‘Ultima Hora’, ‘Kansarè’ e ‘Bantaba di Nova’ – che diffondono una media di 500 copie a numero – restano dunque in attesa, ascoltando le notizie che corrono ugualmente attraverso le frequenze delle emittenti radiofoniche, vero fulcro dell’informazione del Paese. (M.G.)

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    24 Ore nel Mondo



    Dal G7 di Roma l'impegno a riscrivere le regole comuni dei mercati mondiali

    ◊   Stabilizzazione dei mercati finanziari e dell'economia globale, sostegno alla crescita e all'occupazione, impegno per azioni coordinate e contro il protezionismo e riforma del Fondo Monetario Internazionale. Sono questi i punti salienti del G7 dei ministri del Economia che si è chiuso ieri a Roma. I particolari nel servizio di Marco Guerra:

    Per fronteggiare una crisi globale servono regole globali. È questo leitmotiv del G7 di Roma dei ministri dell’Economia e delle Finanze. "La stabilizzazione dell'economia globale e dei mercati finanziari rimane la nostra priorità massima", hanno infatti riconosciuto i titolari dei dicasteri economici, sottolineando la necessità di un coordinamento per "intraprendere azioni collettive, affinché crescano gli effetti degli sforzi individuali”. I sette si sono quindi dati quattro mesi di tempo per elaborare un primo documento per regole comuni, promosso dalla presidenza italiana. Un’esortazione a lavorare assieme alla riscrittura delle nuove regole è giunto anche dal dal segretario al tesoro Usa, Geithner, al primo esordio internazionale. Per arrivare all’ambizioso obiettivo di un nuovo ordine economico mondiale si è posta sul tappeto anche la riforma del Fondo Monetario Internazionale, che rafforzi l’istituzione con risorse e compiti aggiuntivi per rispondere in modo flessibile all'attuale crisi. Dal vertice arriva anche un secco no a nuove politiche protezionistiche, considerate quanto mai dannose in questa fase. Nel comunicato finale viene dunque ribadito che per la ripresa è indispensabile un sistema aperto di commercio e investimenti globali.

     
    Ma si può dire che a livello mondiale si stia facendo davvero qualcosa per contrastare la crisi economica? Fausta Speranza lo ha chiesto all’economista Alberto Quadrio Curzio:

    R. – Certamente si sta facendo in modo diverso in diversi luoghi del pianeta, e tuttavia si sta operando. Parlerei di tre distinte dimensioni: Cina, Stati Uniti e Europa.

     
    D. – Come si sta muovendo la Cina?

     
    R. - Nel grande continente cinese è stato posto in essere un piano d’intervento assai significativo, anche utilizzando quei surplus valutari giganteschi che la Cina aveva accumulato nel suo commercio estero, fatto – devo dire – con molti dumping, tra cui un dumping sociale veramente impressionante. Tuttavia, adesso, queste risorse finanziarie vengono usate all’interno perché la situazione cinese è seria, in quanto molta parte di popolazione che si era trasferita nelle città per uno sviluppo tumultuoso, sta ritornando alle campagne e non ritorna in condizioni di sussistenza adeguata.

     
    D. – Negli Stati Uniti il piano di rilancio di Obama è stato approvato in tempi record…

     
    R. - Gli Stati Uniti stanno attuando piani d’intervento sempre più grandi, battendo moneta. Tutto ciò, quando ci sarà una ripresa consistente, potrà anche produrre inflazione ma, d’altra parte, in questo momento è difficile dare consigli più saggi ad un Paese che ha combinato un guaio così grosso e si trova in una situazione così seria.

     
    D. – Cosa dire dell’Europa?

     
    R. - Per quanto riguarda l’Europa, qui veramente c’è un commento critico da fare: partendo dalla considerazione che la situazione europea è molto migliore di quella di tutti gli altri grandi Paesi, perché l’Europa ha ancora un risparmio assai consistente – 15% del prodotto interno lordo a fronte di solo uno-due punti percentuali degli Stati Uniti – ed anche una solidità maggiore del suo sistema manifatturiero, produttivo, ed anche agricolo. Oggi parlare di agricoltura sembrerebbe quasi ridicolo, tutti guardavano alla finanza creativa e ai fasti dell’immateriale eppure anche l’agricoltura conta. Ebbene l’Europa è certamente in posizioni molto migliori e tuttavia vi è un deficit enorme in Europa, che è quello della politica. La politica non sta agendo. L’Europa in questo momento dovrebbe trovare la forza di una maggiore identità politica per lanciare un grande piano d’intervento comunitario, non quello dei singoli Stati nazionali. Se mi è consentita una metafora, gli Stati nazionali europei stanno, tutti, nuotando con un salvagente: non sanno o forse non ricordano che sono sulla stessa barca o che potrebbero essere sulla stessa barca. Se remassero tutti nella stessa direzione – attraverso un progetto comunitario – noi europei usciremmo rapidamente dalla crisi. Io credo che l’idea di Jacques Delors, espressa nel 1992 e ripresa poi da molti altri tra cui il sottoscritto e anche Tremonti, di emissione di titoli di debito pubblico europei per finanziare progetti europei sia, oggi, la strada maestra. Se gli europei non lo fanno, incomincio ad avere dei timori per la coesistenza europea.

     
    Medio Oriente
    Il premier israeliano Olmert ha convocato il ministro della Difesa, Ehud Barak, e il ministro degli Esteri, Tzipi Livni, per una consultazione sugli ultimi sviluppi nella mediazione egiziana per una tregua a Gaza con Hamas e per uno scambio di prigionieri che veda la liberazione del caporale Shalit. Per oggi è poi attesa la risposta di Hamas al piano del Cairo, ma non si esclude che la decisione del movimento islamico possa slittare ai prossimi giorni. Intanto, in Israele risultano sempre più difficili le trattative per comporre un governo di unità nazionale tra i moderati di Kadima e la destra del Likud. Oggi Tzipi Livni ha detto no all'ingresso in un governo guidato da Benyamin Netanyahu. "Sono già stata numero due e da quella posizione non sarei in grado di far avanzare le cose", ha detto la leader di Kadima, poche ore dopo che il premier uscente Ehud Olmert le consigliava di restare all'opposizione piuttosto che entrare a far parte di un governo del Likud. Alle elezioni del 10 febbraio i due maggiori partiti sono giunti quasi alla pari, con un leggero vantaggio per Kadima di 28 seggi contro 27.

    Olmert: visita Papa in Terra Santa
    Sempre oggi, il premier israeliano Ehud Olmert ha confermato che il Papa visiterà Israele. Come è noto, Benedetto XVI aveva annunciato, nei giorni scorsi, di essere impegnato nella preparazione di una visita in Terra Santa.

    Sudan
    L'accordo tra il governo del Sudan ed il gruppo ribelle del Darfur del Movimento per la giustizia e l'uguaglianza (Jem) in discussione a Doha è pronto per essere firmato. A dichirarlo è il portavoce del Jem, Ahmed Hussein Adam, citato dal quotidiano qatariota Gulf Times. Secondo Adam ''la bozza prevede tre punti principali: la fine degli attacchi contro i campi profughi; lo stop alle aggressioni indiscriminate contro i civili e uno scambio di prigionieri''. I colloqui tra i rappresentanti di Khartoum e del gruppo ribelle sono iniziati martedì nella capitale dell'emirato petrolifero.

    Pakistan
    In Pakistan proseguono i raid missilistici statunitensi sulle roccaforti dei talebani. Ieri, l’ultimo attacco che ha causato almeno 32 morti. La maggior parte delle vittime sono talebani di nazionalità uzbeka, ma ci sarebbero anche vittime civili, secondo fonti di stampa pakistane, non confermate dal governo di Islamabad. Il bombardamento è avvenuto a Malik Khel, nei pressi della città di Ladha, nel distretto del Sud Waziristan. Qui, secondo informazioni di intelligence americana, non solo si nasconderebbero molti leader talebani che operano tra Pakistan e Afghanistan, ma anche diversi campi di addestramento. Si segnala, infine, che oggi i talebani pakistani hanno liberato un ingegnere cinese tenuto in ostaggio per oltre cinque mesi.

    Iraq
    Ancora violenze in Iraq. Una bomba nascosta in un mucchio di immondizia è esplosa a Baghdad uccidendo una persona e ferendone altre 18. L'esplosione, nel quartiere popolare sciita di Sadr City, ha danneggiato anche un minibus.

    Messico
    In Messico si fa sempre più violento lo scontro tra i cartelli della droga. Solo nella giornata di ieri si sono registrati undici omicidi nel nord del Paese al confine con gli Stati Uniti. Due corpi di donne decapitati sono poi stati scoperti a Città del Messico in un'automobile. In Messico la decapitazione è una forma di 'messaggio' in uso nella guerra tra i cartelli della droga per il controllo del traffico e dell'esportazione verso gli Stati Uniti. Una ventina di decapitazioni si sono registrate solo nel gennaio 2009, su un totale nazionale di 463 omicidi.

    Russia
    Almeno 14 persone hanno perso la vita in un incendio che ha distrutto un edificio residenziale costruito in legno nella regione meridionale russa di Astrakhan. Secondo quanto riferito dalle autorità locali, altre sette persone sono rimaste ferite nell'incendio scoppiato la scorsa notte nell'edificio a tre piani nel villaggio di Molodezhny, dal quale sono stati evacuati 59 inquilini. Le cause dell'incendio non sono ancora note, ma si sa che tutto l'impianto elettrico era difettoso.

    Italia
    Italia sotto shock per una nuova ondata di violenze contro le donne. Nelle ultime 24 ore si sono registrate tre distinte violenze sessuali tra Bologna, Roma e Milano. Le vittime sono tutte ragazze giovanissime, rispettivamente di 14, 15 e 21 anni, e secondo le prime indiscrezioni delle indagini i protagonisti degli stupri sarebbero tutti cittadini stranieri. (Panoramica internazionale a cura di Marco Guerra)
     

     
    Bollettino del Radiogiornale della Radio Vaticana Anno LIII no. 46
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